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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Archive for maggio 8th, 2010

Crisi: come si entra e come si esce – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 8th, 2010

Tempi duri in Grecia.

L’imponente crisi finanziaria che ha colpito le economie dei paesi occidentali, miete la sua prima vittima proprio nella culla della civiltà occidentale, laddove nacque la democrazia.

La causa della crisi greca è di ricercarsi nello spropositato debito pubblico, che ad oggi si attesta intorno al 120% del Pil nazionale. L’incremento del debito pubblico ha portato all’inevitabile downgrading da parte delle agenzie di rating, diffondendo quel panico e quel timore che storicamente rappresentano l’innesco di una crisi (così fu agli inizi del ‘900, e successivamente nel big crash del ‘29). I consumatori tagliano le spese, acquistano l’indispensabile e risparmiano sul resto, causando il crollo delle vendite; le imprese dunque chiudono e la disoccupazione lievita aprendo un circolo vizioso nel sistema, in cui vengono a mancare i soldi per acquistare e per produrre.

A fronte di crisi di questo tipo, i paesi che godono di sovranità monetaria svalutano la moneta locale tagliando i tassi di cambio, e stimolano l’inflazione allargando la base monetaria, con l’effetto di attirare capitali stranieri, accrescere il Pil, e dunque incrementare la produttività e i consumi.

Ma la Grecia, come tutti i paesi membri dell’Unione Europea, non dispone della necessaria sovranità monetaria. Tale sovranità è infatti in seno alla Banca Centrale Europea (BCE), che decide l’unico tasso di cambio valido per tutta la zona euro, e la quantità di moneta da immettervi.

Cosa possono dunque fare gli ellenici per risollevare la loro economia? L’Austerity? No di certo.

La realtà è che la Grecia, senza sovranità monetaria, può fare ben poco. Le uniche soluzioni plausibili provengono dunque da fuori, dalla BCE e dai paesi membri dell’Unione Europea.

La prima dovrà incrementare, seppur lievemente, l’offerta di euro in Grecia, per i motivi di cui sopra, i secondi dovranno stanziare fondi atti a ripianare una fetta del debito pubblico, e a sostenere una politica fiscale espansiva, che incrementi la spesa pubblica, i trasferimenti sociali, e riduca le imposte a carico dei cittadini. Solo così l’imprenditore sarà stimolato all’investimento, e il consumatore all’acquisto; solo così verrà spezzato il circolo vizioso e spazzata la crisi.

Quello che l’opinione pubblica si domanda, è il motivo per il quale dei Paesi a loro volta attanagliati da una, pur minore, crisi debbano destinare preziose risorse a uno Stato che ha nutrito il proprio debito pubblico a forchettate di evasione fiscale, corruzione e sprechi.

Le risposte potrebbero essere svariate; in ambito europeo, ad esempio, la bancarotta greca abbatterebbe la stabilità dell’euro e con essa l’intera unione monetaria; in ambito nazionale occorre invece ricordare il numerino sopracitato, quel 120% di debito pubblico rispetto al Pil che ha portato al downgrading e allo scoppio della crisi, che è attualmente superiore di soli sei punti percentuali rispetto al debito pubblico italiano. Sei anni fa il nostro debito pubblico ammontava al 96% del Pil, oggi tocca il 114%; considerando che ogni anno l’Italia chiude il bilancio in deficit, quel 120% greco non è da reputarsi una lontana realtà nel Belpaese.

Abbandonare alla deriva la patria di Platone e Aristotele sarebbe dunque un suicidio economico, per l’Italia così come per tutti gli altri paesi dell’UE, motivo per il quale tutti i paesi membri, con quote diverse, contribuiranno con 110 mld di euro in tre anni alla ripresa greca.

Quando sentirete parlare di crisi finita, di ripresa, e di Italia sana, ricordate le cause del tracollo greco, e ricordate a cosa può portare un debito pubblico gonfiato dall’evasione fiscale, dagli sprechi e dalla corruzione. I tempi son duri anche in Italia, eccome.

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