splash

Posted By grim on aprile 27th, 2010

La Fionda è il Blog di tutti, e proprio per questo tutti, ma proprio tutti, sono invitati a esprimere le proprie opinioni! Registrati al blog, bastano un nickname e una password, senza nessun dato personale!

Manda il tuo articolo all’indirizzo [email protected]

In alternativa, lascia un commento sul nostro Guestbook, o al termine di un Post!

Un blog senza partecipanti, non ha ragione di esistere, dunque vi invitiamo calorosamente a leggere e a scrivere sulla Fionda!

Il team della Fionda

—–OGNI LUNEDI’ ALLE 14 LA FIONDA TRASMETTE IN DIRETTA L’INTERVENTO DI MARCO TRAVAGLIO PER PASSAPAROLA. VEDI CANALE USTREAM NELLA BARRA LATERALE DEL BLOG—–

——– INVIA SMS GRATIS DALLA FIONDA! TROVI IL BOX D’INVIO IN FONDO ALLA PAGINA SULLA DESTRA ——–

 

Archive for maggio, 2010

Ultim’ora; vergognoso assalto israeliano alle navi della pace

Posted By Tom on maggio 31st, 2010

Ultim’ora – Stamattina all’alba la marina militare israeliana ha assaltato la Freedom Flottilla, le navi cariche di aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza, guidate dagli attivisti filo-palestinesi. Il bilancio del bagno di sangue perpetrato dai soldati israeliani ammonta, per ora, a dieci morti e ventisei feriti. Il convoglio era partito ieri dalle acque internazionali a largo di Cipro e intendeva sfidare, issata la bandiera bianca, il blocco israeliano di Gaza e le ammonizioni di Israele, per portare cibo, sedie a rotelle, medicinali e sollievo alla martoriata popolazione della striscia di Gaza.

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu , ha espresso il rammarico per le vittime e ha dichiarato che non voleva lo scontro: “Abbiamo offerto più volte di portare le navi nel porto di Ashdod e abbiamo garantito che da lì il carico umanitario sarebbe stato trasferito alla popolazione di Gaza”. Il Governo di Netanyahu sostiene però l’assalto del suo esercito, i cui uomini, al momento della presa di comando delle navi pacifiste, sarebbero stati attaccati da uomini armati di pistole e coltelli.

Sdegno e sgomento hanno, invece, unito le voci della comunità internazionale. I rapporti diplomatici tra Israele e Turchia, che denuncia “terrorismo di Stato da Israele” e che ha subito la maggior perdita di connazionali (si parla di 15 turchi tra i deceduti, tra cui forse anche un parlamentare), sembrano aver raggiunto il punto di non ritorno e il premier Erdogan ha, così, convocato l’ambasciatore israeliano ad Ankara al ministero degli Esteri. L’Unione europea, così come le singole nazioni europee, hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite terrà oggi una riunione di emergenza, su richiesta della Turchia, su quanto accaduto e lo stesso, su richiesta della Siria, farà la Lega Araba. E anche i rapporti tra Israele e gli USA di Obama, che già in passato aveva messo in discussione la incondizionata alleanza con Israele, non sono mai stati così freddi.

Video dell’assalto

P&L
Tom

Il declino di un re – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 29th, 2010

Silvio Berlusconi sta arrivando al capolinea e il suo potere è ormai al tramonto. Stiamo vivendo un periodo politico di transizione. L’impero monarchico creato da Berlusconi sta crollando pezzo dopo pezzo. Le alleanze si stanno sfaldando. La gente è stufa. E proprio in un periodo di transizione come questo è necessario essere più attenti: quando il drago riceve gli ultimi attacchi mortali, inizia rabbioso a sferzare alla cieca possenti colpi con la sua coda, che possono rivelarsi i più micidiali, in quanto incontrollati e indiscriminati. E così la manovra finanziaria varata martedì ha svelato le vere manovre e i veri retroscena che stanno avvenendo dietro le spalle del premier, ha svelato, insomma, chi sta ferendo mortalmente il drago. Vi avverto. Stiamo per entrare nel contorto e distorto mondo delle dietrologie e dei complottismi.

Silvio lo ha già capito. La lotta per la successione è iniziata. Ed è iniziata ufficialmente il 22 aprile quando Gianfranco Fini ha formalizzato all’interno del partito lo strappo con la politica del Presidente del Consiglio. Le frizioni, in realtà, sono iniziate ben prima, ma quando il Presidente della Camera si è reso conto della compattezza della stragrande maggioranza del PDL intorno a Berlusconi, ha avuto paura e ha deciso di fare i conti e reclutare i “finiani”, prima che altri, oltre ai suoi ex-colonnelli, gli voltassero le spalle. Da questo punto di vista la creazione del Popolo della Libertà è stata sicuramente un danno per l’ex-leader di AN: il suo peso politico all’interno della coalizione di governo era molto maggiore quando guidava Alleanza Nazionale, in quanto leader di un proprio partito. A quei tempi Berlusconi si poneva come mediatore tra i vari partiti che facevano parte delle sue coalizioni, cercando di accontentare le pretese di tutti. Ma ora, accettando la fusione Forza Italia-Alleanza Nazionale, Fini è diventato semplice membro del nuovo partito, un semplice subordinato al capo. O meglio: lo sarebbe dovuto diventare secondo la visione padronale di Berlusconi. Ma un governo a trazione leghista non va proprio giù a Fini, il quale, tramite lo strappo, ha voluto riaffermare la propria importanza e riprendersi quel potere, di cui disponeva prima. I media raccontano la situazione solo fino a questo punto. Fini, in realtà, sta mettendo in atto la sua strategia politica. Forte del fatto di non poter essere sfiduciato in quanto Presidente della Camera e, quindi, di poter esprimersi senza rischiare la poltrona e la visibilità per i prossimi tre anni, lui guarda al dopo-Berlusconi e punta alla leadership: conscio del fatto che la politica dei sondaggi del suo leader non può portare lontano, si è preso la propria autonomia politica, sperando che, un giorno, gli elettori lo premieranno per questa scelta.

