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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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BERLUSCONEIDE; CAPITOLO III – CASO LENTINI

Posted By fred on giugno 23rd, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle prescrizioni; capitolo III

La nostra Berlusconeide continua oggi con la terza e, momentaneamente, ultima, puntata del libro delle prescrizioni. È doveroso evidenziare la momentaneità di detta conclusione, in quanto processi tuttora pendenti (vedi Mills) non potranno che risolversi con la prescrizione.

Attualmente, l’ultimo processo a carico del Premier estinto con prescrizione, è quello relativo all’acquisto, da parte della società Ac Milan nel 1995, delle prestazioni del giocatore Gianluigi Lentini, all’epoca in forza alla Torino granata.

Berlusconi, presidente, e Galliani, amministratore delegato, furono accusati di aver versato nelle casse del Torino 10 miliardi di lire in nero, solo 18 alla luce del sole, e di aver falsato fraudolentemente i bilanci della società rossonera negli anni solari ‘93-’94. La procura di Milano, ossia l’accusa, estese poi dal ‘91 al ‘97 l’arco temporale in cui i falsi di bilancio erano avvenuti, imbattendosi in nuovi rilevantissimi elementi: una buona parte degli introiti conseguiti con la cessione dei diritti d’immagine delle star rossonere, furono girati a una società offshore affiliata alla Fininvest, la New Sport Time, affinchè il rapporto ricavi/indebitamenti non superasse il quoziente massimo (di tre unità percentuali) consentito per l’iscrizione ai campionati di Serie A. Ma non solo. Sempre secondo l’accusa, vennero create delle società intermediarie tra i giocatori e la società pagante, pubblicamente spacciate per società di amministrazione dei diritti d’immagine, attraverso le quali il Milan pagava altri profumatissimi miliardi sottobanco ai suoi campioni, tra i quali Van Basten, Gullit, Rijkaard, Baresi, lo stesso Lentini, Maldini (attualmente indagato per truffa allo Stato, ma questa è un’altra storia), Savicevic e Panucci. Si va dai 48 miliardi a Van Basten, ai 4 a Maldini.

Per i calciatori si sarebbe aperto un ulteriore processo, se non si fosse prescritto il reato principale, nelle modalità che ora vedremo.

Accertati questi fatti, i due “Capoccia” di via Turati furono iscritti nel registro degli indagati, e rinviati a giudizio nel Maggio ‘98, presso il Tribunale di Milano. Il Presidente del Torino, invece Gianmauro Borsano, per questo e altri reati, quale ad esempio la bancarotta fraudolenta, fu giudicato dal Tribunale di Torino, e patteggiò la pena.

Tornando alle alte cariche del club “più titolato” al mondo, che proprio in quegli anni costruiva le sue fortune sportive in Europa e nel mondo, i due erano in attesa delle sentenza di primo grado nel Luglio ‘99, ma ecco il primo colpo di scena (nessun capitolo della Berlusconeide ne sarà privo): uno sciopero degli avvocati, protrattosi per un mese e a cui presero scaltramente parte i legali della difesa, fece slittare l’inizio delle udienze, l’apertura delle danze,  fino al Giugno del 2000, un anno dopo. I penalisti chiedevano al Parlamento che il “Giusto Processo” (insieme di vari principi, quali la presunzione di innocenza, diritto alla difesa, processi in tempi ragionevoli…) diritto della persona riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, fosse inserito nella Costituzione italiana. Cosa, per altro, non avvenuta.

Nella primavera del 2001 Berlusconi ottenne per la seconda volta la Presidenza del Consiglio, e nel Gennaio 2002 il secondo colpo di scena del processo: il governo, su delega parlamentare, riformò le leggi in materia di diritto societario (escamotage con il quale risolverà svariati processi: depenalizzare o modificare i termini di un reato per il quale è in giudizio), riducendo, da sette e mezzo a quattro, gli anni necessari alla prescrizione del reato di falso in bilancio non querelato da terzi, ovvero perseguito d’ufficio dalla magistratura.

