splash

Posted By grim on aprile 27th, 2010

La Fionda è il Blog di tutti, e proprio per questo tutti, ma proprio tutti, sono invitati a esprimere le proprie opinioni! Registrati al blog, bastano un nickname e una password, senza nessun dato personale!

Manda il tuo articolo all’indirizzo [email protected]

In alternativa, lascia un commento sul nostro Guestbook, o al termine di un Post!

Un blog senza partecipanti, non ha ragione di esistere, dunque vi invitiamo calorosamente a leggere e a scrivere sulla Fionda!

Il team della Fionda

—–OGNI LUNEDI’ ALLE 14 LA FIONDA TRASMETTE IN DIRETTA L’INTERVENTO DI MARCO TRAVAGLIO PER PASSAPAROLA. VEDI CANALE USTREAM NELLA BARRA LATERALE DEL BLOG—–

——– INVIA SMS GRATIS DALLA FIONDA! TROVI IL BOX D’INVIO IN FONDO ALLA PAGINA SULLA DESTRA ——–

 

You Are Viewing Economia

La Fiat dopo Cristo – di Emilio Fusari

Posted By fred on luglio 29th, 2010

Fra le leggende più o meno vere riguardanti la figura del camaleontico Ad di Fiat Sergio Marchionne, c’è anche quella che vuole che lui, chietino emigrato in Canada con la sua famiglia da bambino, pensi e scriva in inglese per poi tradurlo in italiano, automaticamente quando si tratta di lingua parlata e con l’aiuto di traduttori per quanto riguarda documenti scritti. Si tratta quindi di un uomo che pensa ed agisce “all’americana” quello che oggi si trova a prendere decisioni di vitale importanza per la parte dell’azienda da lui amministrata che opera in Italia, a scapito di decenni di lotte e conquiste nell’ambito del welfare in Europa. E’ forse per questo motivo che, all’ alba del 22 giugno e dell’ esito molto negativo per Fiat del “referendum” nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, il quale obbligava i lavoratori ad accettare condizioni contrattuali precolombiane, pena la fuoriuscita dal paese della produzione (il 36% dei lavoratori ha votato no,nonostante si trattasse di una minaccia),il nostro plaudeva la posizione dei sindacati americani a lui decisamente più accomodanti , ignorando o facendo finta di ignorare che l’America non è l’Europa e non è l’Italia, e che in una realtà con la religione dell’avere e non dell’essere,del turbo capitalismo che mangia tutti e allo stesso tempo a tutti dà la Grande Illusione, un sindacato può, al limite, essere uno scendiletto un po’ meno caldo di altri.

Certamente prevale la sua parte italiana in questi giorni che, una dopo l’altra, sta sganciando le sue bombe sugli operai e sul contratto nazionale del lavoro. Ispirandosi alla vicenda Alitalia di non lontana memoria,ha pensato bene che ciò che non entra dalla porta potrà certamente passare dalla finestra. Ed eccolo, il 19 luglio, registrare alla camera di commercio di Torino la “Fabbrica Italia Pomigliano”,una nuova azienda controllata al 100% da Fiat alla quale affidare tutta la produzione del sito campano, con l’unica differenza che la “newco” non lo accetta quel contratto di lavoro nazionale e quindi può liberarsi finalmente della Fiom e degli ingrati che hanno osato mettersi di traverso sulla higway dell’amministratore delegato. Chiamarlo escamotage è un eufemismo.

Sistemati i riottosi è arrivata l’ora di dare il benservito anche alla rappresentanza delle imprese, ossia a quella Confindustria di cui John Elkan è vicepresidente. Sarà messa all’ordine del giorno di domani la disdetta da parte di Fiat del contratto nazionale dei metalmeccanici con la conseguente uscita obbligata dalla confederazione degli industriali, che obbligano tutte le loro imprese a rispettarlo,pena l’espulsione.

Dopo questo bombardamento ai lavoratori,ai sindacati, alla politica latitante e all’idea stessa dello stato sociale e del suo funzionamento, l’epoca dopo Cristo di Marchionne assomiglierà piuttosto ad un’epoca antidiluviana del caos,in cui gli uomini non avranno più armi per difendersi e si nasconderanno all’arrivo dei dinosauri predatori. Emigreranno in Serbia, dove si dice che i pascoli siano più verdi e le sorgenti più fresche, baratteranno il cibo oltre che con il lavoro anche con la dignità e si accorgeranno, con somma gioia dei cultori hollywoodiani di casa nostra, che le sponde dell’atlantico si sono terribilmente assottigliate: benvenuta America.

