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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Archive for aprile 30th, 2010

HERE COMES THE SUN…OPPURE NO? – di Federica Berra

Posted By grim on aprile 30th, 2010

EARTH DAY

Qualche giorno fa sulle pagine di tutti i quotidiani abbiamo letto, ovviamente con molto piacere, dei festeggiamenti in onore del 40esimo “compleanno” dell’Earth Day, l’iniziativa lanciata il 22 aprile 1970 dal discorso pronunciato dal senatore del Wisconsin Gaylord Nelson, che esortava i cittadini americani ad agire in nome della protezione della Terra e ad aderire a quella che fu la prima storica manifestazione (organizzata da Denis Hayes, primo coordinatore dell’evento) in difesa dell’ambiente.

Ed eccoci nel 2010: centinaia di paesi aderenti, migliaia le eco-iniziative, “il contatore – si legge in tutti gli articoli che parlano di quest’evento – ha già superato i 31 milioni e 460mila azioni ‘verdi’”. Da New York a Pechino, da San Paolo a Roma, tutti uniti nella difesa della nostra Madre Terra, tutti legati da una medesima volontà di salvaguardia del pianeta. Improvvisamente ci ricordiamo che la Terra su cui stiamo vivendo è lo stesso pianeta che lasceremo in eredità ai nostri figli, e che forse sarebbe il caso che al momento del cambio di testimone essi non debbano trovarsi in mano un mucchio di ceneri sgretolanti.

Se questo articolo finisse a questo punto, potremmo lasciare il computer con un sorriso e un rinnovato ottimismo nei confronti della popolazione degli uomini: siamo dei birichini, ma con in fondo un cuore d’oro.

Però, purtroppo, questo articolo non finisce qui.

Siamo tutti d’accordo che l’Earth Day è un’iniziativa apprezzabile e lodevole e che è importante rinnovare l’attenzione nei confronti dell’ambiente e sensibilizzare le popolazioni nei confronti di temi come la biodiversità, la green economy, le risorse energetiche rinnovabili e via dicendo.

Questo però, non vuol dire mettersi i paraocchi e far finta di essere tutti dei bravi ecologisti.

Facciamo ad esempio, un emblematico zoom sul paese dei santi, dei poeti e dei navigatori. Anche l’Italia infatti, ha deciso di festeggiare la Terra e l’ambiente, e innumerevoli sono state le iniziative promosse in onore di questa ricorrenza. Sembreremmo quasi un paese che ha cura per il futuro del pianeta. Finchè la Terra e la sua salute sono alla ribalta a livello internazionale parrebbe proprio così.

Peccato che tornando indietro di soltanto qualche settimana, troviamo interessanti notizie nelle pagine “Ambiente” dei siti internet di numerosi quotidiani on-line (in una pagina interna per l’appunto, e non in prima pagina) che contraddicono un bel po’ questo festoso clima di ambientalismo.

LA GREEN ECONOMY

Prima fra tutte, una news che è passata abbastanza inosservata. Il 14 aprile 2010 è passata al Senato italiano una mozione anti-Green Economy. Che cos’è questa Green Economy?

L’“economia verde” (o economia ecologica) è un tipo di analisi econometrica (ovvero un’analisi statistica che si occupa dell’analisi di fenomeni economici e della verifica empirica di modelli formulati in ambito teorico)che prende in considerazione i benefici economici (aumento del PIL) e i danni ambientali prodotti dall’estrazione delle materie prime, dal loro trasporto e trasformazione in energia, dalla loro manifattura in prodotti finiti e dal loro smaltimento definitivo.

