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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Archive for aprile, 2010

HERE COMES THE SUN…OPPURE NO? – di Federica Berra

Posted By grim on aprile 30th, 2010

EARTH DAY

Qualche giorno fa sulle pagine di tutti i quotidiani abbiamo letto, ovviamente con molto piacere, dei festeggiamenti in onore del 40esimo “compleanno” dell’Earth Day, l’iniziativa lanciata il 22 aprile 1970 dal discorso pronunciato dal senatore del Wisconsin Gaylord Nelson, che esortava i cittadini americani ad agire in nome della protezione della Terra e ad aderire a quella che fu la prima storica manifestazione (organizzata da Denis Hayes, primo coordinatore dell’evento) in difesa dell’ambiente.

Ed eccoci nel 2010: centinaia di paesi aderenti, migliaia le eco-iniziative, “il contatore – si legge in tutti gli articoli che parlano di quest’evento – ha già superato i 31 milioni e 460mila azioni ‘verdi’”. Da New York a Pechino, da San Paolo a Roma, tutti uniti nella difesa della nostra Madre Terra, tutti legati da una medesima volontà di salvaguardia del pianeta. Improvvisamente ci ricordiamo che la Terra su cui stiamo vivendo è lo stesso pianeta che lasceremo in eredità ai nostri figli, e che forse sarebbe il caso che al momento del cambio di testimone essi non debbano trovarsi in mano un mucchio di ceneri sgretolanti.

Se questo articolo finisse a questo punto, potremmo lasciare il computer con un sorriso e un rinnovato ottimismo nei confronti della popolazione degli uomini: siamo dei birichini, ma con in fondo un cuore d’oro.

Però, purtroppo, questo articolo non finisce qui.

Siamo tutti d’accordo che l’Earth Day è un’iniziativa apprezzabile e lodevole e che è importante rinnovare l’attenzione nei confronti dell’ambiente e sensibilizzare le popolazioni nei confronti di temi come la biodiversità, la green economy, le risorse energetiche rinnovabili e via dicendo.

Questo però, non vuol dire mettersi i paraocchi e far finta di essere tutti dei bravi ecologisti.

Facciamo ad esempio, un emblematico zoom sul paese dei santi, dei poeti e dei navigatori. Anche l’Italia infatti, ha deciso di festeggiare la Terra e l’ambiente, e innumerevoli sono state le iniziative promosse in onore di questa ricorrenza. Sembreremmo quasi un paese che ha cura per il futuro del pianeta. Finchè la Terra e la sua salute sono alla ribalta a livello internazionale parrebbe proprio così.

Peccato che tornando indietro di soltanto qualche settimana, troviamo interessanti notizie nelle pagine “Ambiente” dei siti internet di numerosi quotidiani on-line (in una pagina interna per l’appunto, e non in prima pagina) che contraddicono un bel po’ questo festoso clima di ambientalismo.

LA GREEN ECONOMY

Prima fra tutte, una news che è passata abbastanza inosservata. Il 14 aprile 2010 è passata al Senato italiano una mozione anti-Green Economy. Che cos’è questa Green Economy?

L’“economia verde” (o economia ecologica) è un tipo di analisi econometrica (ovvero un’analisi statistica che si occupa dell’analisi di fenomeni economici e della verifica empirica di modelli formulati in ambito teorico)che prende in considerazione i benefici economici (aumento del PIL) e i danni ambientali prodotti dall’estrazione delle materie prime, dal loro trasporto e trasformazione in energia, dalla loro manifattura in prodotti finiti e dal loro smaltimento definitivo.

Abbiamo ovviamente bisogno di un tipo d’industria che utilizza le risorse del pianeta, ma molto spesso, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, e i successivi disastri ambientali, diminuiscono il PIL stesso, perché riducono i rendimenti relativi ad agricoltura, pesca e ambiente, quindi turismo. La Green Economy propone dunque una serie di misure economiche, legislative, tecnologiche ed educative che possano contribuire a ridurre il consumo di energia e di risorse naturali, diminuire la dipendenza dall’estero, e contribuire ad un maggior benessere dell’ambiente per arrivare a istituire un’economia sostenibile per molti millenni, servendosi principalmente di risorse rinnovabili.

In occasione della Conferenza sul clima di Copenhagen dello scorso dicembre 2009, oltre 100 Paesi hanno sottoscritto il cosiddetto “Accordo di Copenhagen” (che non è un trattato e non è ancora vincolante) nel quale si afferma tra l’altro che il cambiamento climatico è una delle maggiori sfide del nostro tempo, che le emissioni globali che alimentano tale processo devono essere ridotte drasticamente e che una strategia per lo sviluppo con bassi livelli di emissione è indispensabile.

LA MOZIONE ANTI-GREEN ECONOMY

Torniamo in Italia. I senatori di centro-destra D’Alì, Possa, Fluttero, Viceconte, Izzo, Sibilia, Nespoli, Vetrella e Carrara hanno dunque firmato la mozione anti-Green Economy di cui sopra, affermando in breve che:

- sono emerse delle criticità nei confronti dell’IPCC, ovvero Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo consulente intergovernativo sul mutamento climatico)  che viene quindi accusato di scorrettezza e faziosità oltre ad esprimere “tesi catastrofiste”.

- i paesi maggiormente produttori di inquinamento non hanno aderito, quindi l’impegno europeo ai fini del contenimento a livello globale delle emissioni di CO2 diventa scarsamente rilevante

- l’emissione di CO2 pare che non sia poi così influente nella globalità delle dinamiche ambientali.

Detto questo, l’Italia dovrebbe allora far saltare l’obiettivo europeo al 2020 di una riduzione del 20 per cento dei gas serra, di un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e di una quota del 20 per cento di energia da fonti rinnovabili richiedendo “l’attivazione in sede di Unione europea della clausola Berlusconi nel senso di dichiarare decaduto, in quanto non più utile, l’accordo del 20-20-20.”; inoltre il governo dovrebbe rivisitare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 su livelli per l’Italia più equilibrati rispetto a quelli assunti dagli altri Stati membri aderenti e in linea con quelli assunti autonomamente da Usa, Cina, India, Sud Africa, Brasile e Messico, paesi maggiormente protagonisti dei consumi di energia mondiali. In sostanza una sorta di indipendenza dall’Europa nell’assunzione di misure da prendere riguardo i livelli di emissione dell’anidride carbonica in Italia.

