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Antologia; Tutto Fabrizio De Andrè: La guerra di Piero | La fionda d'urto
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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Antologia; Tutto Fabrizio De Andrè: La guerra di Piero

Posted By fred on luglio 7th, 2010

La guerra di Piero è uno dei più celebri brani di Fabrizio De Andrè, un cult non solo nella sua discografia, ma nell’intero panorama musicale italiano.

Pubblicata in una prima versione nel 1964, conquistò prepotentemente i palcoscenici italiani, ma non solo, dal 1968 in poi, in un clima di protesta e ribellione. Sul tardivo successo del brano, De Andrè disse ironicamente:“Quando è uscita, La guerra di Piero rimase praticamente invenduta; divenne un successo solo cinque anni dopo, con il boom della protesta, con Dylan, Donovan e compagnia. Penso che finirò per scrivere una canzone in favore della guerra, che naturalmente venderò nel 1980 quando ci sarà qualche guerra sacra in nome di qualche non meglio identificato ideale

L’autore canta non di una guerra in particolare, ma della guerra in sé, attraverso le voci del narratore prima, e dello stesso protagonista poi.

La guerra di Piero è dunque una vicenda metastorica e quando il giovanissimo De Andrè racconta di Piero, si riferisce più in generale a tutti i soldati morti, sotto qualsiasi bandiera e in ogni tempo, per una causa che non li riguardava, per volere di altri.

L’umanità di Piero accompagna l’intero svolgersi della storia, e ne diventa anzi l’argomento principale, spingendo in secondo piano i più truci fatti bellicose. Le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue paure, sono i veri protagonisti. Il momento della morte non viene raccontato con macabre immagini sanguinolenti, bensì attraverso i suoi ultimi pensieri, dedicati a Ninetta, la sua compagna, assegnando all’amore il primato sulla morte.

La canzone inizia dalla fine, ovvero dalla sopraggiunta morte del protagonista, cui il narratore si rivolge con una descrizione floreale del suo giaciglio di morte:

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

Inizia dunque il lungo flashback, che riparte proprio dalle parole di speranza di Piero, pronunciate d’inverno, e soffocate entro la primavera dalla sua partenza in guerra:

Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

Il narratore, sempre più vicino spiritualmente ed umanamente a Piero, lo esorta con un’imperativa anafora a fermarsi nel suo cammino, ad ascoltare il vento delle voci di chi, prima di lui, ha già seguito quel cammino, ovvero i caduti in battaglia:

Fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma Piero non coglie l’invito, non ascolta il vento delle voci dei morti, e in un giorno primaverile, lasciatosi l’inverno alle spalle, giunge all’inferno, ovvero alla frontiera nemica.

ma tu non lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

Varcata la frontiera, Piero, carico d’angoscia (anima in spalle), vede un nemico in fondo alla valle, umano ed angosciato quanto lui, ma pur sempre nemico:

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

A questo punto il narratore impera tempestivamente a Piero, sempre attraverso un’anafora, di freddare senza scrupoli il nemico, prima che accada l’opposto:

sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

Ma ancora una volta Piero ignora le parole del narratore, e, in preda ad una “crisi di umanità”, gli risponde di non voler assistere con i suoi occhi alla morte di un uomo

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

Ecco allora il risvolto prevedibile e previsto; il nemico, impaurito alla vista di Piero, non è scosso dai suoi stessi sentimenti, e gli spara:

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

Piero, colpito, cade, e realizza l’imminenza della sua morte:

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Gli ultimi pensieri del protagonista sono rivolti alla sua compagna Ninetta, alla quale mentalmente confida con dolcezza il rammarico per la sua dipartita in primavera, e che avrebbe preferito avventurarsi per la guerra in inverno:

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

Riprende quindi parola il narratore, e descrive drammaticamente gli ultimi sospiri e le ultime sofferenze del giovane Piero.

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

Eccoci infine giunti al termine del flashback, ricongiunti con l’istante iniziale:

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi.

La Guerra di Piero non può assolutamente essere considerata una canzone dai contenuti politici, perchè l’empatia di Faber per le “vittime della società”, nella fattispecie i soldati mandati alla morte, è un’emozione che supera qualsiasi contesto, storico o, appunto, politico.

La tematica della guerra non deve dunque ingannare, La guerra di Piero, al pari delle altre, è una canzone perfettamente in sintonia con la poetica del cantautore, sempre rivolta al più debole di turno.

È possibile ravvisare al massimo un contesto idealista, se pace e fratellanza possono definirsi ideali.

Anche in La guerra di Piero, inoltre, sono riscontrabili colti riferimenti ai grandi autori della letteratura europea; così la strofa “Lungo le sponde del mio torrente – voglio che scendano i lucci argentati -
non più i cadaveri dei soldati – portati in braccio dalla corrente” richiama quest’altra, della poesia Dove vola l’avvoltoio di Italo Calvino “Nella limpida corrente – ora scendon carpe e trote – non più i corpi dei soldati – che la fanno insanguinar”; il giovane soldato che dorme sul ruscello, invece, è una figura ripresa da Le Dormeur du val, sonetto di Arthur Rimbaud.

Portata sociale, musica, cultura e poesia in un unico testo: questa è La guerra di Piero.

Ci manchi, Faber!

FRANCESCO CODADILUPO DAL MORO

Per ascoltare un live de La guerra di Piero clicca qui

Per altre analisi delle canzoni di De Andrè:

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