Emilio Fusari

U.S.A.: la crisi investe sempre per prima la regione degli Appalachi – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 26th, 2010


Il Sud-Est degli U.S.A.: Alabama, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia, Kentucky, Maryland, Mississippi, Ohio, Pennsylvania, Stato di New York, Tennessee, Virginia, Virginia Occidentale

Scorci architettonici che non assomigliano affatto all’America del Nord come noi la conosciamo dalla tivù; facce smagrite che sono un’unica smorfia di delusione cocente; negozi chiusi, bidoni che a notte bruciano e interi quartieri dove sembra regnare il coprifuoco: proprio come al tempo della Grande Depressione, un’ombra gigantesca e putrida è calata sulla regione degli Appalachi. La polizia dei vari Stati Federali fa quel che può per salvare le apparenze, togliendo dalla circolazione qualche hobo, qualche wino e tutti gli altri vagabondi a portata di tiro; ma i senzatetto, i desperados, sono troppi, e ormai quella che agli occhi dei ricchi è “vermaglia umana” irrompe all’aperto da ogni buco, da ogni fessura.
Se questo è il risultato dell’”American Dream” siamo proprio a posto! Se questa è l’”American Way of Life” che gli Stati Uniti vogliono imporre al resto
del mondo, possiamo solo dire: “poveri noi!”

Appartamenti nel downtown di Welch, in West Virginia

Le miniere del Kentucky e della Virginia Occidentale sono i cadaveri di una società che promette tutto ma solo a pochissimi. Fabbriche abbandonate dovunque, o che, al contrario, lavorano a pieno regime continuando tuttavia a licenziare. La popolazione è diminuita non solo a causa della crescente mortalità, ma anche perché chi è giovane se ne va a cercare fortuna altrove. La California rimane il sogno di molti… Non che nell’Ovest degli U.S.A. si stia molto meglio, ma gli statunitensi di queste parti non hanno davvero più risorse e chi può, dunque, trasmigra: come quei bianchi Europeans che all’epoca dei pionieri andarono a colonizzare nuovi territori inesplorati, reinventandosi cowboys e pistoleros e depredando e trucidando gli indiani.


Foto dell’archivio Getty: New York, 30 novembre 2005. Una nuova Grande Depressione ha investito gli Stati Uniti d’America. Nell’immagine, un gruppo di disagiati sociali in fila per ricevere le giacche imbottite (un regalo dell’amministrazione della Big Apple) tramite cui dovranno cercare di resistere al gelo dell’inverno.

Memphis, Tennessee

Il vecchio ospedale di Williamson, West Virginia

La crisi del carbone e il rifiuto di Washington (sin dagli Anni Ottanta) di investire nelle più elementari infrastrutture (oltre che nella sanità e nell’istruzione), hanno messo in ginocchio l’intera regione degli Appalachi. I “baroni del carbone” e corporations assortite sono stati i beneficiari degli “incentivi” rilasciati dai governi del Kentucky e della Virginia Occidentale. In altre parole, si è fatto tanto per i ricchi (“gli amici degli amici”) e nulla, invece, per la popolazione. Per le strade si incontrano individui sdentati… una grottesca abnormità per la “dorata” America, ma inevitabile: le spese dei dentisti non se le può permettere quasi nessuno. Molte persone sono anche incredibilmente emaciate: i rari grocery stores rimasti aperti fanno prezzi da paura e persino comprarsi da mangiare è un problema, soprattutto con un assegno sussistenziale di appena 200 dollari (ma molti non hanno neppure quello)… Nella contea di Harlan, Kentucky, la percentuale di persone che vivono sotto la soglia di povertà ha raggiunto il 34% (!). L’ignoranza, il fanatismo religioso e gli episodi di violenza cercano il loro pari nei Paesi del Terzo Mondo. E a tutto ciò si aggiunge purtroppo la devastazione ambientale: in parecchie città del Sud-Est degli U.S.A., l’acqua che esce dai rubinetti è inservibile persino per lavarsi, in quanto altamente contaminata.

Links di approfondimento:

Manovra e trasporti pubblici: ecco come il governo mette le mani nelle tasche degli italiani

Posted By fred on luglio 23rd, 2010

“La Manovra non tocca le tasche degli italiani”. Questo il motto, tutt’altro è il fatto.

Oggi analizziamo nello specifico l’incidenza della manovra finanziaria sui trasporti pubblici, stanziati per il 65% dalle risorse pubbliche in dotazione di Comuni, Province, e Regioni, e per il restante 35% dagli introiti delle tariffe.

Il governo, con la finanziaria, taglierà nel prossimo biennio 8,5 miliardi di euro per le regioni a statuto ordinario (4 nel 2011, 4,5 nel 2012) e 1,5 a quelle con statuto autonomo (500 milioni nel 2010, 1 miliardo nel 2012); le province, anziché essere abolite, conserveranno le loro competenze con 800 milioni in meno (300 nel 2011 e 500 nel 2012), mentre i comuni, principali erogatori di servizi al cittadino, saranno impoveriti di 4 miliardi (1.500 nel primo anno, 2.500 nel secondo).