Per scovare il secondo scenario di guerra, bisogna guardare allo storico scontro fra Tremonti, l’eccentrico ministro del Tesoro italiano, e Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nonché cuore pulsante della forza berlusconiana. Il primo è sostenuto dalla Lega, da alcune banche del nord, da Ettore Gotti Tedeschi, presidente del potentissimo Ior ed esponente di spicco della finanza cattolica e da alcuni ambienti del centro-sinistra. Il secondo è sostenuto da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e influente finanziere italiano, da una parte della gerarchia ecclesiastica e dai vari giornali d’area. Tra questi due titani, Berlusconi si è posto finora come arbitro. Ma ora sembra più l’oggetto degli attacchi dei potenti del mondo tremontiano. I colpi più incisivi sono stati lanciati nei giorni antecedenti al varo della manovra finanziaria; le risposte, però, sono sembrate i capricci di un bambino: “Giulio ha costruito la manovra come se volesse smentire tutto quello che ho fatto in questi anni” il premier lamenta così tutta la sua insofferenza. Ma soprattutto: “Hanno calcato la mano per mettere al riparo il federalismo fiscale. Pensano che l’Ue non accetterebbe la riforma federalista se prima non diamo garanzie sui conti. Ma i progetti della Lega non possono venire prima di tutto il resto”. Berlusconi non ha sopportato che il decreto-legge sia stato scritto solo con i Lumbard nella più totale noncuranza degli altri dicasteri. Ma si sa. La Lega farebbe di tutto


    per realizzare i propri progetti e ora che Bossi è riuscito a crearsi la propria signoria personale al Nord, la sua voce nel Governo è diventata più strillante e rumorosa: d’altronde, senza il Senatur, come lui stesso ricorda in ogni intervista, il Governo cadrebbe. Ingenuo Silvio che credeva in un’autentica amicizia con Umberto. All’impavido condottiero padano, è chiaro, importa solo degli interessi della sua terra e, non appena ha trovato un più fidato garante (Tremonti) per i suoi interessi, ha mollato Berlusconi. Non a caso, quando il ministro del Tesoro, a ottobre dell’anno scorso, suscitò le ire dei suoi colleghi per l’esagerato rigore nei conti pubblici, l’unico a sostenere tale politica fu proprio Bossi, il quale lo propose come candidato alla vicepresidenza del Consiglio.
    Insomma, nel momento in cui il Governo mette in campo provvedimenti che, come la manovra, si occupano davvero dell’economia italiana, nemmeno Berlusconi riesce a contemperare i vari interessi in gioco. Questi, in sostanza, teme che Tremonti, in realtà, abbia provveduto a creare un tesoretto da utilizzare come risorsa per il federalismo fiscale, che, alla luce della manovra, risulta inattuabile, dato che 11 miliardi dei 24 che si vogliono risparmiare vengono prelevati dalle Regioni. E allora ecco che Silvio ritorna da Fini e cerca di ricucire la ferita per fermare l’ondata padana: in cambio, il retro-front del Governo sul ddl intercettazioni, che verrà emendato esattamente come lo avevano redatto i finiani.Si evocano i poteri forti. Si evocano le potenti lobby. Quel mondo oscuro e tenebroso che giace dietro alla politica e che si muove nell’ombra per rovesciare i loro avversari, coloro che non rappresentano e tutelano più i loro interessi. Quel mondo, fatto di finanza, di alta imprenditoria, di mafia e di gerarchie ecclesiastiche, in grado di scoperchiare a proprio piacimento quegli scandali giudiziari che possono davvero compromettere la carriera di numerosi politici. “C’è qualcuno che stavolta sta giocando davvero contro di me, per farmi fuori, per preparare un altro governo, per profilare un’emergenza nazionale”. Anche di questo Berlusconi ha paura, perché sa che neanche lui può sconfiggere quei poteri forti. Ed ecco allora che improvvisamente e stranamente sbucano fuori, dopo circa un anno e mezzo dal loro reperimento nei computer del gruppo Anemone, le famose “liste dei favori e dei lavori”, su cui l’imprenditore annotava i nomi di coloro a cui elargiva i propri doni: politici, direttori generali dei ministeri (coloro che detengono davvero il potere, in quanto sopravvivono alle maggioranze), il Vaticano, registi e produttori. Ma soprattutto Palazzo Chigi e Bertolaso, che, concedendo indiscretamente grandi appalti, appunto, ad Anemone per opere di dubbia competenza della Protezione civile, è stato il primo a essere travolto dalle indagini. Non a caso, la Protezione civile: la roccaforte del potere di re Silvio nelle istituzioni. Ma che “qualcuno” stia cercando di minare al potere del re, lo si è capito anche dalla vicenda di Scajola. Maria Teresa Verda, moglie dell’ex-ministro dello Sviluppo economico, ha confermato che il marito “non parla ancora per non creare problemi a persone più coinvolte di lui in questa vicenda”. E c’è chi dice che, in realtà, l’obiettivo finale fosse Gianni Letta, il sacro consigliere reale di sua maestà, la cui integrità politica è necessaria affinché il Governo rimanga in carica. In ogni caso è chiaro che Scajola è stata la vittima sacrificale di una strategia più complessa.

    Inoltre, gli ultimi sviluppi delle inchieste sul Watergate italiano, totalmente ignorato da quasi tutti i mass media, mostrano un Silvio marginale e ininfluente. Il 25 maggio è stato arrestato per l’accusa di estorsione l’imprenditore Fabrizio Favata, uno dei protagonisti dell’inchiesta che da dicembre ha come indagati cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio ed estorsione. Gli altri protagonisti sono Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs, società incaricata dalla procura di Milano di eseguire e custodire le intercettazioni, e Paolo Berlusconi (nella foto qui sotto), il fratello del premier e socio di Favata in un’impresa di telefonia, ormai fallita. Nell’ordinanza di arresto del gip di Milano è accertato che “Raffaelli Roberto […] si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 […] e, insieme a Favata, offre una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici, tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione”. Proprio mentre il Parlamento, su ordine del capo del Governo, discute su un disegno di legge che mira ad eliminare gli abusi sull’utilizzo delle intercettazioni, viene verificato che il capo del Governo stesso ne abusa. La vicenda nasce quando gli interessi di questi personaggi convergono: Raffaelli intende aprire un centro di ascolto in Romania, per cui gli è necessaria la sponsorizzazione di Palazzo Chigi, Favata e Paolo Berlusconi decidono di fare da tramite a Raffaelli per giocare una carta preziosa: la famosa intercettazione, ottenuta da Raffaelli stesso, in cui Consorte, ex amministratore delegato di Unipol, dice a Fassino: “Abbiamo una banca”. Intercettazione, che segnò fortemente l’esito delle elezioni politiche del 2006. Non solo. È Favata colui che detiene l’arma del ricatto, cioè denunciare tutto ai magistrati: per questo Raffaelli gli versa 300 mila euro. Ma perché Raffaelli paga così caro il silenzio di Favata? Questo non ci è dato ancora saperlo. Fatto sta che Silvio Berlusconi, il quale non è neanche iscritto nel registro degli indagati in questa inchiesta, è la figura più marginale in questo complicato affare di discredito e di calunnia degli oppositori politici. Al gip non è servito neanche interrogarlo come testimone, per ricostruire la vicenda. Il convitato di pietra, insomma.