Eppure i punti su cui si basa questa mozione sono facilmente confutabili; a partire dal primo, riguardo la presunta inattendibilità dell’IPCC. La contro mozione presentata dai senatori Seta, Finocchiaro, Zanda, Casson, Latorre, Ferrante e Bonino afferma infatti che le stesse polemiche su alcuni errori e imprecisioni presenti nell’ultimo rapporto dell’IPCC non hanno minimamente messo in discussione alcuni dati di fondo su cui concorda la quasi totalità degli scienziati del clima: il fatto che sia in corso da alcuni decenni un fenomeno di progressivo innalzamento delle temperature medie terrestri, il fatto che tale fenomeno abbia origine per una parte importante in fattori antropogenici e in particolare nell’aumento delle emissioni legate al consumo di combustibili fossili, il fatto che se l’aumento delle temperature medie terrestri superasse la soglia dei 2 gradi ciò comporterebbe conseguenze economiche, sociali, ambientali potenzialmente devastanti”; dichiara inoltre sir Nicholas Stern, ex-vicepresidente della Banca Mondiale e autore di un rapporto sull’impatto economico dei cambiamenti climatici, in una recente intervista al quotidiano francese “Le Monde”  che “gli errori contenuti nel quarto Rapporto dell’IPCC riguardano essenzialmente la previsione dei tempi di scioglimento dei ghiacciai himalayani, non rimettono in discussione la diagnosi complessiva che emerge dal Rapporto. La base scientifica su cui l’IPCC fonda l’affermazione che il pianeta rischia di andare incontro a un innalzamento delle temperature senza precedenti nella storia dell’umanità, resta solida.”. Per giunta le cosiddette “tesi catastrofiste” non vengono elaborate soltanto dall’IPCC; moltissimi studi, italiani e non, si allineano con le dichiarazioni dell’Ipcc. Ad esempio  il rapporto “State of the world 2010” del Worldwatch Institute (uno dei più importanti istituti di ricerca ambientale degli USA e considerato il più autorevole osservatorio sui trend ambientali del nostro pianeta).

Passiamo al secondo punto, ovvero che i paesi maggiormente produttori di inquinamento non avrebbero aderito ad adottare le misure della Green Economy; molto strano, perché secondo ciò che affermano i senatori  Di Nardo, Belisario, Giambrone, Bugnano, Caforio, Carlino, De Toni, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica (in un’altra contro mozione presentata nei confronti di quella del centro-destra) hanno presentato i rispettivi impegni di riduzione, oltre all’Unione Europea e i suoi Stati membri, compresa l’Italia, anche gli Stati Uniti, il Giappone e il gruppo dei quattro Paesi ad economia emergente: Brasile,Sudafrica, India e Cina (BASIC). La maggior parte degli impegni di riduzione rinnova le promesse fatte precedentemente e in occasione del vertice di Copenhagen.”.

E infine il terzo punto, secondo cui l’emissione di CO2 non influisce poi così tanto nelle dinamiche ambientali e sarebbe quindi meglio concentrarsi su qualche altro obiettivo. Viene da alzare entrambe le sopracciglia pensare che l’emissione di CO2 non venga considerata rilevante nelle cause del riscaldamento globale; i nostri senatori dichiarano che ci si dovrebbe concentrare su altri temi, come l’inquinamento marino e la deforestazione. Forse però stanno saltando un passaggio fondamentale: la maggior parte dei problemi ambientali, da quelli da loro citati a molti altri, è causata dall’eccessiva emissione di anidride carbonica; per esempio negli ultimi giorni la National Academy of Scienze (una corporation i cui membri servono, pro bono publico, da consiglieri nazionali su scienze, ingegneria e medicina) ci informa che l’acidificazione degli oceano è sempre più veloce a causa della CO2, di cui assorbe un terzo delle emissioni.

PERCHE’?

Viene da chiedersi come mai i senatori di centro-destra abbiano presentato questa mozione.

Considerando che l’Italia ha accumulato recentemente un grande ritardo rispetto ai principali Paesi europei con un declino dei nostri standard di efficienza energetica che non solo hanno comportato effetti negativi sul piano dell’impatto ambientale e climatico, ma hanno rappresentato un crescente disvalore competitivo per le nostre imprese.

Considerando che uno studio di Greenpeace e del Politecnico di Milano dimostra che potrebbero essere occupate altre 60.000 persone investendo anche semplicemente nell’efficienza energetica e che sarà possibile tagliare di 50 milioni di tonnellate di CO2 le emissioni entro dieci anni se si lavorerà in questa direzione.

Considerando che in Europa si stima che il 16,6 % dei posti di lavoro dipenda direttamente (il 2,6 %) o indirettamente (il restante 14 %) dai sistemi naturali.

Considerando che un solo ettaro di foresta tropicale può fornire servizi fondamentali come cibo, acqua, materie prime, sostanze farmacologiche, mitigazione climatica, purificazione dell’acqua, turismo per un valore totale di 16.000 dollari l’anno.

Considerando che in Italia abbiamo non solo la possibilità reale, grazie alla nostra conformazione territoriale, di sfruttare in innumerevoli modi le nostre risorse naturali per la produzione energetica, ma che addirittura esistono già tentativi di farlo, come ad esempio il progetto “Work for life” lanciato dall’azienda agrigentina Moncada Energy (una tra i primi produttori di energia pulita in Italia) per dare lavoro ai siciliani sotto i 35 anni che abbiamo a disposizione 10.000 mq di terreno esposto a Sud, e che dimostrino di avere una fedina penale linda il cui obiettivo è l’installazione e manutenzione di pannelli fotovoltaici (costi totalmente a carico dell’azienda).

Considerando che, secondo un’analisi  di Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo Greenpeace Italia e Responsabile Nazionale delle azioni Greenpeace, presentata al Goethe Institut di Roma il 4 giugno 2009 Il potenziamento delle infrastrutture per il gas naturale (gasdotti e rigassificatori di gas liquefatto) porterebbe almeno 42 miliardi di metri cubi in più rispetto al flusso attuale di circa 90 miliardi di metri quadri all’anno (18 da gasdotto e 24 da terminali rigassificatori) e che se tutti i progetti presentati e in fase di autorizzazione venissero realizzati, la capacità di importazione crescerebbe di altri 40 miliardi di metri cubi all’anno”, quindi maggiore capacità di importazione e maggiore potere contrattuale nei confronti di Algeria e Russia (al momento importatori unici di gas in Italia).

Considerando che ricerche del COPI (Cost of Policy Inaction), formato da ecologisti ed economisti di fama mondiale, affermano che in Unione Europea nel 2050 la distruzione della biodiversità terrestre costerà circa 1.100 miliardi di euro all’anno (circa il 4 % del PIL  europeo).

Viene proprio da chiedersi come mai sia stata presentata questa mozione invece di correre incontro a braccia aperte alle innumerevoli possibilità (e qui ne sono state elencate soltanto una minima parte) che la Green Economy offre.

IL NUCLEARE

Poi il 26 aprile 2010 (ventiquattresimo anniversario del disastro della centrale di Chernobyl )  leggiamo/scopriamo che Berlusconi e Putin hanno siglato un patto, il Memorandum of Understanding, che prevede intese per la cooperazione nei settori nucleare, nella costruzione di nuovi impianti e nell’innovazione tecnica, nell’efficienza energetica e nella distribuzione, sia in Russia che nei Paesi dell’Est Europa. Si tratta per ora di un patto solo strategico, che da il via libera alla cooperazione tra Enel e la società russa Inter Rao Ues. “Entro tre anni, ovvero nell’ambito della legislatura, partiranno i lavori per la costruzione della prima centrale nucleare in Italia” annuncia il premier italiano nella conferenza stampa a Villa Gernetto con Vladimir Putin.

