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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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BERLUSCONEIDE, falsa testimonianza sulla P2, capitolo V

Posted By fred on agosto 20th, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle Amnistie, capitolo V

La nostra Berlusconeide torna indietro di qualche anno, e ci conduce al 1987, anno in cui Silvio Berlusconi, l’imprenditore dai mezzi illimitati, querelò alcuni giornalisti della rivista Epoca, ironia del destino, il gioiellino di casa Mondadori, non ancora nelle sue grinfie.

Le penne del periodico ispirato alla celebre rivista yankee “Life”, assaggiarono le aule dei tribunali per aver scritto che Berlusconi aderì alla P2 nel 1978, corrispondendo anche una quota d’iscrizione.

Ma Berlusconi aveva sempre inquadrato la sua appartenenza alla P2 sotto una luce ilare e scherzosa, riprendendo la vicenda come quasi dettata dal caso e dall’inconsapevolezza della reale essenza dei fatti; non potè dunque accettare che questa nuova versione fosse pubblicamente accettata e creduta, in caso contrario l’etichetta di massone gli avrebbe marchiato a fuoco la fama, la carriera e soprattutto i suoi lungimiranti piani.

Orbene, nel 1988 dichiarò presso il Tribunale di Verona, sotto giuramento: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo … Non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mai mi è stata richiesta”.

Ma i fatti dimostrarono il contrario, e i giornalisti, tutti assolti, passarono alla controffensiva e querelarono il querelante per falsa testimonianza.

La pretura di Verona, il 22 Luglio 1989 -curiosamente giorno in cui Andreotti subentra a De Mita nella Presidenza del Consiglio- dichiarò nell’istruttoria che il fatto non costitutiva reato.

Sentenza bizzarra, quantomeno ex art. 372 del codice penale, che recita: “Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità Giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da due a sei anni”.

Ma i giornalisti non mollarono la presa, e presentarono ricorso presso la Corte d’Appello di Venezia.

I colpi di scena, tuttavia, sono da aspettarsi sempre durante i processi a carico di Berlusconi, ed ecco che la maggioranza del pentapartito, guidata da Giulio Andreotti, varò un’amnistia “in corsa” che estinse non già il reato, ma soltanto la pena, per falsa testimonianza.

L’imputato commentò così la piacevole sorpresa: “Spero che la prossima amnistia, che si annuncia non rinunciabile, non mi tolga il piacere di vedere confermata la sentenza di proscioglimento”

L’anno successivo, la Corte d’Appello di Venezia, gli negò il piacere desiderato e dichiarò lui colpevole del reato, e il reato estinto per intervenuta amnistia. Riportiamo alcuni passi della sentenza definitiva: “ … Ne consegue quindi che il Berlusconi, il quale, deponendo davanti al Tribunale di Verona nella sua qualità di teste-parte offesa, ha dichiarato il falso su questioni pertinenti alla causa ed in relazione all’oggetto della prova, ha reso affermazioni non estranee all’accertamento giudiziale e idonee in astratto ad alterare il convincimento del Tribunale stesso … Il reato attribuito all’imputato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia”

Analogamente alla vicenda dei terreni di Macherio -IV capitolo della Berlusconeide- solo grazie a condoni e amnistie il futuro satrapo ha conservato la fedina penale vergine come Noemi Letizia lo scorso anno: solo a parole.

Francesco Woolftail Dal Moro

BERLUSCONEIDE; FALSO IN BILANCIO NELL’ACQUISTO DEI TERRENI DI MACHERIO – CAPITOLO IV

Posted By Tom on luglio 6th, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle amnistie – capitolo IV

Chiusosi momentaneamente il libro delle prescrizioni, continua la nostra Berlusconeide con il libro delle amnistie. Infatti l’eroe di questa saga ha avuto anche la fortuna di rimanere impunito grazie ad alcune delle numerose leggi di amnistia emanate dal Parlamento italiano; ma d’altronde il numero di reati commessi da Berlusconi è talmente alto e talmente frazionato nel tempo che le probabilità di incappare in qualche amnistia sono vicinissime alla certezza. E di fatti così è stato. Sottolineo inoltre che, come per la prescrizione, il presupposto perché si possa applicare l’amnistia è la commissione del reato. Quindi Berlusconi, nel caso specifico, ha commesso il reato di falso in bilancio, per poi essere prosciolto, appunto, per l’amnistia concessa dal legislatore nel 1992.