Abbiamo ovviamente bisogno di un tipo d’industria che utilizza le risorse del pianeta, ma molto spesso, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, e i successivi disastri ambientali, diminuiscono il PIL stesso, perché riducono i rendimenti relativi ad agricoltura, pesca e ambiente, quindi turismo. La Green Economy propone dunque una serie di misure economiche, legislative, tecnologiche ed educative che possano contribuire a ridurre il consumo di energia e di risorse naturali, diminuire la dipendenza dall’estero, e contribuire ad un maggior benessere dell’ambiente per arrivare a istituire un’economia sostenibile per molti millenni, servendosi principalmente di risorse rinnovabili.

In occasione della Conferenza sul clima di Copenhagen dello scorso dicembre 2009, oltre 100 Paesi hanno sottoscritto il cosiddetto “Accordo di Copenhagen” (che non è un trattato e non è ancora vincolante) nel quale si afferma tra l’altro che il cambiamento climatico è una delle maggiori sfide del nostro tempo, che le emissioni globali che alimentano tale processo devono essere ridotte drasticamente e che una strategia per lo sviluppo con bassi livelli di emissione è indispensabile.

LA MOZIONE ANTI-GREEN ECONOMY

Torniamo in Italia. I senatori di centro-destra D’Alì, Possa, Fluttero, Viceconte, Izzo, Sibilia, Nespoli, Vetrella e Carrara hanno dunque firmato la mozione anti-Green Economy di cui sopra, affermando in breve che:

- sono emerse delle criticità nei confronti dell’IPCC, ovvero Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo consulente intergovernativo sul mutamento climatico)  che viene quindi accusato di scorrettezza e faziosità oltre ad esprimere “tesi catastrofiste”.

- i paesi maggiormente produttori di inquinamento non hanno aderito, quindi l’impegno europeo ai fini del contenimento a livello globale delle emissioni di CO2 diventa scarsamente rilevante

- l’emissione di CO2 pare che non sia poi così influente nella globalità delle dinamiche ambientali.

Detto questo, l’Italia dovrebbe allora far saltare l’obiettivo europeo al 2020 di una riduzione del 20 per cento dei gas serra, di un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e di una quota del 20 per cento di energia da fonti rinnovabili richiedendo “l’attivazione in sede di Unione europea della clausola Berlusconi nel senso di dichiarare decaduto, in quanto non più utile, l’accordo del 20-20-20.”; inoltre il governo dovrebbe rivisitare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 su livelli per l’Italia più equilibrati rispetto a quelli assunti dagli altri Stati membri aderenti e in linea con quelli assunti autonomamente da Usa, Cina, India, Sud Africa, Brasile e Messico, paesi maggiormente protagonisti dei consumi di energia mondiali. In sostanza una sorta di indipendenza dall’Europa nell’assunzione di misure da prendere riguardo i livelli di emissione dell’anidride carbonica in Italia.

Eppure i punti su cui si basa questa mozione sono facilmente confutabili; a partire dal primo, riguardo la presunta inattendibilità dell’IPCC. La contro mozione presentata dai senatori Seta, Finocchiaro, Zanda, Casson, Latorre, Ferrante e Bonino afferma infatti che le stesse polemiche su alcuni errori e imprecisioni presenti nell’ultimo rapporto dell’IPCC non hanno minimamente messo in discussione alcuni dati di fondo su cui concorda la quasi totalità degli scienziati del clima: il fatto che sia in corso da alcuni decenni un fenomeno di progressivo innalzamento delle temperature medie terrestri, il fatto che tale fenomeno abbia origine per una parte importante in fattori antropogenici e in particolare nell’aumento delle emissioni legate al consumo di combustibili fossili, il fatto che se l’aumento delle temperature medie terrestri superasse la soglia dei 2 gradi ciò comporterebbe conseguenze economiche, sociali, ambientali potenzialmente devastanti”; dichiara inoltre sir Nicholas Stern, ex-vicepresidente della Banca Mondiale e autore di un rapporto sull’impatto economico dei cambiamenti climatici, in una recente intervista al quotidiano francese “Le Monde”  che “gli errori contenuti nel quarto Rapporto dell’IPCC riguardano essenzialmente la previsione dei tempi di scioglimento dei ghiacciai himalayani, non rimettono in discussione la diagnosi complessiva che emerge dal Rapporto. La base scientifica su cui l’IPCC fonda l’affermazione che il pianeta rischia di andare incontro a un innalzamento delle temperature senza precedenti nella storia dell’umanità, resta solida.”. Per giunta le cosiddette “tesi catastrofiste” non vengono elaborate soltanto dall’IPCC; moltissimi studi, italiani e non, si allineano con le dichiarazioni dell’Ipcc. Ad esempio  il rapporto “State of the world 2010” del Worldwatch Institute (uno dei più importanti istituti di ricerca ambientale degli USA e considerato il più autorevole osservatorio sui trend ambientali del nostro pianeta).