Questi tagli colpiscono la spesa corrente, ossia i servizi pubblici di qualsiasi genere esclusa la sanità, e la spesa per investimenti pubblici, ovvero la produttività economica di Regioni, Province, e Comuni.

Per fronteggiare queste notevoli perdite di capitali, gli amministratori incaricati della gestione delle risorse hanno poche alternative di azione; possono eliminare i servizi, o rivalersi sui redditi dei cittadini aumentando le imposte, o direttamente sui portafogli dei cittadini aumentando i costi dei servizi pubblici, come i ticket o i parcheggi ad ore.

Considerate le impossibilità delle prime due ipotesi, in quanto un paese assistenzialista e “welfarista” come l’Italia non è nelle condizioni di eliminare i servizi dall’oggi al domani, mentre sul diretto e impopolare aumento delle imposte il governo ha posto un categorico veto, resta per esclusione solo la terza, ovvero l’incremento dei costi della vita pubblica.

Così, nel settore trasporti, la conseguenza inevitabile sarà l’aumento delle tariffe di metropolitane, pullman, tram e treni etc.

Secondo le prime stime delle amministrazioni regionali, il TPL (Trasporto Pubblico Locale, l’insieme delle diverse modalità di spostamento su scala locale, urbana ed extraurbana) subirà tagli di 1.680 milioni, il trasporto a lunga percorrenza circa la metà.

Come abbiamo accennato prima, i trasporti pubblici sono finanziati dalle risorse pubbliche per il 65%, mentre il restante 35 è coperto dagli introiti delle tariffe.

Se la matematica non è un’opinione, diminuendo le risorse, per mantenere invariata la già disastrata qualità dei trasporti pubblici italiani, dovranno aumentare in egual proporzione gli introiti delle tariffe, dunque le tariffe stesse.

A risentirne, dunque, i passeggeri, e soprattutto i pendolari, che in Italia, secondo il Censis, sono addirittura 13 milioni, il 22% della popolazione.

Dunque un italiano su quattro dovrà quotidianamente spendere di più per recarsi al lavoro o all’università; l’alternativa è lasciare invariate le tariffe e sopprimere la corse in determinate fasce della giornata, licenziare del personale incrementando la disoccupazione, riempire ulteriormente di macchine le città etc.

La soluzione più credibile, è la via di mezzo: minor riduzione dei servizi, e minor incremento delle tariffe.

In ogni caso ci rimette il cittadino; oggi ci siamo soffermati sui trasporti, ma qualsivoglia servizio pubblico in competenza agli enti locali andrà incontro al medesimo dilemma e il cittadino, impotente, verserà somme maggiori per servizi qualitativamente e quantitativamente inferiori.

Differentemente dalla versione edulcorata della manovra, servita ancora calda dal Presidente del consiglio, e dai media, sui piatti sempre più vuoti degli italiani, emerge, dall’analisi della reale manovra, come le tasche degli italiani siano in realtà il bersaglio principe degli arcieri di governo, in particolare di “Tremot Hood”, il manovratore per eccellenza, l’uomo che ruba ai cittadini onesti per dare agli evasori fiscali.

FRANCESCO WOOLFTAIL DAL MORO

A proposito del PIL – di Ivano Maddalena

Posted By fred on luglio 6th, 2010

In questo tempo si parla molto del cosiddetto PIL.

Che sarà mai? Vogliamo definirlo e per farlo prendo in prestito ciò che tutti possono trovare su Wikipedia, l’enciclopedia libera. In essa si legge: “Il reddito pro capite è spesso usato per misurare il grado di benessere della popolazione di un paese, comparato agli altri paesi. Perché i diversi dati siano comparabili dev’essere espresso in termini di una moneta usata internazionalmente come l’Euro o il Dollaro. Da sottolineare comunque che questo indice non sempre rappresenta in maniera corretta il benessere di un paese, soprattutto quando si confrontano paesi economicamente e culturalmente molto diversi. Inoltre diversi studiosi sono convinti che il PIL non sia effettivamente in grado di calcolare il grado di benessere di un paese.” Suggerirei il grado di benessere di un cittadino, di una persona.

Diamo alcuni numeri. Pil in crescita dell’1,1% nel 2010 e dell’1,5% nel 2011, dopo una flessione del 4,8% nel 2009. Queste le nuove previsioni Ocse per l’Italia riviste in rialzo rispetto alla crescita dello 0,4% per l’anno prossimo. La disoccupazione e’ rivista al ribasso all’8,5% nel 2010 (dal 10,2% indicato 6 mesi fa) ed e’ attesa all’8,7% nel 2011. L’attivita’ e’ rimbalzata nel terzo trimestre sulla spinta della domanda interna favorita dal miglioramento delle condizioni finanziarie, spiega l’Ocse, ma ”tempi e forza del rimbalzo sono incerti”.

