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Disunione europea – di Tommaso Petrucci | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Disunione europea – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 26th, 2010

Storia di un’integrazione mancata

Le elezioni europee sono sempre state prese poco seriamente. Per i governanti di turno si è sempre trattato semplicemente di una prova, di un sondaggio sul proprio operato; per l’elettorato, poi, votare per il Parlamento europeo è un’azione quasi meccanica, dettata da inerzia civica: a malapena è davvero cosciente delle sue funzioni. Anche perché le istituzioni europee vengono percepite come le più distanti dalla vita del cittadino. Basti considerare le elezioni in Italia del 2009: l’ennesimo referendum personale su Berlusconi, il quale ha semplicemente testato se il proprio consenso era stato intaccato dagli scandali sulle notti trascorse con prostitute di alto borgo, unico argomento di discussione politica di quella inconcludente campagna elettorale. Improvvisamente la crisi greca ha puntato i riflettori sulle istituzioni europee, alla ricerca di responsabilità, colpe, rimedi e soluzioni. Soltanto ripercorrendo le dinamiche complessive che hanno portato alla nascita dell’Unione europea e dell’euro, sarà possibile comprendere appieno la debolezza strutturale della Ue e dell’Euro-zona e la portata della finzione europea.

Un’Europa unita è stata immaginata ed agognata da numerosi intellettuali ben prima dell’inizio del ventesimo secolo. Ma solo dopo il dramma della seconda guerra mondiale le guide politiche nazionali diedero inizio al progetto di un’Europa pacificata: Italia, Francia, Germania dell’Ovest e gli stati del Benelux non volevano più che si ripetesse all’interno del vecchio continente la crisi umanitaria della guerra. Ovviamente i maggiori timori riguardavano l’assetto economico europeo, totalmente dissestato dopo lo scontro bellico. Ciò portò alla nascita, con il trattato di Parigi del 1951, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), entrata in vigore nel 1952: tale trattato istituì un mercato comune del carbone e dell’acciaio e soppresse i diritti di dogana nazionali e tutte le restrizioni che non permettevano la libera circolazione delle due merci in questione. Fu scelto proprio il settore carbo-siderurgico, per prima cosa, perché i relativi giacimenti si trovano principalmente nel bacino della Ruhr, in Alsazia e in Lorena, aree di storica contesa tra Francia e Germania, e la contesa si sarebbe così spenta tra i due Stati; in secondo luogo, ed è questa la adeguata chiave di lettura dell’accordo, il trattato di Parigi comportava un controllo reciproco di fatto tra Francia e Germania sull’utilizzo di carbone e acciaio, materiale fondamentale per la produzione di materiale bellico; il riarmo segreto veniva così reso impossibile. Il Benelux, da parte sua, aveva tutti gli interessi per tale “pacificazione”, essendo situato geograficamente tra le due potenze; l’Italia, invece, vi aderì per strategia politica: De Gasperi voleva un’Italia ancora protagonista nella scena internazionale, riscattandola dallo sfacelo fascista. Un accordo che nasce, quindi, sugli interessi dell’asse franco-tedesco. E che rimarrà tale anche nelle sue successive evoluzioni. Così, il trattato di Roma del 1957 diede vita alla CEE, la Comunità economica europea, nata con l’obbiettivo di creare un’unione economica dei Paesi membri. E nel 1985 gli accordi di Schengen sancirono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi che presero parte agli accordi, i quali vennero, poi, recepiti nel trattato di Maastricht del 1992, che ha dato vita all’Unione europea: l’istituzione che rappresenta il primo passo del lungo progetto di integrazione europea. (Stati membri della comunità europea dal 1957 ad oggi).

