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Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga

Posted By Tom on giugno 27th, 2010

Due anni dopo

Siamo nel 1969. Folk beat n. 1 non ottiene successo e vende poco; di certo Guccini non si aspettava chissà quale successo, dato che la registrazione del primo album viene vissuta dal cantautore come una semplice occasione per curiosare in una sala d’incisione professionale: non c’era sicuramente nessuna intenzione di intraprendere una carriera musicale. Proprio per questo Francesco è sorpreso quando gli viene proposto di incidere un secondo album. Fortunatamente (per noi) accetta e così a novembre viene inciso il disco presso gli studi di Carlo Alberto Rossi, il compositore e produttore discografico, scomparso ad aprile; l’album, pubblicato nel 1970, si chiamerà semplicemente Due anni dopo (dall’ultimo album) e, come nel precedente, il cantautore si firmerà solamente Francesco.

Ascoltando Due anni dopo, si capisce che si tratta di un album di transizione. Siamo ancora lontani da Radici, l’album del successo inventivo e musicale gucciniano, ma sicuramente lo stile dylaniano di Folk beat n. 1, i cui brani sono profondamente segnati dall’esplosione del fenomeno beat degli anni Sessanta, è superato, anche se non abbandonato. Se nel primo album vige la coerenza sia nell’impianto musicale, costruito su due chitarre e un’armonica, sia nei testi, che parlano di morte, guerra, rischio atomico (La ballata degli annegati, Auschwitz, L’atomica cinese, Noi non ci saremo), il secondo si configura come un disco composito, a riprova della transizione musicale che Francesco sta vivendo.

Certamente il folk revival di Bob Dylan e Joan Baez continua a influenzare Guccini, il quale, appunto, chiama Deborah Kooperman alla chitarra, l’amica folk-singer americana, il cui contributo si sentirà soprattutto nel fingerpicking, caratterizzante pezzi come Vedi cara e La verità. Ma alla chitarra acustica, che rimane comunque dominante, si aggiungono fisarmonica, flauti, corni, clavicembalo, arpa e addirittura una piccola orchestra di violini. Inoltre la presenza di Giorgio Vacchi (direttore di coro ed etnomusicologo, scomparso nel 2008), chiamato per curare arrangiamenti e dirigere i turnisti, mostra come l’interesse antropologico di Francesco per la musica popolare inizi a farsi vivo.

Leggendo i testi si nota come Francesco punti su ambientazioni private, abbandonando le canzoni di protesta dei suoi inizi, con l’unica eccezione di Primavera di Praga (vedi sotto), e aprendo il lungo periodo di riflessione intimista: solamente con l’album Parnassius Guccinii (1993), Francesco riprenderà aperta posizione contro la società del tempo. In Due anni dopo troviamo così tre acquerelli di ispirazione francese, Lui e lei, Il compleanno e Ophelia (la poetica giovanile di Francesco era influenzata anche dai chansonniers francesi, quali Brassens e Brel, come dimostra la copertina di Folk beat n. 1, dove l’ascendenza francese è presente nella sigaretta fumante tra le dita di Francesco), un ritratto (L’ubriaco), che dà inizio alla serie dei gucciniani personaggi emarginati nei quali si rispecchia l’io narrante, e un omaggio/parodia alle tonalità blues (Al trést), brano cantato in modenese, per contrapporsi alla dilagante americanizzazione del tempo.

Un disco composito, quindi, in cui, però, si sviluppa uniformemente il topos dell’inesorabile scorrere del tempo, che verrà costantemente ripreso nei successivi capolavori: così, mentre la ragazza de Il compleanno non realizza che gli anni della sua giovinezza scivolano via, il tempo scorre indifferentemente in Per quanto è tardi, si trasforma in noia in Giorno d’estate e “metro per misurare la maturità mancata” nella title-track. La domanda sui giorni andati diventa così l’ossessione e l’anelito gucciniani, caratterizzando in modo così peculiare il percorso esistenziale e artistico che il cantautore vive e continuerà a vivere direttamente in prima persona in un costante mettersi alla prova.

Primavera di Praga

Come detto sopra, Primavera di Praga è l’unico brano di protesta in un album che vira progressivamente verso il privato. Considerato la continuazione ideale di Auschwitz, la canzone è la più conosciuta dell’album e ben presto si attesterà come manifesto della canzone d’impegno sociale e politico.

Il contesto storico richiamato dal brano è uno dei più cupi della Guerra fredda. Mentre l’Italia sta vivendo le contestazioni, la strage di Piazza Fontana, con il successivo avvio della “strategia della tensione”, l’autunno caldo del 1969, nel mondo si volgono la massacrante guerra in Vietnam e il Maggio francese. Nella Cecoslovacchia comunista, intanto, Alexander Dubček, segretario del Partito comunista cecoslovacco, dalla fine del 1967 intendeva attuare il “socialismo dal volto umano”, una vera e propria liberalizzazione e democratizzazione della politica e della società. Il florido periodo, definito “Primavera di Praga”, verrà poi arrestato dall’invasione sovietica avvenuta tra il 20 e il 21 agosto.

La cupezza del periodo è ben trasmesso dalla parole del brano e dal lento e straziante attacco iniziale:

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma già dalla seconda strofa la lentezza straziante iniziale viene sostituita da un improvviso sconvolgimento di scena

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Il terrore è un grido, ma non un grido liberatorio: un grido breve e soffocato dalla violenza della “fiamma”. Guccini si riferisce sia alla violenza dell’invasione, sia al sacrificio di Jan Palach, il giovane studente di filosofia, che, la sera del 16 gennaio 1969, all’inizio della grande Piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco, morendo poco dopo in ospedale. I tentativi di infangare la sua memoria da parte del regime sovietico non sono però riusciti a nascondere il vero motivo del gesto disperato e una folla di 600 mila persone assistette al suo funerale. La lentezza straziante riprende nella terza strofa, raccontando la violenza minacciosa dell’invasione:

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

La disperazione delle precedenti strofe rivive nel dolore che brucia le strade, ma soprattutto nel grido necessariamente silenzioso dei muri della città, riprendendo così il grido della folla smarrita della seconda strofa, anch’esso silenzioso, ed evocando la repressione del regime. Il ritmo si rifà incalzante nelle due strofe successive, dove il cantautore mette in parallelo il triste suicidio di Jan Palach alla condanna a morte sul rogo per eresia di Jan Hus, filosofo ed ecclesiasta pauperista, nazionalista e antigerarchico del primo Quattrocento:

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Le ultime due strofe, infine, come un finale grido liberatorio, descrivono alla perfezione il disagio individuale di un sopruso collettivo, anche grazie a un efficace “Dimmi chi” a inizio di ciascuna strofa, che permette l’interazione diretta con l’ascoltatore, spezzando il muro di confine tra narratore, narrazione e vicenda:

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Il brano si chiude così con la speranza di una città, che continua a essere muta, ma che ha lo stesso la forza per accompagnare il corpo del giovane Jan. La canzone assurge presto a manifesto contro ogni tipo di totalitarismo e di dittatura reprimente, non solo diventando canzone-simbolo dei giovani occidentali, ma perdurando oltre il contesto contingente e affermandosi come grido (questa volta non muto e represso) di libertà e speranza.

P&L
Tom

Testo completo
Primavera di Praga, live @ Bologna, 1990

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1.526 Responses to “Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga”

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