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Antologia; Dio è morto | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Antologia; Dio è morto

Posted By Tom on giugno 4th, 2010

La canzone è stata scritta da Guccini nel 1965, ma fu portata al successo, come altri brani del giovane Francesco, dai Nomadi, che la incisero per la prima volta nel 1967 su 45 giri e poi, nello stesso anno, nell’album “Per quando noi non ci saremo”. La celebre canzone fui poi interpretata anche da Caterina Caselli nel suo album “Diamoci del tu” e la fama del pezzo fu tale che nel corso degli anni fu cantata anche da Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e Ligabue. “Dio è morto” è stata la prima canzone depositata alla SIAE a nome di Francesco Guccini, ma, nonostante questo, non fu mai incisa in studio dal suo autore: la troviamo, cantata da lui, solamente negli dischi live “Album concerto” del 1979, “…quasi come Dumas…” del 1988, “Guccini live collection” del 1998 e “Anfiteatro live” del 2005.

“Dio è morto”, per cui Guccini, come lui stesso ha dichiarato, si è ispirato a “Urlo”, poesia di Allen Ginsberg, è la canzone che meglio rappresenta lo spirito di quei giovani che dalla fine degli anni Sessanta si univano nei grandi movimenti di contestazione e protesta: lo spirito di rovesciamento e rinnovamento radicale di una società controllata che non poteva più rappresentarli. Il soggetto della canzone, di fatti, è “la gente della mia età”, “questa mia generazione”; il giovane Francesco, con lo stesso effetto ottenuto già in altre canzoni, come “Noi non ci saremo”, incarna la duplice figura di narratore e di protagonista dei suoi testi, coinvolgendo subito l’ascoltatore e rendendolo partecipe di un storia inevitabilmente comune.

La generazione che ci presenta il cantautore nella prima strofa esprime tutto il disagio di un contesto storico in cui i giovani erano perduti “a cercare il sogno che conduce alla pazzia”, “nella ricerca di qualcosa che non trovano”. E così, “dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città”, il brano ci descrive un’atmosfera collettiva che, richiamando il l’evasivo mondo dell’alcol e della droga, si marginalizza di fronte alla “nostra stanca civiltà”.

Ed è proprio questa stanca civiltà che, nella canzone, ha portato alla morte di Dio. Una morte che denuncia apertamente “tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”. Un brano, quindi, che porta la canzone di protesta italiana oltre le tematiche tradizionali del pacifismo e che non solo si oppone fortemente all’autoritarismo dei “campi di sterminio, dei miti della razza e degli odi di partito”, ma anche ai modelli comportamentali che hanno unito e uniscono questi stessi autoritarismi fascisti e partitocratici dell’arrivismo, del carrierismo e del conformismo, e che inficiano alla società stessa, società in cui Dio viene lasciato morire “ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate” per fare posto al falso moralismo, al consumismo e all’edonismo.

Ma Guccini non si ferma al momento della negazione, e nell’ultima strofa, passa all’affermazione della necessità di un rinnovamento spirituale e morale, prima che sociale e politico. Come lui stesso ha dichiarato (“Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente”), non c’è retorica nella fiducia e nella speranza che infondono gli ultimi versi, che, anzi, ci aprono gli occhi su una generazione, all’inizio presentata come incerta, “preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi”. E non c’è retorica neanche nella resurrezione di Dio, resurrezione che, a fronte della morte proveniente dalla decadenza morale della società esterna, nasce dentro ciascuno di noi, cioè nella volontà individuale-collettiva della rinascita etica, “in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”.

Guccini chiude così una canzone che, con il suo ritmo incalzante, continua ad avere fortuna ai giorni nostri per la sua estrema attualità. Il mondo immorale che descrive il giovane Francesco non sembra così distante dal nostro, così come non dovrebbe sentirsi distante il bisogno di rigenerazione auspicato e sperato del brano. Brano che, a causa dell’apparente blasfemia del titolo, ha pure dovuto subire la censura della Rai; una Rai ottusa e avvezza solamente a compiacere le gerarchie ecclesiastiche. Le quali, invece, si dimostrarono ben più intelligenti: non solo fu trasmessa da Radio Vaticana, ma Paolo VI in persona apprezzò il brano, che di anti-religioso non presentava proprio niente. Ancora una volta Guccini cadeva vittima di una stereotipizzazione, inevitabile nel periodo dei blocchi contrapposti, che lo voleva politicizzato. Ma nei brani di Guccini la politica dei partiti e delle fazioni parlamentari è assente. Lui parla di politica in senso lato, delle costruzioni sociali e dell’intreccio morale di queste, denunciandone decadenza e squallore. E proprio per questo “Dio è morto”, che esprime al meglio tutto ciò, sopravvive ai decenni e alla piccola politica, trovando attualità e fondamento tutt’oggi.

P&L
Tom

Testo completo
Dio è morto, live @ RTSI, 1982

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