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I costi della democrazia – di Tommaso Petrucci | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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I costi della democrazia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 12th, 2010


Quando la popolazione afghana potrà avere pace? Finora l’Afghanistan è stato solamente teatro di guerra e distruzione e i terribili scenari che si stanno sviluppando al suo interno sono il riflesso delle decisioni che, nei lontani palazzi di potere, vengono prese nella più totale indifferenza delle sorti della comunità afghana. Brevi cenni storici faranno capire meglio l’attuale situazione.

Nel 1978 il malcontento generale nei confronti del governo portò alla Rivoluzione d’Aprile, guidata dal Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, di stampo marxista-leninista, che trovò l’appoggio delle gerarchie militari, dei contadini e degli studenti. Ma le nuove politiche socialiste del governo rivoluzionario (redistribuzione delle proprietà agricole, statalizzazione dei servizi sociali e laicizzazione delle istituzioni), non piacevano alle autorità religiose, che iniziarono così a sostenere i mujaheddin, i combattenti della jihad.

Il supporto che l’URSS dava al governo golpista spinse Washington a intervenire, sostenendo l’opposizione islamica; dal 1979 gli Stati Uniti d’America, con Carter e soprattutto con Reagan, iniziavano la somministrazione di finanziamenti segreti, coordinati dalla CIA, per operazioni di reclutamento e addestramento dei mujaheddin, in nome dell’anticomunismo: in realtà, agli USA la liberazione afghana interessava ben poco e lo scopo principale era riaffermare la propria forza, dopo la sconfitta in Vietnam, e crearsi un nuovo alleato. Gli attacchi islamici, così, ebbero inizio. Per sua risposta, tra la fine del 1979 e l’inizio 1980, l’Armata Rossa occupò l’Afghanistan. Iniziava così la lunga occupazione sovietica che durò fino al 1989 e che procurò, tra soldati e civili, circa 1.500.000 morti.

Con la fine della Guerra Fredda, l’Afghanistan uscì dalla morsa USA-URSS, ma il Paese era ben lontano dalla stabilità e dalla pace. Nel 1992 nacque la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ma le varie fazioni dei mujaheddin (divisi tra uzbeki, tagiki, hazari e pashtun) non seppero mantenersi uniti e ciò aprì la strada per l’ascesa al potere della fazione fondamentalista dei talebani, il cui regime iniziò nel 1996, all’insegna di una rigorosa applicazione della Sharia e con l’appoggio di Al-Qaeda, l’organizzazione islamica integralista capeggiata da Osama bin Laden.

Dopo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle, l’allora Presidente Bush, forte di un enorme consenso popolare, decise di “esportare la democrazia”, invadendo nel 2001 l’Afghanistan, per rovesciare il regime talebano ed eliminare Al-Qaeda. L’offensiva iniziale fu tale che effettivamente i talebani furono rovesciati. Ma la strategia militare non fu costante ed efficace: non appena Bush pensò di avere la vittoria in pugno in Afghanistan, trasferì, per avviare la guerra del Golfo del 2003, un numero ingente di uomini in Iraq, altro Paese bisognoso di democrazia, cioè ricco di petrolio, in cui il guerrafondaio texano intendeva mettere le mani. Il risultato fu che i talebani riconquistarono il controllo del territorio.