    Se, oltre a tutto questo, si considera che Massimo Ciancimino ha recentemente affermato che per suo padre, Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, “Berlusconi è una vittima della mafia, forse il più grosso imprenditore sotto ricatto della mafia”, mafia che lo avrebbe aiutato a creare Forza Italia tra il ‘92 e il ‘93, e che Confindustria, i cui interessi erano rappresentati nella prima Repubblica dalla DC e dal PSI craxiano, non intende più assecondare Berlusconi e credere a tutte le sue promesse mai mantenute e che è alla ricerca del suo nuovo rappresentante politico, si delinea un quadro in cui il Presidente del Consiglio in carica è la pedina di un sistema molto più profondo.

    Rivedere la gerarchia delle alleanze? Riformulare le amicizie dentro il governo? No. A Berlusconi non basterà più questo. Ormai Silvio è vecchio. E solo. E soprattutto è vittima del potere che lui stesso ha messo in piedi. È vittima del berlusconismo stesso. Oggi, il re è attaccato dai suoi stessi vassalli, quei vassalli, che, lui pensava, avrebbero dato la vita per lui. Un uomo venduto. Venduto al sistema, in cambio della libertà di approfittarsi della macchina statale per il soddisfacimento degli interessi suoi, della sua famiglia e della sua azienda e per sfuggire alla galera.

    Negli ultimi sedici anni abbiamo conosciuto un Berlusconi animatore da spiaggia, imprenditore e politico, un Berlusconi indagato, corruttore e mafioso, un Berlusconi narcisista, osannato e odiato. Ma mai abbiamo visto il Berlusconi di questi giorni. Un Berlusconi stanco (esordisce all’incontro con Confindustria di mercoledì: “Cara Emma, sono vecchio, non riesco a seguire bene le immagini”). Un Berlusconi impaurito, che, citando Mussolini, dice: “Io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i miei gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro”.

    E come un duce vecchio, solo, stanco e impaurito, Berlusconi è sospettoso verso i propri alleati, manda a quel paese i propri ministri e, ossessionato dall’ombra del sospetto, trema. L’atmosfera nella capitale è quella da ultima seduta del Gran Consiglio Fascista. E l’unica certezza per questo duce è la sua capacità di creare consenso. Capacità che lo salverà fintantoché questo consenso non lo abbandonerà. E con una manovra che farà sudare lacrime e sangue, non è irreale pensare che la sua immagine, a breve, non ingannerà più la gente. Un declino annunciato. E la tanto agognata fine di un uomo che ha portato a picco un’intera società e che ha paralizzato un pezzo di storia italiana. Ma la storia ha ricominciato a scorrere e la storia, ora, si prepara ad affossarlo. Finalmente.

    P&L
    Tom

Antologia; Tutto Fabrizio De Andrè – La Città vecchia

Posted By grim on maggio 29th, 2010

Nel 1965 il giovane De Andrè pubblicò un brano precursore di quella che sarebbe stata la sua filosofia musicale e sociale. Parliamo de “La città vecchia”, una mazurca che racconta la quotidianità dei quartieri più degradati della città di Genova, come si evince dall’introduzione.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.

Il cantante dipinge con simpatia e ironia una sequenza di grottesche situazioni in cui prostitute, anche giovani, e pensionati maniaci del sesso e ubriaconi, sono i principali soggetti rappresentati.

Una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza

(rit.)Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.

I metaforici quattro pensionati, dimenticati non solo da Dio, ma anche dal resto di Genova, dell’Italia e del mondo, intorpidiscono la frustrazione e la rabbia con la sbornia, fino a non distinguere più l’allegria dall’agonia, fino a ridere in punto di morte.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte

Alla schietta grettezza di pensionati, è contrapposta l’ambigua ipocrisia del borghese professore, che arriva nascostamente nelle zone di degrado alla ricerca di colei che sprezzantemente chiama troia.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone

forse quella che sola ti può dare una lezione

quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia

quella che di notte stabilisce il prezzo della tua gioia

Gli ultimi due versi furono successivamente censurati e sostituiti con i seguenti: quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie/quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Nonostante lo sprezzo manifestato, il professore non può fare a meno di quella donna, tanto da delapidarvi mensilmente mezza pensione. Questa manifesta ipocrisia suscita nel giovane cantante una maggior ironia rispetto a quella riservata ai vecchi ubriaconi

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte

ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Dopo una lugubre “raffigurazione” trans-sensoriale, attraverso una notevole sinestesia (accosta sgradevoli sensazioni olfattive ad altrettanto spiacevoli percezioni tattili causate dall’aria salata e appiccicosa), dei tetri luoghi scenario della canzone, e dei personaggi in cui il professore potrebbe imbattersi,

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano

si giunge alla conclusione-morale, nonché poetica e filosofia di vita del cantautore: sbagli a giudicarli con il tuo metro di valutazione borghese, poiché se scovi fino in fondo al loro animo, trascendendo i fattori sociali che condizionano le nostre vite, scopri un’umanità comune a tutti.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

De Andrè disse a tal proposito: “Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l’errore”

Come spesso accadrà nelle opere successive, anche qui Faber non si astiene dal fare riferimenti colti a grandi poeti e autori del passato; nella fattispecie è richiamata la poesia di Umberto Saba “Città vecchia”; non solo nel titolo il poeta genovese si rifà al poeta triestino, ma anche nelle figure raccontate; nella poesia sabiana troviamo infatti sia la “prostituta”, sia il “vecchio/che bestemmia”. Occorre evidenziare, però, che i reietti di Saba sono considerati riscattati dal Signore, mentre quelli di De Andrè, il Signore li ha dimenticati.

Rispetto alla canzone precedentemente trattata, “La Canzone di Marinella”, questa esprime ulteriormente i pensieri e le capacità di novizio cantante-poeta; la condanna di giudici e giudicanti, e la simpatia verso i reietti e i giudicati, accompagneranno la sua opera omnia, così come il pungente ed efficace sarcasmo, figlio di straordinaria (strictu sensu) abilità semantica, e la sua vena esploratrice di nuovi ritmi, danze e ballate.

Francesco Codadilupo Dal Moro

Clicca qui per il testo completo de “La città vecchia”

Clicca qui per ascoltare un live de “La città vecchia”

Clicca qui per l’analisi de “La Canzone di Marinella”

Ultim’ora; Fair play finanziario ed Euro 2016

Posted By grim on maggio 28th, 2010

Ieri l’Uefa ha varato un’importante innovazione per il futuro del milionario calcio europeo; si tratta del fair play finanziario, fortemente voluto dal presidente dell’Uefa, Michelle Platini; questa disposizione prevede che nessuna squadra spenda 45 milioni di euro in più di quanto fatturato; tradotto, il passivo massimo consentito è di 45 milioni, pena l’esclusione dalle coppe europee. L’obbiettivo della norma è quello di assottigliare (seppur in minima parte, considerato l’alto margine di 45 milioni), il gap esistente tra le cosiddette grandi, i cui debiti sono annualmente ripianate da magnati e potenti industriali (si pensi alla Fiat, alla Fininvest, alla Saras, all’ItalPetroli per quel che concerne l’Italia, o ad Abramovich e agli sceicchi del Manchester City in Inghilterra), e le piccole squadre di provincia, già costrette a chiudere in pareggio, o con un passivo irrisorio, e quindi meno abilitate a investire. Un’altra importante conseguenza sarà una prima, minima, riduzione dei costi e delle spese che gravitano attorno al mondo del calcio; costi e spese che resteranno comunque esorbitanti.

