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WEB 2.0 e Rivoluzione Digitale – di Francesco Dal Moro | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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WEB 2.0 e Rivoluzione Digitale – di Francesco Dal Moro

Posted By Tom on aprile 15th, 2010

Nel XVIII secolo un grande evento ebbe luogo, e segnò la storia dell’umanità.
La rivoluzione industriale cambiò il metodo di lavorare, di produrre, di vivere. Oggi, nel XXI secolo, un evento di pari caratura è in essere. Parlo della rivoluzione digitale in atto, che sta radicalmente mutando il modo di lavorare, di produrre, di raccogliere dati e informazioni, di osservare il mondo, di vigilare, appunto di vivere. Non ci soffermeremo tanto su questo argomento, ma piuttosto svolgeremo l’analisi intorno a uno dei suoi principali fautori: il web 2.0.

Preme innanzitutto spiegare cosa il web 2.0 sia, e perchè lo considero, ed è generalmente considerato, un fondamentale protagonista di questa svolta digitale.
Si tende ad indicare come web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente. Il WWW diventa sempre più simile alla vita reale, cosicchè, per fare un esempio, l’utente interessato a un brano musicale non deve più recarsi nei negozi di dischi, magari lontani da casa, ma soddisfa le sue esigenze con pochi click, il che non muta certo solamente le comodità del singolo utente, ma anche un’intera catena di produzione e distribuzione quale quella discografica. L’autore pubblica direttamente sul web le sue opere, senza affidarsi al miliardario business della musica, ferendolo al cuore. Se da un lato, nomi illustri quali Madonna, Prince, Radiohead si sono serviti con beneficio di questa rivoluzionante possibilità, dall’altro autori emergenti, cantanti indipendenti da case discografiche, e giovani band hanno modo di pubblicare la loro musica, di condividerla con il mondo. Questo lungo esempio è una piccola goccia nell’oceano dei motivi per cui è lecito indicare nel web 2.0 il protagonista assoluto della rivoluzione digitale.
Cambia il modo di distribuire i prodotti, quindi di procurarseli. Il produttore diventa consumatore, e viceversa, fino a diventare un tutt’uno. Il termine “Prosumer” (Producer + Consumer) indica proprio un utente che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assume un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione, consumo. Si pensi ad esempio allo studente che pubblica la relazione dei “Promessi sposi” e scarica quella de “I Fiori del male”, o all’utente di E-Bay che acquista un prodotto e ne mette all’asta un altro.
I social network, che oramai spopolano la Rete, sostituiscono gradualmente le piazze come luogo di incontro e vita, appunto, sociale.
Un nodo molto importante relativo al nuovo web concerne l’informazione. L’egemonia fin qui esercitata dai media tradizionali sulle informazioni viene ora meno; ognuno, potenzialmente, è un informatore. Blog, forum, myspace, i menzionati social network, -e chi più ne ha più ne metta- si affiancano a giornali di partito o di grandi multinazionali, a televisioni di politici o a reti pubbliche il cui Consiglio di Amministrazione è completamente asservito al potente di passaggio.


Come possiamo notare le nostre vite vengono profondamente segnate dal web 2.0, e quindi dalla rivoluzione digitale in corso. Ma come reagisce la politica mondiale? Sarà spinta da lobby di grandi multinazionali ferite al cuore o dal desiderio del progresso?
La risposta, ancora una volta, è amara. Convenzioni internazionali ed europee tutelano gli interessi di pochi a scapito di molti, in una politica dominata dagli affari. Piccoli, ma significativi e incoraggianti passi vengono tuttavia periodicamente compiuti dalle nostre autorità. Noi, però, scegliamo di partire ovviamente dalla notizia cattiva, lasciandoci quella buona per dessert.
Consideriamo dunque due snodi fondamentali nel rapporto utente-business-politica, la pirateria e l’ informazione.