Inoltrarsi nel dibattito nucleare si, nucleare no è molto rischioso, poichè da una parte e dell’altra si frappongono valevoli motivazioni favorevoli e contrarie.

Da un punto di vista economico, il ministro dello Sviluppo Economico Scajola ha recentemente ricordato che il nucleare è molto conveniente perchè ”il combustibile incide appena per l’8-10% sui costi, contro il 70-80% delle centrali alimentate a petrolio e a gas, che risentono anche delle fluttuazioni di prezzo”. D’altra parte secondo il Mit (Massachussets Institute of Technology) e il Doe (ministero per l’energia statunitense), che hanno effettuato delle stime riguardo i costi di produzione dell’energia nucleare tramite fissione nucleare, risulta che il costo di questo (6,33 centesimi di dollaro per ogni chilowatt) è maggiore rispetto a quello di produzione del carbone (5,61 centesimi di dollaro per ogni chilowatt) e del gas (5,52 centesimi di dollaro per ogni chilowatt). Inoltre secondo l’Energy information administration degli USA, l’elettricità proveniente da una nuova centrale nucleare è più costosa del 15% rispetto a quella prodotta con il gas naturale, senza considerare i necessari costi di smaltimento delle scorie e di dismissione della centrale. E’ vero che il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (secondo una tabella del 2003, mediamente 0,03 € per kilowatt/ora contro lo 0,07 € del geotermico e dell’eolico) ma sono dati che possono trarre in inganno poiché non includono l’intera spesa che deve essere sostenuta per gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Ad esempio per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti. Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l’International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari. Certo, il ritorno al nucleare può essere pensabile per ridurre la dipendenza dell’Italia dall’importazione di petrolio e carbone, ma il rischio è semplicemente di aggiungere la dipendenza dall’importazione di uranio (doppietta della Russia nei nostri confronti). Certo, è una fonte che genera energia elettrica a basso costo ma esistono dei costi che vengono celati, alimentati dallo Stato con tasse e imposte e che sono eccessivi se si guarda a quelli delle normali centrali termoelettriche.

NUCLEARE VS RINNOVABILI

E’ chiaro che visti i costi necessari all’imbastimento di centrali nucleari (non solo relativi alla costruzione in senso stretto ma alla campagna pubblicitaria e mediatica che il governo intende fare per deviare l’opinione pubblica su binari più favorevoli a questo tipo di provvedimento) non possiamo certo rispettare, entro il 2020, la clausola dell’accordo 20-20-20 di Copenhagen che prevede il 20% di fonti energetiche alternative; questo significherebbe investire molti soldi anche nella costruzione di altri tipi di impianti e purtroppo non credo che nel breve periodo dei prossimi dieci anni sarà possibile arrivare ad un livello economico che consenta questo tipo di investimento.

Qual è lo snodo cruciale di tutto questo discorso? Fondamentalmente si tratta del voler o non voler fare seriamente una politica con visione a lungo termine: certo, il nucleare,non sostenere la Green Economy, può anche rivelarsi vantaggioso su un breve arco di tempo. Ma una mentalità di questo tipo è essenzialmente sterile. La benzina e l’uranio sono risorse che per come vengono e verranno sfruttate sono destinate ad esaurirsi (la benzina tra l’altro ha appena subito un ulteriore rincaro) e cercare, ad esempio, il petrolio significa danneggiare ancora di più l’ambiente circostante (l’Ufficio Valutazione Impatto Ambientale del Ministero dell’Ambiente ha appena espresso parere favorevole in merito alla richiesta, presentata dalla società petrolifera Petroceltic Elsa, di effettuare trivellazioni sottomarine alla ricerca del petrolio lungo i fondali marini della Puglia, compresi tra Gargano e le Isole Tremiti. Ovviamente non si può pensare di compiere un’operazione del genere senza pensare di turbare la biodiversità marina, nonostante tutte le precauzioni che si possano prendere. Per fortuna manca ancora la firma del ministro Prestigiacomo); invece il combustibile per una centrale eolica o fotovoltaica è gratuito ed inesauribile.

RICAPITOLANDO

Puntare sulle rinnovabili significherebbe intraprendere una politica a lungo termine che porterebbe l’Italia ad incrementare i posti di lavoro, ad innalzare (direttamente ed indirettamente) il PIL nazionale, a ridurre problemi relativi allo smaltimento di rifiuti, ad iniziare a diminuire la dipendenza dall’estero per quanto riguarda l’importazione di energia oltre ovviamente a contribuire a non peggiorare l’ambiente per noi stessi e per chi verrà dopo di noi.

Allora, a chi fa comodo girarsi dall’altra parte e correre verso un’altra direzione?

“Ecco il sole, ecco il sole, e tutto va bene” diceva 40 anni fa John Lennon.

Caro John, ormai a noi il sole serve solo per abbronzarci.

[ Fonti dell’articolo riconducibili principalmente ai siti seguenti:

- www.corrieredellasera.it - www.repubblica.it - www.senato.it - www.greenpeace.itwww.ansa.it ]

FRED

La Trilogia dell’Impunità – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on aprile 29th, 2010

Era il 2003 quando il lodo Schifani entrò in vigore. Berlusconi si avvicinava alla sentenza del processo SME, e le aspettative dei suoi avvocati non erano delle più rosee. Ma tutti noi sappiamo quanto il Premier sia restio alle condanne, è una questione di allergia. Ecco allora il lodo Antistaminico, anziché Schifani, che prevedeva, tra le varie, la seguente disposizione: “Non possono essere sottoposti a processi penali, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione fino alla cessazione delle medesime, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Corte Costituzionale“. A qualcuno di voi tale norma suonerà alquanto familiare, poiché non più tardi di sette mesi fa, una sua famosa e stretta “parente” venne bocciata con tanto clamore dalla Corte Costituzionale.

Al lodo Schifani era toccata la medesima sorte, la Consulta lo dichiarò difatti incostituzionale per davvero moltissimi motivi, che un qualunque studente di Legge senza alcuna esperienza saprebbe cogliere istintivamente. Per citarne alcuni tra i più clamorosi: contrasto con gli articoli della Costituzione 3 (principio di uguaglianza sia formale che sostanziale), 24 (diritto di azione in giudizio), e 138 (modalità per la revisione costituzionale, unica via per modificare articoli costituzionali)

E’ proprio quest’ultimo punto inerente al contrasto con l’articolo 138 che reca le maggiori perplessità, poiché non lascia scampo a interpretazioni. Il Lodo Schifani poteva essere sviluppato solo con la succitata procedura di revisione costituzionale, e non, come invece accadde, attraverso la più semplice via ordinaria. Il motivo è da ricercarsi proprio nelle modalità della revisione costituzionale: essa richiede l’approvazione dei 2/3 di entrambe le Camere, e non una semplice maggioranza, poiché i contenuti della Costituzione stanno alla base dell’ordinamento giuridico-legale di uno Stato, e devono essere dunque frutto della più ampia condivisione possibile, e non del consenso della maggioranza di turno. Mi domando allora, come è possibile che la maggioranza di allora, nonostante vantasse tra le proprie fila un numero infinito di avvocati e giuristi, non sia accorta della palese incostituzionalità del lodo? La domanda ahimè è retorica, poiché la risposta è evidente: la legge fu votata con la consapevolezza della sua scarsa durata, ma anche della sua grande utilità. Sapevano infatti che la Consulta, non avrebbe avuto il tempo materiale di caducare il lodo entro la sentenza del processo SME, il quale difatti si risolse con l’assoluzione del Premier per amnistia intervenuta, per disposizione del lodo Antistaminico. Ad Personam.