Passiamo al secondo punto, ovvero che i paesi maggiormente produttori di inquinamento non avrebbero aderito ad adottare le misure della Green Economy; molto strano, perché secondo ciò che affermano i senatori  Di Nardo, Belisario, Giambrone, Bugnano, Caforio, Carlino, De Toni, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica (in un’altra contro mozione presentata nei confronti di quella del centro-destra) hanno presentato i rispettivi impegni di riduzione, oltre all’Unione Europea e i suoi Stati membri, compresa l’Italia, anche gli Stati Uniti, il Giappone e il gruppo dei quattro Paesi ad economia emergente: Brasile,Sudafrica, India e Cina (BASIC). La maggior parte degli impegni di riduzione rinnova le promesse fatte precedentemente e in occasione del vertice di Copenhagen.”.

E infine il terzo punto, secondo cui l’emissione di CO2 non influisce poi così tanto nelle dinamiche ambientali e sarebbe quindi meglio concentrarsi su qualche altro obiettivo. Viene da alzare entrambe le sopracciglia pensare che l’emissione di CO2 non venga considerata rilevante nelle cause del riscaldamento globale; i nostri senatori dichiarano che ci si dovrebbe concentrare su altri temi, come l’inquinamento marino e la deforestazione. Forse però stanno saltando un passaggio fondamentale: la maggior parte dei problemi ambientali, da quelli da loro citati a molti altri, è causata dall’eccessiva emissione di anidride carbonica; per esempio negli ultimi giorni la National Academy of Scienze (una corporation i cui membri servono, pro bono publico, da consiglieri nazionali su scienze, ingegneria e medicina) ci informa che l’acidificazione degli oceano è sempre più veloce a causa della CO2, di cui assorbe un terzo delle emissioni.

PERCHE’?

Viene da chiedersi come mai i senatori di centro-destra abbiano presentato questa mozione.

Considerando che l’Italia ha accumulato recentemente un grande ritardo rispetto ai principali Paesi europei con un declino dei nostri standard di efficienza energetica che non solo hanno comportato effetti negativi sul piano dell’impatto ambientale e climatico, ma hanno rappresentato un crescente disvalore competitivo per le nostre imprese.

Considerando che uno studio di Greenpeace e del Politecnico di Milano dimostra che potrebbero essere occupate altre 60.000 persone investendo anche semplicemente nell’efficienza energetica e che sarà possibile tagliare di 50 milioni di tonnellate di CO2 le emissioni entro dieci anni se si lavorerà in questa direzione.

Considerando che in Europa si stima che il 16,6 % dei posti di lavoro dipenda direttamente (il 2,6 %) o indirettamente (il restante 14 %) dai sistemi naturali.

Considerando che un solo ettaro di foresta tropicale può fornire servizi fondamentali come cibo, acqua, materie prime, sostanze farmacologiche, mitigazione climatica, purificazione dell’acqua, turismo per un valore totale di 16.000 dollari l’anno.