Abbiamo analizzato sopra come il web 2.0 stia rivoluzionando la distribuzione di opere multimediali come film e musica. Le grandi case cinematografiche e discografiche, in risposta, dopo un iniziale muso duro verso il web, hanno cominciato a servirsene mettendo a disposizione degli utenti in cataloghi in online le proprie “opere dell’ingegno”, rigorosamente protette da Copyright, e dunque a pagamento. Ma in una rete abilitata allo scambio P2P (Peer to Peer, ovvero fonte a fonte, utente scambia file scaricati con altri utenti, da e riceve, incarnando l’immagine del Prosumer), un file scaricato, anche legalmente a pagamento, su un Pc, è potenzialmente a disposizione di tutti gli altri Pc, grazie a protocolli come i torrent e i relativi software di condivisione file quali mTorrent, Gnutella, Emule etc. Inoltre è possibile reperire film gratuitamente su server quali Megavideo, o ascoltare canzoni su youtube. Queste possibilità di reperire opere dell’ingegno gratuitamente e senza grossi rischi incentivano l’utente a servirsene, con sommo dispiacere delle aziende che, per decenni, su quelle opere ci hanno lucrato e non poco. Le citate forme di condivisione gratuita sono inevitabilmente combattute dai governi mondiali, sensibili alle problematiche delle grandi imprese e soprattutto ai loro soldi. Eccole dunque raggruppate nel calderone della pirateria, e punite con pene variabili di paese in paese. In Italia qualsivoglia forma di condivisione “pirata” è considerata reato penale. Da salate multe al carcere la pena. È tuttavia impossibile risalire all’identità di ogni potenziale pirata, in quanto, ammettiamolo, lo siamo un po’ tutti. Ecco dunque che si cerca di colpire l’ISP, il Provider, responsabilizzandolo dei contenuti pubblicati e condivisi dai suoi utenti. Sottolineo l’espressione si cerca, perchè momentaneamente la normativa europea (alla quale l’Italia deve necessariamente sottostare) non considera l’ISP responsabile dei suoi contenuti, e non lo costringe dunque a vigilare sui suoi utenti (Si pensi a msn che controlla i file scambiati su messenger, youtube che censura preventivamente i video dei suoi utenti, blogspot o altervista che cancellino i contenuti dei blog che ospitano ecc…). Tuttavia diversi tentativi vengono fatti in questa direzione, in Italia, ad esempio, La FIMI (Federazione Italiana dell‘Industria Musicale) nel 2006 chiese al Governo italiano di farsi promotore di una revisione delle normative europee, che regolano le responsabilità dei service provider in materia di contenuti illeciti. Quattro anno più tardi ecco il recente decreto Romani (febbraio 2010) che mirava proprio a responabilizzare i Provider dei loro contenuti, sebbene in contrasto con le disposizioni comunitarie. Il decreto è stato fortunatamente emendato fino al punto da adeguarsi a quanto la normativa europea effettivamente stabilisce.
Durante lo scorso autunno il governo francese, invece, ha promulgato una legge che prevede il taglio della connessione internet a chi viene sorpreso due volte in un’attività pirata.
In Spagna è in cantiere una riforma che mira ad oscurare in quattro giorni tutti i siti internet potenzialmente lesivi al diritto d’autore.
Oltreoceano, negli USA, il nemico principale degli ISP è la scarsa privacy posta a tutela dei suoi utenti, il che ha portato spesso i fornitori di servizi a dover comunicare i dati personali dei suoi utenti ad agenzie governative per conto delle case produttrici delle opere “piratate”, o a fare le valige e trasferirsi in Europa come fece SpyTorrent. Da tutto ciò si evince quanto la politica sia certamente in sintonia più con lobby e interessi degli “squali” di turno che con il passo dei tempi.
Non solo del male arriva però dalla politica (talvolta), e ogni tanto si sentono proposte molto innovative. L’ultima pochi giorni fa in un’intervista di Maroni, in cui propone la pubblicazione gratuita delle opere dell’ingegno su un sito nazionale ricco di sponsor e banner che paghino i diritti. Ricordiamo che google ha fatto i miliardi in questa maniera, senza chiedere un centesimo ai suoi innumerevoli utenti. Per quanto mi suona strano dirlo, complimenti a Maroni, una volta tanto proiettato nel 2010.