Nel 2008, cinque anni dopo, al premier è tornata quella fastidiosa allergia che è l’imminente sentenza di condanna di un suo processo. Nella fattispecie il processo Mills, in cui l’effettiva corruzione dell’avvocato inglese, da parte di Fininvest nella persona di Berlusconi, è stata accertata (si pensi alla condanna dello stesso Mills, o al risarcimento di 700 milioni di euro imposto alla Mondadori a favori di De Benedetti, l’originario proprietario). Il vecchio antistaminico era scaduto, ne serviva uno nuovo.

Forte ancora una volta della maggioranza parlamentare, la banda Berlusconi, stavolta nel nome del Guardasigilli Angelino Alfano, ha partorito la nuova legge dell’impunità, in tutto e per tutto simile al lodo Schifani. L’unica differenza è che nel precedente lodo l’impunità era garantita anche al Presidente della Corte Costituzionale, nel nuovo questi è stato escluso. Processi dunque sospesi al Premier (oltre a quello Mills, anche quello Mediaset) fino all’ottobre 2009, un anno dopo, quando la Consulta bocciò inesorabilmente il lodo Alfano, con le medesime motivazioni addotte quattro anni prima. Una decisione tanto sacrosanta quanto clamorosa, a prestare attenzione ai media. I giudici della corte erano tutti comunisti, poco conta il fatto che la sera prima della votazione uno dei giudici comunisti è uscito a cena con Berlusconi e Alfano, poco contano gli articoli 3 e 138.

Ma la prescrizione è un valore fondamentale per i politici italiani, specialmente Sivlio, ecco allora legittimo impedimento approvato e processo breve in fase di approvazione.

Ed è finita qui?

No signori, il lodo Schifani o Alfano che dir si voglia, è la garanzia suprema della prescrizione processuale per le alte cariche dello stato che abbiano commesso qualche “marachella”.

Dunque è pronto il nuovo lodo Antistaminico, la nuova legge dell’impunità, chiamato lodo Alfano bis, ancora una volta uguale nei contenuti ai precedenti, ma finalmente diverso nell’elaborazione.

È un disegno di legge costituzionale, e non di legge ordinaria, come avvenuto con gli altri due. Finalmente la schiera di giuristi del Pdl è andato a leggersi l’articolo 138 della Costituzione, verrebbe da dire. Peccato che ancora una volta abbiano saltato un articoletto di scarsa importanza come il 3, appartenente a quel gruppo di 12 articoli immodificabili (non si possono modificare né con revisione costituzionale, né con norma europea, né con trattati internazionali) che predono il nome di Principi fondamentali.

La discussione e la votazione di un disegno di legge costituzionale, inoltre, occuperò molto tempo per gli addetti ai lavori, dalle Commissioni Parlamentari alle Camere, con l’effetto di congelare ulteriormente le riforme per l’Italia, a favore di riforme per Berlusconi.

Berlusconi potrà anche scampare dalla condanna in tribunale, ma nessuna legge, nessun lodo, lo salverà dalla condanna della Storia. L’unica magra consolazione che ci resta.

WOOOLFTAIL

Ultim’ora – Giunta comunale cade grazie a Facebook

Posted By grim on aprile 27th, 2010

Ricordate il post WEB 2.0 e Rivoluzione Digitale? Si parlava dell’effetto devastante che il Web 2.0 ha impresso nella società del terzo millennio, nonchè nella sua poltica.

Oggi è caduta la prima giunta comunale per “colpa” di Facebook. E’ avvenuto nel Comune di San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo, dove il sindaco e la maggioranza leghista, che da due anni amministravano il piccolo paese, si sono dimessi da tutte le cariche, a causa di un gesto sconsiderato di uno dei suoi esponenti, Iuri Milesi, nella foto accanto.

Come potete vedere dalla foto, (questa è solo una delle foto incriminate) il giovane consigliere comunale si fotografa con un bel braccio teso, dietro alla scritta “Fascismo e libertà” o altri cimeli nazisti.

A tal riguardo è intervenuto il segretario provinciale della Lega Nord Christian Invernizzi, che ha dichiarato che “è giusto prendersi le proprie responsabilita’ nei confronti degli elettori: quest’episodio e’ la goccia che fa traboccare il vaso”.

Dimissioni dunque rassegnate. Se da un lato è apprezzabile il fatto che, come avviene nel resto d’Europa a fronte di vicende delicate, una maggioranza politica rassegni la proprie dimissioni, dall’altro è impossibile non notare come ideologie sempre più radicate negli italiani, tendano ad amalgamarsi con pericolose ideologie che dovrebbero appartenere soltanto al baratro.

Francesco Dal Moro

Soap opera – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 27th, 2010


La saga dello scontro tra Berlusconi e Fini continua. Giovedì 22 aprile può considerarsi la data ufficiale dello strappo tra berluscones e finiani. Nella Direzione nazionale, organo mai convocato finora del Popolo delle libertà, il Presidente della Camera si è sfogato e ha sbraitato tutto quello che si era tenuto dentro in questi mesi. Chiede una riequilibrazione del rapporto PDL-Lega, maggior dialogo con l’opposizione, riforme condivise, democrazia interna al partito, laicità dello stato, maggiori diritti per gli immigrati. Tutto questo in nome dei valori del Partito Popolare Europeo, di cui il PDL fa parte. Insomma, la crociata della destra europea, cosiddetta “moderna” e “liberale” stile Sarkozy e Merkel.

Berlusconi e Fini ai tempi dell'idillio d'amore

Vedere Fini ribellarsi alla visione padronale di Berlusconi e dei suoi fa ridere. È lui ad aver sciolto Alleanza Nazionale, ben consapevole di cosa sarebbe significata la convivenza con il capo; d’altronde è da quindici anni che il suo partito vota tutte le leggi vergogna dei vari governi Berlusconi. Mi chiedo poi su quale pianeta abbia vissuto in tutti questi anni: si lamenta del fuoco amico di Feltri e di Belpietro. Complimenti al signore. Si è accorto solo ora del conflitto d’interessi!Certamente, Fini rimugina e manovra. Sa benissimo che la monarchia sta volgendo al termine. E guarda al futuro senza il re, mentre tutti gli altri gli scodinzolano ancora attorno in cambio di una poltrona.

