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La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 24th, 2010


Giustizia. Una parola che racchiude in sé una miriade di significati e accezioni. Una parola che nella storia dell’uomo ha suscitato dibattiti e discussioni e che sempre ne susciterà. Cosa è giusto? Chi lo decide? “Giustizia” è un concetto assoluto? O relativo? La giustizia è naturale? Divina? O umana? L’unica certezza risiede nel fatto che questi quesiti sono nati in base a un’esigenza umana, quella della pacifica convivenza sociale. Ed è proprio in virtù di questo bisogno che dalla rivoluzione illuministica e borghese sorge, per la prima volta nella storia, il concetto che sia l’uomo stesso a determinare cosa sia giusto o meno, per mezzo dei propri rappresentanti democraticamente eletti. Fuori, allora, la divinità, la natura o qualsiasi entità trascendente che detti la retta via da seguire. La giustizia passa ora per il diritto, inteso come legge formale, cioè come prodotto della volontà popolare, il diritto torna ad essere “ars boni et aequi”, il diritto è prodotto dello stato: costituzione, leggi e decreti ministeriali diventano così i provvedimenti legittimati a definire la giustizia.

Non si può, allora, non considerare che, oggi, il termine “giustizia” è altamente abusato: se si parla di giustizia istituzionale, bisogna riferirsi alla magistratura, deputata a far rispettare la legge, e al Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dell’ordine giudiziario; il diritto processuale definisce le modalità di svolgimento del processo, strumento necessario al conseguimento di una sentenza, il provvedimento principe per l’applicazione della legge; e infine vi è l’aspetto organizzativo delle sedi giudiziarie, dai tribunali, alle cancellerie, dalle carceri, alle procure. Più propriamente allora bisogna discutere di amministrazione della giustizia, o meglio, amministrazione degli organi istituzionali, degli strumenti processuali e delle sedi giudiziarie, volti al rispetto della legge. E non è solamente una questione terminologica, non si tratta semplicemente di separare i concetti filosofici di giustizia dai tentativi umani di raggiungere un’equa e pacifica convivenza sociale; c’è, invece, molto di più: parlando di “amministrazione” si comprende molto meglio che in ballo ci sono persone che attendono speranzose il risarcimento per un danno sofferto, imputati innocenti che rischiano il carcere, dipendenti pubblici sotto stipendiati, detenuti che attendono condizioni migliori di vita carceraria. Per tutte queste ragioni, la cautela dev’essere massima quando si parla di “riforma della giustizia”; ed è anche per tutte queste ragioni che le riforme che questo governo intende attuare sono lontanissime dal risolvere i problemi che il sistema giudiziario italiano si trascina dietro da anni.

I tre punti cardine della riforma della giustizia sono la riforma costituzionale della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura, il disegno di legge sulle intercettazioni e quello sul cosiddetto “processo breve”.