L’altro snodo di cui si è accennato prima riguarda l’informazione, intesa come la possibilità di reperire e pubblicare informazioni di ogni sorta e di comunicare con altri internauti in qualsiasi parte del mondo.
Rispetto al caso della pirateria, in questo ci sono meno interessi economici, ma molti politici.
Si pensi a quei regimi le cui malefatte vengono celate grazie al controllo dei media, come accaduto nella Germania nazista, o nella Russia Stanlinista; al giorno d’oggi incontrerebbero molte più difficoltà a scongiurare una fuga di notizie.
Questo non significa certo che la censura nel web non esista.
- Per fare qualche esempio, A Cuba le mail sono filtrate attraverso parole chiave, in Iran sono oscurati i siti stranieri, in Tunisia vengono effettuati blocchi e rallentamenti nelle connessioni degli oppositori politici, in Siria i social network non sono accessibili, in Zimbabwe gli utenti sono spiati per legge, in Uzbekistan l’accesso online è riservato ai soli stranieri e, last but not least, in Cina i contenuti sono filtrati e molti blogger vengono quotidianamente arrestati-.
La censura e il controllo, non esistono solo nei paesi totalitari, ma anche nel democratico Occidente.
Si pensi alla direttiva europea 24/2006, prevede la raccolta e la conservazione da parte dei provider di tutte le conversazioni che hanno luogo sulle loro reti, cosicchè siano consultabili dalle autorità per motivi di sicurezza.
Guardando più da vicino in casa nostra, sull’Italia ci sarebbe molto da dire. Tralasciando i vari oscuramenti di gruppi facebook di cattivo gusto, o di link o interi siti potenzialmente lesivi al diritto d’autore, la questione verte principalmente attorno alla responsabilità del libero informatore. La legge 62/2001, approvata da tutte le forze politiche che allora (e ohibò tutt’oggi) popolavano il Parlamento inserisce i siti internet finalizzati all’informazione nell’elenco delle testate editoriali, sottoponendole quindi alle disposizioni censorie tipiche della stampa e della televisione, e alle responsabilità sui propri contenuti. Tuttavia non si specifica (d’altronde era il 2001) se la disposizione riguardi solo le versioni online delle testate giornalistiche o anche blog, myspace, pagine di facebook ecc. Spetta dunque all’interpretazione del giudice chiamato in causa determinare la responsabilità dell’utente che abbia, anche solo tra qualche commento anonimo sul suo blog, qualche frase lesiva nei confronti di qualcuno. E purtroppo è accaduto che un blogger sia stato condannato proprio per questi motivi, come ad esempio in Val d’Aosta nel 2006.
Più volte si sono inoltre sentite proposte politche bipartisan riguardanti l’oscuramento di siti e blog giudicabili come istigatori di reati. L’arbitrarietà di tale giudizio fornisce un potente strumento censorio alla classe politica.
Questi, e svariati altri, sono problemi attuali nel settore dell’informazione e delle comunicazioni, comuni a tutti quei paesi rivoluzionati dal Web.

Come emerge da questa analisi, la classe politica mondiale, stagionata e interessata più a girandole di potere e soldi, spesso non si fa trovare pronta davanti ai cambiamenti della rivoluzione digitale, dimostrandosi non al passo dell’evoluzione, e lasciando grosse lacune nei sistemi giuridici.
A mio avviso, solo un ricambio generazionale, tra le poltrone su cui si decidono le sorti dell’umanità, consentirà il superamento di questi, e molti altri, problemi.
WOOLFTAIL

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