Ma per mantenersela questa poltrona, i pitbull fanno la guardia alle spalle di Silvio, mentre a lui saltano i nervi nell’ascoltare qualcuno che osa parlare e mettere in discussione il suo progetto politico di impunità. Prontamente, fa redigere agli scribacchini della Direzione nazionale un documento in cui si sostiene che “quando gli italiani che amano la libertà, che vogliono restare liberi, che non si riconoscono nella sinistra, si riunirono sotto un solo simbolo e una sola bandiera, scelsero che su quel simbolo e su quella bandiera ci fosse scritto “Popolo della Libertà” e non  “Partito della libertà”” e che, per questo, “le “correnti” o “componenti” negano la natura stessa del Popolo della Libertà ponendosi in contraddizione con il suo programma”. La santa alleanza col suo popolo viene prima di tutto. E non solo quella; di fatti, il suo patto con Bossi tiene: la Lega fedele alle volontà del padrone, in cambio di Piemonte e Veneto e dell’egemonia culturale nel Nord. Più che di patto, si tratta di ricatto del senatur, che continua ad avvertire, tramite la bocca di Calderoli, che l’interlocutore dev’essere uno e che i ribelli non saranno tollerati, altrimenti si va alle urne.

È proprio periodo di manovra e i complotti vanno elaborati a sangue freddo; l’asse Berlusconi-Bossi intende cacciare i traditori. Consegnando una proposta di riforma costituzionale direttamente a Napolitano, tramite la mano di Calderoli, i due leader hanno acceso l’esplosione. Si tolgono la spina nel fianco, Bossi si crea la propria signoria personale al Nord e Berlusconi porta a termine il suo scopo: ora utilizza il legittimo impedimento, mentre i suoi lavorano al lodo Alfano costituzionale e per questa legislatura è a posto. Per quella successiva, progetta un presidenzialismo ad personam, così da avere il controllo totale. E magari nel frattempo, forte e sicuro del suo consenso, fa cadere governo e si fa rieleggere, così si allunga di qualche annetto l’impunità.

Già, ma allora Bersani ha pure ragione quando su Repubblica sostiene che Berlusconi vuole lo strappo e le elezioni. E sa che la sua mano tesa, lanciata il giorno della festa della liberazione, per un progetto condiviso di riforma è una trappola per addolcirli e per tirare su qualche voto in più; e di fatti ha subito rifiutato il dialogo. Peccato, però, che il PD, oltre a stare fermo a non dialogare con nessuno, non riesce a fare altro. Cosa aspetta a divaricare la crepa, che si è formata nel bastione dell’avversario? Al contrario, Bersani prontamente ha affermato, appena scoppiata la lite, che non si deve tornare alle urne, perché c’è la crisi. Ma proprio perché c’è la tanto citata e strumentalizzata crisi, l’opposizione, se si ritiene tale, dovrebbe essere pronta a proporre una gestione della crisi, opposta all’assenteismo dell’attuale governo. Almeno, per infondere speranza nei suoi elettori. Niente da fare. E allora, per non far dimenticare la propria presenza, il segretario del PD lancia dalemiane idee di patti repubblicani, ammiccando anche a Fini e trattandolo come se stesse per diventare il nuovo leader del centro-sinistra. Il Partito Democratico si è ridotto a essere una variabile dipendente rispetto a quello che succede nel PDL. Hanno trovato la via della sconfitta. E intendono seguirla fino in fondo.

Questa puntata della soap opera è finita. Ora possiamo spegnere la televisione e tornare alla realtà.

P&L
Tom

La nuova Fionda

Posted By grim on aprile 27th, 2010

A poco meno di un mese dalla sua nascita, La Fionda vi da il suo caloroso Benvenuto qui, nella sua nuova casa, su Altervista.

Abbiamo deciso di trasferirci dal vecchio host, blogspot, a causa delle limitazioni che quest’ultimo poneva. Limitazioni non riscontrate su Aletrvista.

Il nostro lavoro continuerà come prima, forse anche con maggiore intensità. La Fionda non cambia rotta, naviga semplicemente su una nave più grande.

Ecco alcune delle nuove funzionalità:

  • Navigazione più pratica grazie alla suddivisione in categorie. Non più flyer di eventi mischiati a notizie politche, non più notzie flash mischiate a editoriali….
  • Tra le categorie, abbiamo introdotto Tempo Libero, in cui è possibile postare sui più svariati argomenti: musica, letteratura, sport, tecnologia, scienza, etc, con l’intenzione di aumentare la vostra partecipazione, sia in fase di lettura che di scrittura
  • Ogni lunedì alle ore 14, grazie al canale Ustream sulla Barra Laterale, potrete collegarvi sulla Fionda, e seguire in diretta gli interventi di Marco Travaglio e Peter Gomez per Passaparola (chiaramente non la trasmissione di Gerry Scotti!), della durata di mezz’ora.
  • Nuovo guestbook, attraverso il quale potrete comunicare direttamente con gli autori, lasciare le vostre opinioni, richieste, avvisi. Una maggior connessione tra autore e lettore, con la speranza di stimolare il lettore a diventare a sua volta l’autore!
  • E tante altre piccole nuove funzionalità tutte da scoprire, alcune già disponibili, altre lo saranno prossimamente.

Ringraziamo Francesco Grimaldi per il considerevole aiuto fornito nell’elaborazione grafica della nuova Fionda, e rinnoviamo la collaborazione con il suo Blog, noipensiamo.com;  ringraziamo infine tutti voi che ci avete regalato 1200 accessi in meno di un mese!

Ma ora basta anticipazioni, lasciamo i lettori all’esplorazione della nuova nave!

Nell’auspicio che il vascello sia di vostro gradimento, vi auguriamo buona navigazione.

Il team della Fionda

Scrivi per la Fionda!

Posted By grim on aprile 27th, 2010

La Fionda è il Blog di tutti, e proprio per questo tutti, ma proprio tutti, sono invitati a esprimere le proprie opinioni! Registrati al blog, bastano un nickname e una password, senza nessun dato personale!

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Un blog senza partecipanti, non ha ragione di esistere, dunque vi invitiamo calorosamente a leggere e a scrivere sulla Fionda!

Il team della Fionda

L’eterno divario – di Gianmarco Mattarella

Posted By grim on aprile 26th, 2010

Il mio intento è intervenire su questo blog con argomenti mirati e dall’immediata comprensione. Non mi ritengo un anarco insurrezionalista, voglio solo conto e ragione di ciò che vedo. E quello che vedo mi lascia sempre più perplesso.
Prima di intervenire riguardo la politica italiana vorrei portare alla vostra conoscenza, cari lettori, un problema di cui non si è mai discusso in 150 anni, un problema che a me sta molto a cuore, avendo vicine origini meridionali. Sto parlando del divario nord sud. Sud arretrato, sud mangiasoldi, sud ladro…è così che qualcuno ci descrive. Ebbene, l’ignoranza di questi signori, la stupidità, la barbaria, arriva ben oltre l’umana comprensione. Ciò consta peraltro di un’ignoranza storica  abissale. Ma torniamo indietro al 1861, Unità di Italia…agognata da quasi un secolo.