Progetto totalmente fallito, rispetto alle iniziali aspettative. Fino alla crisi greca, l’Unione europea è rimasta un organismo di carattere sovranazionale, che, però, non ha mai inciso significativamente sulla vita dei propri cittadini. E in questi ultimi diciotto anni, lo scopo principale, l’integrazione europea, non solo è stato totalmente ignorato, ma addirittura la tendenza è stata opposta: è tutt’ora socialmente e culturalmente impensabile accomunare un Portoghese a un Finlandese, un Irlandese a un Cipriota o un Olandese a un Lettone; emblematico, poi, è il modo in cui gli Stati membri stanno da tempo affrontando la questione dei rom, per la maggior parte cittadini europei: sgomberi e intolleranza svelano l’ignoranza e l’impazienza dell’Europa occidentale di fronte a un tema che necessita coscienza e calma e che costituisce un banco di prova per le istituzioni per serie capacità integrative non solo nei confronti dei rom, ma anche nei confronti degli altri popoli europei. So bene che un processo integrativo può essere analizzato in tempi storici e che diciotto anni sono troppo pochi per considerazioni di questo tipo; il punto che intendo, con questo, sottolineare sta nel fatto che tanto gli Stati membri si sono dimostrati incapaci di intraprendere tale percorso integrativo, quanto gli Europei si sono dimostrati intolleranti e ottusi nei confronti di tale percorso; indicativo di ciò è l’aumento dei partiti xenofobi ed euroscettici: la Lega Nord in Italia, il FPÖ in Austria, Jobbik in Ungheria, i Conservatori inglesi, il PVV nei Paesi Bassi, il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, l’Attacco Unione Nazionale in Bulgaria hanno tutti vissuto un sensibile aumento percentuale del proprio consenso, complice anche la crisi, proprio grazie a demagogici attacchi alla diversità culturale, non solo nei confronti dei popoli “extracomunitari”, ma anche nei confronti delle nazionalità “comunitarie”, quali i Rumeni.

Istituzioni “lentocratiche”

Nulla di nuovo, dopo tutto. A Bruxelles non esistono interessi europei, ma soltanto gli interessi delle singole nazioni. A conferma di ciò, è sufficiente considerare l’assetto giuridico-istituzionale, che è stato volutamente strutturato in modo tale da apparire particolarmente articolato e complesso, per celare, in realtà, l’inconcludenza delle sue operazioni.

  • Il Consiglio europeo è composto dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi membri e formula in termini generali le linee di indirizzo per la politica e lo sviluppo dell’Unione.
  • La Commissione è composta da un Presidente, designato dagli Stati membri e approvato dal Parlamento, e da diciannove commissari, scelti dal Presidente e approvati dal Parlamento. La Commissione è l’esclusivo titolare dell’iniziativa legislativa, ovvero è l’unico organo che può proporre quegli atti che nell’ordinamento giuridico italiano vengono definiti “disegni di legge”. Al tempo stesso, la Commissione è l’organo esecutivo: provvede, infatti, ad applicare le norme stabilite dagli organi legislativi.
  • Il Consiglio dell’Unione europea è composto dai ministri rappresentanti gli Stati membri, il cui rispettivo voto è ponderato pressapoco in rapporto alla dimensione degli Stati stessi; questo organo approva i regolamenti (gli atti normativi equivalenti delle nostre leggi, quindi immediatamente vincolanti) e le direttive (atti che vincolano gli Stati membri al solo raggiungimento degli scopi, per i quali tali direttive sono state emanate; la scelta degli strumenti giuridici più idonei a raggiungere tali scopi è lasciata ai singoli Stati).
  • Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri. Svolge una funzione di controllo sull’operato della Commissione e ha un potere di “co-decisione” nell’approvazione degli atti legislativi (regolamenti e direttive), che si sostanzia in un potere di veto.