La magistratura è politicizzata, arbitraria, ingiusta e gli organi giudicanti sono spesso in combutta con il pubblico ministero, il quale lancia accuse contro chiunque gli sia politicamente inviso. “Riequilibrare” il rapporto tra magistratura e politica ed eliminare le temute toghe rosse. Questi i motivi ufficiali che hanno spinto l’attuale maggioranza di governo a volere una riforma costituzionale. Riforma che, quindi, nasce già per motivi assurdi, dato che, anche se ogni singolo magistrato seguisse il proprio orientamento politico per emettere le proprie sentenze, il problema riguarderebbe, comunque, i parlamentari e i membri del governo, gli unici di cui è noto l’orientamento politico, ovvero una piccolissima parte della popolazione, la casta: nessun magistrato potrebbe mai conoscere le opinioni politiche delle parti in causa. Primo punto della riforma costituzionale atterrebbe alla separazione delle carriere di giudice e PM, i quali, oggi, fanno parimenti parte dell’ordine della magistratura, godendo, quindi, delle stesse garanzie di autonomia, indipendenza e imparzialità. La separazione delle carriere, quindi, vieterebbe il passaggio da PM a giudice e viceversa, garantendo, a detta dei sostenitori della riforma, parità tra accusa e difesa, la quale, attualmente, sarebbe svantaggiata dalla complicità tra l’accusa e il giudice. Questa teoria denota tutta la malizia dei sostenitori della riforma, secondo i quali la semplice amicizia personale inficia necessariamente il ruolo professionale e induce al non rispetto della relativa deontologia; anzi, proprio in funzione di tutti questi sospetti di favoreggiamenti nei confronti del PM (non si capisce bene quale beneficio ne trarrebbe, dato che l’avanzamento di carriera non è conseguente al numero di sentenze di condanna), spesso i giudici sono più rigorosi e severi nei confronti dell’accusa. Basta, comunque, osservare la realtà, che ci mostra che le assoluzioni sono in media le stesse degli altri Paesi, in cui vige un sistema di separazione delle carriere; secondo questa logica, allora, dovrebbero essere considerati tutti i rapporti di colleganza e bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici per le indagini preliminari (GIP), dei giudici di primo grado, dei giudici d’appello, dei giudici di cassazione e così via. Il dibattito è totalmente inutile: di fatti, attualmente, ai fini del passaggio di funzione, la legge prescrive già il trasferimento di regione, rigorosa condizione, studiata per evitare combutta tra i colleghi magistrati. Il punto è che, separando le carriere, si vuole svantaggiare la figura del PM, il quale verrebbe ridotto, in questo modo, a semplice avvocato d’accusa e perderebbe tutte le garanzie, di cui oggi gode, in quanto magistrato. Mi spiego. Oggi il PM, in quanto magistrato, dev’essere imparziale di fronte ai soggetti che indaga: quindi, nel momento in cui trova prove che inchiodano l’imputato, dovrà sostenere l’accusa davanti all’organo giudicante; se, invece, trova prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, dovrà chiedere l’archiviazione del processo. Insomma, deve compiere le stesse imparziali valutazioni che compie il giudice; l’unica sostanziale differenza è che quest’ultimo ha il dovere di valutare anche le prove e le testimonianze della difesa, ponendosi come terzo di fronte a questa. Con la separazione delle carriere, il PM, come già detto, diventerebbe un semplice avvocato dell’accusa: dovrebbe cioè esclusivamente sostenere una linea accusatoria, senza l’obbligo di valutare eventuali prove scagionanti e scegliendo, quindi, arbitrariamente gli elementi utili alle sue congetture. Altro che parità tra accusa e difesa: quest’ultima non avrebbe sicuramente a disposizione gli stessi mezzi e risorse della pubblica accusa e sarebbe così svantaggiata. Queste le conseguenze della separazione delle