Il primo tricolore italiano

Ma davvero così tanto agognata? Certo! Non siamo qui certo per criticare l’unità del nostro paese, ma per criticare il modo in cui è avvenuta. Una conquista, la riunificazione del sud con il nord si è trattata null’altro che di una conquista.
Il Piemonte, lo stato più indebitato d’Italia, annetteva uno stato, il Regno delle due Sicilie, in cui circolava più di due terzi del denaro contante della penisola. Il sud italia, nel 1861 vantava fabbriche tessili (come Mongiana in Calabria) fra le più grandi del mondo, tanto che furono copiate pari pari, mattone per mattone da stabilimenti inglesi e persino russi! C’è chi potrebbe affermare: “ ma questo è falso…il sud non aveva mezzi di comunicazione, poche strade, ferrovie inesistenti”. Certo, stiamo parlando di un territorio montuoso, ma con un grande vantaggio, lo sbocco sul mare. Il Piemonte, la Lombardia, non hanno accesso al mare, è ovvia la presenza di vie di comunicazione terrestri. Il sud però aveva una grande risorsa…il mare! La flotta mercantile seconda solo nel mediterraneo all’Inghilterra, senza parlare della marina militare di altissimo livello.
Dopo il 1861 improvvisamente le fabbriche vengono chiuse. Tutto finisce, e con quale giustificazione? L’assenza di vie di comunicazione; poco importava che queste esistessero e che le industrie avessero un fatturato alto almeno quanto quello degli stabilimenti del nord. E la gente come reagì? Piuttosto male.
C’è innanzitutto da dire che il sud fu la parte di Italia più colpita dalla guerra civile che portò il nostro paese all’unificazione, molte

Briganti.

persone morirono, e per cosa? Per essere occupate e depauperate dai piemontesi! Ed è proprio da questo che nasce il brigantaggio. Cittadini, industriali, borghesi spinti alla fame, ma anche ex militari borbonici. Si parla di un milione di morti, una macchia vergognosa per il nostro neonato paese. Ma di questo non si parla. E perché? Per il semplice motivo che dopo 150 anni ci portiamo ancora dietro gli strascichi di questa unificazione, sacrosanta per carità, ma portata avanti in modo sbagliato,  penalizzando il sud, e così penalizzando l’Italia intera. Un paese come il nostro, le cui potenzialità sono enormi, le nostre differenze culturali ci arricchiscono, i nostri scienziati e intellettuali sono apprezzati in tutto il mondo.
Come si può spiegare che la cassa a favore del mezzogiorno costi solo dello 0.5 % del Pil. Come spieghiamo che la cassa per le zone disagiate viene utilizzata per l’EXPO e per finanziare alcune società di trasporto sul lago di Garda e sul Maggiore invece che per il rilancio dell’economia del sud? Come spieghiamo il fatto che per costruire l’alta velocità tra Torino e Milano ci sono voluti 50 milioni di euro, senza che si dovessero eseguire lavori così complicati, dato che l’opera è stata realizzata in pianura, e la costruzione del tratto Roma Napoli è costato la metà, in un tratto comunque molto complicato? Domande senza risposta, domande che nessuno si fa. Certo, ormai quando si vede un meridionale lo si addita come ignorante e primitivo, ma chi è che ci ha reso davvero così? Chi è che ci rende ancora così?
Il governo Berlusconi a parole ha fatto molto per il sud, ma i fatti dove sono? Dove sono i fondi per risanare la sanità? Da nessuna parte…bisogna finanziare l’EXPO e un ponte sullo stretto che serve solo alla Mafia. E dove sono le infrastrutture che davvero servirebbero? La Palermo Messina è completa DOPO 40 ANNI solo per un tratto, nonostante il premier abbia fatto finta di inaugurarla. Fumo negli occhi, buttato da lui e da Bossi. Si fa un gran parlare di federalismo fiscale.  Non sono contrario, anzi. Tuttavia voglio far presente che un intervento operato dalla Lega, atto al solo vantaggio dl nord, non farà altro che amplificare ancora di più il divario. Deve essere una riforma studiata, ampiamente condivisa, e solo allora si potrà cominciare a parlarne.
Siamo ormai vicini all’anniversario dell’unità del nostro paese, il  sud questa Unificazione l’aspetta ancora…
Viva l’Italia!

Gianmarco Mattarella

Ultim’ora

Posted By Tom on aprile 25th, 2010

Ultim’ora – Continua l’ondata fascista in Europa. Oggi, 25 aprile, si sono chiuse le elezioni presidenziali in Austria, che hanno visto la prevista riconferma del presidente uscente Heinz Fischer del partito socialdemocratico d’Austria con il 79% di voti. Si attesta come secondo partito del Paese il FPÖ, il partito di estrema destra che portò al potere Haider, con il 16% di voti alla candidata Barbara Rosenkranz.

Come in Italia, in realtà, nessuno può considerarsi vincitore, dato che l’affluenza alle urne si attesta intorno al 50%, mai così bassa nella storia austriaca. Dimostrazione del fatto che, in tempi di crisi, la politica e le istituzioni non sono in grado di garantire la sicurezza sociale, di cui tanto si fanno portatori.

P&L
Tom

Eventi; 25 Aprile – La Fionda d’Urto

Posted By grim on aprile 25th, 2010

LA FIONDA ASPETTA IL PROSSIMO!

La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 24th, 2010


Giustizia. Una parola che racchiude in sé una miriade di significati e accezioni. Una parola che nella storia dell’uomo ha suscitato dibattiti e discussioni e che sempre ne susciterà. Cosa è giusto? Chi lo decide? “Giustizia” è un concetto assoluto? O relativo? La giustizia è naturale? Divina? O umana? L’unica certezza risiede nel fatto che questi quesiti sono nati in base a un’esigenza umana, quella della pacifica convivenza sociale. Ed è proprio in virtù di questo bisogno che dalla rivoluzione illuministica e borghese sorge, per la prima volta nella storia, il concetto che sia l’uomo stesso a determinare cosa sia giusto o meno, per mezzo dei propri rappresentanti democraticamente eletti. Fuori, allora, la divinità, la natura o qualsiasi entità trascendente che detti la retta via da seguire. La giustizia passa ora per il diritto, inteso come legge formale, cioè come prodotto della volontà popolare, il diritto torna ad essere “ars boni et aequi”, il diritto è prodotto dello stato: costituzione, leggi e decreti ministeriali diventano così i provvedimenti legittimati a definire la giustizia.