La guerra in Afghanistan dura da nove anni. Nove anni in cui, in nome della democrazia, sono state ammazzate oltre 43000 persone, di cui circa 75000 soldati e poliziotti, 25000 combattenti talebani e ben 11000 donne, bambini e uomini afghani. Chissà se qualcuno si è mai degnato di chiedersi cosa vogliono gli Afghani, che nel giro di 30 anni hanno subito l’invasione sovietica, la guerra civile tra le fazioni islamiche e l’invasione statunitense. Un popolo martoriato, umiliato e preso in giro: il 90% degli Afghani è senza acqua potabile; le uniche infrastrutture esistenti sono state costruite per le azioni di guerra; delle scuole neanche l’ombra. A considerare gli scopi di questa guerra dal punto di vista occidentale, inoltre, il fallimento dell’operazione è ancora più evidente: gli autori dell’attentato dell’11 settembre sono ancora liberi; i talebani, oggi, sono molto più forti politicamente; spendiamo circa un milione e mezzo di euro al giorno per spese belliche e ne sono stati spesi 40, fino ad oggi, per la ricostruzione; le donne continuano ad indossare il burka; si calcola che un’opera di bonifica dalle mine e dagli ordigni inesplosi (ne sono stati rinvenuti circa 3 milioni finora) può essere portata a termine in 4000 anni. Questi i costi della democrazia, una democrazia malata che ha partorito due elezioni farsa: in quella del 2009, lo sfidante di Hamid Karzai, Abdullah Abdullah, si è ritirato dalla competizione in segno di denuncia degli elevati ed evidenti brogli; addirittura, nella provincia dell’Helmand, a fronte di cinquecento iscritti al voto, sono state registrate trentacinquemila schede elettorali. Il presidente uscente, poi riconfermato, non ha sicuramente mosso un dito per evitare tali irregolarità, come, d’altronde, non ha mosso un dito, negli ultimi cinque anni, per risollevare le sorti del Paese; del resto, non molto ci si può aspettare da un governo espressione di un sistema corrotto che, pur di ottenere il voto dei fondamentalisti sciiti, ha reso legale lo stupro in famiglia, con un provvedimento apparso sulla Gazzetta Ufficiale il 27 luglio 2009.

Un aspetto positivo, comunque, c’è: l’imperialismo militarista degli Stati Uniti d’America sta fallendo e non è più pensabile che uno Stato occidentale possa affermarsi come potenza mondiale attraverso l’occupazione militare; questo modello, d’altronde, ha dimostrato più volte le sue inevitabili contraddizioni: se durante la Guerra Fredda, in nome dell’anticomunismo, gli USA appoggiavano gli estremisti islamici per sconfiggere l’URSS, oggi, in nome della democrazia, gli estremisti islamici sono diventati il nemico da eliminare; propagandando e ideologizzando valori che, in un determinato periodo storico, hanno più presa nelle coscienze degli americani, gli USA invadono, occupano e uccidono, per avere il controllo dell’economia e della politica internazionale. Ma la guerra, per sua natura, porta morte e distruzione e non pace e democrazia. La violenza chiama altrettanta violenza. Questo non sembra averlo capito l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, nonché premio nobel per la pace, il quale ha inviato 30000 truppe nello scorso dicembre con la promessa che entro luglio del 2011 Al-Qaeda e i talebani saranno sconfitti e che, quindi, entro quella data si procederà al ritirò delle truppe. Promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che i talebani controllano i tre quarti del territorio e circondano Kabul. Il generale MacChrystal sa bene che le truppe a sua disposizione non sono sufficienti per la stabilizzazione dell’intero Paese: la nuova strategia consiste, in sostanza, nel far sembrare all’opinione pubblica americana di aver raggiunto dei risultati in Afghanistan, prima del ritiro, per mantenere alto il consenso interno. Così, Obama attacca, compra il consenso dei talebani e poi scappa: è ben cosciente che d’ora in poi l’imperialismo si svolgerà sul piano economico.

Bisogna poi considerare che la situazione è molto più complicata di quanto descritto: in Afghanistan sono presenti anche tutte le principali potenze mondiali non occidentali, dalla Cina, all’India, dal Pakistan, all’Iran, le quali combattono, per la detenzione del controllo geopolitico dell’Afghanistan: l’India sta cercando di collegare l’Afghanistan ai porti iraniani sull’Oceano Indiano e verso l’area di influenza russa, a discapito del Pakistan, che invece sta tentando di creare un corridoio logistico verso i propri porti, in cui la Cina ha molto investito. E la Cina, storica amica del Pakistan e concorrente dell’invisa India, vuole proteggere non solo tali interessi economici, ma anche interessi di tipo strategico: teme infatti che i ribelli musulmani nel Xinjiang possano costruire un’alleanza con i guerriglieri islamici afghani. È complicato capire davvero quali e quanti interessi sono in gioco in territorio afghano. L’unica cosa certa è che nascondere tutto questo dietro la difesa della democrazia è subdolo, meschino e vile.

Per rimanere coi piedi per terra, senza perdersi tra le logiche spietate che muovono pochi uomini a decidere della vita di migliaia di altri, non resta che citare Ghandi: “Che differenza può esserci per un morto, per un orfano, per chi rimane senza una casa, se la guerra è fatta in nome di un totalitarismo o nel nome della democrazia e della libertà?”

P&L
Tom

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