Prima considerazione è lo stravolgimento o innovazione (dipende dai punti di vista) della divisione dei poteri non solo nei confronti di quella classica liberale, ma anche nei confronti dell’evoluzione che quest’ultima ha subito con il passaggio da Stato liberale e assenteista a Stato democratico-sociale e interventista. Il potere governante, cioè quello che detiene la funzione di indirizzo politico, che nelle attuali democrazie occidentali è in mano al Governo e alle maggioranze parlamentari che lo sostengono, è in mano al Consiglio europeo e alla Commissione, la quale detiene anche la funzione esecutivo-amministrativa. La funzione legislativa, di cui, nelle attuali democrazie, sono titolari le assemblee parlamentari, invece, è frazionata in più organi: l’iniziativa spetta solamente alla Commissione, l’approvazione, invece, al Consiglio dell’Unione europea e, marginalmente, al Parlamento europeo: sono queste le due Camere legislative europee. Tutte queste similitudini tra la divisione dei poteri nei singoli Stati e la ripartizione di questi all’interno delle istituzioni europee, però, sono mera forma. Questi meccanismi sono stati voluti perché essi siano, come di fatto avviene, dominati dalla preponderante volontà dei singoli Stati, il cui accordo è necessario in qualsiasi ganglio del sistema. Non a caso l’organo che stabilisce l’indirizzo politico della Ue è composto semplicemente dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi, nel quale organo ognuno di questi si fa portatore dei propri interessi nazionali; e non a caso l’unico organo eletto direttamente dai cittadini è quello che detiene meno poteri: se in tal modo fossero composti i principali organi, questi, teoricamente, si caricherebbero di una maggiore responsabilità di cui oggi fanno tranquillamente a meno, cioè quella politica nei confronti dei propri elettori. La complessità del funzionamento delle istituzioni europee ha portato necessariamente a una vera e propria “lentocrazia”: Consiglio europeo e Commissione non sono in grado di assumere decisioni rapide e tempestive rispetto ai problemi del continente e il legislativo comunitario blocca le iniziative della Commissione con una frequenza e una persistenza non ravvisabili in nessun altro legislativo nazionale. Certo è che ai capi di stato e governo tale lentezza non fa certo dispiacere, anzi. Istituzioni-scatoloni che non contengono niente, insomma. Tutta forma e niente sostanza. E lo stesso vale per le competenze attribuite all’Unione europea. Nella storia dei processi federativi (cioè quei processi che portano più Stati indipendenti a unirsi in confederazione prima e federazione poi, per dare vita, in virtù di analoghi interessi e politiche, a un unico Stato), i punti di saldatura fra i vari Stati indipendenti riguardano la politica economica e la politica estera e militare; ed è logico che sia così: sono questi i due settori su cui si misura la supremazia di uno Stato. Le nazioni europee sono state capaci di rinunciare totalmente alla loro sovranità solamente nei settori di commercio, pesca e agricoltura: semplicemente una presa in giro.

Una moneta per tutti, tanti interessi per pochi

Ma la contraddizione più evidente riguarda l’aspetto economico-finanziario. Dal 1999 nei mercati mondiali e dal 2002 nella vita quotidiana dei cittadini, l’unione monetaria unisce sotto un unico conio sedici paesi e agisce attivamente nella scena internazionale (l’euro in Europa e l’euro nel mondo). Unione di sedici Paesi disomogenei nelle scelte di politica economica e fiscale, scelte di cui rimangono titolari i singoli Stati e non l’Europa. Questo perché anche l’euro è frutto delle strategie politiche dell’asse franco-tedesco. All’indomani della riunificazione della Germania e della caduta dell’Unione sovietica, gli assetti geopolitici e finanziari nella scena internazionale erano destinati a mutare radicalmente. Mentre gli USA iniziavano la prima guerra del golfo per riaffermarsi militarmente come potenza mondiale, François Mitterrand, Presidente socialista della Repubblica francese dal 1981 al 1995, intendeva imbrigliare alla Francia e all’Europa una Germania che, grazie alla riunificazione, minacciava di imporsi come la prima potenza europea, data l’indiscussa supremazia del marco. Da parte sua, Helmut Kohl, Cancelliere cristiano-democratico della Germania dal 1982 al 1998, era cosciente che solamente un’unica moneta europea sarebbe stata in grado di competere con gli Stati uniti, di cui la Germania era stata succube per tutto il periodo della guerra fredda e da cui la Germania voleva emanciparsi, e con le economie emergenti mondiali: la globalizzazione stava (e sta) portando a un mondo in cui le enormi regioni macroeconomiche sarebbero state i veri protagonisti della scena internazionale (macroregioni economiche); in tal modo, una volta creata la moneta unica, che avrebbe emancipato il mercato europeo dagli USA, sarebbe stata possibile la creazione di un mercato di capitali, volto a finanziare l’industrializzazione dell’Est Europa, ormai liberato dal blocco sovietico. I grandi gruppi finanziari tedeschi guardavano già alle future privatizzazioni, fusioni e acquisizioni che si sarebbero avute: insomma, un Est Europa come una miniera d’oro. La Germania stava bramando la rinascita dell’ottocentesca e ricca Mitteleuropa. Così, nel 1997, i futuri paesi che avrebbero adottato l’euro sottoscrissero il Patto di stabilità e di crescita, con cui i firmatari si impegnarono a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, cioè quelle condizioni minime sancite nel trattato di Maastricht per poter adottare la moneta unica. E nel 1998 venne istituita la Banca centrale europea, con il compito di controllare l’andamento dei prezzi e mantenere il potere d’acquisto analogo in tutta l’euro-zona: controlla, quindi, l’inflazione, mantenendone il tasso sotto il 2%. Inutile dirlo, anche il funzionamento della BCE è frutto delle dinamiche interne alla politica tedesca. La Germania, gelosa della propria Bundesbank, organo storicamente indipendente, non intendeva assolutamente cedere la propria sovranità per una banca europea che fosse assoggettata alla politica; questo per la tradizionale diffidenza dei ricchi cristiano-sociali bavaresi (i CSU che convivono con i cristiano-democratici) nei confronti del governo centrale e per l’attenzione maniacale all’inflazione, come soluzione agli sprechi di Berlino. Queste dinamiche tedesche si sono tradotte in una politica deflazionistica esageratamente rigida, che non tiene conto delle economie dell’Europa meridionale, storicamente inefficienti e abituate alle svalutazioni monetarie competitive che, in tempi di crisi, invitino gli investitori internazionali. Ma, dimentica della solidarietà internazionale di cui la Germania ha goduto nei decenni scorsi (per la ricostruzione nel dopoguerra e per la riunificazione dopo la caduta del muro), per la Merkel l’Unione è oggi un forum per favorire gli interessi tedeschi, anche se tali interessi viaggiano contro quelli del resto d’Europa.