Non si può, allora, non considerare che, oggi, il termine “giustizia” è altamente abusato: se si parla di giustizia istituzionale, bisogna riferirsi alla magistratura, deputata a far rispettare la legge, e al Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dell’ordine giudiziario; il diritto processuale definisce le modalità di svolgimento del processo, strumento necessario al conseguimento di una sentenza, il provvedimento principe per l’applicazione della legge; e infine vi è l’aspetto organizzativo delle sedi giudiziarie, dai tribunali, alle cancellerie, dalle carceri, alle procure. Più propriamente allora bisogna discutere di amministrazione della giustizia, o meglio, amministrazione degli organi istituzionali, degli strumenti processuali e delle sedi giudiziarie, volti al rispetto della legge. E non è solamente una questione terminologica, non si tratta semplicemente di separare i concetti filosofici di giustizia dai tentativi umani di raggiungere un’equa e pacifica convivenza sociale; c’è, invece, molto di più: parlando di “amministrazione” si comprende molto meglio che in ballo ci sono persone che attendono speranzose il risarcimento per un danno sofferto, imputati innocenti che rischiano il carcere, dipendenti pubblici sotto stipendiati, detenuti che attendono condizioni migliori di vita carceraria. Per tutte queste ragioni, la cautela dev’essere massima quando si parla di “riforma della giustizia”; ed è anche per tutte queste ragioni che le riforme che questo governo intende attuare sono lontanissime dal risolvere i problemi che il sistema giudiziario italiano si trascina dietro da anni.

I tre punti cardine della riforma della giustizia sono la riforma costituzionale della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura, il disegno di legge sulle intercettazioni e quello sul cosiddetto “processo breve”.

La magistratura è politicizzata, arbitraria, ingiusta e gli organi giudicanti sono spesso in combutta con il pubblico ministero, il quale lancia accuse contro chiunque gli sia politicamente inviso. “Riequilibrare” il rapporto tra magistratura e politica ed eliminare le temute toghe rosse. Questi i motivi ufficiali che hanno spinto l’attuale maggioranza di governo a volere una riforma costituzionale. Riforma che, quindi, nasce già per motivi assurdi, dato che, anche se ogni singolo magistrato seguisse il proprio orientamento politico per emettere le proprie sentenze, il problema riguarderebbe, comunque, i parlamentari e i membri del governo, gli unici di cui è noto l’orientamento politico, ovvero una piccolissima parte della popolazione, la casta: nessun magistrato potrebbe mai conoscere le opinioni politiche delle parti in causa. Primo punto della riforma costituzionale atterrebbe alla separazione delle carriere di giudice e PM, i quali, oggi, fanno parimenti parte dell’ordine della magistratura, godendo, quindi, delle stesse garanzie di autonomia, indipendenza e imparzialità. La separazione delle carriere, quindi, vieterebbe il passaggio da PM a giudice e viceversa, garantendo, a detta dei sostenitori della riforma, parità tra accusa e difesa, la quale, attualmente, sarebbe svantaggiata dalla complicità tra l’accusa e il giudice. Questa teoria denota tutta la malizia dei sostenitori della riforma, secondo i quali la semplice amicizia personale inficia necessariamente il ruolo professionale e induce al non rispetto della relativa deontologia; anzi, proprio in funzione di tutti questi sospetti di favoreggiamenti nei confronti del PM (non si capisce bene quale beneficio ne trarrebbe, dato che l’avanzamento di carriera non è conseguente al numero di sentenze di condanna), spesso i giudici sono più rigorosi e severi nei confronti dell’accusa. Basta, comunque, osservare la realtà, che ci mostra che le assoluzioni sono in media le stesse degli altri Paesi, in cui vige un sistema di separazione delle carriere; secondo questa logica, allora, dovrebbero essere considerati tutti i rapporti di colleganza e bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici per le indagini preliminari (GIP), dei giudici di primo grado, dei giudici d’appello, dei giudici di cassazione e così via. Il dibattito è totalmente inutile: di fatti, attualmente, ai fini del passaggio di funzione, la legge prescrive già il trasferimento di regione, rigorosa condizione, studiata per evitare combutta tra i colleghi magistrati. Il punto è che, separando le carriere, si vuole svantaggiare la figura del PM, il quale verrebbe ridotto, in questo modo, a semplice avvocato d’accusa e perderebbe tutte le garanzie, di cui oggi gode, in quanto magistrato. Mi spiego. Oggi il PM, in quanto magistrato, dev’essere imparziale di fronte ai soggetti che indaga: quindi, nel momento in cui trova prove che inchiodano l’imputato, dovrà sostenere l’accusa davanti all’organo giudicante; se, invece, trova prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, dovrà chiedere l’archiviazione del processo. Insomma, deve compiere le stesse imparziali valutazioni che compie il giudice; l’unica sostanziale differenza è che quest’ultimo ha il dovere di valutare anche le prove e le testimonianze della difesa, ponendosi come terzo di fronte a questa. Con la separazione delle carriere, il PM, come già detto, diventerebbe un semplice avvocato dell’accusa: dovrebbe cioè esclusivamente sostenere una linea accusatoria, senza l’obbligo di valutare eventuali prove scagionanti e scegliendo, quindi, arbitrariamente gli elementi utili alle sue congetture. Altro che parità tra accusa e difesa: quest’ultima non avrebbe sicuramente a disposizione gli stessi mezzi e risorse della pubblica accusa e sarebbe così svantaggiata. Queste le conseguenze della separazione delle carriere. E le si possono capire, considerando che lo scopo reale di tutto questo consiste nell’evitare il controllo giudiziario sugli esponenti politici, che non si accontentano della poltrona, ma pretendono anche l’impunità. Lo dimostra bene il fatto che alla separazione delle carriere seguirebbe lo sdoppiamento del CSM; il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura, cui, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, spettano le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati: è, quindi, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da ogni interferenza esterna e soprattutto dal potere esecutivo, storico nemico dell’indipendenza della magistratura. L’intento del governo è la creazione di due CSM, uno competente per i magistrati giudicanti, del tutto simile a quello attualmente esistente e un altro competente per i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria; il problema, oltre all’inutilità di creare un ulteriore organo amministrativo e burocratico, consiste nel fatto che questo CSM sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia: siamo allo stravolgimento delle fondamenta delle attuali democrazie occidentali, in quanto l’esecutivo controllerebbe gli organi giurisdizionali, sovvertendo il principio della separazione dei poteri. A tutto questo si aggiunge altro: il progetto di revisione costituzionale vorrebbe introdurre la discrezionalità dell’azione penale, sostituendola all’obbligatorietà della stessa, sancita all’art. 112 della Costituzione; nonostante le apparenze, la ratio dell’obbligo dell’azione penale è uno strumento fondamentale per garantire l’uguaglianza tra i cittadini: il pubblico ministero, di fronte a una notizia di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al riguardo, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, dall’orientamento politico o dalla condizione sociale dell’indagato. Invece, con la discrezionalità dell’azione penale, si darebbe priorità all’indagine di certi tipi di reato rispetto ad altri; e tale discrezionalità, sempre secondo i progetti di riforma, non spetterebbe al PM, cosa già di per sé deplorevole, ma al Parlamento, il quale, per legge, stabilirebbe le priorità che la pubblica accusa dovrebbe seguire nelle indagini; non solo, quindi, violazione del principio di uguaglianza, ma anche violazione del principio della separazione dei poteri. Quindi, ad esempio, il legislatore potrebbe stabilire che, in caso di notizia di reato commesso da un parlamentare, da un membro del governo o da un qualsiasi pubblico ufficiale, l’indagine dovrebbe aspettare che il soggetto si spogli delle vesti dell’incarico che ricopre, prima di poter essere aperta. E infine tale riforma costituzionale toccherebbe, persino, la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente, ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, tale organo è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto, di diritto, dal primo presidente e dal procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri sono eletti, per due terzi, da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento. In questo modo, il CSM è effettivamente rappresentativo dei magistrati e allo stesso tempo, per la presenza di membri laici, cioè non togati, non rischia di diventare un organo corporativo ed auto-referenziale dell’ordine giudiziario. La riforma introdurrebbe un sorteggio preventivo all’elezione dei membri eletti, poi, dai magistrati, per, così si dice, stroncare il correntismo all’interno della magistratura, ritenuto la vera causa della politicizzazione della stessa. Il che risulta palesemente incostituzionale, dato che la Costituzione parla espressamente di “elezione” e quindi di pieni diritti all’elettorato attivo (poter scegliere liberamente i propri rappresentanti) e all’elettorato passivo (libertà individuale di candidarsi).