Il 4 Luglio 2002 il giudice Fabio Paparella dichiara il reato inevitabilmente estinto per prescrizione, con buona pace del Pm Gherardo Colombo che aveva cercato, in extremis ed inutilmente, di mandare le nuove riforme ad personam dritte dritte nelle fauci della Corte Costituzionale.

“Per quanto sgradite, i magistrati debbono fare rispettare le leggi vigenti, non smontarle” commentò Amodio, il furbo e viscido legale di Berlusconi, l’avo di Niccolò Ghedini, il “sir Bis” di sua maestà.

Risultato: Il Torino Calcio e il suo Presidente hanno pagato per questi illeciti, il Milan e i suoi dirigenti sono rimasti impuniti.

Come inizia a trasparire in maniera cristallina dalla nostra Berlusconeide, l’uso strumentale delle Istituzioni è proprio il signorotto d’Arcore a farlo; quando Berlusconi accusa i magistrati di usare la Giustizia per fare politica, in realtà è lui stesso a usare la politica per farsi giustizia.

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Si conclude così, seppur momentaneamente, come ricordato sopra, il libro delle prescrizioni; proseguiremo nei prossimi giorni con il libro delle amnistie.

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO II: LODO MONDADORI

Posted By Tom on giugno 20th, 2010

Berlusconeide – Libro delle prescrizioni – Capitolo II

Il secondo capitolo della Berlusconeide tratta di quello che oggi viene genericamente definito “lodo Mondadori”, cioè la lunga e complessa vicenda che ha visto e vede tutt’oggi scontrarsi due big della imprenditoria italiana: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti.

Berlusconi e De Benedetti

Per ricostruire tale vicenda è necessario, prima di tutto, contestualizzarla: siamo negli anni Ottanta, quando Berlusconi già stava costruendo il suo impero televisivo grazie alle tangenti versate al PSI di Bettino Craxi, che di fatto agevolò le reti Mediaset, come d’altronde accertato dal processo All Iberian I. Certamente, l’imprenditore milanese aveva compreso bene che la televisione, dopo l’abbattimento del monopolio statale, sarebbe stata un’ottima fonte di guadagno e successo, dal momento che lui avrebbe detenuto un vero e proprio monopolio privato sul sistema radiotelevisivo. Ma questa corsa all’oro può essere ben configurata se viene considerata solo come una componente di un disegno ben più ampio: la conquista dei grandi mezzi di comunicazione italiani.

Berlusconi puntava, quindi, anche all’editoria. A metà degli anni Ottanta, infatti, iniziò ad acquistare massicciamente quote della Mondadori, la storica casa editrice fondata nel 1907 da Arnoldo Mondadori. Ma solo alla morte del presidente Mario Formenton nel 1987, si aprì la cosiddetta “guerra di Segrate” (il paese milanese dove ha sede la casa editrice), una vera e propria lotta di successione alla gestione dell’azienda. In quel momento i soggetti che avevano in mano la Mondadori erano, appunto, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR dell’ingegner Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton, la quale, però, non era interessata alla gestione dell’azienda. Rimanevano, dunque, Berlusconi e De Benedetti a contendersi il controllo sull’impresa e, soprattutto, a ingraziarsi la famiglia Formenton: il soggetto che sarebbe riuscito a comprare le loro azioni sarebbe diventato il socio di maggioranza e avrebbe così ottenuto il controllo dell’azienda. Nonostante il contratto di vendita stipulato con Carlo De Benedetti, per cui la CIR avrebbe ottenuto tali azioni entro gennaio 1991, la famiglia Formenton, nel 1989, favorì Berlusconi che si insediò, nel 1990, come nuovo presidente.

