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BERLUSCONEIDE; CAPITOLO II: LODO MONDADORI | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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BERLUSCONEIDE; CAPITOLO II: LODO MONDADORI

Posted By Tom on giugno 20th, 2010

Berlusconeide – Libro delle prescrizioni – Capitolo II

Il secondo capitolo della Berlusconeide tratta di quello che oggi viene genericamente definito “lodo Mondadori”, cioè la lunga e complessa vicenda che ha visto e vede tutt’oggi scontrarsi due big della imprenditoria italiana: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti.

Berlusconi e De Benedetti

Per ricostruire tale vicenda è necessario, prima di tutto, contestualizzarla: siamo negli anni Ottanta, quando Berlusconi già stava costruendo il suo impero televisivo grazie alle tangenti versate al PSI di Bettino Craxi, che di fatto agevolò le reti Mediaset, come d’altronde accertato dal processo All Iberian I. Certamente, l’imprenditore milanese aveva compreso bene che la televisione, dopo l’abbattimento del monopolio statale, sarebbe stata un’ottima fonte di guadagno e successo, dal momento che lui avrebbe detenuto un vero e proprio monopolio privato sul sistema radiotelevisivo. Ma questa corsa all’oro può essere ben configurata se viene considerata solo come una componente di un disegno ben più ampio: la conquista dei grandi mezzi di comunicazione italiani.

Berlusconi puntava, quindi, anche all’editoria. A metà degli anni Ottanta, infatti, iniziò ad acquistare massicciamente quote della Mondadori, la storica casa editrice fondata nel 1907 da Arnoldo Mondadori. Ma solo alla morte del presidente Mario Formenton nel 1987, si aprì la cosiddetta “guerra di Segrate” (il paese milanese dove ha sede la casa editrice), una vera e propria lotta di successione alla gestione dell’azienda. In quel momento i soggetti che avevano in mano la Mondadori erano, appunto, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR dell’ingegner Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton, la quale, però, non era interessata alla gestione dell’azienda. Rimanevano, dunque, Berlusconi e De Benedetti a contendersi il controllo sull’impresa e, soprattutto, a ingraziarsi la famiglia Formenton: il soggetto che sarebbe riuscito a comprare le loro azioni sarebbe diventato il socio di maggioranza e avrebbe così ottenuto il controllo dell’azienda. Nonostante il contratto di vendita stipulato con Carlo De Benedetti, per cui la CIR avrebbe ottenuto tali azioni entro gennaio 1991, la famiglia Formenton, nel 1989, favorì Berlusconi che si insediò, nel 1990, come nuovo presidente.

Questi gli antefatti che portarono al ricorso a un lodo arbitrale, l’effettivo “lodo Mondadori” (termine utilizzato impropriamente anche per le successive vicende giudiziarie). Il collegio di arbitri si espresse a favore di De Benedetti: il contratto era ancora valido, le azioni dovevano tornare all’ingegnere, che così ottenne il legittimo controllo dell’azienda e divenne presidente della Mondadori.

Ma la sete di potere di Berlusconi non poteva così facilmente essere eliminata. Impugnò il lodo davanti alla Corte d’appello di Roma, presieduta da Arnoldo Valente, giudice relatore: Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991 viene emessa la sentenza per cui parte del contratto De Benedetti-Formenton contrastava con il diritto societario: il contratto era da considerarsi nullo e così anche il lodo arbitrale. La Mondadori tornò così alla Fininvest. Ma parte dei dipendenti e dei direttori non tollerarono il nuovo proprietario. Ed è a questo punto che, con l’intervento dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti e del suo fedele Giuseppe Ciarrapico, viene raggiunto un accordo: La Repubblica e L’Espresso passano alla CIR, mentre il resto della Mondadori rimane nelle mani di Berlusconi. Da questo momento in poi Berlusconi teme la concorrenza del gruppo Espresso, a tal punto che, una volta “sceso in campo”, strumentalizzerà proprio la politica per gettare discredito sull’unico concorrente che davvero riesce a tenergli testa imprenditorialmente. Berlusconi, da Presidente del Consiglio, accusa La Repubblica di faziosità, in quanto di sinistra, sperando così di batterla sul mercato con le armi della piccola politica: e questo è solo uno dei tanti aspetti del gigantesco conflitto d’interessi in capo al premier.

La seconda parte della vicenda ci rimanda al 1995, quando Stefania Ariosto, compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, sconosciuta al grande pubblico ma nota nella mondanità milanese, si presenta alla Procura a Milano e racconta ciò che sa da mesi, dopo assidua frequentazione a Roma degli ambienti vicini a Silvio Berlusconi e Cesare Previti, legale della Fininvest. La Ariosto raccontò non solo che Previti era amico dei magistrati

Cesare Previti

Arnoldo Valente e Vittorio Metta, quei giudici che qualche anno prima dichiararono nullo il contratto di vendita delle azioni Mondadori a De Benedetti, ma anche di averlo sentito parlare di tangenti ai giudici stessi: il risultato fu che il pool di Mani pulite riuscì a scovare sospettosi movimenti di denaro da All Iberian, la società off-shore dietro cui si celava la Fininvest ai conti esteri degli stessi legali Fininvest e da questi ai conti del giudice Metta.