L’inchiesta sulle irregolarità nella compravendita dei terreni intorno alla villa di Macherio (quegli stessi, di cui la ex first lady italiana Veronica Lario ha ottenuto l’usufrutto a vita in seguito al divorzio consensuale) partì dal condono tributario del 1992 ottenuto da Agostino Erba, il possidente brianzolo, venditore di tali terreni; questi, per mettersi in regola, denunciò di aver ottenuto 4 miliardi e mezzo di lire in nero per la vendita dei suddetti terreni. Per riportare i terreni al valore reale senza pagare tasse, il Cavaliere e i suoi manager avrebbero sfruttato un’esenzione fiscale introdotta dal Ministro socialista delle Finanze Rino Formica: niente imposte sulla seconda compravendita di quote sociali inferiori al 15%. Una leggina che, secondo l’accusa, sarebbe l’unica giustificazione del passaggio fittizio dei terreni attraverso le due società immobiliari acquirenti, appartenenti al gruppo Fininvest, Idra e Buonaparte II, intestate a due dipendenti e sette prestanome di Berlusconi, ribattezzati dagli inquirenti “i 7 nani”. Di qui l’ipotesi di evasione fiscale, che portò poi il Pm di Milano Margherita Taddei a indagare il nostro eroe per appropriazione indebita, frode fiscale e doppio falso in bilancio (uno per ciascuna delle società immobiliari del gruppo Fininvest). Le prove principali contro Berlusconi consistevano nel fatto che i 4 miliardi e mezzo furono versati a Erba non dalle casse delle società immobiliari, ma dai conti personali di Silvio Berlusconi e che il ricavato del secondo passaggio di quote tornò su un libretto personale (precisamente il numero 1957) del Cavaliere. L’impianto accusatorio della Procura era semplice: “Che ragione c’era per ricorrere a quei marchingegni contabili, se non per nascondere qualcosa, per truffare il fisco?” Così, nella requisitoria del 21 gennaio 1999 il Pubblico ministero Taddei spiegò il semplice impianto accusatorio.

L’ipotesi di appropriazione indebita fu la prima a cadere. Lo stesso Pm Taddei riconobbe nella stessa requisitoria che il Cavaliere non si era arricchito in alcun modo dalla complicata operazione. A marzo arrivò la sentenza del Tribunale: a fronte dei 16 mesi di reclusione chiesti dall’accusa, la sentenza di primo grado assolse con formula piena Berlusconi dalla frode fiscale e dichiarò prescritti i due reati di falso in bilancio (ricordo ancora che presupposto per la prescrizione di un reato è la commissione del reato: la sentenza di primo grado, quindi, accertò che i due reati di falso in bilancio furono commessi, per poi dichiararli prescritti).

In appello, la Procura generale di Milano, tramite il sostituto Edmondo Bruti Liberati, tornò a chiedere la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. Ma la terza Corte d’appello di Milano (presieduta da Renato Caccamo, lo stesso che firmò le sentenze definitive di condanna per Bettino Craxi) ampliò il proscioglimento del primo grado: la sentenza del 29 ottobre 1999 riconfermò l’assoluzione dalla frode fiscale e assolse con formula piena l’imputato anche dal falso in bilancio della società Idra; lo prosciolse, invece, dal reato di falso in bilancio della società immobiliare Buonaparte per l’amnistia intervenuta nel 1992 (invece che per prescrizione, come dichiarò la sentenza di primo grado). I giudici d’appello spiegarono perché quest’ultimo reato non poteva essere punito: il condono tributario del 1992, lo stesso di cui si avvalse Erba, il venditore dei terreni di Macherio, cancellava anche i connessi reati di falso in bilancio.

Paradosso di tutta la vicenda fu che l’unico a dover pagare, rimborsando le spese processuali, fu il Ministero delle Finanze (cioè tutti NOI), che si era costituito parte civile. E non solo. Mentre il Procuratore generale di allora Francesco Saverio Borrelli dichiarava di voler rispettare comunque le sentenze, Silvio Berlusconi, allora semplice parlamentare, commentava: “Mi chiedo in nome di quale giustizia la Procura milanese abbia perseverato con tanta determinazione nel proposito di dipingermi davanti agli Italiani come uno spregiudicato evasore fiscale”. Sfogando tutto il suo timore di essere condannato, l’attuale Presidente del Consiglio metteva in atto la sua tecnica comunicativa e propagandistica di discredito della magistratura che su di lui indagava, per dipingersi di fronte all’elettorato come un eroe, un martire perseguitato per i suoi alti valori politici; ancora una volta, Berlusconi fu visto come innocente agli occhi dell’opinione pubblica e non come un delinquente amnistiato.

P&L
Tom