Questi gli antefatti che portarono al ricorso a un lodo arbitrale, l’effettivo “lodo Mondadori” (termine utilizzato impropriamente anche per le successive vicende giudiziarie). Il collegio di arbitri si espresse a favore di De Benedetti: il contratto era ancora valido, le azioni dovevano tornare all’ingegnere, che così ottenne il legittimo controllo dell’azienda e divenne presidente della Mondadori.

Ma la sete di potere di Berlusconi non poteva così facilmente essere eliminata. Impugnò il lodo davanti alla Corte d’appello di Roma, presieduta da Arnoldo Valente, giudice relatore: Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991 viene emessa la sentenza per cui parte del contratto De Benedetti-Formenton contrastava con il diritto societario: il contratto era da considerarsi nullo e così anche il lodo arbitrale. La Mondadori tornò così alla Fininvest. Ma parte dei dipendenti e dei direttori non tollerarono il nuovo proprietario. Ed è a questo punto che, con l’intervento dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti e del suo fedele Giuseppe Ciarrapico, viene raggiunto un accordo: La Repubblica e L’Espresso passano alla CIR, mentre il resto della Mondadori rimane nelle mani di Berlusconi. Da questo momento in poi Berlusconi teme la concorrenza del gruppo Espresso, a tal punto che, una volta “sceso in campo”, strumentalizzerà proprio la politica per gettare discredito sull’unico concorrente che davvero riesce a tenergli testa imprenditorialmente. Berlusconi, da Presidente del Consiglio, accusa La Repubblica di faziosità, in quanto di sinistra, sperando così di batterla sul mercato con le armi della piccola politica: e questo è solo uno dei tanti aspetti del gigantesco conflitto d’interessi in capo al premier.

La seconda parte della vicenda ci rimanda al 1995, quando Stefania Ariosto, compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, sconosciuta al grande pubblico ma nota nella mondanità milanese, si presenta alla Procura a Milano e racconta ciò che sa da mesi, dopo assidua frequentazione a Roma degli ambienti vicini a Silvio Berlusconi e Cesare Previti, legale della Fininvest. La Ariosto raccontò non solo che Previti era amico dei magistrati

Cesare Previti

Arnoldo Valente e Vittorio Metta, quei giudici che qualche anno prima dichiararono nullo il contratto di vendita delle azioni Mondadori a De Benedetti, ma anche di averlo sentito parlare di tangenti ai giudici stessi: il risultato fu che il pool di Mani pulite riuscì a scovare sospettosi movimenti di denaro da All Iberian, la società off-shore dietro cui si celava la Fininvest ai conti esteri degli stessi legali Fininvest e da questi ai conti del giudice Metta.

I magistrati inquirenti, allora, richiedono al giudice per l’udienza preliminare Rosario Lupo il rinvio a giudizio per corruzione di Berlusconi, dei tre avvocati Fininvest Previti, Pacifico e Acampora, e del giudice Metta (dimessosi poi dalla magistratura e assunto, guarda caso, nello studio legale di Previti). Il gup, però, proscioglie gli indagati. La procura impugna il proscioglimento. Il 25 giugno 2001 la Corte d’Appello rovescia la sentenza del gup Lupo e rinvia a giudizio tutti gli indagati, tranne Berlusconi, il cui reato, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, viene dichiarato prescritto. La Cassazione conferma il proscioglimento per prescrizione. Silvio Berlusconi scampa in questo modo al processo: il ladro scappa e la fa franca.