La crisi dei maiali imbroglioni

“Berlino non intende usare i soldi tedeschi per risolvere i problemi degli altri”. Così, il 2 ottobre 2008, dopo la proposta francese di un fondo europeo di emergenza per le banche in difficoltà, Angela Merkel ha inaugurato la sua nuova politica nazionalista ed euro-scettica. Un anno e mezzo dopo, da quando, a febbraio, il debito pubblico ellenico è diventato oggetto di preoccupazione nei mercati finanziari e nelle istituzioni europee, la Merkel ha tentato di seguire la sua nuova rotta per non perdere consenso, per non rischiare il Land più popoloso, il Nord-Reno Westfalia, piegandosi alle pressioni della crisi, senza agire secondo una linea autonoma e consapevole. La piccola politica. Quella piccola politica che insegue il sondaggio, che rappresenta il malcontento contingente per un consenso altrettanto contingente. Quella piccola politica che guarda solo ai tempi brevi e non ha la lungimiranza di guardare ai propri figli. Quella piccola politica, la cui inerzia ha dato l’euro in pasto alle speculazioni. Solo a maggio la piccola politica è iniziata a correre. Il 2 maggio, i Paesi dell’euro-zona, la Commissione e il Fondo monetario internazionale non hanno fatto nemmeno in tempo ad approvare un piano da 110 miliardi per la Grecia, che già il giorno dopo l’euro ha continuato a deprezzarsi, i tassi di interesse dei titoli di Stato greci sono saliti ancora e le borse sono sprofondate. Tra il 7 e il 9 maggio si è tenuto, allora, il tour de force per un salvataggio last minute, prima della riapertura degli ormai sfiduciati mercati asiatici. Il 10 maggio i ministri economici dell’Unione hanno, così, raggiunto un accordo per un piano da 750 miliardi, di cui 60 dal bilancio Ue, 250 dal Fmi e 440 dalle casse dei singoli Stati. Un piano di emergenza. Un piano per il breve periodo. Una boccata d’ossigeno, per poi subito ritornare in apnea. E mentre l’Europa sta in apnea, i commentatori europei, soprattutto inglesi, sull’onda di un rinnovato nazionalismo, gridano alla pigrizia e agli imbrogli dei Portoghesi, Irlandesi, Italiani, Greci e Spagnoli. I cosiddetti PIIGS. I grassi porci che vivono sulle spalle di tutti gli altri, che se ne approfittano, che bevono birra, mangiano pizza, si godono la corrida e ballano il sirtaki, mentre tutti gli altri lavorano. La stereotipizzazione e le denigrazione diretta di interi popoli europei dimostrano l’ignoranza di fondo di tali affermazioni.