Uno stravolgimento costituzionale, volto all’annichilimento della magistratura. Lungi da me una mitizzazione giustizialista della magistratura, che costituisce anch’essa una casta comunque privilegiata della società; basti pensare a tutti gli avanzamenti di carriera dei magistrati, se pur in aspettativa, cioè sollevati dal loro incarico, in quanto candidati a una carica politica. Ma certamente ciò non giustifica la follia in atto. E comunque se il tendenziale corporativismo dell’ordine giudiziario è il prezzo da pagare per autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, allora ci si convive senza troppe riserve, dato che il magistrato è la persona che ha il potere giuridico e la legittimazione sociale di disporre delle sorti delle persone.

Ma le aspirazioni dell’attuale maggioranza di governo vanno ben oltre allo stravolgimento istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, presentato dal governo il 30 giugno 2008 e approvato alla Camera dei Deputati il 11 giugno 2009, è fermo al Senato. Il testo è stato ideato ufficialmente per porre fine all’abuso da parte delle magistratura delle intercettazioni e per evitare che la privacy dei cittadini venga continuamente violata. Anche in questo caso si tratta di menzogne o comunque di parole dettate da ignoranza. In realtà, ogni anno, vengono emessi circa 75.000 decreti per intercettare apparecchi telefonici appartenenti anche alla stessa persona: abbondando, le persone davvero intercettate sono circa 80.000. I magistrati ne calcolano, invece, 20-30.000; in ogni caso, un’esigua minoranza della popolazione. Le varie disposizioni del ddl regolamentano l’utilizzo delle intercettazioni, in modo da renderle praticamente inutili. Per prima cosa non si potrà più intercettare per reati puniti con meno di 10 anni di reclusione, salvo quelli contro la pubblica amministrazione: truffa, furto, rapina, reati economico-finanziari, reati ambientali, associazione per delinquere, sequestri di persona, sfruttamento di prostituzione, estorsione, reati ambientali sono solo alcuni dei tanti reati che, in questo modo, non potranno più essere scoperti tramite le intercettazioni. Altro punto forte del ddl sta nel fatto che le intercettazioni non potranno essere utilizzate per più di tre mesi l’anno: ai criminali servirà semplicemente aspettare il novantesimo giorno, per poi continuare a delinquere tranquillamente con la certezza di non essere più beccati, almeno non al telefono. Ma la genialità di Alfano raggiunge il suo massimo con la disposizione, per cui l’intercettazione potrà essere utilizzata solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: un non-senso, dato che l’intercettazione è lo strumento principe per ottenere un indizio di colpevolezza e nel momento in cui il PM detiene già indizi di colpevolezza, l’intercettazione gli sarà inutile. In poche parole i criminali rimarranno impuniti. E non solo: chiunque pubblicherà atti giudiziari, atti pubblici, rischia l’arresto fino a due mesi o un’ammenda fino a dieci mila euro. Il diritto a informare e ad essere informati viene così soppresso. Ma questo ddl non sfascerebbe il sistema giudiziario. Ci pensa, allora, quello sul cosiddetto “processo breve”, già approvato al Senato il 20 gennaio 2010 e ora all’esame alla Camera. La ratio di tale riforma del processo penale consiste nel garantire tempi certi della durata dei processi. Si sono stabiliti dei tetti massimi: per i reati con pena inferiore ai 10 anni, 3 anni in primo grado, 2 anni per il secondo grado e un anno e 6 mesi per la Cassazione; per i reati con pene pari o superiori ai 10 anni, 4 anni in primo grado, 2 anni in secondo grado e un anno e 6 mesi in Cassazione; per i reati di mafia e terrorismo, 5 anni per il primo grado, 3 in secondo grado e 2 anni in Cassazione. Non si capisce, però, come può far abbreviare i tempi dei processi scrivere in una legge che devono durare meno di quanto durino attualmente: non serve l’erogazione di mezzi, risorse e uomini per farli durare meno; basta semplicemente scriverlo sulla Gazzetta Ufficiale. Logico ed efficace.


Tutte queste riforme nascono per porre fine non ai problemi degli Italiani, ma ai problemi di Silvio Berlusconi. Tutti questi progetti sono miserabili tentativi di fare in modo che il premier eviti la condanna e che non si gridi allo scandalo. Solo alla luce di queste considerazioni, si comprendono appieno i motivi di tutte questi progetti, la cui oggettiva utilità potrebbe essere sostenuta solo da un pazzo: la revisione costituzionale serve a zittire la magistratura e assoggettarla alle volontà degli organi politici, ovvero Governo e Parlamento; il ddl sulle intercettazioni è stato scritto per evitare scandali sessuali, dopo le voci sulle intercettazioni piccanti tra Silvio e il suo passatempo del momento, la ministra velina, ed è stato rievocato dopo lo scandalo delle intercettazioni di Trani; il processo breve, oltre che costituire un ottimo sonnifero per l’opinione pubblica, cancella tutti i processi in corso a carico del premier e verrà utilizzato come minaccia alle opposizioni, se queste non accetteranno un lodo Alfano costituzionale. L’intera macchina statale è bloccata e asservita a Berlusconi.

Il sistema giudiziario ha ben altri problemi da affrontare: la esasperante lunghezza dei processi, la carenza di risorse e uomini, la esagerata estensione della giurisdizione penale anche per ambiti di scarsa offensività sociale, esigue garanzie di difesa per le fasce più deboli e meno abbienti della popolazione. E le risposte a tali problemi non sono neanche così complicate da trovare: riorganizzazione sistematica degli organici, adeguamento delle risorse alla domanda effettiva di giustizia, depenalizzazione di ciò che non ha più bisogno di tutela penale, rafforzamento della magistratura onoraria. Senza poi considerare un altro grandissimo problema: quello relativo al continuo e costante disinteresse per i diritti calpestati dei carcerati che, in Italia, vengono trattati come bestie, come rifiuti umani.

Inutile discutere di tutto questo, quando Berlusconi ha i suoi problemi cui pensare. Quando l’imperatore ha i suoi crucci, la priorità per tutti dev’essere parargli il culo.

Altro che riforma della giustizia. Qua c’è solo ingiustizia. È una riforma dell’ingiustizia.

P&L
Tom