Considerando che in Italia abbiamo non solo la possibilità reale, grazie alla nostra conformazione territoriale, di sfruttare in innumerevoli modi le nostre risorse naturali per la produzione energetica, ma che addirittura esistono già tentativi di farlo, come ad esempio il progetto “Work for life” lanciato dall’azienda agrigentina Moncada Energy (una tra i primi produttori di energia pulita in Italia) per dare lavoro ai siciliani sotto i 35 anni che abbiamo a disposizione 10.000 mq di terreno esposto a Sud, e che dimostrino di avere una fedina penale linda il cui obiettivo è l’installazione e manutenzione di pannelli fotovoltaici (costi totalmente a carico dell’azienda).

Considerando che, secondo un’analisi  di Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo Greenpeace Italia e Responsabile Nazionale delle azioni Greenpeace, presentata al Goethe Institut di Roma il 4 giugno 2009 Il potenziamento delle infrastrutture per il gas naturale (gasdotti e rigassificatori di gas liquefatto) porterebbe almeno 42 miliardi di metri cubi in più rispetto al flusso attuale di circa 90 miliardi di metri quadri all’anno (18 da gasdotto e 24 da terminali rigassificatori) e che se tutti i progetti presentati e in fase di autorizzazione venissero realizzati, la capacità di importazione crescerebbe di altri 40 miliardi di metri cubi all’anno”, quindi maggiore capacità di importazione e maggiore potere contrattuale nei confronti di Algeria e Russia (al momento importatori unici di gas in Italia).

Considerando che ricerche del COPI (Cost of Policy Inaction), formato da ecologisti ed economisti di fama mondiale, affermano che in Unione Europea nel 2050 la distruzione della biodiversità terrestre costerà circa 1.100 miliardi di euro all’anno (circa il 4 % del PIL  europeo).

Viene proprio da chiedersi come mai sia stata presentata questa mozione invece di correre incontro a braccia aperte alle innumerevoli possibilità (e qui ne sono state elencate soltanto una minima parte) che la Green Economy offre.

IL NUCLEARE

Poi il 26 aprile 2010 (ventiquattresimo anniversario del disastro della centrale di Chernobyl )  leggiamo/scopriamo che Berlusconi e Putin hanno siglato un patto, il Memorandum of Understanding, che prevede intese per la cooperazione nei settori nucleare, nella costruzione di nuovi impianti e nell’innovazione tecnica, nell’efficienza energetica e nella distribuzione, sia in Russia che nei Paesi dell’Est Europa. Si tratta per ora di un patto solo strategico, che da il via libera alla cooperazione tra Enel e la società russa Inter Rao Ues. “Entro tre anni, ovvero nell’ambito della legislatura, partiranno i lavori per la costruzione della prima centrale nucleare in Italia” annuncia il premier italiano nella conferenza stampa a Villa Gernetto con Vladimir Putin.

Inoltrarsi nel dibattito nucleare si, nucleare no è molto rischioso, poichè da una parte e dell’altra si frappongono valevoli motivazioni favorevoli e contrarie.

Da un punto di vista economico, il ministro dello Sviluppo Economico Scajola ha recentemente ricordato che il nucleare è molto conveniente perchè ”il combustibile incide appena per l’8-10% sui costi, contro il 70-80% delle centrali alimentate a petrolio e a gas, che risentono anche delle fluttuazioni di prezzo”. D’altra parte secondo il Mit (Massachussets Institute of Technology) e il Doe (ministero per l’energia statunitense), che hanno effettuato delle stime riguardo i costi di produzione dell’energia nucleare tramite fissione nucleare, risulta che il costo di questo (6,33 centesimi di dollaro per ogni chilowatt) è maggiore rispetto a quello di produzione del carbone (5,61 centesimi di dollaro per ogni chilowatt) e del gas (5,52 centesimi di dollaro per ogni chilowatt). Inoltre secondo l’Energy information administration degli USA, l’elettricità proveniente da una nuova centrale nucleare è più costosa del 15% rispetto a quella prodotta con il gas naturale, senza considerare i necessari costi di smaltimento delle scorie e di dismissione della centrale. E’ vero che il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (secondo una tabella del 2003, mediamente 0,03 € per kilowatt/ora contro lo 0,07 € del geotermico e dell’eolico) ma sono dati che possono trarre in inganno poiché non includono l’intera spesa che deve essere sostenuta per gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Ad esempio per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti. Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l’International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari. Certo, il ritorno al nucleare può essere pensabile per ridurre la dipendenza dell’Italia dall’importazione di petrolio e carbone, ma il rischio è semplicemente di aggiungere la dipendenza dall’importazione di uranio (doppietta della Russia nei nostri confronti). Certo, è una fonte che genera energia elettrica a basso costo ma esistono dei costi che vengono celati, alimentati dallo Stato con tasse e imposte e che sono eccessivi se si guarda a quelli delle normali centrali termoelettriche.