La Corte di Cassazione non solo respinse il ricorso della Procura contro la sentenza della Corte d’Appello che proscioglieva, appunto, Berlusconi per prescrizione (confermando quindi la sentenza della Corte d’Appello), ma respinse anche le richieste della difesa, la quale non si accontentava del proscioglimento per prescrizione, ma pretendeva la piena assoluzione per Berlusconi. Anche se il risultato tra piena assoluzione e proscioglimento per prescrizione è lo stesso, la sostanza è totalmente differente: mentre nel primo caso viene dichiarato che l’imputato non ha commesso il fatto incriminato, nel secondo si accerta che il reato è caduto in prescrizione e la prescrizione soggiunge per un reato, se tale reato, ovviamente, è stato commesso. In sostanza, quindi: è accertato che Berlusconi abbia corrotto il giudice Metta, affinché sentenziasse a suo favore, annullando il contratto (in realtà legittimo) De Benedetti-Formenton e di conseguenza il successivo lodo arbitrale. Le azioni della Mondadori sono state, quindi, ottenute illecitamente tramite la corruzione, metodo principe di scalata al successo mediatico editoriale e radiotelevisivo dell’attuale premier.

Come succederà anche in altri processi, lo vedremo nel seguito della Berlusconeide, ironia vuole che Berlusconi riesca a salvarsi, mentre i suoi “compagni di merende” subiscano il processo. Un processo molto lungo che si chiuderà nel 2007 con la sentenza della Corte di Cassazione di condanna per corruzione in atti giudiziari per i tre legali Fininvest a 1 anno e 6 mesi di reclusione e per l’ormai ex giudice Metta a 2 anni e 9 mesi di reclusione.

Ma la vicenda non finisce qui. Esistono altri due elementi giudiziari che confermano non soltanto l’illiceità dell’acquisizione della Mondadori da parte della holding di Berlusconi, ma anche la responsabilità dello stesso negli atti corruttivi. In particolare Cesare Previti, legale della Fininvest, già senatore dal 1994 al 1996 e Ministro della difesa nel primo Governo Berlusconi, eletto poi deputato nella XIII, XIV e XV legislatura e poi dimessosi da parlamentare nel 2007 in seguito alla sentenza di condanna, aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sostenendo che gli era stato negato il diritto a un equo processo, a non essere punito in assenza di legge e alla privacy, in relazione al processo sul lodo Mondadori, che, dal 2002, tra l’altro, era stato unificato al processo Imi-Sir (è la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano, che vide soccombere quest’ultimo all’accusa da parte del primo di avergli negato un credito promesso. Ma la successiva ricostruzione degli inquirenti milanesi Gherardo Colombo e Ilda Boccassini spiega che la famiglia Rovelli comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle dando incarico agli avvocati romani Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora di corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde. Nel 2006 la Cassazione condannerà Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione in atti giudiziari e assolverà Squillante e Verde). La Corte europea ha respinto lo scorso gennaio il ricorso di Previti, smontando punto per punto le sue teorie di persecuzione dei magistrati nei suoi confronti.

Il secondo elemento riguarda invece la causa esperita dalla CIR per ottenere il risarcimento per il danno economico, dovuto alla mancata acquisizione della Mondadori; mancata, dato che la sentenza del 1991 che dichiara la nullità del lodo arbitrale era viziata da corruzione, come accertano le sentenze di condanna del 2007 per, appunto, Metta, e i legali Fininvest e di prescrizione per Berlusconi. Non centrano quindi tangenti e corruzione, si tratta di una causa civile e non di un procedimento penale. Il 3 ottobre 2009 il Tribunale di Milano condanna la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro in favore della CIR di De Benedetti: logica conseguenza, accertata la corruzione nella sentenza della Cassazione del 2007. Ma non solo. Il giudice Raimondo Mesiano (quel Mesiano vittima di un servizio vergognoso di Brachino su Mediaset che lo ritraeva come “stravagante”) scrive nelle motivazioni che “Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest” e tale corresponsabilità comporta “come logica conseguenza la responsabilità della stessa Fininvest, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”. In sostanza scrive che non è pensabile che un bonifico di circa 3 miliardi delle vecchie lire (la tangente per gli avvocati Previti e per il giudice Metta) fosse effettuato dalla società, senza che Berlusconi lo sapesse. Ovviamente i legali della Fininvest hanno richiesto la sospensione dell’esecutività di tale sentenza, ottenendola, e hanno fatto ricorso in Appello.