Oggi, intanto, la Uefa ha deciso il paese che ospiterà gli Europei di calcio del 2016; le candidate concorrenti erano Francia, Italia, e Turchia, e l’Italia, conseguentemente alla precarietà delle strutture sportive, è stata esclusa al primo turno, prima della Turchia. Gli Europei, in definitiva, si giocheranno in Francia.

Woolftail

Aiuto… sono un invalido – dal blog Mondo Libero

Posted By grim on maggio 28th, 2010

Con la tanto discussa manovra economica,della quale tutti i falsi media di parte stanno dando risalto in questi giorni,il governo ancora una volta si attacca dove è più facile attaccarsi ,dicendo che la fetta più grossa della manovra l’avrebbero pagata i falsi invalidi e gli evasori.Ma secondo la mia modesta opinione,la manovra la pagheranno gli invalidi veri,già relegati a livello di straccioni,con un trattamento economico della bella cifra di 254 euri tondi,uno dei trattamenti più basso del mondo.Perchè colpirebbe i veri invalidi?perchè con l’innalzamento della soglia percentuale dall’attuale 74 per cento all’85 per cento,non solo non avrebbe alcuna influenza sui falsi invalidi,ma punirebbe tutte quelle persone che lavorano onestamente,che a causa  di una malattia,vengono espulsi dal mondo del lavoro,e in molti casi non raggiungerebbero la soglia minima,venendo di fatto [..] clicca qui per leggere tutto

Ultim’ora

Posted By Tom on maggio 27th, 2010

Ultim’ora – Ennesima morte sul lavoro. Ieri, 26 maggio, Giuseppe Nava, originario di Lecce, 45 anni, precipita nel pozzo, profondo trenta metri, del cantiere Porta Nuova, tra Garibaldi, Isola e Varesine e vi rimane per circa cinque ore prima del ritrovamento. Alcuni operai raccontano di averlo visto per l’ultima volta intorno alle 15; solo alle 19, al momento dell’uscita, hanno realizzato che era scomparso e hanno iniziato a cercarlo. I vigili del fuoco hanno recuperato il cadavere intorno alle 20. L’operaio è probabilmente affogato, dato che il pozzo era pieno d’acqua per metà.

Gli ispettori della polizia e dell’Asl dovranno capire le dinamiche dell’incidente e i punti da chiarire in base agli elementi finora raccolti. Intanto il numero delle morti bianche sale, numero che solo nel primo trimestre di quest’anno ha raggiunto quota 107, di cui il 18,7% solo in Lombardia. La mattanza continua.

P&L
Tom

Ultim’ora

Posted By Tom on maggio 27th, 2010

Ultim’ora – Crack Parmalat. Ieri, 26 maggio, la Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza di condanna a dieci anni di reclusione per le accuse di aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza a Calisto Tanzi, già condannato in primo grado. La sentenza ha, inoltre, condannato a due anni e sei mesi di reclusione Giovanni Bonici, ex presidente di Parmalat Venezuela, e a tre anni di reclusione Luciano Silingardi, consigliere indipendente del gruppo, assolti entrambi in primo grado. Sono state confermate, poi, le sentenze di assoluzione per i tre funzionari di Bank Of America.

Tanzi dovrà risarcire i 32000 risparmiatori per un ammontare complessivo di 100 milioni di euro. Ma, nonostante si sia parlato di un suo tesoro nascosto in conti esteri, che i magistrati non sono riusciti a rintracciare, oggi l’ex patron della Parmalat si dichiara nullatenente, rendendo così la sentenza di risarcimento ineseguibile. Oltre il danno, anche la beffa.

P&L
Tom

Dalla retro alla quinta, ecco la manovra del governo – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 27th, 2010

Dopo due anni di ottimismo e negazione dell’innegabile, il governo ha cominciato, negli ultimi mesi, a scorgere la presenza della crisi. Così, se nell’estate del 2008 il neo eletto Presidente del Consiglio audacemente dichiarava lontana la crisi, definendola un virus americano, non infettivo per un paese giovane e forte come l’Italia, sul finire del 2009 ecco la retromarcia, con la candida ammissione di una lieve crisi economica in essere. L’Italia patisce la crisi per l’inerzia europea, dicevano, ma la nostra ripresa è ai livelli di paesi come Germania o Francia, dicevano.

Da un mese a questa parte, forse dopo avere dato uno sguardo ai conti pubblici, forse dopo aver analizzato i tassi di crescita e di disoccupazione, forse atterrendosi dal capitombolo ellenico, o forse dopo aver scoperto che la condizione italiana è più simile a quella irlandese, spagnola o portoghese, i nostri governatori hanno innescato, dalla retro, la quinta.

Tempi duri, tempi di tagli e sacrifici per tutti, dicono. Per lo meno lo dice Letta, perchè Berlusconi di sacrifici proprio non vuole sentirne parlare. Costano cari in termini di popolarità, gli italiani non sono disposti a fare sacrifici, a vedere tagliate le loro risorse, ha detto.

Orbene, dopo aver palesato una volta di più la propria incoerenza e cecità politica, la nostra classe dirigente è riuscita ad arrivare alle conclusioni dovute. Meglio tardi che mai, nel Paese dove tutto è in ritardo, dai treni alla nube vulcanica islandese.

Tra quinte e retromarce, il ministro Tremonti ha varato la sua Manovra, che a Berlusconi non è piaciuta affatto per il menzionato dazio dell’impopolarità che essa potrebbe trascinar con sè.

Il fatto stesso che un maniaco dei sondaggi e della popolarità come il premier si senta minacciato da tale manovra, conferma la potenziale bontà della stessa. Un governo, in tempo di crisi, deve essere assolutamente pronto e disposto a prendere misure impopolari, atte al bene comune; ma Berlusconi è un demagogo, e la demagogia mira al consenso, non certo al bene comune.