NUCLEARE VS RINNOVABILI

E’ chiaro che visti i costi necessari all’imbastimento di centrali nucleari (non solo relativi alla costruzione in senso stretto ma alla campagna pubblicitaria e mediatica che il governo intende fare per deviare l’opinione pubblica su binari più favorevoli a questo tipo di provvedimento) non possiamo certo rispettare, entro il 2020, la clausola dell’accordo 20-20-20 di Copenhagen che prevede il 20% di fonti energetiche alternative; questo significherebbe investire molti soldi anche nella costruzione di altri tipi di impianti e purtroppo non credo che nel breve periodo dei prossimi dieci anni sarà possibile arrivare ad un livello economico che consenta questo tipo di investimento.

Qual è lo snodo cruciale di tutto questo discorso? Fondamentalmente si tratta del voler o non voler fare seriamente una politica con visione a lungo termine: certo, il nucleare,non sostenere la Green Economy, può anche rivelarsi vantaggioso su un breve arco di tempo. Ma una mentalità di questo tipo è essenzialmente sterile. La benzina e l’uranio sono risorse che per come vengono e verranno sfruttate sono destinate ad esaurirsi (la benzina tra l’altro ha appena subito un ulteriore rincaro) e cercare, ad esempio, il petrolio significa danneggiare ancora di più l’ambiente circostante (l’Ufficio Valutazione Impatto Ambientale del Ministero dell’Ambiente ha appena espresso parere favorevole in merito alla richiesta, presentata dalla società petrolifera Petroceltic Elsa, di effettuare trivellazioni sottomarine alla ricerca del petrolio lungo i fondali marini della Puglia, compresi tra Gargano e le Isole Tremiti. Ovviamente non si può pensare di compiere un’operazione del genere senza pensare di turbare la biodiversità marina, nonostante tutte le precauzioni che si possano prendere. Per fortuna manca ancora la firma del ministro Prestigiacomo); invece il combustibile per una centrale eolica o fotovoltaica è gratuito ed inesauribile.

RICAPITOLANDO

Puntare sulle rinnovabili significherebbe intraprendere una politica a lungo termine che porterebbe l’Italia ad incrementare i posti di lavoro, ad innalzare (direttamente ed indirettamente) il PIL nazionale, a ridurre problemi relativi allo smaltimento di rifiuti, ad iniziare a diminuire la dipendenza dall’estero per quanto riguarda l’importazione di energia oltre ovviamente a contribuire a non peggiorare l’ambiente per noi stessi e per chi verrà dopo di noi.

Allora, a chi fa comodo girarsi dall’altra parte e correre verso un’altra direzione?

“Ecco il sole, ecco il sole, e tutto va bene” diceva 40 anni fa John Lennon.

Caro John, ormai a noi il sole serve solo per abbronzarci.

[ Fonti dell’articolo riconducibili principalmente ai siti seguenti:

- www.corrieredellasera.it - www.repubblica.it - www.senato.it - www.greenpeace.itwww.ansa.it ]

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