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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Archive for maggio 3rd, 2010

Lo Stato delle cose – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 3rd, 2010

Il 21 aprile è stata approvata una legge che, di fatto, allunga il calendario venatorio oltre i termini vigenti finora, cioè la fine di febbraio. Ora, al di là del fatto che questa legge afferma che il rispetto per la biodiversità non sia un valore degno di tutela e segna ancora una volta l’arretratezza dell’Italia in tema ambientale, sorgono spontanee alcune domande: si tratta davvero di una necessità per l’Italia, in questo particolare momento di crisi culturale, economica e politica? E come mai i media non hanno dato a questa legge la stessa importanza che le hanno dato i nostri onorevoli? D’altronde, le maggiori associazioni ambientaliste si sono rivoltate a questa normativa e addirittura il ministro dell’ambiente Prestigiacomo si è schierata contro, anche se il suo peso all’interno del governo, però, è talmente ininfluente che non si è sentita nemmeno controbattere secche risposte dai promotori della legge. E ciò non è dato solamente dal fatto che si tratta dell’ennesima ministra bambolotta, utilizzata dal re Silvio, affinché quel ministero non si azzardi a rompere le uova nel paniere. C’è ben di più. Questa legge è frutto della volontà e di interessi ben più forti di quelli di un ministro, figuriamoci poi se si tratta della Prestigiacomo. E questo è solo uno dei tantissimi esempi che dimostrano il potere e l’influenza delle lobby, annidate permanentemente nelle stanze delle Commissioni parlamentari. E le lobby, nate pressoché in parallelo con la formazione delle contemporanee istituzioni, rappresentano la punta dell’ice-berg di un intero mondo, celato dallo Stato e dalle sue innumerevoli finzioni.

Risalendo indietro nel tempo, all’epoca della civiltà precristiane, capiamo che una forma semplificata e acerba di “stato”, era già presente allora. Basti pensare a come si comportavano gli antichi egizi o le poleis greche, pur con tutte le differenze culturali, sociali e organizzative che intercorrevano tra i due tipi di comunità, nei confronti dei prigionieri e degli schiavi: per mantenere assoggettate queste persone, la comunità necessitava di un’autorità che disponesse di strumenti necessari alla loro sottomissione fisica e sociale, altrimenti la comunità in questione avrebbe subito una rivolta dagli schiavi stessi, i quali sarebbero, così, ritornati liberi; le autorità di allora si adoperavano per il mantenimento di quello che oggi viene definito “status quo”, dell’equilibrio tra gruppi sociali in lotta tra loro, cioè con interessi divergenti, tramite la sottomissione del gruppo più debole. È qui che si delinea la figura dello Stato che, dunque, nasce come separazione e divisione forzata tra le persone. La storia lo dimostra. Nel tenebroso Medioevo, tradizioni e consuetudini romane e germaniche si fusero insieme e le istituzioni, che ne derivarono, si contendevano la sovranità su territorio e sudditi: impero, regni, comuni, signorie, castelli, abbazie utilizzavano lo strumento giurisdizionale come affermazione della propria forza; lo “stato” medievale si configurava come una stato patrimoniale: il patrimonio del sovrano corrispondeva al patrimonio della nazione, il quale poteva disporne liberamente, e tutti i suoi sudditi, in quanto tali, dovevano obbedire alle sua volontà. Solo con l’epoca moderna, si può parlare di Stato come lo intendiamo noi; vengono a configurarsi le identità nazionali, che ancora oggi continuano ad esistere, il sovrano era al vertice di una complessa e articolato apparato burocratico, appunto, lo Stato. È il periodo dell’assolutismo, in cui il sovrano è svincolato da ogni subordinazione superiore; è il periodo, in cui nacque la distinzione tra ciò che è privato e ciò che è pubblico; è il periodo del dominio culturale, sociale, politico ed economico del patriziato, vero motore delle vicende storiche dell’epoca moderna. E infine è con la rivoluzione francese che lo Stato viene occupato dalla classe borghese e la relativa cultura penetra in tutti i meandri della società fino a diventare dominante, come vediamo oggi: divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, assenteismo statale (attenuato nel Novecento dall’interventismo del welfare state) e conseguente liberismo economico, che ha portato alle logiche capitalistiche e consumistiche, riconoscimento dei diritti civili e politici, principio dell’uguaglianza formale, la legge come fonte prima del diritto.

Insomma, anche una sommario e riduttivo excursus storico sullo Stato, mostra come esso si è sempre configurato come un apparato di organi autoritativi, e nelle conseguenze più estreme autoritari, che utilizza coattivamente la forza, per imporre le volontà politiche di un determinato gruppo sociale, che in quel determinato periodo storico predomina e comanda sugli altri gruppi sociali, e per orientare la società verso il conseguimento dei propri scopi politici. E lo strumento principe è la legge, che ha assunto la funzione di strumento di controllo sociale. Legge formale, quindi l’atto normativo prodotto dall’attività parlamentare, secondo le procedure prescritte dalla Costituzione. La scienza giuridica ci dice che essa è la fonte prima del diritto, in quanto frutto della discussione dei rappresentanti del popolo, cioè i parlamentari. Ma le cose sono ben più complicate. E le categorie giuridiche si dimostrano, come sempre, inadatte e anche misere rispetto alla realtà, nonostante la loro pretesa universalità. Gli attori che partecipano al processo legislativo sono molteplici e i principali sono le lobby esterne, quei gruppi organizzati interessati all’emanazione di una determinata legge per i loro singoli interessi, che intensificano particolarmente le pressioni soprattutto all’interno delle Commissioni parlamentari, dove maggioranza e opposizione assumono ruoli più sfumati, tanto che le probabilità di formazione di lobby bipartisan interne al Parlamento sono alte. Ed è così che torniamo alla summenzionata legge sulla caccia: in Italia, i cacciatori, che non arrivano alle 750.000 unità, costituiscono una lobby, capace di influenzare l’iter legislativo. Così come lo è, per esempio, Comunione e Liberazione, setta che, nonostante rappresenti solo il 5% dell’elettorato del PDL, in Lombardia ha creato incontrastata il proprio regno e che siede, grazie all’impegno di Formigoni, sulle più importanti poltrone dirigenziali.

La legge diventa, così, uno strumento precario e indefinito, rispetto allo scopo formale che si prefigge e soprattutto rispetto a come la avevano ideata i filosofi politici nel periodo dei Lumi. E questo è determinato dal luogo, la sede istituzionale, in cui tale atto normativo nasce: il Parlamento. La classe borghese francese, nel XVIII secolo, visse un’ascesa economica e sociale rapida e tale che ai suoi occhi, ormai, l’aristocrazia e il clero apparivano come parassiti e non avevano più legittimazione ad occupare le stanze del potere: il vero propulsore della nazione risiedeva nelle attività economiche della borghesia. La rivoluzione francese portò tale classe in Parlamento, che fu, così, trasformato nell’istituzione dove la borghesia poteva attuare quelle riforme funzionali ai propri interessi economici; come, d’altronde, facevano aristocrazia e clero, i quali si preoccupavano dei propri interessi di casta. Solo alla luce di un’analisi storica si può capire che il Parlamento nasce come luogo di insediamento dei rappresentanti di un determinato gruppo sociale. Altro che sovranità popolare. E questo si capisce da alcuni privilegi, che tutt’oggi permangono, di tipico stampo liberale. Prima di tutto le immunità parlamentari che, nelle più disparate forme, esistono in tutte le assemblee legislative occidentali; in Italia, gli onorevoli non possono essere sottoposti a perquisizione personale o domiciliare, né possono essere arrestati o altrimenti privati della libertà personale o mantenuti in detenzione, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost). Come se il ladro colto in flagrante venga svenduto dai suoi compagni di merende! Non si capisce per quale motivo debbano godere di tali privilegi solo per il ruolo sociale che ricoprono, sicuramente non più importante di tanti altri. Altro privilegio è sicuramente il divieto di mandato imperativo (art. 67 Cost): il parlamentare, una volta eletto, è svincolato da qualsiasi tipo di mandato, provenga esso dal proprio partito o dalle promesse fatte ai propri elettori; questo vuol dire che non esiste un controllo sull’attività del parlamentare, il quale, addirittura, può cambiare gruppo parlamentare, passando da un partito all’altro: l’ultimo esempio è quello della senatrice Binetti, che si è trasferita dal gruppo del PD a quello dell’UDC. La teodem è stata eletta nelle fila del Partito Democratico e quindi ne rappresentava gli elettori; nell’UDC chi rappresenta, dato che gli elettori di Casini non l’hanno votata? E il numero di parlamentari PD si ritrova ora sfasato rispetto ai suoi effettivi elettori, così come quello di parlamentari dell’UDC: il primo è diminuito e il secondo è aumentato. Si comprende, così, come la figura del parlamentare, rappresentante del popolo, viene snaturata. Ed è proprio il concetto di rappresentanza, che sta alla base delle assemblee legislative e più in generale delle democrazie occidentali, a non reggere più. L’art. 67 della Costituzione recita “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”. Ma in quanti e quali atti parlamentari si può ravvisare la volontà del popolo? Basti pensare alle guerre, agli atti di bilancio, agli atti delle società partecipate dallo Stato. Sono questi atti davvero motivati dall’interesse pubblico? E l’assenza del vincolo di mandato, come sottolineato sopra, come può tutelare la rappresentanza e l’efficienza del parlamentare? L’astensionismo, poi, mette a dura prova i principi democratici: mediamente gli elettori si attestano attorno al 60-70 per cento dell’intera popolazione e, in virtù del principio democratico della maggioranza, questi decidono per tutti, proprio in quanto maggioranza. In Francia, all’ultima tornata elettorale si è astenuto un numero altissimo di persone, tra il 52 e il 55 per cento, come in Afghanistan, in cui, alle ultime presidenziali, l’astensionismo è arrivato al 50-60 per cento. In questi casi, per esempio, quando la maggioranza della popolazione non vota, è la minoranza che sceglie per tutti, contraddicendo in sé il principio della maggioranza. Un sistema quindi che si contraddice da solo, costruito sulla finzione, per cui la maggioranza dei cittadini sceglie i propri rappresentanti (abbiamo visto che non è così), da cui farsi governare. Finzione che serve in realtà a celare le logiche del mercato nazionale e mondiale, che controllano realmente lo Stato, soprattutto nella sua storica sede democratica, il Parlamento. Abbiamo così, in Italia, un ritorno al nucleare, fortemente voluto da società come l’Enel; abbiamo così l’inerzia dell’ONU (sigla da intendersi equivalente a “USA”) di fronte ai continui soprusi nei confronti dei Palestinesi da parte degli Israeliani, per la potentissima lobby ebraica radicata e consolidata negli Stati Uniti; abbiamo, così, una Merkel, che rappresenta eccellentemente la banca tedesca, la più potente in Europa, e che controlla la Banca Centrale Europea; abbiamo, così, un Berlusconi, in passato sostenuta dalla nuova borghesia, quale il gruppo Cremonini, ormai al tramonto e che, a tempo debito, verrà sostituito da un personaggio più asservito ai desideri di Confindustria e della Fiat.

In Occidente, gli interessi che muovono le logiche del potere statale passano per le bocche dei dirigenti dei partiti. Partiti che, ormai, si comportano più come le summenzionate lobby, per occupare le istituzioni e badare ai propri interessi, ovvero rimanere saldamente incollati alle poltrone di tali istituzioni. Poltrone che sembrano essere ormai dei troni. I 951 onorevoli percepiscono all’anno più di 200 mila euro tra stipendio, diaria e rimborsi spese, oltre all’assegno vitalizio e alla pensione che arriva dopo ben 35 mesi di attività alle Camere. Senza contare poi i vari privilegi, tra cui le tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale. In tutto, circa 2 miliardi all’anno, compreso anche il Quirinale. Tutto questo crea una vera propria casta privilegiata, ma quantitativamente minoritaria. E allora perché non sfruttare un po’ di denaro pubblico anche ai partiti? Dopo che il finanziamento ai partiti è stato abrogato grazie al referendum del 1993, questi hanno semplicemente cambiato nome per ottenerne di più: si tratta del rimborso per le spese elettorali. Che funziona in modo davvero strano; invece di percepire tanti soldi, quanti ne hanno effettivamente spesi, percepiscono 1 euro per elettore, per ogni anno e per ogni votazione (Camera, Senato, Parlamento europeo e Regioni). E il numero degli elettori è calcolato in base agli iscritti al voto per la Camera, solamente che tale numero, 50 milioni e mezzo, è utilizzato anche per il Senato, per cui, invece, votano 4 milioni di persone in meno. In più i tesorieri dei partiti quadruplicano le spese: a fronte di 110 milioni ne riceveranno 503 e li incasseranno anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere (li stanno ancora ricevendo per le elezioni del 2006); la Lega a fronte di 3 milioni spesi, ne riceverà 41, il PDL a fronte di 69 milioni spesi ne riceverà 206, il PD ne dichiara 18 milioni e il rimborso ammonta a 180 milioni, l’IDV ne dichiara 4 e ne riceverà 21, l’UDC ha sperperato ben 21 milioni e ne riceverà 26; ma il meglio lo abbiamo con il MpA di Lombardo che ha utilizzato meno di 1 milione e ne percepirà circa 5. L’assenza di un effettivo ricambio generazionale dimostra proprio l’attaccamento dei dirigenti dei partiti al potere. È inevitabile, d’altronde, considerata la struttura verticistica del partito politico. Ed essere ai vertici di un partito non solamente vuol dire essere ai vertici delle istituzioni. La lottizzazione della televisione e della sanità pubblica lo mostra con chiarezza: posizionare come pedine i propri servitori non soltanto è funzionale all’inserimento di logiche politico-statali in settori dove di politico nulla dovrebbe esserci, ma serve anche al soddisfacimento personale dei signorotti in questione, di esseri umani logorati e schiavizzati dal profitto e dal potere. Non molto è cambiato, allora, dalla vergognosa prima repubblica, in cui la partitocrazia si spartiva enormi fette di potere con la mafia e P2.

Non più strutture verticistiche e corporativistiche, ma orizzontali ed aperte, per una società organizzata all’insegna dell’egualitarismo, che sappia sostituire logiche comunitariste a quelle dominanti del mercato internazionale. Sì, utopia.

P&L
Tom