Analizziamo dunque sommariamente questa legge, chiamata Manovra dai media, e divisa in 54 articoli. Occorre premettere che la maggior parte delle disposizioni necessiteranno altri leggi, o regolamenti, che ne specifichino i termini economici e giuridici (ad es. l’ammontare di un taglio) per la effettiva realizzazione, e quindi per un concreto e attendibile giudizio. Da qui la conseguente sommarietà dell’analisi punto per punto:

  • Bloccati gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest’anno. Il congelamento dura per quattro anni, fino al 2013. Primo positivo argine agli sprechi, anche se sarà necessaria una misura più drastica, quale l’abbassamento di diversi stipendi di dipendenti pubblici, dai portaborse ai parlamentari, passando per i funzionari di enti locali (province, comuni) e regioni
  • Taglio del 10% ai ministeri, e riduzione del numero di auto blu. Il taglio è abbastanza contenuto, si ne poteva applicare uno maggiore, considerati quelli fatti all’università e alla ricerca. Per le auto blu dovremo attendere una legge, o un regolamento, che stabilisca numericamente l’effettiva riduzione.
  • Tagli del 10% allo stipendio dei magistrati che ecceda gli 80.000 euro, e per i magistrati del Csm. Positivo il taglio allo stipendio dei magistrati (che comunque rimane, per gli interessati, di 6000 euro lordi mensili), e non alle risorse della giustizia.
  • Tagli ai costi della politica. Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, finanzieranno la Cassa Integrazione. L’autonomia lasciata agli organi citati trova fondamento nel criterio di competenza.
  • Tagli a Palazzo Chigi e alla protezione civile. Positivo, non fosse che il premier in persona ne ha imposto la cancellazione. Dunque nessun taglio a Palazzo Chigi e alla Protezione Civile; gli unici tagli e sacrifici cui si è opposto, alla fine, non sono quelli degli italiani ma i suoi (riesce a metterci un “ad personam” dappertutto)
  • Innalzamento all’80% della soglia di invalidità necessaria per ottenere la pensione di invalidità, e maggiori controlli. Positiva la lotta ai finti invalidi, se effettivamente avverrà; decisamente alta la soglia dell’80%.
  • Soppressione di enti inutili, come l’Ice, l’Isae, l’Ipsema etc, e riduzione dei finanziamenti a 72 enti. Non conoscendoli tutti, ente per ente, non posso valutare dettagliatamente questa disposizione; sicuramente però, vige attualmente un sovraffollamento di enti, per lo più inutili, gravosi per le finanze dello Stato.
  • Tagli del 5 e del 10% a manager della pubblica amministrazione con salari oltre i 90.000 euro e i 130.000 euro. Piuttosto esiguo.
  • Accelerazione dei tempi per l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti della pubblica amministrazione, prevista entro gennaio 2016. Pagare più tardi la pensione ai cittadini ti fa risparmiare sull’immediato, ma rallenta la ripresa dell’occupazione e il ricambio generazionale nel lavoro.
  • Zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un’attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto. Progetto interessantissimo, in un paese dove la burocrazia non solo costa cara alle casse pubbliche, ma rallenta anche gli investimenti e quindi la produttività; bisognerà tuttavia valutarne la realizzazione, per dare un giudizio definitivo.
  • Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi che saranno successivamente destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato. Ovvero si recuperano soldi sprecati in investimenti improduttivi e vengono destinati alla riduzione del debito pubblico. (per la relazione tra titoli di Stato e debito pubblico vedi qui)
  • Condono edilizio e sanatoria per immobili fantasma. Sostanzialmente, si regolarizzano immobili abusivi; una disposizione che stona con le altre, anche se bisognerà, ancora una volta, valutare attentamente le modalità d’esecuzione della stessa, e i limiti giuridici che le verranno posti.
  • Tetto a 5.000 euro per i pagamenti in contanti. Pagamenti superiori richiederanno il bancomat, o la carta di credito, consentando la tracciabilità delle transazioni finanziarie; norma importante per la lotta all’evasione e ai pagamenti in nero; tuttavia in tempi non sospetti, quando il Partito Democratico avanzò una proposta simile, Berlusconi parlò di stato di polizia tributaria…
  • Tassa sugli alberghi di Roma. Arriva un “contributo di soggiorno” fino a 20 euro per i turisti negli alberghi di Roma per appianare il debito della città, con buona pace di Federalberghi che non ha gradito.
  • Aumento tasse sui bonus per banchieri e manager. Più precisamente, per quei bonus che eccedano di un terzo la retribuzione fissa dell’interessato.
  • Pedaggi su raccordi tra autostrade. Al nord è già così in diversi punti, l’auspicio è che ora accada anche al sud (per puro desiderio di uniformità, non certo per sentimenti leghisti)

Come potete apprezzare, il governo ha finalmente preso delle concrete contromisure alla crisi, sebbene non nella persona del suo leader, Berlusconi, ostile a dette disposizioni, da buon demagogo qual’è; si schiera contro i tagli, poi vieta solo quelli che lo riguardano, e addossa le colpe dei futuri sacrifici dei cittadini al Ministro Tremonti.

L’auspicio è che gli addetti ai lavori siano ben consapevoli che questa deve essere solo la prima di una serie infinita di mosse; ulteriori tagli alla pubblica amministrazione saranno necessari, così come importanti incentivi che stimolino la produzione e l’investimento, e concrete contromisure contro l’evasione fiscale e il lavoro in nero. Il debito pubblico italiano previsto per il 2010, infatti, si attesta al 114-116%, di venti punti più alto rispetto a sei anni fa, e quattro punti più basso a quello attuale greco.

Per chi non l’avesse capito, l’Italia è arrivata all’orlo, su quel sottile confine tra finto benessere e vera miseria. Ingraniamo dunque la sesta e scappiamo a tutta velocità da questa frontiera.

WOOOLFTAIL

Disunione europea – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 26th, 2010

Storia di un’integrazione mancata

Le elezioni europee sono sempre state prese poco seriamente. Per i governanti di turno si è sempre trattato semplicemente di una prova, di un sondaggio sul proprio operato; per l’elettorato, poi, votare per il Parlamento europeo è un’azione quasi meccanica, dettata da inerzia civica: a malapena è davvero cosciente delle sue funzioni. Anche perché le istituzioni europee vengono percepite come le più distanti dalla vita del cittadino. Basti considerare le elezioni in Italia del 2009: l’ennesimo referendum personale su Berlusconi, il quale ha semplicemente testato se il proprio consenso era stato intaccato dagli scandali sulle notti trascorse con prostitute di alto borgo, unico argomento di discussione politica di quella inconcludente campagna elettorale. Improvvisamente la crisi greca ha puntato i riflettori sulle istituzioni europee, alla ricerca di responsabilità, colpe, rimedi e soluzioni. Soltanto ripercorrendo le dinamiche complessive che hanno portato alla nascita dell’Unione europea e dell’euro, sarà possibile comprendere appieno la debolezza strutturale della Ue e dell’Euro-zona e la portata della finzione europea.