Credo che però non si possa misurare il benessere in relazione al PIL. Il PIL misura tutto eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. John Kennedy, ormai cinquant’anni fa, diceva che: “Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base del Down Jons ne tanto meno sul PIL”. Parole sacrosante, checche ne dicano i nostri politici impelagati in beghe che non tangono certamente conto del bene comune, del benessere reale dei cittadini i quali vedono sempre più spesso i bisogni reali insoddisfatti. Prendo in prestito Maslow per ricordarli velocemente la piramide da lui dettata partendo dalla base ovviamente: bisogni fisiologici, bisogno di sicurezza, bisogni di appartenenza o affettivi (sentirsi amati, accolti e desiderati per ciò che si è), bisogno di stima (valorizzati) e da ultimo il bisogno di autorealizzazione. Ciascun bisogno può essere soddisfatto solo se sono soddisfatti quelli precedenti. Credo sia difficile se non impossibile costruire una piramide iniziando dalla punta, ma dalla base si. Sentirsi cittadini significa avere il diritto e il dovere di adoperarsi perchè tutti i bisogni siano soddisfatti. Stanno bene gli italiani tutti? Sono soddisfatti nei loro bisogni? Forse qualcuno. Ho il tarlo del dubbio che rode.

A me pare che i ricchi siano sempre più ricchi e sempre meno, mentre cresce il numero di coloro che non arrivano a fine mese, non hanno lavoro, non vivono serenamente il presente e non guardano al futuro con grande speranza. Io non voglio essere pessimista, anche perché delle idee le maturo in ordine alle scelte e al vivere ma di fatto il reddito pro capite non indica la distribuzione del reddito all’interno di un paese. In molti paesi infatti un piccolo gruppo di persone straricche può far aumentare notevolmente il reddito medio dell’intera popolazione di cui la maggioranza può essere poverissima (vedi tanti stati del mondo, soprattutto Africa).

Cari politici imparate a prendervi veramente a cuore i cittadini.

Heidegger in Essere e tempo, parla della “Cura”. Tra il pensiero vi è l’idea del farsi carico e vi si legge: “Poiché infatti fu la Cura che per prima diede forma all’uomo, la Cura lo possiede finchè esso sia”.

Lo vogliamo riscoprire che è nell’essenza dell’uomo il prendersi cura delle cose e delle persone?

Con Heideger riconosciamo i due modi di prendersi cura. Quello negativo e quello positivo.

Quello negativo è: “avere cura degli altri”, cioè sottrarre agli altri le loro cure, procurare loro delle cose. Ciò porti a una vita non autentica.

Quello positivo è: “aiutare gli altri ad essere liberi di assumersi le loro cure (onorarle), aprirli a trovare se stessi e di realizzare il proprio benessere, coesistere. Ciò porta a una vita autentica. Degna di essere vissuta. Ciò procura un benessere impagabile e non c’è moneta che possa misurarlo.

Sapete cosa mi fa star bene veramente? Sapete come misuro il mio benessere?

Ciò che ricevo in dono per guarire le mie povertà. E ciò che ricevo lo rimetto in circolo offrendolo.

Una frase che ho trovato in un libro di Wayne Dyer riassume bene ciò che intendo: “Nessuno può chiedere a un altro di essere guarito. Ma può permettere a se stesso di essere guarito e offrire così all’altro ciò che ha ricevuto. Chi può donare a un altro ciò che non ha? E chi può condividere ciò che si nega?”

Il mio benessere lo misuro tutti i giorni quando a sera riesco a veder che ho dato e accolto, ho lavorato con le mie mani e ho condiviso con qualcuno le verdure coltivate nel mio orto, ho dedicato al mondo una poesia, ho letto un buon libro, ho fatto bene il mio lavoro di insegnante e con ciò che guadagno vivo e non vivo per guadagnare chissà quale cifra. Apprezzo ciò che ho e soprattutto ciò che sono. Apprezzo la presenza degli altri e sono riconoscente. Il mio benessere lo misuro quando nelle mie relazioni mi sento amato, stimato e valorizzato. Sveglia! Ognuno di noi è la sua opera e di ciò che ci ha costruito e costituito qui e ora. Lavoriamo per un “PIL” che renda a tutti la possibilità di vivere con dignità, in modo autentico e realizzante, di benessere che non è solo stare bene ma di essere bene.

Ivano Maddalena

Il governo taglia e gli investimenti crollano. Ma la crisi è finita…

Posted By fred on luglio 2nd, 2010

Oggi l’Istat ha pubblicato dei dati che dovranno suscitare, nei ministeri competenti, immediate, seppur tardive, riflessioni.