carriere. E le si possono capire, considerando che lo scopo reale di tutto questo consiste nell’evitare il controllo giudiziario sugli esponenti politici, che non si accontentano della poltrona, ma pretendono anche l’impunità. Lo dimostra bene il fatto che alla separazione delle carriere seguirebbe lo sdoppiamento del CSM; il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura, cui, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, spettano le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati: è, quindi, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da ogni interferenza esterna e soprattutto dal potere esecutivo, storico nemico dell’indipendenza della magistratura. L’intento del governo è la creazione di due CSM, uno competente per i magistrati giudicanti, del tutto simile a quello attualmente esistente e un altro competente per i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria; il problema, oltre all’inutilità di creare un ulteriore organo amministrativo e burocratico, consiste nel fatto che questo CSM sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia: siamo allo stravolgimento delle fondamenta delle attuali democrazie occidentali, in quanto l’esecutivo controllerebbe gli organi giurisdizionali, sovvertendo il principio della separazione dei poteri. A tutto questo si aggiunge altro: il progetto di revisione costituzionale vorrebbe introdurre la discrezionalità dell’azione penale, sostituendola all’obbligatorietà della stessa, sancita all’art. 112 della Costituzione; nonostante le apparenze, la ratio dell’obbligo dell’azione penale è uno strumento fondamentale per garantire l’uguaglianza tra i cittadini: il pubblico ministero, di fronte a una notizia di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al riguardo, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, dall’orientamento politico o dalla condizione sociale dell’indagato. Invece, con la discrezionalità dell’azione penale, si darebbe priorità all’indagine di certi tipi di reato rispetto ad altri; e tale discrezionalità, sempre secondo i progetti di riforma, non spetterebbe al PM, cosa già di per sé deplorevole, ma al Parlamento, il quale, per legge, stabilirebbe le priorità che la pubblica accusa dovrebbe seguire nelle indagini; non solo, quindi, violazione del principio di uguaglianza, ma anche violazione del principio della separazione dei poteri. Quindi, ad esempio, il legislatore potrebbe stabilire che, in caso di notizia di reato commesso da un parlamentare, da un membro del governo o da un qualsiasi pubblico ufficiale, l’indagine dovrebbe aspettare che il soggetto si spogli delle vesti dell’incarico che ricopre, prima di poter essere aperta. E infine tale riforma costituzionale toccherebbe, persino, la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente, ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, tale organo è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto, di diritto, dal primo presidente e dal procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri sono eletti, per due terzi, da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento. In questo modo, il CSM è effettivamente rappresentativo dei magistrati e allo stesso tempo, per la presenza di membri laici, cioè non togati, non rischia di diventare un organo corporativo ed auto-referenziale dell’ordine giudiziario. La riforma introdurrebbe un sorteggio preventivo all’elezione dei membri eletti, poi, dai magistrati, per, così si dice, stroncare il correntismo all’interno della magistratura, ritenuto la vera causa della politicizzazione della stessa. Il che risulta palesemente incostituzionale, dato che la Costituzione parla espressamente di “elezione” e quindi di pieni diritti all’elettorato attivo (poter scegliere liberamente i propri rappresentanti) e all’elettorato passivo (libertà individuale di candidarsi).