Il grafico mostra bene che il debito pubblico di ciascuno dei cinque porci è in mano principalmente a tre soggetti: Regno Unito, Francia e Germania. Sempre loro. Ed è proprio questo il punto: gli Stati europei sono ormai interdipendenti. Se ne crolla uno, l’intera Europa è a rischio: l’insolvenza della Grecia necessariamente ha ripercussioni sulle casse dei propri creditori, ovvero, appunto, Regno Unito, Francia e Germania; ma per far capire tutto questo alla Ue, cioè alla Merkel, è bastata una sbrigativa telefonata di Obama, il quale, evidentemente, non intende preoccuparsi anche dei particolarismi europei, meschini e controproducenti dal suo punto di vista. Il grafico, poi, mostra che fino a poco tempo fa il debito pubblico di Atene era inferiore agli altri quattro Paesi sopra mostrati; nonostante ciò la Grecia, in un paio di mesi, è capitolata. Il motivo risiede nel fatto che, dopo la vittoria di George Papandreou, l’attuale Primo ministro, e dei socialisti, le agenzie di rating hanno ricalcolato la posizione e lo status dei conti pubblici ed è emersa la realtà: il precedente governo di centro-destra di Costas Karamanlis truccava i conti per nascondere il default del suo Paese, perpretando la tradizione del precedente governo socialista, guidato da Costas Simitis, il quale avrebbe mescolato le carte anche per poter rientrare nell’euro-zona. Insomma, l’attenzione per i conti pubblici degli altri Paesi necessita massima vigilanza, dato che nessuno avrebbe le disponibilità economiche e politiche di salvare economie come quella spagnola o quella italiana e dato che una volta falliti questi, verrebbe trascinata a picco l’intera Europa. Quello che spaventa davvero, a questo punto, sono le dichiarazioni dei leader europei: guardandosi ormai in cagnesco l’uno con l’altro, per evitare tensioni e imbarazzi, scaricano la colpa sugli speculatori, fingendo di non sapere che al momento di raccogliere i 440 miliardi, l’Unione dovrà rivolgersi proprio a quei mercati oggi accusati di voler distruggere l’euro. Siamo all’insegna del populismo sfrenato. Gli speculatori hanno sicuramente peggiorato la situazione, ma per affossare una moneta come l’euro, è necessaria anche la grande massa di investitori: banche, assicurazioni, fondi pensione statunitensi, piccoli risparmiatori. Se le assicurazioni, che possiedono enormi quantità di titoli pubblici, temono che la crisi greca possa contagiare il resto d’Europa, sono costrette a vendere i loro patrimoni per proteggere gli assicurati: è in questo modo che la fiducia degli investitori è venuta totalmente meno e la credibilità della Ue è caduta così in basso. Sarkozy e la Merkel lanciano l’idea di un’Agenzia europea di rating: altra propaganda stupida e populista, dato che se il giudizio di tale Agenzia sul debito dei Paesi europei fosse più positivo di quello delle agenzie private, i mercati di certo non lo prenderebbero in considerazione; se, invece, fosse simile, allora nulla cambierebbe.

Un vero primo passo per la stabilizzazione dell’Unione europea e per mettersi al riparo dalle contraddizioni e dalle crisi che il capitalismo democratico comporta, sarebbe la creazione di un meccanismo transnazionale di carattere perequativo basato sul principio del federalismo fiscale: una parte delle risorse fiscali generate dai Paesi più ricchi rispetto alla media europea andrebbe trasferita sul bilancio comunitario, per poi essere utilizzata per gli Stati che si situano sotto la media europea. Ma di riforme di lungo periodo non se ne vuole proprio parlare.

Queste considerazioni d’insieme fanno capire che l’Europa che ci viene raccontata, quella dell’integrazione, è una finzione, non esiste. La vera Europa è quella dell’euro tedesco degli investimenti e delle speculazioni, dell’euro che, pur se comune, ha portato alla disunione e alla disgregazione europea, di una moneta unica che, per essere salvata, sacrifica l’integrità sociale dei suoi popoli e che, dopo i Greci, è pronta a mietere altre vittime.

Per coloro, come chi scrive, che vedono nel progetto delle élites politiche dell’Unione europea la possibilità dell’abolizione teorica e pratica dei confini e delle nazioni, il primo passo non può non partire dal basso verso una comune dignità delle persone, delle comunità e dei popoli in virtù del rispetto e della diversità culturale.

P&L
Tom

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