Un’Europa unita è stata immaginata ed agognata da numerosi intellettuali ben prima dell’inizio del ventesimo secolo. Ma solo dopo il dramma della seconda guerra mondiale le guide politiche nazionali diedero inizio al progetto di un’Europa pacificata: Italia, Francia, Germania dell’Ovest e gli stati del Benelux non volevano più che si ripetesse all’interno del vecchio continente la crisi umanitaria della guerra. Ovviamente i maggiori timori riguardavano l’assetto economico europeo, totalmente dissestato dopo lo scontro bellico. Ciò portò alla nascita, con il trattato di Parigi del 1951, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), entrata in vigore nel 1952: tale trattato istituì un mercato comune del carbone e dell’acciaio e soppresse i diritti di dogana nazionali e tutte le restrizioni che non permettevano la libera circolazione delle due merci in questione. Fu scelto proprio il settore carbo-siderurgico, per prima cosa, perché i relativi giacimenti si trovano principalmente nel bacino della Ruhr, in Alsazia e in Lorena, aree di storica contesa tra Francia e Germania, e la contesa si sarebbe così spenta tra i due Stati; in secondo luogo, ed è questa la adeguata chiave di lettura dell’accordo, il trattato di Parigi comportava un controllo reciproco di fatto tra Francia e Germania sull’utilizzo di carbone e acciaio, materiale fondamentale per la produzione di materiale bellico; il riarmo segreto veniva così reso impossibile. Il Benelux, da parte sua, aveva tutti gli interessi per tale “pacificazione”, essendo situato geograficamente tra le due potenze; l’Italia, invece, vi aderì per strategia politica: De Gasperi voleva un’Italia ancora protagonista nella scena internazionale, riscattandola dallo sfacelo fascista. Un accordo che nasce, quindi, sugli interessi dell’asse franco-tedesco. E che rimarrà tale anche nelle sue successive evoluzioni. Così, il trattato di Roma del 1957 diede vita alla CEE, la Comunità economica europea, nata con l’obbiettivo di creare un’unione economica dei Paesi membri. E nel 1985 gli accordi di Schengen sancirono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi che presero parte agli accordi, i quali vennero, poi, recepiti nel trattato di Maastricht del 1992, che ha dato vita all’Unione europea: l’istituzione che rappresenta il primo passo del lungo progetto di integrazione europea. (Stati membri della comunità europea dal 1957 ad oggi).

Progetto totalmente fallito, rispetto alle iniziali aspettative. Fino alla crisi greca, l’Unione europea è rimasta un organismo di carattere sovranazionale, che, però, non ha mai inciso significativamente sulla vita dei propri cittadini. E in questi ultimi diciotto anni, lo scopo principale, l’integrazione europea, non solo è stato totalmente ignorato, ma addirittura la tendenza è stata opposta: è tutt’ora socialmente e culturalmente impensabile accomunare un Portoghese a un Finlandese, un Irlandese a un Cipriota o un Olandese a un Lettone; emblematico, poi, è il modo in cui gli Stati membri stanno da tempo affrontando la questione dei rom, per la maggior parte cittadini europei: sgomberi e intolleranza svelano l’ignoranza e l’impazienza dell’Europa occidentale di fronte a un tema che necessita coscienza e calma e che costituisce un banco di prova per le istituzioni per serie capacità integrative non solo nei confronti dei rom, ma anche nei confronti degli altri popoli europei. So bene che un processo integrativo può essere analizzato in tempi storici e che diciotto anni sono troppo pochi per considerazioni di questo tipo; il punto che intendo, con questo, sottolineare sta nel fatto che tanto gli Stati membri si sono dimostrati incapaci di intraprendere tale percorso integrativo, quanto gli Europei si sono dimostrati intolleranti e ottusi nei confronti di tale percorso; indicativo di ciò è l’aumento dei partiti xenofobi ed euroscettici: la Lega Nord in Italia, il FPÖ in Austria, Jobbik in Ungheria, i Conservatori inglesi, il PVV nei Paesi Bassi, il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, l’Attacco Unione Nazionale in Bulgaria hanno tutti vissuto un sensibile aumento percentuale del proprio consenso, complice anche la crisi, proprio grazie a demagogici attacchi alla diversità culturale, non solo nei confronti dei popoli “extracomunitari”, ma anche nei confronti delle nazionalità “comunitarie”, quali i Rumeni.

Istituzioni “lentocratiche”

Nulla di nuovo, dopo tutto. A Bruxelles non esistono interessi europei, ma soltanto gli interessi delle singole nazioni. A conferma di ciò, è sufficiente considerare l’assetto giuridico-istituzionale, che è stato volutamente strutturato in modo tale da apparire particolarmente articolato e complesso, per celare, in realtà, l’inconcludenza delle sue operazioni.

  • Il Consiglio europeo è composto dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi membri e formula in termini generali le linee di indirizzo per la politica e lo sviluppo dell’Unione.
  • La Commissione è composta da un Presidente, designato dagli Stati membri e approvato dal Parlamento, e da diciannove commissari, scelti dal Presidente e approvati dal Parlamento. La Commissione è l’esclusivo titolare dell’iniziativa legislativa, ovvero è l’unico organo che può proporre quegli atti che nell’ordinamento giuridico italiano vengono definiti “disegni di legge”. Al tempo stesso, la Commissione è l’organo esecutivo: provvede, infatti, ad applicare le norme stabilite dagli organi legislativi.
  • Il Consiglio dell’Unione europea è composto dai ministri rappresentanti gli Stati membri, il cui rispettivo voto è ponderato pressapoco in rapporto alla dimensione degli Stati stessi; questo organo approva i regolamenti (gli atti normativi equivalenti delle nostre leggi, quindi immediatamente vincolanti) e le direttive (atti che vincolano gli Stati membri al solo raggiungimento degli scopi, per i quali tali direttive sono state emanate; la scelta degli strumenti giuridici più idonei a raggiungere tali scopi è lasciata ai singoli Stati).
  • Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri. Svolge una funzione di controllo sull’operato della Commissione e ha un potere di “co-decisione” nell’approvazione degli atti legislativi (regolamenti e direttive), che si sostanzia in un potere di veto.