Berlusconi, dopo due anni di ostinata negazione della crisi, dopo aver decantato la tenuta italiana grazie ai movimenti del “governo del malaffare”, ha dovuto recentemente guardare in faccia la realtà, e ammettere l’oscurità incombente sulle teste degli italiani.

Ecco allora risvegliarsi il ministero dell’economia, fin qui sonnecchiante nonostante la necessità di un suo intervento, che con una manovra da 24 miliardi pretende di risolvere il più grande tracollo delle economie mondiali dagli anni ‘30 a oggi (guerra mondiale esclusa).

Intendiamoci, il problema non sono i 24 miliardi, ma le modalità con le quali si cerca di ottenerli.

La manovra taglia, non produce, dunque i 24 miliardi saranno un risparmio, per altro non strutturale (proviene infatti dalla finanziaria biennale 2011-2012, non da modifiche degli apparati statali), e non una produzione.

I tagli sono leciti e doverosi, ma andrebbero applicati agli sprechi più sfrenati, non già ai punti nevralgici dello Stato, e più in generale della democrazia, quali la sanità e l’istruzione. (Per vedere come il governo avrebbe potuto risparmiare di più, colpendo di meno, vi rimando a questo post → Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi)

Quindi, non solo il governo si limita a tagliare, per altro nei punti peggiori, ma addirittura non batte ciglio per stimolare la ripresa della produzione, ergo dei consumi.

Qualcuno di voi ha avuto forse il piacere di imbattersi in una strategia economica programmata ed organica?

Incentivi all’investimento e ai consumi, stimoli economico-finanziari alla ripresa della produzione, assistenza ai lavoratori, bonus agli imprenditori più produttivi, finanziamenti a ricercatori (per trattenere i “cervelli” italiani) e a studenti stranieri (per attirare “cervelli” dall’estero), agevolazioni fiscali per i meno abbienti e ulteriori sforzi da parte dei patrimoni più grandi, ad oggi gli unici completamente intatti.

Nessuno, purtroppo, ha potuto apprezzare tutto ciò, nonostante il crack economico sia in corso dal 2008, esattamente l’anno in cui la Banda dei Banditi subentrò al governo.

Tagli e solo tagli, purchè diretti al comune cittadino, e mai sia che tocchino la Casta.

Ma i nodi vengono inesorabilmente al pettine.

Oggi, dicevamo in apertura, l’Istat ha fornito i dati, dell’anno passato, relativi alla spesa per investimento in Italia, e questa ammonta a un totale di 231.000.000 di euro, 12 punti percentuali in meno rispetto al 2008. Nel 1999 (in un mercato più chiuso per l’esistenza delle valute nazionali) la spesa per investimento era di 227.000.000 di euro, pressapoco equivalente a quella del 2009.

Tradotto, la crescita produttiva italiana degli ultimi dieci anni è svanita in uno solo.

Un tracollo del 12% in un anno, è record assoluto, mai registrato sin dal 1970, anno in cui si cominciò la raccolta dei dati sugli investimenti.

A tutto ciò s’aggiunge il solito debito pubblico al 116%, da podio in Europa, mentre investimenti e produzione giacciono inerti nella parte opposta della classifica, e una pressione fiscale sul cittadino con il primato europeo.

Tuttavia, non più tardi di due giorni fa, il premier gridava a tutti i mondi conosciuti di aver risolto la crisi una volta per tutte.

Che dite, demagogia o asineria in economia?

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Per vedere come il governo avrebbe potuto risparmiare di più, colpendo di meno, vi rimando a questo post → Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi

Per vedere la manovra punto per punto → Dalla retro alla quinta, ecco la manovra del governo

L’assurda spesa europea: la colza e le sovvenzioni inutili – dal blog noipensiamo.com

Posted By fred on giugno 26th, 2010

Dagli amici di noipensiamo.com

In moltissimi, soprattutto chi vive al centro nord, avranno sicuramente notato la bellezza dei colori di alcuni campi pieni di fiori gialli. Nei mesi scorsi infatti i campi coltivati si sono riempiti di queste coltivazioni di fiori che ho scoperto essere colza.

Non essendoci mai state coltivazioni di questo genere, mi sono chiesto perché fosse arrivata la moda di coltivare questa pianta da cui si ricava nient’altro che un olio. In realtà ci sono tecnologie che trasformano l’olio dei semi della colza in bio carburante e bio diesel. Però non mi capacitavo di come fosse possibile questa moda.

Soprattutto perché qualche mese dopo (cioè da un paio di settimane a questa parte) nessuno si è occupato della raccolta, con il risultato che ora al posto di una distese di fiori gialli o di un prato tagliato c’è un campo strapieno di erbaccia secca e bruciata dal sole, che crea una sorta di atmosfera tipica della savana.

Documentandomi un po’, ho scoperto una cosa interessante e sconcertante, una cosa vergognosa e assolutamente stupida.

La corte europea ha infatti stanziato una serie di finanziamenti ed agevolazioni per i coltivatori di colza; senza girarci tanto intorno, se un contadino (o un proprietario terriero) pianta semi di colza, l’Europa (cioè noi, i contribuenti cittadini europei) gli dà dei soldi, superiori ai costi iniziali di acquisto dei semi e di semina.

Il problema sorge alla radice del problema: non vengono premiati i produttori sul prodotto finito, ma tutti coloro che piantano i semi; di fatto, ai coltivatori che effettuano semina, cura e raccolta non conviene piantare la colza, perché i costi di raccolta e di raccolta superano effettivamente i ricavi derivanti dalla vendita del prodotto finito.

L’effetto è stato in pratica che i coltivatori e i contadini hanno continuato a fare il loro lavoro di sempre, piantando granoturco, mais, cereali e tutto quello che sono stati abituati a fare; d’altra parte, gli industriali e i proprietari delle terre hanno preso alla lettera lo stanziamento, piantando semi, guadagnando i soldi della sovvenzione (comunque superiori a quelli spesi per la semina) e evitando di eseguire la raccolta perché tanto non gli conviene.

Uno spreco magistrale portata avanti da un disegno stupido e incompleto. E’ veramente assurdo che in Europa così innovativa e industrializzata ci siano dei cavilli che permettano i ricchi di arricchirsi in modo inopinato e stupido, e condannando i poveri contadini che auspicavano a ben altri stanziamenti.

Tutto ciò è davvero assurdo.

link all’articolo

Un delinquente “low cost”: l’ennesima presa in giro del governo sul federalismo – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 19th, 2010

Il governo delle mille promesse, per ora, non ne ha mantenuta una.

In questi due anni di gran parlare di certi argomenti, tutt’altri sono stati affrontati.

Così, ad esempio, quando il cavallo di battaglia era la sicurezza pubblica, Berlusconi provvedeva alla sicurezza personale con il lodo Alfano. Il “repressivissimo” pacchetto-sicurezza presentato lo scorso Giugno, e poi fortunatamente emendato da capo a coda durante i lavori parlamentari, non ha risolto i problemi della criminalità di quartiere, né ha regolato efficacemente l’immigrazione e l’integrazione dell’immigrato. Si è limitato a cancellare un po’ di diritti umani, attirando su di sé le critiche di ogni associazione internazionale che, questi diritti, li difende, dallo Zimbabwe all’Italia.

La legge 124/2008, in arte lodo Alfano, in compenso, sebbene successivamente, e tardivamente, stangato con sprezzo dalla Consulta e dal buon senso, ha dato al Processo Mills una notevole spinta verso l’oblio della prescrizione, durante il suo relativamente breve esistere. (Ahimè, al libro delle prescrizioni della nostra Berlusconeide, si aggiungerà presto un nuovo capitolo)

Oggi, invece, i consensi li ricercano con le promesse federaliste, temi tanto cari ai leghisti, e altrettanti pretesi dai loro elettori, ma nel frattempo provvedono a legare le mani ai magistrati, e a tappare la bocca ai giornalisti, con il tanto discusso “bavaglio”.

Il Federalismo fiscale viene indicato come lo strumento che, attraverso la gestione finanziaria su base territoriale, slegherà il nord dalle briglie di bilancio del sud, e che consentirà a quest’ultimo, staccandosi dallo Stato, di aggiustare i propri conti.

Credibile e fattibile, non fosse per il fatto che oltre a una legge delega, che indica semplicemente i principi e le linee guida che il governo dovrà seguire nei successivi decreti legislativi delegati, non c’è stato nient’altro utile in questa direzione. Nemmeno i necessari decreti legislativi delegati che regolamentino il passaggio di cariche dallo Stato alle Regioni.

In compenso, la famigerata manovra finanziaria relativa ai bilanci dei prossimi due anni, taglierà nei prossimi due anni circa 8 miliardi di euro alle regioni, le quali, se responsabilzzate della gestione fiscale dal federalismo, dovranno, per funzionare e garantire i servizi al cittadino, rivalersi necessariamente sulle sue tasche, attraverso un aumento delle imposte. Ma la manovra, allo stesso tempo, vieta ogni forma e modalità di aumento delle tasse, giacché sarebbe uno smacco alla politica “mangiaconsensi” del Capo dei Capi.

Riassumendo: ti taglio i fondi e servizi, ma tu devi mantenere i servizi al cittadino inalterati, e senza alzare le tasse, ovvero senza recuperare i soldi che ti ho tagliato; devi continuare a funzionare allo stesso modo, sebbene con 8 miliardi in meno.

Nella società capitalista è evidentemente impossibile, ragion per cui i 20 Presidenti di Regione all’unanimità, per altro quasi tutti appartenenti al partito della maggioranza, hanno firmato un documento di protesta contro la manovra, e di invito, al governo, di apportare le necessarie modifiche che non ostacolino la realizzazione del federalismo fiscale, considerato la priorità.

Il governo, di tutta risposta, per placare gli animi, ha nominato un ministro senza portafoglio, Aldo Brancher, rivestito del simbolico incarico di attuare il federalismo fiscale.

“Un ministero low cost” l’ha definito Tremonti. Un “low cost” sfacciatamente inutile ai fini pratici, comodo solo per un governo in crisi, che promettendo ciò che non è in grado di, o non vuole, realizzare, necessita di slogan e segnali che mantengano gli animi tranquilli e sereni. In questo momento, politicamente ed economicamente delicato, il malcontento popolare sarebbe letale per la bisca verde-azzurra.

L’auspicio, è che gli italiani siano abbastanza furbi da capire cbe non un ministero apposito, ma specifici decreti legislativi delegati, che solo e soltanto il governo può fare, daranno realizzazione alle promesse federaliste.

Aldo Brancher

Un ulteriore, sconcertante, aspetto della vicenda, è il curriculum del neo ministro.

Costui infatti, dopo aver scontato 3 mesi di reclusione a seguito dell’inchiesta mani pulite, è stato condannato in primo grado per finanziamenti illeciti, reato poi prescritto, e per falso in bilancio, che da reato è degradato a peccato veniale dal governo Berlusconi di cui faceva immancabilmente parte. Attualmente è sotto processo a Milano per ricettazione nell’ambito dell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta, e il legittimo impedimento spedirà tal processo dritto dritto nel freezer.

Così, finalmente, i conti tornano definitivamente.

Beh, con un un governo che non può proprio fare a meno di troie, indagati, e condannati, non possiamo che ringraziare il Padre Eterno, al secolo Silvio Berlusconi, che almeno questo ce l’ha mandato “Low Cost”!

WOOLFTAIL

Se Pomigliano fa scuola… – di Emilio Fusari

Posted By fred on giugno 16th, 2010

Questo articolo è stato scritto ieri prima del raggiungimento dell’accordo sulla fabbrica di Pomigliano d’Arco, cui solo la Fiom non ha aderito, che prevede lo spostamento della produzione Fiat in Polonia, alla faccia degli stimoli alla produzione nazionale e delle disoccupazione. Solo la nuova Fiat Panda continuerà presumibilmente a essere prodotta a Pomigliano.

La fine della storia già si immagina.

Spaccati fra l’ ipotesi di accettare un contratto che limita i diritti costituzionali oppure non accettarlo, con conseguente spostamento della produzione in Polonia, non si fa fatica a prevedere quale sarà l’esito della trattativa.
Il periodo si sa, è quello che è, ed i frutti avvelenati della globalizzazione trovano facile fioritura innaffiati dalla crisi. Con uno slancio da salvatore della patria Marchionne lunedì annunciava che”non succede in nessuna parte del mondo che un’impresa trasferisca dall’estero all’interno del paese la produzione”. Salvo poi importare con essa anche anche le condizioni lavorative di quei paesi,  facendo fare un balzo indietro di 50 anni ai diritti del lavoro. Ma, conclude, “se i lavoratori non vogliono l’investimento basta che lo dicano”.

C’è mancata solo la frase di rito: è il mercato, bellezza.
Non è certo stato difficile per Marchionne recitare la parte del ricattatore, supportato com’era dal ministro del lavoro Sacconi che gettava incenso sulle parole dell’A.D. definendole “un episodio di straordinaria sussidiarietà” e “un accordo che dovrebbe fare scuola”.

Quindi, la Fiat si comporta come una qualsiasi multinazionale (alla faccia della Fabbrica Italia), spregiudicata ed arrogante, sicura com’è che se non va bene qui andrà bene sicuramente lì, ed il governo non solo non si oppone, ma sponsorizza politicamente l’operazione lasciandosi scappare addirittura che questo sarà il modello da applicare a tutti i contratti in futuro.
Insomma, le bestie si sono annusate, riconosciute, e subito hanno visto la reciproca convenienza;  il primo può aumentare la produzione senza aumentare i costi, il secondo può affossare un altro pezzo di costituzione, il tutto con buona pace di degli operai che ne subiscono le conseguenze.

Certamente questo meccanismo infernale non è stato inventato né da Marchionne né da Sacconi, ci mancherebbe, ma sicuramente hanno perso un’occasione per grippare questo motore, la cui costruzione risale, ormai, per dirla con i ritmi moderni, alla notte dei tempi ,a quando al primo industrialotto pasciuto venne in mente di spostare l’azienda in Romania o in Vietnam per risparmiare due lire sulle paghe degli operai. Hanno perso l’occasione, insieme alla Cisl e alla Uil -con gli unici a protestare i poveracci della Fiom (a cui va tutta la nostra solidarietà) tacciati di anti-italianità dalla Marcegaglia- di dire che la qualità del lavoro è importante almeno come la quantità, e che non si calpestano così i diritti delle persone in nome di nessuna globalità.

Hanno perso l’occasione di dire no, non ci stiamo, è la dignita, bellezza.

Ultim’ora; anche l’Ungheria ha fatto crack

Posted By fred on giugno 4th, 2010

Un nuovo default arriverà in terra europea nel giro di pochi giorni; l’Ungheria rischia seriamente una disfatta analoga a quella greca, infatti nelle ultime 24 ore è crollata di 8 punti la borsa di Budapest, e il fiorino, conio locale, si è svalutato di 5,5 punti percentuali. La causa del crack imminente è ancora una volta la sregolatezza dei conti pubblici, che, come accaduto in Grecia, sono stati falsati fino ad oggi (deficit annuale al 7,5% del Pil, contro il 3,8 dichiarato dal governo).

L’Ungheria non è un paese dell’eurozona; la moneta unica, quindi, non è messa a repentaglio dal venturo default ungherese, differentemente da quello greco.

Se il caso ellenico ha attirato l’attenzione mediatica dell’Europa intera, a causa delle conseguenze che avrebbe potuto, e tuttora può, portarsi appresso, difficilmente accadrà lo stesso con quello ungherese, in quanto la miseria investirà i poveri cittadini ungheresi senza “effetti domino” nel resto del Vecchio Continente.

Classi politcanti responsabili di immonde sporcizie e cittadini che ne pagano il salato prezzo è sempre più il leit-motiv di questi tempi di crisi economico-finanziaria.

Francesco Codadilupo Dal Moro

Il federalismo fiscale – di Lorenzo Campini

Posted By fred on giugno 2nd, 2010

Il federalismo fiscale è un intervento per cui viene data la responsabilità a livello locale sia della decisione dell’entrata sia della decisione della spesa ed è proprio questa responsabilità a dare una maggiore efficacia al sistema pubblico: nel momento in cui un amministratore deve decidere a quale livello fissare le proprie imposte e stabilire la spesa conseguente, lo fa nel modo più efficiente possibile proprio perché fa più fatica a chiedere imposte ai propri cittadini. Questo tipo di responsabilità è l’elemento fondamentale per migliorare l’efficienza di questo paese e dare valore al territorio.
Attualmente le decisioni di entrata e spesa sono disgiunte. Il livello delle imposte viene per la quasi totalità stabilito a livello centrale mentre la decisione della spesa viene in larga parte presa a livello periferico.
Nessuno è responsabile a livello locale di come viene effettuata la spesa e succede quindi che chi più spende più viene premiato, ma in realtà non c’è nessuna responsabilità per i buchi di bilancio che si creano( vedi il caso del comune di Catania). Il sistema federale dà molto più valore al territorio proprio perché c’è un controllo del livello delle entrate adeguate al livello delle spese. Si stabilisce un migliore utilizzo delle risorse: minori risorse per avere la stessa efficienza nei servizi. Lo spreco del sistema pubblico, derivante appunto dalla disparità tra responsabilità del livello delle entrate e delle spese, si è talmente evoluto che lo Stato è arrivato a un livello di costo non più sostenibile (e la spesa non ha alcuna efficienza). Con il sistema federale il costo tende a calare mentre migliora la qualità del servizio. In realtà un sistema federale funziona con la sostituzione delle imposte locali (anche regionali, ovviamente) rispetto alle imposte erariali. Praticamente non si versano più le tasse a livello centrale(Roma) ma alla mia Regione( non l’intero importo delle tasse ma una quota consistente).
“Tratto dall’intervista a Daniele Molgora, sottosegretario all’economia, di Emanuela Zoncu.”
Le incognite riguardano l’alienazione dei vari patrimoni demaniali(In Italia, secondo quanto previsto dal Codice Civile art.822 e seguenti, il demanio è costituito dai seguenti beni: il lido del mare, la spiaggia, le rade e i porti; i fiumi, i torrenti, i laghi e le altre acque definite pubbliche dalle leggi in materia (c.c. 2774, Cod. Nav. 28, 29, 692); le opere destinate alla difesa nazionale.) che dovrebbero passare dalle mani dello Stato alle mani degli enti locali. L’effetto più pericoloso di questo passaggio riguarda l’uso molto discrezionale che un ente locale potrebbe fare, per esempio, di un pezzo di litorale svendendolo per farci qualunque tipo di attività. Le ripercussioni dal punto di vista urbanistico in tal senso potrebbero essere devastanti in quanto ci potrebbe essere una “svendita” delle proprietà demaniali per pagare gli innumerevoli buchi di bilancio degli enti locali italiani.