I magistrati inquirenti, allora, richiedono al giudice per l’udienza preliminare Rosario Lupo il rinvio a giudizio per corruzione di Berlusconi, dei tre avvocati Fininvest Previti, Pacifico e Acampora, e del giudice Metta (dimessosi poi dalla magistratura e assunto, guarda caso, nello studio legale di Previti). Il gup, però, proscioglie gli indagati. La procura impugna il proscioglimento. Il 25 giugno 2001 la Corte d’Appello rovescia la sentenza del gup Lupo e rinvia a giudizio tutti gli indagati, tranne Berlusconi, il cui reato, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, viene dichiarato prescritto. La Cassazione conferma il proscioglimento per prescrizione. Silvio Berlusconi scampa in questo modo al processo: il ladro scappa e la fa franca.

La Corte di Cassazione non solo respinse il ricorso della Procura contro la sentenza della Corte d’Appello che proscioglieva, appunto, Berlusconi per prescrizione (confermando quindi la sentenza della Corte d’Appello), ma respinse anche le richieste della difesa, la quale non si accontentava del proscioglimento per prescrizione, ma pretendeva la piena assoluzione per Berlusconi. Anche se il risultato tra piena assoluzione e proscioglimento per prescrizione è lo stesso, la sostanza è totalmente differente: mentre nel primo caso viene dichiarato che l’imputato non ha commesso il fatto incriminato, nel secondo si accerta che il reato è caduto in prescrizione e la prescrizione soggiunge per un reato, se tale reato, ovviamente, è stato commesso. In sostanza, quindi: è accertato che Berlusconi abbia corrotto il giudice Metta, affinché sentenziasse a suo favore, annullando il contratto (in realtà legittimo) De Benedetti-Formenton e di conseguenza il successivo lodo arbitrale. Le azioni della Mondadori sono state, quindi, ottenute illecitamente tramite la corruzione, metodo principe di scalata al successo mediatico editoriale e radiotelevisivo dell’attuale premier.

Come succederà anche in altri processi, lo vedremo nel seguito della Berlusconeide, ironia vuole che Berlusconi riesca a salvarsi, mentre i suoi “compagni di merende” subiscano il processo. Un processo molto lungo che si chiuderà nel 2007 con la sentenza della Corte di Cassazione di condanna per corruzione in atti giudiziari per i tre legali Fininvest a 1 anno e 6 mesi di reclusione e per l’ormai ex giudice Metta a 2 anni e 9 mesi di reclusione.

Ma la vicenda non finisce qui. Esistono altri due elementi giudiziari che confermano non soltanto l’illiceità dell’acquisizione della Mondadori da parte della holding di Berlusconi, ma anche la responsabilità dello stesso negli atti corruttivi. In particolare Cesare Previti, legale della Fininvest, già senatore dal 1994 al 1996 e Ministro della difesa nel primo Governo Berlusconi, eletto poi deputato nella XIII, XIV e XV legislatura e poi dimessosi da parlamentare nel 2007 in seguito alla sentenza di condanna, aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sostenendo che gli era stato negato il diritto a un equo processo, a non essere punito in assenza di legge e alla privacy, in relazione al processo sul lodo Mondadori, che, dal 2002, tra l’altro, era stato unificato al processo Imi-Sir (è la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano, che vide soccombere quest’ultimo all’accusa da parte del primo di avergli negato un credito promesso. Ma la successiva ricostruzione degli inquirenti milanesi Gherardo Colombo e Ilda Boccassini spiega che la famiglia Rovelli comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle dando incarico agli avvocati romani Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora di corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde. Nel 2006 la Cassazione condannerà Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione in atti giudiziari e assolverà Squillante e Verde). La Corte europea ha respinto lo scorso gennaio il ricorso di Previti, smontando punto per punto le sue teorie di persecuzione dei magistrati nei suoi confronti.

Il secondo elemento riguarda invece la causa esperita dalla CIR per ottenere il risarcimento per il danno economico, dovuto alla mancata acquisizione della Mondadori; mancata, dato che la sentenza del 1991 che dichiara la nullità del lodo arbitrale era viziata da corruzione, come accertano le sentenze di condanna del 2007 per, appunto, Metta, e i legali Fininvest e di prescrizione per Berlusconi. Non centrano quindi tangenti e corruzione, si tratta di una causa civile e non di un procedimento penale. Il 3 ottobre 2009 il Tribunale di Milano condanna la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro in favore della CIR di De Benedetti: logica conseguenza, accertata la corruzione nella sentenza della Cassazione del 2007. Ma non solo. Il giudice Raimondo Mesiano (quel Mesiano vittima di un servizio vergognoso di Brachino su Mediaset che lo ritraeva come “stravagante”) scrive nelle motivazioni che “Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest” e tale corresponsabilità comporta “come logica conseguenza la responsabilità della stessa Fininvest, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”. In sostanza scrive che non è pensabile che un bonifico di circa 3 miliardi delle vecchie lire (la tangente per gli avvocati Previti e per il giudice Metta) fosse effettuato dalla società, senza che Berlusconi lo sapesse. Ovviamente i legali della Fininvest hanno richiesto la sospensione dell’esecutività di tale sentenza, ottenendola, e hanno fatto ricorso in Appello.

La guerra tra Berlusconi e De Benedetti non sarà ancora del tutto conclusa. Ma sicuramente questo, insieme alla vicenda All Iberian, è già sufficiente per capire che l’attuale Presidente del Consiglio controlla i principali media italiani grazie alla corruzione, che non ha mai pagato per tale corruzione e che tipo di persona governa l’Italia.

Siamo noi tutti eversori comunisti a parlare delle sue “fortune”? No, è lui un abile corruttore, bugiardo e mistificatore.

P&L
Tom

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