Prima considerazione è lo stravolgimento o innovazione (dipende dai punti di vista) della divisione dei poteri non solo nei confronti di quella classica liberale, ma anche nei confronti dell’evoluzione che quest’ultima ha subito con il passaggio da Stato liberale e assenteista a Stato democratico-sociale e interventista. Il potere governante, cioè quello che detiene la funzione di indirizzo politico, che nelle attuali democrazie occidentali è in mano al Governo e alle maggioranze parlamentari che lo sostengono, è in mano al Consiglio europeo e alla Commissione, la quale detiene anche la funzione esecutivo-amministrativa. La funzione legislativa, di cui, nelle attuali democrazie, sono titolari le assemblee parlamentari, invece, è frazionata in più organi: l’iniziativa spetta solamente alla Commissione, l’approvazione, invece, al Consiglio dell’Unione europea e, marginalmente, al Parlamento europeo: sono queste le due Camere legislative europee. Tutte queste similitudini tra la divisione dei poteri nei singoli Stati e la ripartizione di questi all’interno delle istituzioni europee, però, sono mera forma. Questi meccanismi sono stati voluti perché essi siano, come di fatto avviene, dominati dalla preponderante volontà dei singoli Stati, il cui accordo è necessario in qualsiasi ganglio del sistema. Non a caso l’organo che stabilisce l’indirizzo politico della Ue è composto semplicemente dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi, nel quale organo ognuno di questi si fa portatore dei propri interessi nazionali; e non a caso l’unico organo eletto direttamente dai cittadini è quello che detiene meno poteri: se in tal modo fossero composti i principali organi, questi, teoricamente, si caricherebbero di una maggiore responsabilità di cui oggi fanno tranquillamente a meno, cioè quella politica nei confronti dei propri elettori. La complessità del funzionamento delle istituzioni europee ha portato necessariamente a una vera e propria “lentocrazia”: Consiglio europeo e Commissione non sono in grado di assumere decisioni rapide e tempestive rispetto ai problemi del continente e il legislativo comunitario blocca le iniziative della Commissione con una frequenza e una persistenza non ravvisabili in nessun altro legislativo nazionale. Certo è che ai capi di stato e governo tale lentezza non fa certo dispiacere, anzi. Istituzioni-scatoloni che non contengono niente, insomma. Tutta forma e niente sostanza. E lo stesso vale per le competenze attribuite all’Unione europea. Nella storia dei processi federativi (cioè quei processi che portano più Stati indipendenti a unirsi in confederazione prima e federazione poi, per dare vita, in virtù di analoghi interessi e politiche, a un unico Stato), i punti di saldatura fra i vari Stati indipendenti riguardano la politica economica e la politica estera e militare; ed è logico che sia così: sono questi i due settori su cui si misura la supremazia di uno Stato. Le nazioni europee sono state capaci di rinunciare totalmente alla loro sovranità solamente nei settori di commercio, pesca e agricoltura: semplicemente una presa in giro.

Una moneta per tutti, tanti interessi per pochi

Ma la contraddizione più evidente riguarda l’aspetto economico-finanziario. Dal 1999 nei mercati mondiali e dal 2002 nella vita quotidiana dei cittadini, l’unione monetaria unisce sotto un unico conio sedici paesi e agisce attivamente nella scena internazionale (l’euro in Europa e l’euro nel mondo). Unione di sedici Paesi disomogenei nelle scelte di politica economica e fiscale, scelte di cui rimangono titolari i singoli Stati e non l’Europa. Questo perché anche l’euro è frutto delle strategie politiche dell’asse franco-tedesco. All’indomani della riunificazione della Germania e della caduta dell’Unione sovietica, gli assetti geopolitici e finanziari nella scena internazionale erano destinati a mutare radicalmente. Mentre gli USA iniziavano la prima guerra del golfo per riaffermarsi militarmente come potenza mondiale, François Mitterrand, Presidente socialista della Repubblica francese dal 1981 al 1995, intendeva imbrigliare alla Francia e all’Europa una Germania che, grazie alla riunificazione, minacciava di imporsi come la prima potenza europea, data l’indiscussa supremazia del marco. Da parte sua, Helmut Kohl, Cancelliere cristiano-democratico della Germania dal 1982 al 1998, era cosciente che solamente un’unica moneta europea sarebbe stata in grado di competere con gli Stati uniti, di cui la Germania era stata succube per tutto il periodo della guerra fredda e da cui la Germania voleva emanciparsi, e con le economie emergenti mondiali: la globalizzazione stava (e sta) portando a un mondo in cui le enormi regioni macroeconomiche sarebbero state i veri protagonisti della scena internazionale (macroregioni economiche); in tal modo, una volta creata la moneta unica, che avrebbe emancipato il mercato europeo dagli USA, sarebbe stata possibile la creazione di un mercato di capitali, volto a finanziare l’industrializzazione dell’Est Europa, ormai liberato dal blocco sovietico. I grandi gruppi finanziari tedeschi guardavano già alle future privatizzazioni, fusioni e acquisizioni che si sarebbero avute: insomma, un Est Europa come una miniera d’oro. La Germania stava bramando la rinascita dell’ottocentesca e ricca Mitteleuropa. Così, nel 1997, i futuri paesi che avrebbero adottato l’euro sottoscrissero il Patto di stabilità e di crescita, con cui i firmatari si impegnarono a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, cioè quelle condizioni minime sancite nel trattato di Maastricht per poter adottare la moneta unica. E nel 1998 venne istituita la Banca centrale europea, con il compito di controllare l’andamento dei prezzi e mantenere il potere d’acquisto analogo in tutta l’euro-zona: controlla, quindi, l’inflazione, mantenendone il tasso sotto il 2%. Inutile dirlo, anche il funzionamento della BCE è frutto delle dinamiche interne alla politica tedesca. La Germania, gelosa della propria Bundesbank, organo storicamente indipendente, non intendeva assolutamente cedere la propria sovranità per una banca europea che fosse assoggettata alla politica; questo per la tradizionale diffidenza dei ricchi cristiano-sociali bavaresi (i CSU che convivono con i cristiano-democratici) nei confronti del governo centrale e per l’attenzione maniacale all’inflazione, come soluzione agli sprechi di Berlino. Queste dinamiche tedesche si sono tradotte in una politica deflazionistica esageratamente rigida, che non tiene conto delle economie dell’Europa meridionale, storicamente inefficienti e abituate alle svalutazioni monetarie competitive che, in tempi di crisi, invitino gli investitori internazionali. Ma, dimentica della solidarietà internazionale di cui la Germania ha goduto nei decenni scorsi (per la ricostruzione nel dopoguerra e per la riunificazione dopo la caduta del muro), per la Merkel l’Unione è oggi un forum per favorire gli interessi tedeschi, anche se tali interessi viaggiano contro quelli del resto d’Europa.