La guerra tra Berlusconi e De Benedetti non sarà ancora del tutto conclusa. Ma sicuramente questo, insieme alla vicenda All Iberian, è già sufficiente per capire che l’attuale Presidente del Consiglio controlla i principali media italiani grazie alla corruzione, che non ha mai pagato per tale corruzione e che tipo di persona governa l’Italia.

Siamo noi tutti eversori comunisti a parlare delle sue “fortune”? No, è lui un abile corruttore, bugiardo e mistificatore.

P&L
Tom

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO I: ALL IBERIAN

Posted By fred on giugno 15th, 2010

La Berlusconeide, l’antologia giudiziaria del Presidente del Consiglio, dell’uomo che dopo aver fondato Milano2, partì alla conquista di Roma, spicca oggi il volo dai suoi processi conclusi con prescrizione. Seguiranno le amnistie, le assoluzioni grazie a leggi ad personam o in formula dubitativa, le più scandalose archiviazioni e i processi tuttora pendenti.

Lo scopo di questa epopea è raccontare al lettore chi è il Presidente del Consiglio, come ha costruito il suo impero, con chi ha lavorato e che uso ha fatto dello Stato e della politica.

Sono esclusi i processi in cui è collegato indirettamente (ad esempio quelli a carico di Dell’Utri, di Paolo Berlusconi, e di molti altri personaggi collegati al premier).

BERLUSCONEIDE, libro delle prescrizioni – CAPITOLO I

In un tempo non molto lontano, in un terra non certo sconosciuta, un intraprendente imprenditore del milanese si rese protagonista di una importante scalata al successo, alla ricchezza, alla fama e al potere. Un escalation che è attualmente in essere, o forse in declino, ma questa è un’altra storia.

Quest’uomo rivoluzionò l’Italia degli anni 80, cambiò il sistema televisivo, con canali trasmittenti argomenti nuovi e in tutte le fasce della giornata, con sommo gaudio di pensionati e casalinghe, regalò una grande passione agli sportivi, costruì oltre 30,000 posti di lavoro, istituì una banca dai tassi agevolati, si appropriò di case editrici, giornali e molto altro, fondò un partito, e infine divenne Presidente del Consiglio svariate volte.

Da oltre un trentennio il suo nome è sulla bocca degli italiani e sulle pagine di tutti i giornali.

Silvio Berlusconi, il punto di raccordo tra la prima e la seconda Repubblica, l’anello mancante in numerosi misteri, il vate di questa yuppie Italietta, è l’indiscusso protagonista degli ultimi trent’anni di cronaca, politica, indagini e inchieste.

Ma chi è, dietro alla maschera dei sorrisi, del lifting e del successo, Silvio Berlusconi? E come è riuscito a conquistare tutto e tutti, e a diventare uno degli uomini più ricchi al mondo?

Questi quesiti non verranno probabilmente mai appagati, nè la Storia rivelerà mai fino in fondo certi misteri; tuttavia molte questioni sono note, e la magistratura vi si imbattè, vi si imbatte, e continuerà ad imbattervisi.

Diversi fatti vennero accertati, e svariati reati denunziati e provati, ma prescrizioni, amnistie, leggi ad personam, errori della magistratura inquirente, ed altri escamotage, furono più efficaci di qualsiasi avvocato e pm.

La nostra storia comincia con il processo All Iberian, in cui Silvio Berlusconi fu imputato per finanziamenti illeciti al PSI di Craxi e falso in bilancio della sua società, la Fininvest.