Uno stravolgimento costituzionale, volto all’annichilimento della magistratura. Lungi da me una mitizzazione giustizialista della magistratura, che costituisce anch’essa una casta comunque privilegiata della società; basti pensare a tutti gli avanzamenti di carriera dei magistrati, se pur in aspettativa, cioè sollevati dal loro incarico, in quanto candidati a una carica politica. Ma certamente ciò non giustifica la follia in atto. E comunque se il tendenziale corporativismo dell’ordine giudiziario è il prezzo da pagare per autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, allora ci si convive senza troppe riserve, dato che il magistrato è la persona che ha il potere giuridico e la legittimazione sociale di disporre delle sorti delle persone.

Ma le aspirazioni dell’attuale maggioranza di governo vanno ben oltre allo stravolgimento istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, presentato dal governo il 30 giugno 2008 e approvato alla Camera dei Deputati il 11 giugno 2009, è fermo al Senato. Il testo è stato ideato ufficialmente per porre fine all’abuso da parte delle magistratura delle intercettazioni e per evitare che la privacy dei cittadini venga continuamente violata. Anche in questo caso si tratta di menzogne o comunque di parole dettate da ignoranza. In realtà, ogni anno, vengono emessi circa 75.000 decreti per intercettare apparecchi telefonici appartenenti anche alla stessa persona: abbondando, le persone davvero intercettate sono circa 80.000. I magistrati ne calcolano, invece, 20-30.000; in ogni caso, un’esigua minoranza della popolazione. Le varie disposizioni del ddl regolamentano l’utilizzo delle intercettazioni, in modo da renderle praticamente inutili. Per prima cosa non si potrà più intercettare per reati puniti con meno di 10 anni di reclusione, salvo quelli contro la pubblica amministrazione: truffa, furto, rapina, reati economico-finanziari, reati ambientali, associazione per delinquere, sequestri di persona, sfruttamento di prostituzione, estorsione, reati ambientali sono solo alcuni dei tanti reati che, in questo modo, non potranno più essere scoperti tramite le intercettazioni. Altro punto forte del ddl sta nel fatto che le intercettazioni non potranno essere utilizzate per più di tre mesi l’anno: ai criminali servirà semplicemente aspettare il novantesimo giorno, per poi continuare a delinquere tranquillamente con la certezza di non essere più beccati, almeno non al telefono. Ma la genialità di Alfano raggiunge il suo massimo con la disposizione, per cui l’intercettazione potrà essere utilizzata solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: un non-senso, dato che l’intercettazione è lo strumento principe per ottenere un indizio di colpevolezza e nel momento in cui il PM detiene già indizi di colpevolezza, l’intercettazione gli sarà inutile. In poche parole i criminali rimarranno impuniti. E non solo: chiunque pubblicherà atti giudiziari, atti pubblici, rischia l’arresto fino a due mesi o un’ammenda fino a dieci mila euro. Il diritto a informare e ad essere informati viene così soppresso. Ma questo ddl non sfascerebbe il sistema giudiziario. Ci pensa, allora, quello sul cosiddetto “processo breve”, già approvato al Senato il 20 gennaio 2010 e ora all’esame alla Camera. La ratio di tale riforma del processo penale consiste nel garantire tempi certi della durata dei processi. Si sono stabiliti dei tetti massimi: per i reati con pena inferiore ai 10 anni, 3 anni in primo grado, 2 anni per il secondo grado e un anno e 6 mesi per la Cassazione; per i reati con pene pari o superiori ai 10 anni, 4 anni in primo grado, 2 anni in secondo grado e un anno e 6 mesi in Cassazione; per i reati di mafia e terrorismo, 5 anni per il primo grado, 3 in secondo grado e 2 anni in Cassazione. Non si capisce, però, come può far abbreviare i tempi dei processi scrivere in una legge che devono durare meno di quanto durino attualmente: non serve l’erogazione di mezzi, risorse e uomini per farli durare meno; basta semplicemente scriverlo sulla Gazzetta Ufficiale. Logico ed efficace.


Tutte queste riforme nascono per porre fine non ai problemi degli Italiani, ma ai problemi di Silvio Berlusconi. Tutti questi progetti sono miserabili tentativi di fare in modo che il premier eviti la condanna e che non si gridi allo scandalo. Solo alla luce di queste considerazioni, si comprendono appieno i motivi di tutte questi progetti, la cui oggettiva utilità potrebbe essere sostenuta solo da un pazzo: la revisione costituzionale serve a zittire la magistratura e assoggettarla alle volontà degli organi politici, ovvero Governo e Parlamento; il ddl sulle intercettazioni è stato scritto per evitare scandali sessuali, dopo le voci sulle intercettazioni piccanti tra Silvio e il suo passatempo del momento, la ministra velina, ed è stato rievocato dopo lo scandalo delle intercettazioni di Trani; il processo breve, oltre che costituire un ottimo sonnifero per l’opinione pubblica, cancella tutti i processi in corso a carico del premier e verrà utilizzato come minaccia alle opposizioni, se queste non accetteranno un lodo Alfano costituzionale. L’intera macchina statale è bloccata e asservita a Berlusconi.

Il sistema giudiziario ha ben altri problemi da affrontare: la esasperante lunghezza dei processi, la carenza di risorse e uomini, la esagerata estensione della giurisdizione penale anche per ambiti di scarsa offensività sociale, esigue garanzie di difesa per le fasce più deboli e meno abbienti della popolazione. E le risposte a tali problemi non sono neanche così complicate da trovare: riorganizzazione sistematica degli organici, adeguamento delle risorse alla domanda effettiva di giustizia, depenalizzazione di ciò che non ha più bisogno di tutela penale, rafforzamento della magistratura onoraria. Senza poi considerare un altro grandissimo problema: quello relativo al continuo e costante disinteresse per i diritti calpestati dei carcerati che, in Italia, vengono trattati come bestie, come rifiuti umani.

Inutile discutere di tutto questo, quando Berlusconi ha i suoi problemi cui pensare. Quando l’imperatore ha i suoi crucci, la priorità per tutti dev’essere parargli il culo.

Altro che riforma della giustizia. Qua c’è solo ingiustizia. È una riforma dell’ingiustizia.

P&L
Tom

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