La crisi dei maiali imbroglioni

“Berlino non intende usare i soldi tedeschi per risolvere i problemi degli altri”. Così, il 2 ottobre 2008, dopo la proposta francese di un fondo europeo di emergenza per le banche in difficoltà, Angela Merkel ha inaugurato la sua nuova politica nazionalista ed euro-scettica. Un anno e mezzo dopo, da quando, a febbraio, il debito pubblico ellenico è diventato oggetto di preoccupazione nei mercati finanziari e nelle istituzioni europee, la Merkel ha tentato di seguire la sua nuova rotta per non perdere consenso, per non rischiare il Land più popoloso, il Nord-Reno Westfalia, piegandosi alle pressioni della crisi, senza agire secondo una linea autonoma e consapevole. La piccola politica. Quella piccola politica che insegue il sondaggio, che rappresenta il malcontento contingente per un consenso altrettanto contingente. Quella piccola politica che guarda solo ai tempi brevi e non ha la lungimiranza di guardare ai propri figli. Quella piccola politica, la cui inerzia ha dato l’euro in pasto alle speculazioni. Solo a maggio la piccola politica è iniziata a correre. Il 2 maggio, i Paesi dell’euro-zona, la Commissione e il Fondo monetario internazionale non hanno fatto nemmeno in tempo ad approvare un piano da 110 miliardi per la Grecia, che già il giorno dopo l’euro ha continuato a deprezzarsi, i tassi di interesse dei titoli di Stato greci sono saliti ancora e le borse sono sprofondate. Tra il 7 e il 9 maggio si è tenuto, allora, il tour de force per un salvataggio last minute, prima della riapertura degli ormai sfiduciati mercati asiatici. Il 10 maggio i ministri economici dell’Unione hanno, così, raggiunto un accordo per un piano da 750 miliardi, di cui 60 dal bilancio Ue, 250 dal Fmi e 440 dalle casse dei singoli Stati. Un piano di emergenza. Un piano per il breve periodo. Una boccata d’ossigeno, per poi subito ritornare in apnea. E mentre l’Europa sta in apnea, i commentatori europei, soprattutto inglesi, sull’onda di un rinnovato nazionalismo, gridano alla pigrizia e agli imbrogli dei Portoghesi, Irlandesi, Italiani, Greci e Spagnoli. I cosiddetti PIIGS. I grassi porci che vivono sulle spalle di tutti gli altri, che se ne approfittano, che bevono birra, mangiano pizza, si godono la corrida e ballano il sirtaki, mentre tutti gli altri lavorano. La stereotipizzazione e le denigrazione diretta di interi popoli europei dimostrano l’ignoranza di fondo di tali affermazioni.

Il grafico mostra bene che il debito pubblico di ciascuno dei cinque porci è in mano principalmente a tre soggetti: Regno Unito, Francia e Germania. Sempre loro. Ed è proprio questo il punto: gli Stati europei sono ormai interdipendenti. Se ne crolla uno, l’intera Europa è a rischio: l’insolvenza della Grecia necessariamente ha ripercussioni sulle casse dei propri creditori, ovvero, appunto, Regno Unito, Francia e Germania; ma per far capire tutto questo alla Ue, cioè alla Merkel, è bastata una sbrigativa telefonata di Obama, il quale, evidentemente, non intende preoccuparsi anche dei particolarismi europei, meschini e controproducenti dal suo punto di vista. Il grafico, poi, mostra che fino a poco tempo fa il debito pubblico di Atene era inferiore agli altri quattro Paesi sopra mostrati; nonostante ciò la Grecia, in un paio di mesi, è capitolata. Il motivo risiede nel fatto che, dopo la vittoria di George Papandreou, l’attuale Primo ministro, e dei socialisti, le agenzie di rating hanno ricalcolato la posizione e lo status dei conti pubblici ed è emersa la realtà: il precedente governo di centro-destra di Costas Karamanlis truccava i conti per nascondere il default del suo Paese, perpretando la tradizione del precedente governo socialista, guidato da Costas Simitis, il quale avrebbe mescolato le carte anche per poter rientrare nell’euro-zona. Insomma, l’attenzione per i conti pubblici degli altri Paesi necessita massima vigilanza, dato che nessuno avrebbe le disponibilità economiche e politiche di salvare economie come quella spagnola o quella italiana e dato che una volta falliti questi, verrebbe trascinata a picco l’intera Europa. Quello che spaventa davvero, a questo punto, sono le dichiarazioni dei leader europei: guardandosi ormai in cagnesco l’uno con l’altro, per evitare tensioni e imbarazzi, scaricano la colpa sugli speculatori, fingendo di non sapere che al momento di raccogliere i 440 miliardi, l’Unione dovrà rivolgersi proprio a quei mercati oggi accusati di voler distruggere l’euro. Siamo all’insegna del populismo sfrenato. Gli speculatori hanno sicuramente peggiorato la situazione, ma per affossare una moneta come l’euro, è necessaria anche la grande massa di investitori: banche, assicurazioni, fondi pensione statunitensi, piccoli risparmiatori. Se le assicurazioni, che possiedono enormi quantità di titoli pubblici, temono che la crisi greca possa contagiare il resto d’Europa, sono costrette a vendere i loro patrimoni per proteggere gli assicurati: è in questo modo che la fiducia degli investitori è venuta totalmente meno e la credibilità della Ue è caduta così in basso. Sarkozy e la Merkel lanciano l’idea di un’Agenzia europea di rating: altra propaganda stupida e populista, dato che se il giudizio di tale Agenzia sul debito dei Paesi europei fosse più positivo di quello delle agenzie private, i mercati di certo non lo prenderebbero in considerazione; se, invece, fosse simile, allora nulla cambierebbe.

Un vero primo passo per la stabilizzazione dell’Unione europea e per mettersi al riparo dalle contraddizioni e dalle crisi che il capitalismo democratico comporta, sarebbe la creazione di un meccanismo transnazionale di carattere perequativo basato sul principio del federalismo fiscale: una parte delle risorse fiscali generate dai Paesi più ricchi rispetto alla media europea andrebbe trasferita sul bilancio comunitario, per poi essere utilizzata per gli Stati che si situano sotto la media europea. Ma di riforme di lungo periodo non se ne vuole proprio parlare.

Queste considerazioni d’insieme fanno capire che l’Europa che ci viene raccontata, quella dell’integrazione, è una finzione, non esiste. La vera Europa è quella dell’euro tedesco degli investimenti e delle speculazioni, dell’euro che, pur se comune, ha portato alla disunione e alla disgregazione europea, di una moneta unica che, per essere salvata, sacrifica l’integrità sociale dei suoi popoli e che, dopo i Greci, è pronta a mietere altre vittime.

Per coloro, come chi scrive, che vedono nel progetto delle élites politiche dell’Unione europea la possibilità dell’abolizione teorica e pratica dei confini e delle nazioni, il primo passo non può non partire dal basso verso una comune dignità delle persone, delle comunità e dei popoli in virtù del rispetto e della diversità culturale.

P&L
Tom

A testa alta contro il pizzo – dal Blog di Alessandro Marcianò

Posted By grim on maggio 25th, 2010

Due giorni fa nel mio articolo ho trattato il problema della coscienza civile e morale dei cittadini. Di quanto questa sia fondamentale nel processo di crescita di ognuno di noi, soprattutto nelle nuove generazioni. Il tutto nell’auspicio che vi sia un risveglio etico e civico nella comunità. Oggi un piccolo ma importante esempio di tale risveglio è successo a Palermo. Quattro persone sono state arrestate dalle forze dell’ordine, accusati di estorcere il pizzo ai proprietari di alcuni esercizi commerciali nel capoluogo siciliano. Decisive per l’operazione di polizia sono state le rivelazioni dei commercianti, i quali hanno denunciato i loro estorsori. Cosa non comune e assolutamente [...] clicca per leggere tutto