I fatti risalgono all’arco temporale intercorso tra gennaio ‘91 e novembre ‘92, quando 22 miliardi di lire defluirono gradualmente dai fondi neri della All Iberian, società offshore della Fininvest, alle casse del PSI, tramite il conto svizzero di un prestanome del Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

L’imprenditore versava tangenti, e il partito sfornava in risposta leggi, quali la “Mammì” e il “decreto Berlusconi”, mirate alla crescita economica di quell’imprenditore, o alla distruzione della sua concorrenza; nella fattispecie il PSI agevolò notevolmente Mediaset, consegnando alla Fininvest, sebbene contro qualsiasi direttiva europea vigente, un quasi monopolio dei canali televisivi nazionali, e bloccando le azioni della magistratura contro questo incalzante e illegittimo monopolio.

Nel Luglio del 1996 Berlusconi fu rinviato a giudizio dal gip Maurizio Grigo con i capi di accusa di finanziamenti illeciti e falsi in bilancio, e con Craxi, allora già rintanatosi ad Hammamet, coimputato.

“Usano la giustizia per altri fini” commentò lo scatenatissimo Silvio. Frase destinata a diventare il leit-motiv di questa Odissea giudiziaria.

Ma ecco il primo colpo di scena della storia: un mese prima della sentenza di primo grado, il 17 Giugno 1998, la Fininvest, che era direttamente collegata alla All Iberian, reclamò di non essere stata invitata al processo, e dunque di non potersi costituire come parte civile nel processo a carico del suo azionista di maggioranza, per quello che riguarda esclusivamente i falsi in bilancio.

La magistratura inquirente fu costretta ad ammettere l’errore, sancendo una prima incredibile vittoria di Berlusconi, sellando per lui il cavallo della “magistratura politicizzata”, delle “toghe rosse”, che cavalcherà fino ai giorni d’oggi.

Il processo fu diviso in due tronconi, che presero il nome di All Iberian 1, relativo ai finanziamenti illeciti, e All Iberian 2, inerente ai falsi in bilancio, del quale parleremo più avanti nella nostra antologia, quando tratteremo dei processi risolti con assoluzione grazie a leggi ad personam.

Fintanto che i due capi d’accusa erano unitariamente giudicati, i termini di prescrizione decorrevano dal 1996, anno in cui fu constatato l’ultimo falso in bilancio. La prescrizione per l’accusa di finanziamenti illeciti decorreva invero dal 1992, con una durata di sette anni e mezzo, ma allora era possibile la richiesta di continuazione del processo al fine di una sentenza. Con la separazione dei processi, non ci fu modo di prorogare la prescrizione dell’accusa di finanziamenti illeciti.

La sentenza di primo grado arrivò velocemente, considerata la corsa contro il tempo, e inflisse a Silvio Berlusconi due anni e quattro mesi di reclusione, e 10 miliardi di lire di ammenda, e 20 miliardi di lire d’ammenda nonché quattro anni di reclusione all’ormai egiziano Craxi.

Nell’Ottobre 1999, tuttavia, la Corte d’Appello dichiarò prescritti i reati a carico degli imputati, e l’anno dopo la Cassazione non potè fare altro che confermare questi verdetti.

Berlusconi vinse una delle tante battaglie, una delle poche per demeriti di disattenti magistrati, e non grazie a immunità, impunità, lodi e impedimenti.

Il Berlusconi nemico dei giudici trasse linfa vitale da questa vittoria, e soprattutto credibilità e perenne e incondizionata presunzione di innocenza, mentre la magistratura, a causa dei suoi stessi errori e delle false verità perpetrate dalle televisioni dell’imputato, dovette aprire l’ombrello per coprirsi dall’acquazzone di fango.

All Iberian fu uno dei processi simbolo dell’epoca di Tangentopoli, i cui imputati Craxi e Berlusconi, il secondo legittimo erede del

Silvio e Bettino, in una foto storica

primo, sono l’incarnazione umana rispettivamente della prima e della seconda Repubblica, accomunate dalla dilagante corruzione in ogni settore della “cosa pubblica”.

Ed è da ricercarsi in questa constatazione il vero motivo per il quale una condanna definitiva sarebbe stata impensabile: essa avrebbe rappresentato la condanna del sistema Italia.

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro