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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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I fuochi selvaggi di Mosca

Posted By fred on agosto 8th, 2010


Foto: Mikhail Voskresensky / Reuters


“Questa non è la Mosca che amo” sbotta la ragazza che ho conosciuto nei pressi del Vecchio Arbat. Sia io che lei portiamo una mascherina che serve a proteggere le vie respiratorie. I nostri occhi sono arrossati. L’aria è piena di fumo. Smoke. Smoke and smog. Il cielo che sovrasta la Russia Centrale è un misto di grigio e arancione.
Offro una bevanda alla bellezza moscovita. Mi ha raccontato che lavora come parrucchiera e che deve affrettarsi: è già tremendamente in ritardo… Riesco a scollarle lo sguardo di dosso e occhieggio oltre la finestra.
La capitale soffoca nella nebbia acida. Le celebri silhouette della torre televisiva Ostankino e della cattedrale di San Basilio si distinguono a malapena. Molti passanti si affrettano tenendo un fazzoletto premuto sulla faccia.


Foto: AFP / GETTY

Mi metto a pensare alla neve nera che lo scorso gennaio è caduta su Riga, la capitale lettone. Rifletto sui 172 milioni di galloni – ovvero 4 milioni di barili – di petrolio grezzo che fin da aprile sgorgano nel Golfo del Messico (la BP dice di aver tappato la falla, ma chi si fida ormai?). E penso all’enorme montagna di ghiaccio che stamattina si è staccata da una banchisa presuntemente eterna della Groenlandia. Tutti sanno che molte cose devono mutare se vogliamo ancora salvare il mondo, ma intanto ci tocca sopravvivere e per le faccende serie non c’è più tempo.


Foto: Alexey Sazonov / AFP / Getty Images


“Ciao” si congeda la ragazza dopo aver scolato il suo kvas alla menta; e scompare nello smog.
Rimango solo qui, al Durdin’s, nella Bolshaya Polyanka, con la mia strana espressione e con l’unico oggetto che ancora possiedo: un libro. Il titolo del libro è: The Ultimate 2012 Family Survival Manual, di un certo
Colonello Mike Kerrigan.  (“E Potete Averlo Gratis se Ordinate il Countown Ufficiale del 2012! Approfittatene Prima dell’Ora Fatale!…“)


[Per maggiori informazioni circa l'ominoso 2012 e il "negative consciousness loop" che l'umanità avrebbe contratto, cliccate sulla homepage della
University Of Metaphysical Sciences: il divertimento è garantito. Soldi indietro se insoddisfatti!]


Immagine tratta dal sito Condé Nast Traveller

Ecco quello che il corrispondente da Mosca del Guardian, Tom Parfitt, scrive a proposito degli incendi nel cuore della Russia:

The death toll from hundreds of wildfires across Russia rose to 52 today as more than 3,000 people are left homeless.

Whole settlements have been engulfed by the flames, caused by an unprecedented heatwave in which temperatures have reached 42C in central and western parts of the country.

State media showed footage of burning cottages, and groups of residents passing buckets of water from hand to hand. Several villages in the Nizhny Novgorod, Voronezh and Ryazan regions were reduced to drifts of ash. One man showed the melted engine of his car.

The president, Dmitry Medvedev, declared a state of emergency in seven regions as firefighters struggled to contain about 600 blazes covering an estimated 309,000 acres (125,000 hectares). Strong winds added to the difficulty.

A large number of children and elderly people were among those affected, said Medvedev. “Many families have been left with nothing. The fire destroyed everything. It is an enormous tragedy.” He promised compensation to the victims and said homes would be rebuilt by the winter.

(…)

Careless hunters or people lighting barbecues in the countryside were thought to be responsible for starting some of the fires. Others took hold when peat bogs dried for agricultural use self-ignited, burning underground.

Moscow was veiled in acrid smoke from such fires this morning as landmarks disappeared from view and commuters clutched handkerchiefs to their faces. A new temperature record of 38C was set in the capital last Thursday and meteorologists expect it will be surpassed this week as the heatwave continues.

More than 2,000 people have died since the beginning of July as they tried to cool down by swimming in rivers and lakes. Authorities said many of the dead had been drinking.

Di Peter Parisius

U.S.A.: la crisi investe sempre per prima la regione degli Appalachi – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 26th, 2010


Il Sud-Est degli U.S.A.: Alabama, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia, Kentucky, Maryland, Mississippi, Ohio, Pennsylvania, Stato di New York, Tennessee, Virginia, Virginia Occidentale

Scorci architettonici che non assomigliano affatto all’America del Nord come noi la conosciamo dalla tivù; facce smagrite che sono un’unica smorfia di delusione cocente; negozi chiusi, bidoni che a notte bruciano e interi quartieri dove sembra regnare il coprifuoco: proprio come al tempo della Grande Depressione, un’ombra gigantesca e putrida è calata sulla regione degli Appalachi. La polizia dei vari Stati Federali fa quel che può per salvare le apparenze, togliendo dalla circolazione qualche hobo, qualche wino e tutti gli altri vagabondi a portata di tiro; ma i senzatetto, i desperados, sono troppi, e ormai quella che agli occhi dei ricchi è “vermaglia umana” irrompe all’aperto da ogni buco, da ogni fessura.
Se questo è il risultato dell’”American Dream” siamo proprio a posto! Se questa è l’”American Way of Life” che gli Stati Uniti vogliono imporre al resto
del mondo, possiamo solo dire: “poveri noi!”

Appartamenti nel downtown di Welch, in West Virginia

Le miniere del Kentucky e della Virginia Occidentale sono i cadaveri di una società che promette tutto ma solo a pochissimi. Fabbriche abbandonate dovunque, o che, al contrario, lavorano a pieno regime continuando tuttavia a licenziare. La popolazione è diminuita non solo a causa della crescente mortalità, ma anche perché chi è giovane se ne va a cercare fortuna altrove. La California rimane il sogno di molti… Non che nell’Ovest degli U.S.A. si stia molto meglio, ma gli statunitensi di queste parti non hanno davvero più risorse e chi può, dunque, trasmigra: come quei bianchi Europeans che all’epoca dei pionieri andarono a colonizzare nuovi territori inesplorati, reinventandosi cowboys e pistoleros e depredando e trucidando gli indiani.


Foto dell’archivio Getty: New York, 30 novembre 2005. Una nuova Grande Depressione ha investito gli Stati Uniti d’America. Nell’immagine, un gruppo di disagiati sociali in fila per ricevere le giacche imbottite (un regalo dell’amministrazione della Big Apple) tramite cui dovranno cercare di resistere al gelo dell’inverno.

Memphis, Tennessee

Il vecchio ospedale di Williamson, West Virginia

La crisi del carbone e il rifiuto di Washington (sin dagli Anni Ottanta) di investire nelle più elementari infrastrutture (oltre che nella sanità e nell’istruzione), hanno messo in ginocchio l’intera regione degli Appalachi. I “baroni del carbone” e corporations assortite sono stati i beneficiari degli “incentivi” rilasciati dai governi del Kentucky e della Virginia Occidentale. In altre parole, si è fatto tanto per i ricchi (“gli amici degli amici”) e nulla, invece, per la popolazione. Per le strade si incontrano individui sdentati… una grottesca abnormità per la “dorata” America, ma inevitabile: le spese dei dentisti non se le può permettere quasi nessuno. Molte persone sono anche incredibilmente emaciate: i rari grocery stores rimasti aperti fanno prezzi da paura e persino comprarsi da mangiare è un problema, soprattutto con un assegno sussistenziale di appena 200 dollari (ma molti non hanno neppure quello)… Nella contea di Harlan, Kentucky, la percentuale di persone che vivono sotto la soglia di povertà ha raggiunto il 34% (!). L’ignoranza, il fanatismo religioso e gli episodi di violenza cercano il loro pari nei Paesi del Terzo Mondo. E a tutto ciò si aggiunge purtroppo la devastazione ambientale: in parecchie città del Sud-Est degli U.S.A., l’acqua che esce dai rubinetti è inservibile persino per lavarsi, in quanto altamente contaminata.

Links di approfondimento:

Germania: 15 morti alla Love Parade – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 25th, 2010

Shock durante il più grande spettacolo di massa di Duisburg, nella regione tedesca della Ruhr (Nord Reno-Westfalia). La polizia aveva deciso di istituire controlli davanti al tunnel d’ingresso; i giovani che arrivavano dalla stazione e dalle vie confluenti per partecipare alla kermesse (già strapiena) si sono ritrovati schiacciati e hanno iniziato a premere sempre di più; le transenne hanno ceduto e dentro il tunnel è accaduta la tragedia.

Oltre ai (finora) 15 morti, si contano almeno 100 feriti gravi: ragazzi e ragazze calpestati dalla gente in preda dal panico. Molti altri hanno dovuto essere rianimati.
La Love Parade (ca. 1 milione e mezzo di visitatori) è andata avanti per un po’, con i partecipanti che ballavano nell’enorme spiazzo (dove un tempo c’era un’acciaieria) al ritmo di techno music; finché anche tra di loro non si è diffusa la notizia del dramma, assurdo quanto certamente inevitabile.

Originariamente, la Love Parade (un maxi rave nato nel 1989 come manifestazione pacifista, anti-razzista e contro l’omofobia) si teneva a Berlino. I problemi finanziari e le tensioni con le autorità della capitale ne hanno determinato il trasferimento a Duisburg.

Una parte notevole di responsabilità per la tragedia è da imputare alle forze dell’ordine. Ma anche per gli organizzatori si preannunciano gravi sanzioni legali.

HACKLETTURA 221: Professione genio – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 5th, 2010

Grigorij Perelman, genio della matematica, rifiuta un premio da 1 milione di dollari

Ha dimostrato la Congettura di Poincaré ma ha detto no ai soldi del Clay Institute. “I soldi, in Russia come altrove, generano solo violenza.” Per questo vive con la madre in una casa popolare nei pressi di San Pietroburgo

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Chi lo conosce in fondo se lo aspettava: la sua vita è costellata di rifiuti, perciò niente di “strano” che abbia detto di no anche al milione di dollari assegnatogli dal Clay Mathematics Institute di Cambridge, Massachusetts, per essere riuscito in un’impresa ai limiti dell’impossibile: risolvere uno dei sette Problemi del Millennio, dimostrando la Congettura di Poincaré.

[L'essenza del puzzle topologico di Poincaré risiede nel fatto che ogni spazio pluridimensionale senza buchi è equivalente alla superficie estesa. La soluzione del problema, che contempla quattro o più dimensioni spaziali, contribuisce a determinare la forma dell'universo.]

Il rifiuto di Perelman (più propriamente: Perel’man) è stato accompagnato da una nota di grande umiltà inviata all’agenzia Interfax: “Ritengo che il contributo dato dal matematico statunitense Hamilton alla dimostrazione della Congettura di Poincaré non sia inferiore al mio”.

perelman1_237 E’ un genio Grigorij “Grisha” Jakovlevic Perelman. Ha 44 anni e non ha mai amato la ribalta. Nato a Leningrado (San Pietroburgo), fin da giovanissimo ha dimostrato di possedere una capacità sovrumana nel calcolo, proprio come la sorellina Elena. I genitori (papà ingegnere, mamma insegnante, ovviamente di matematica) lo iscrissero alla Scuola Pubblica n° 239, un istituto fondato negli anni 1950 e riservato a bambini particolarmente dotati. Nell’82, a sedici anni, vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi Internazionali della Matematica, a Budapest. Gli proposero una borsa di studio negli Stati Uniti ma rifiutò. Si laureò nella sua città, anche se poi fu chiamato in atenei americani, fra i quali il Massachusetts Institute of Technology. A metà degli Anni Novanta tornò in Russia e lavorò, con risultati brillanti ma senza far parlare molto di sé, al celebre Istituto Steklov di Matematica, sempre a Leningrado.

Nel 1996 un altro “njet”, stavolta a un premio europeo: “La giuria è incompetente” disse, papale papale. Lasciò fuori dalla porta anche la prestigiosa rivista Nature che voleva intervistarlo; lui non pubblica neppure più su carta, preferendo Internet.
Intanto a Parigi, il 24 maggio 2000, l’Istituto Matematico Clay proclamò i Sette Problemi del Millennio: in palio un milione di dollari per ogni soluzione, visto che ognuno di essi può avere importanti implicazioni economiche. Fra i sette, l’Enigma di Poincaré, proposto dal matematico francese Henri Poincaré nel 1904: un complesso problema di topologia. E nel 2002 fu proprio Grisha Perelman, il Supercervello di San Pietroburgo, a scrivere un articolo (su arXiv.org) che venne poi ritenuto risolutivo nella dimostrazione dell’astrusa congettura. Fu così che divenne definitivamente una leggenda.

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Lui però nel 2005 si dimise dallo Steklov senza neppure avvisare la direzione, rea di averlo trattato male. E l’anno successivo rifiutò la Medaglia Fields, il Nobel dei matematici, con il corrispettivo assegno di – ancora! – un milione di dollari: “Per me è del tutto irrilevante” disse. “Se la soluzione è quella giusta, ciò mi basta e avanza, non occorre altro riconoscimento.”

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Perelman e la vecchia madre dimorano alla periferia sud di San Pietroburgo in una “khrusciovka”, un palazzone popolare costruito ai tempi di Nikita Kruscev.
Secondo la sua vicina Vera Petrovna, il genio vive in condizioni disagiate. “Una volta sono stata nel suo appartamento, rimanendo scioccata. C’è solo un tavolo, una sedia e un letto con un materasso sporco, lasciato dai precedenti proprietari alcolisti, che gli hanno venduto l’appartamento. Stiamo cercando nel palazzo di sbarazzarci degli scarafaggi, ma sono nascosti nel suo appartamento…” Non è chiaro se l’indiscrezione sia vera o solo frutto di cattivi rapporti di vicinato. Di sicuro la genialità del matematico resta indiscussa.

perelman4_264 Di recente Vladimir Putin ha detto agli accademici che protestavano per i tagli alla ricerca: “Vedete, dovreste prendere esempio da Perelman!”…
Il 44enne genio non commenta, non esce quasi nemmeno. Secondo le solite dicerie, si nutre solo di rape e di cavolo nero. Senza un lavoro fisso, senza amici, ignora le email ed evita accuratamente giornalisti e fotografi. Per lui i soldi non contano: “Non voglio essere uno scienziato da vetrina” ha spiegato, “e troppi soldi in Russia generano solo violenza”.
Nella sua città, ex capitale degli zar e fin da sempre patria di hippies e dissidenti (negli Anni Cinquanta-Sessanta vi nacque una sorta di
beat generation à la russki), sono in commercio magliettine con l’effigie di Grisha e la scritta in inglese “Respect” sul davanti e sulle spalle, in russo: “Non tutto si compra“.

ra“.

Ultim’ora; Giustiziato dopo 32 anni

Posted By fred on giugno 16th, 2010

Ultim’ora – David Powell, detenuto dal 1978, è stato oggi giustiziato dallo Stato del Texas.

Fu arrestato e condannato a morte 32 anni fa, all’età di 27 anni, per l’omicidio di un poliziotto.

La condanna venne revocata due volte dai Tribunali Texani, ma prontamente ripristinata altrettante volte dai Tribunali d’Appello; nel frattempo il detenuto ha sempre mostrato grande rimorso per l’accaduto, e si è comportato esemplarmente, supportando psicologicamente e aiutando in tutti i modi possibili i coninquilini del braccio della morte.

Dopo 32 anni è arrivata quella che un paese occidentale ha ancora il coraggio di defnire “Giustizia”.  Dopo 32 anni passati a domandarsi se il giorno dopo fosse l’ultimo. Lo scorso anno un detenuto, in Georgia, attese il boia per 33 anni.

Anche Amnesty International negli anni s’è interessata alla disumana vicenda di Powell.

David Powell è la 28^ persona assassinata dagli Stati Uniti nel 2010, la 460^ dallo stato del Texas negli ultimi 30 anni.

Francesco CodadiLupo Dal Moro

Ultim’ora; elezioni in Belgio: un passo in più verso la secessione

Posted By Tom on giugno 14th, 2010

Ultim’ora – I risultati delle elezioni politiche, conclusesi ieri, mostrano un Belgio totalmente spaccato in due. Nelle Fiandre la destra indipendentista di Bart De Wever, la Nieuw-Vlaamse Alliantie (N-Va), Nuova alleanza fiamminga, diventa il primo partito con il 30% dei voti, raccogliendo un enorme consenso sul discioglimento del Regno belga. Di segno opposto, invece, il risultato nella Vallonia francese, dove Elio Di Rupo, origini abruzzesi, leader incontrastato dei socialisti, si è guadagnato il 33% dei voti e ha affermato il proprio partito, il Ps, come primo partito della Comunità francofona.

In Europa, il Belgio rappresenta l’emblematico caso dello stato unitario che si “federalizza” sotto la spinta prepotente dei due principali differenti gruppi linguistici, i Fiamminghi neerlandofoni del nord, che rappresentano il 58% della popolazione belga, e i Valloni francofoni del Sud, che rappresentano il 32% della popolazione, i quali tutti avvertono che un trattamento non differenziato non risponderebbe più ai valori di reciproca uguaglianza e democrazia. Tale processo di “federalizzazione” comincia negli anni Sessanta e per tappe successive (1969-71 e 1980) si è completato con le ultime revisioni costituzionali del 1993: da Stato fortemente centralizzato il Belgio, in questi ultimi decenni, è diventato Stato regionale (come l’attuale Italia), per poi trasformarsi, dopo il 1993, in effettivo Stato federale. L’articolato ordinamento attuale prevede più livelli di stratificazione: Governo federale, tre Comunità linguistiche, francofona, fiamminga, e germanofona (che rappresenta l’1% della popolazione), competenti in ambito linguistico-culturale e tre Regioni (Vallonia, Fiandre, Bruxelles), competenti nei settori amministrativi di ambiente, sviluppo economico, pianificazione territoriale, e infine Province e Comuni.

Le tre Comunità linguistiche del Belgio (fiamminga al Nord, francofona al Sud, germanofona a est) e la bilingue Bruxelles

Suddivisione amministrativa: le tre Regioni (Fiandre al Nord, Vallonia al Sud e la capitale Bruxelles) e le Province

Un processo attuato, quindi, per poter mantenere più unito uno Stato centrale all’insegna dell’autonomia territoriale. Ma l’impennata elettorale della N-va indica sicuramente che tale processo non si è ancora concluso e che presto potrebbe dirigersi verso la secessione delle Fiandre, che diventerebbero Stato sovrano e indipendente; la Vallonia potrebbe essere annessa alla Francia, mentre la Regione germanofona di Eupen verrebbe annessa alla Germania. Unico dubbio quello sull’entità di Bruxelles, ufficialmente bilingue ma con una larga maggioranza francofona. Questo eventuale ridisegnamento geografico seguirebbe una lunga fase di spaccatura della popolazione belga: fino alla Seconda guerra mondiale, i francofoni hanno esercitato un’effettiva egemonia culturale ed economica su tutto il Regno; l’economia vallone, basata sulla produzione carbo-siderurgica, non ha retto nel dopoguerra ed è crollata, mentre quella fiamminga, tradizionalmente basata sul settore rurale, si è innovata soprattutto nell’ambito dell’export e della tecnologia. La popolazione delle Fiandre è diventata, così, più ricca e ha incominciato a mostrarsi insofferente verso il Sud sempre più inefficiente e povero e a lamentarne il crescente assistenzialismo. Queste differenze si sono perpetrate nel tempo e oggi sono aumentate a causa della crisi, la quale ha incrementato la disoccupazione soprattutto in Vallonia. La revisione costituzionale del 1993 ha portato un complicato ulteriormente il sistema istituzionale, capace di generare un numero altissimo di conflitti istituzionali, nei quali la destra fiamminga riversa il proprio risentimento nei confronti dei compaesani francofoni.

Ed è proprio su un conflitto riguardante l’appartenenza regionale di un comune dell’hinterland brussellese, che si è arrivati alle elezioni anticipate di ieri. Yves Leterme, il cristiano democratico che vinse le elezioni del 2007, promettendo più potere alle Fiandre, ha impiegato nove mesi per formare una maggioranza formata da cinque partiti, per poi essersi dimesso nel 2008 ed essere stato rinominato premier un anno dopo. Ma l’uscita dalla maggioranza di un partito fiammingo per la succitata questione ha determinato le elezioni anticipate. E la formazione del nuovo Governo sarà altrettanto, se non di più, complicata. In Belgio i partiti sono regionali, tranne che a Bruxelles, dove i cittadini possono votare sia partiti fiamminghi che valloni, e il governo dev’essere composto da un numero pari di ministri francofoni e neerlandofoni, per garantire rappresentatività e pari trattamento ai due principali gruppi linguistici: in sostanza sono necessari quattro partiti per formare una maggioranza stabile. Il re, che da oggi inizia le consultazioni, si appropinquerà a incaricare il socialista Elio Di Rupo a formare il nuovo Governo, in quanto il partito socialista ha ottenuto 24 seggi in Vallonia, da sommarsi ai 14 seggi ottenuti dai socialisti fiamminghi. Secondo partito a livello nazionale è la N-va, che raggiunge 31 seggi in Parlamento e che, però, non avendo omologhi nella Regione francofona, renderà la creazione del Governo con i socialisti ancora più complicata di quanto non lo fosse già. Tutti gli altri partiti, sia fiamminghi che valloni, si sono ridimensionati: i liberali, i cristiano-democratici, i verdi e pure la destra xenofoba del Vlaams Belang, che pure prospettava la secessione, perdono tutti seggi e consensi in tutte le aree del Paese.

La palla ora è tutta in mano a Di Rupo e De Wever. Certamente sarà complicato che i socialisti del sud e gli indipendentisti del nord trovino uno stabile accordo. Ma sicuramente il progetto del secondo, cui non interessa la carica di Primo ministro di un Belgio in cui non crede, è il raggiungimento di un Stato confederale e di maggiore autonomia delle Comunità, che possa poi a sua volta sfociare nella scomparsa del Regno belga. De Wever propone, così, l’idea di un’Europa unita sulla base dei regionalismi e dei localismi, diventando il nuovo modello per la Lega Nord italiana, che, riconoscendosi nei Fiamminghi del nord belga, già grida alla secessione della Padania.

P&L
Tom

Ultim’ora; vergognoso assalto israeliano alle navi della pace

Posted By Tom on maggio 31st, 2010

Ultim’ora – Stamattina all’alba la marina militare israeliana ha assaltato la Freedom Flottilla, le navi cariche di aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese di Gaza, guidate dagli attivisti filo-palestinesi. Il bilancio del bagno di sangue perpetrato dai soldati israeliani ammonta, per ora, a dieci morti e ventisei feriti. Il convoglio era partito ieri dalle acque internazionali a largo di Cipro e intendeva sfidare, issata la bandiera bianca, il blocco israeliano di Gaza e le ammonizioni di Israele, per portare cibo, sedie a rotelle, medicinali e sollievo alla martoriata popolazione della striscia di Gaza.

Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu , ha espresso il rammarico per le vittime e ha dichiarato che non voleva lo scontro: “Abbiamo offerto più volte di portare le navi nel porto di Ashdod e abbiamo garantito che da lì il carico umanitario sarebbe stato trasferito alla popolazione di Gaza”. Il Governo di Netanyahu sostiene però l’assalto del suo esercito, i cui uomini, al momento della presa di comando delle navi pacifiste, sarebbero stati attaccati da uomini armati di pistole e coltelli.

Sdegno e sgomento hanno, invece, unito le voci della comunità internazionale. I rapporti diplomatici tra Israele e Turchia, che denuncia “terrorismo di Stato da Israele” e che ha subito la maggior perdita di connazionali (si parla di 15 turchi tra i deceduti, tra cui forse anche un parlamentare), sembrano aver raggiunto il punto di non ritorno e il premier Erdogan ha, così, convocato l’ambasciatore israeliano ad Ankara al ministero degli Esteri. L’Unione europea, così come le singole nazioni europee, hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite terrà oggi una riunione di emergenza, su richiesta della Turchia, su quanto accaduto e lo stesso, su richiesta della Siria, farà la Lega Araba. E anche i rapporti tra Israele e gli USA di Obama, che già in passato aveva messo in discussione la incondizionata alleanza con Israele, non sono mai stati così freddi.

Video dell’assalto

P&L
Tom

Disunione europea – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 26th, 2010

Storia di un’integrazione mancata

Le elezioni europee sono sempre state prese poco seriamente. Per i governanti di turno si è sempre trattato semplicemente di una prova, di un sondaggio sul proprio operato; per l’elettorato, poi, votare per il Parlamento europeo è un’azione quasi meccanica, dettata da inerzia civica: a malapena è davvero cosciente delle sue funzioni. Anche perché le istituzioni europee vengono percepite come le più distanti dalla vita del cittadino. Basti considerare le elezioni in Italia del 2009: l’ennesimo referendum personale su Berlusconi, il quale ha semplicemente testato se il proprio consenso era stato intaccato dagli scandali sulle notti trascorse con prostitute di alto borgo, unico argomento di discussione politica di quella inconcludente campagna elettorale. Improvvisamente la crisi greca ha puntato i riflettori sulle istituzioni europee, alla ricerca di responsabilità, colpe, rimedi e soluzioni. Soltanto ripercorrendo le dinamiche complessive che hanno portato alla nascita dell’Unione europea e dell’euro, sarà possibile comprendere appieno la debolezza strutturale della Ue e dell’Euro-zona e la portata della finzione europea.

Un’Europa unita è stata immaginata ed agognata da numerosi intellettuali ben prima dell’inizio del ventesimo secolo. Ma solo dopo il dramma della seconda guerra mondiale le guide politiche nazionali diedero inizio al progetto di un’Europa pacificata: Italia, Francia, Germania dell’Ovest e gli stati del Benelux non volevano più che si ripetesse all’interno del vecchio continente la crisi umanitaria della guerra. Ovviamente i maggiori timori riguardavano l’assetto economico europeo, totalmente dissestato dopo lo scontro bellico. Ciò portò alla nascita, con il trattato di Parigi del 1951, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), entrata in vigore nel 1952: tale trattato istituì un mercato comune del carbone e dell’acciaio e soppresse i diritti di dogana nazionali e tutte le restrizioni che non permettevano la libera circolazione delle due merci in questione. Fu scelto proprio il settore carbo-siderurgico, per prima cosa, perché i relativi giacimenti si trovano principalmente nel bacino della Ruhr, in Alsazia e in Lorena, aree di storica contesa tra Francia e Germania, e la contesa si sarebbe così spenta tra i due Stati; in secondo luogo, ed è questa la adeguata chiave di lettura dell’accordo, il trattato di Parigi comportava un controllo reciproco di fatto tra Francia e Germania sull’utilizzo di carbone e acciaio, materiale fondamentale per la produzione di materiale bellico; il riarmo segreto veniva così reso impossibile. Il Benelux, da parte sua, aveva tutti gli interessi per tale “pacificazione”, essendo situato geograficamente tra le due potenze; l’Italia, invece, vi aderì per strategia politica: De Gasperi voleva un’Italia ancora protagonista nella scena internazionale, riscattandola dallo sfacelo fascista. Un accordo che nasce, quindi, sugli interessi dell’asse franco-tedesco. E che rimarrà tale anche nelle sue successive evoluzioni. Così, il trattato di Roma del 1957 diede vita alla CEE, la Comunità economica europea, nata con l’obbiettivo di creare un’unione economica dei Paesi membri. E nel 1985 gli accordi di Schengen sancirono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi che presero parte agli accordi, i quali vennero, poi, recepiti nel trattato di Maastricht del 1992, che ha dato vita all’Unione europea: l’istituzione che rappresenta il primo passo del lungo progetto di integrazione europea. (Stati membri della comunità europea dal 1957 ad oggi).

Progetto totalmente fallito, rispetto alle iniziali aspettative. Fino alla crisi greca, l’Unione europea è rimasta un organismo di carattere sovranazionale, che, però, non ha mai inciso significativamente sulla vita dei propri cittadini. E in questi ultimi diciotto anni, lo scopo principale, l’integrazione europea, non solo è stato totalmente ignorato, ma addirittura la tendenza è stata opposta: è tutt’ora socialmente e culturalmente impensabile accomunare un Portoghese a un Finlandese, un Irlandese a un Cipriota o un Olandese a un Lettone; emblematico, poi, è il modo in cui gli Stati membri stanno da tempo affrontando la questione dei rom, per la maggior parte cittadini europei: sgomberi e intolleranza svelano l’ignoranza e l’impazienza dell’Europa occidentale di fronte a un tema che necessita coscienza e calma e che costituisce un banco di prova per le istituzioni per serie capacità integrative non solo nei confronti dei rom, ma anche nei confronti degli altri popoli europei. So bene che un processo integrativo può essere analizzato in tempi storici e che diciotto anni sono troppo pochi per considerazioni di questo tipo; il punto che intendo, con questo, sottolineare sta nel fatto che tanto gli Stati membri si sono dimostrati incapaci di intraprendere tale percorso integrativo, quanto gli Europei si sono dimostrati intolleranti e ottusi nei confronti di tale percorso; indicativo di ciò è l’aumento dei partiti xenofobi ed euroscettici: la Lega Nord in Italia, il FPÖ in Austria, Jobbik in Ungheria, i Conservatori inglesi, il PVV nei Paesi Bassi, il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, l’Attacco Unione Nazionale in Bulgaria hanno tutti vissuto un sensibile aumento percentuale del proprio consenso, complice anche la crisi, proprio grazie a demagogici attacchi alla diversità culturale, non solo nei confronti dei popoli “extracomunitari”, ma anche nei confronti delle nazionalità “comunitarie”, quali i Rumeni.

Istituzioni “lentocratiche”

Nulla di nuovo, dopo tutto. A Bruxelles non esistono interessi europei, ma soltanto gli interessi delle singole nazioni. A conferma di ciò, è sufficiente considerare l’assetto giuridico-istituzionale, che è stato volutamente strutturato in modo tale da apparire particolarmente articolato e complesso, per celare, in realtà, l’inconcludenza delle sue operazioni.

  • Il Consiglio europeo è composto dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi membri e formula in termini generali le linee di indirizzo per la politica e lo sviluppo dell’Unione.
  • La Commissione è composta da un Presidente, designato dagli Stati membri e approvato dal Parlamento, e da diciannove commissari, scelti dal Presidente e approvati dal Parlamento. La Commissione è l’esclusivo titolare dell’iniziativa legislativa, ovvero è l’unico organo che può proporre quegli atti che nell’ordinamento giuridico italiano vengono definiti “disegni di legge”. Al tempo stesso, la Commissione è l’organo esecutivo: provvede, infatti, ad applicare le norme stabilite dagli organi legislativi.
  • Il Consiglio dell’Unione europea è composto dai ministri rappresentanti gli Stati membri, il cui rispettivo voto è ponderato pressapoco in rapporto alla dimensione degli Stati stessi; questo organo approva i regolamenti (gli atti normativi equivalenti delle nostre leggi, quindi immediatamente vincolanti) e le direttive (atti che vincolano gli Stati membri al solo raggiungimento degli scopi, per i quali tali direttive sono state emanate; la scelta degli strumenti giuridici più idonei a raggiungere tali scopi è lasciata ai singoli Stati).
  • Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri. Svolge una funzione di controllo sull’operato della Commissione e ha un potere di “co-decisione” nell’approvazione degli atti legislativi (regolamenti e direttive), che si sostanzia in un potere di veto.

Prima considerazione è lo stravolgimento o innovazione (dipende dai punti di vista) della divisione dei poteri non solo nei confronti di quella classica liberale, ma anche nei confronti dell’evoluzione che quest’ultima ha subito con il passaggio da Stato liberale e assenteista a Stato democratico-sociale e interventista. Il potere governante, cioè quello che detiene la funzione di indirizzo politico, che nelle attuali democrazie occidentali è in mano al Governo e alle maggioranze parlamentari che lo sostengono, è in mano al Consiglio europeo e alla Commissione, la quale detiene anche la funzione esecutivo-amministrativa. La funzione legislativa, di cui, nelle attuali democrazie, sono titolari le assemblee parlamentari, invece, è frazionata in più organi: l’iniziativa spetta solamente alla Commissione, l’approvazione, invece, al Consiglio dell’Unione europea e, marginalmente, al Parlamento europeo: sono queste le due Camere legislative europee. Tutte queste similitudini tra la divisione dei poteri nei singoli Stati e la ripartizione di questi all’interno delle istituzioni europee, però, sono mera forma. Questi meccanismi sono stati voluti perché essi siano, come di fatto avviene, dominati dalla preponderante volontà dei singoli Stati, il cui accordo è necessario in qualsiasi ganglio del sistema. Non a caso l’organo che stabilisce l’indirizzo politico della Ue è composto semplicemente dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi, nel quale organo ognuno di questi si fa portatore dei propri interessi nazionali; e non a caso l’unico organo eletto direttamente dai cittadini è quello che detiene meno poteri: se in tal modo fossero composti i principali organi, questi, teoricamente, si caricherebbero di una maggiore responsabilità di cui oggi fanno tranquillamente a meno, cioè quella politica nei confronti dei propri elettori. La complessità del funzionamento delle istituzioni europee ha portato necessariamente a una vera e propria “lentocrazia”: Consiglio europeo e Commissione non sono in grado di assumere decisioni rapide e tempestive rispetto ai problemi del continente e il legislativo comunitario blocca le iniziative della Commissione con una frequenza e una persistenza non ravvisabili in nessun altro legislativo nazionale. Certo è che ai capi di stato e governo tale lentezza non fa certo dispiacere, anzi. Istituzioni-scatoloni che non contengono niente, insomma. Tutta forma e niente sostanza. E lo stesso vale per le competenze attribuite all’Unione europea. Nella storia dei processi federativi (cioè quei processi che portano più Stati indipendenti a unirsi in confederazione prima e federazione poi, per dare vita, in virtù di analoghi interessi e politiche, a un unico Stato), i punti di saldatura fra i vari Stati indipendenti riguardano la politica economica e la politica estera e militare; ed è logico che sia così: sono questi i due settori su cui si misura la supremazia di uno Stato. Le nazioni europee sono state capaci di rinunciare totalmente alla loro sovranità solamente nei settori di commercio, pesca e agricoltura: semplicemente una presa in giro.

Una moneta per tutti, tanti interessi per pochi

Ma la contraddizione più evidente riguarda l’aspetto economico-finanziario. Dal 1999 nei mercati mondiali e dal 2002 nella vita quotidiana dei cittadini, l’unione monetaria unisce sotto un unico conio sedici paesi e agisce attivamente nella scena internazionale (l’euro in Europa e l’euro nel mondo). Unione di sedici Paesi disomogenei nelle scelte di politica economica e fiscale, scelte di cui rimangono titolari i singoli Stati e non l’Europa. Questo perché anche l’euro è frutto delle strategie politiche dell’asse franco-tedesco. All’indomani della riunificazione della Germania e della caduta dell’Unione sovietica, gli assetti geopolitici e finanziari nella scena internazionale erano destinati a mutare radicalmente. Mentre gli USA iniziavano la prima guerra del golfo per riaffermarsi militarmente come potenza mondiale, François Mitterrand, Presidente socialista della Repubblica francese dal 1981 al 1995, intendeva imbrigliare alla Francia e all’Europa una Germania che, grazie alla riunificazione, minacciava di imporsi come la prima potenza europea, data l’indiscussa supremazia del marco. Da parte sua, Helmut Kohl, Cancelliere cristiano-democratico della Germania dal 1982 al 1998, era cosciente che solamente un’unica moneta europea sarebbe stata in grado di competere con gli Stati uniti, di cui la Germania era stata succube per tutto il periodo della guerra fredda e da cui la Germania voleva emanciparsi, e con le economie emergenti mondiali: la globalizzazione stava (e sta) portando a un mondo in cui le enormi regioni macroeconomiche sarebbero state i veri protagonisti della scena internazionale (macroregioni economiche); in tal modo, una volta creata la moneta unica, che avrebbe emancipato il mercato europeo dagli USA, sarebbe stata possibile la creazione di un mercato di capitali, volto a finanziare l’industrializzazione dell’Est Europa, ormai liberato dal blocco sovietico. I grandi gruppi finanziari tedeschi guardavano già alle future privatizzazioni, fusioni e acquisizioni che si sarebbero avute: insomma, un Est Europa come una miniera d’oro. La Germania stava bramando la rinascita dell’ottocentesca e ricca Mitteleuropa. Così, nel 1997, i futuri paesi che avrebbero adottato l’euro sottoscrissero il Patto di stabilità e di crescita, con cui i firmatari si impegnarono a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, cioè quelle condizioni minime sancite nel trattato di Maastricht per poter adottare la moneta unica. E nel 1998 venne istituita la Banca centrale europea, con il compito di controllare l’andamento dei prezzi e mantenere il potere d’acquisto analogo in tutta l’euro-zona: controlla, quindi, l’inflazione, mantenendone il tasso sotto il 2%. Inutile dirlo, anche il funzionamento della BCE è frutto delle dinamiche interne alla politica tedesca. La Germania, gelosa della propria Bundesbank, organo storicamente indipendente, non intendeva assolutamente cedere la propria sovranità per una banca europea che fosse assoggettata alla politica; questo per la tradizionale diffidenza dei ricchi cristiano-sociali bavaresi (i CSU che convivono con i cristiano-democratici) nei confronti del governo centrale e per l’attenzione maniacale all’inflazione, come soluzione agli sprechi di Berlino. Queste dinamiche tedesche si sono tradotte in una politica deflazionistica esageratamente rigida, che non tiene conto delle economie dell’Europa meridionale, storicamente inefficienti e abituate alle svalutazioni monetarie competitive che, in tempi di crisi, invitino gli investitori internazionali. Ma, dimentica della solidarietà internazionale di cui la Germania ha goduto nei decenni scorsi (per la ricostruzione nel dopoguerra e per la riunificazione dopo la caduta del muro), per la Merkel l’Unione è oggi un forum per favorire gli interessi tedeschi, anche se tali interessi viaggiano contro quelli del resto d’Europa.

La crisi dei maiali imbroglioni

“Berlino non intende usare i soldi tedeschi per risolvere i problemi degli altri”. Così, il 2 ottobre 2008, dopo la proposta francese di un fondo europeo di emergenza per le banche in difficoltà, Angela Merkel ha inaugurato la sua nuova politica nazionalista ed euro-scettica. Un anno e mezzo dopo, da quando, a febbraio, il debito pubblico ellenico è diventato oggetto di preoccupazione nei mercati finanziari e nelle istituzioni europee, la Merkel ha tentato di seguire la sua nuova rotta per non perdere consenso, per non rischiare il Land più popoloso, il Nord-Reno Westfalia, piegandosi alle pressioni della crisi, senza agire secondo una linea autonoma e consapevole. La piccola politica. Quella piccola politica che insegue il sondaggio, che rappresenta il malcontento contingente per un consenso altrettanto contingente. Quella piccola politica che guarda solo ai tempi brevi e non ha la lungimiranza di guardare ai propri figli. Quella piccola politica, la cui inerzia ha dato l’euro in pasto alle speculazioni. Solo a maggio la piccola politica è iniziata a correre. Il 2 maggio, i Paesi dell’euro-zona, la Commissione e il Fondo monetario internazionale non hanno fatto nemmeno in tempo ad approvare un piano da 110 miliardi per la Grecia, che già il giorno dopo l’euro ha continuato a deprezzarsi, i tassi di interesse dei titoli di Stato greci sono saliti ancora e le borse sono sprofondate. Tra il 7 e il 9 maggio si è tenuto, allora, il tour de force per un salvataggio last minute, prima della riapertura degli ormai sfiduciati mercati asiatici. Il 10 maggio i ministri economici dell’Unione hanno, così, raggiunto un accordo per un piano da 750 miliardi, di cui 60 dal bilancio Ue, 250 dal Fmi e 440 dalle casse dei singoli Stati. Un piano di emergenza. Un piano per il breve periodo. Una boccata d’ossigeno, per poi subito ritornare in apnea. E mentre l’Europa sta in apnea, i commentatori europei, soprattutto inglesi, sull’onda di un rinnovato nazionalismo, gridano alla pigrizia e agli imbrogli dei Portoghesi, Irlandesi, Italiani, Greci e Spagnoli. I cosiddetti PIIGS. I grassi porci che vivono sulle spalle di tutti gli altri, che se ne approfittano, che bevono birra, mangiano pizza, si godono la corrida e ballano il sirtaki, mentre tutti gli altri lavorano. La stereotipizzazione e le denigrazione diretta di interi popoli europei dimostrano l’ignoranza di fondo di tali affermazioni.

Il grafico mostra bene che il debito pubblico di ciascuno dei cinque porci è in mano principalmente a tre soggetti: Regno Unito, Francia e Germania. Sempre loro. Ed è proprio questo il punto: gli Stati europei sono ormai interdipendenti. Se ne crolla uno, l’intera Europa è a rischio: l’insolvenza della Grecia necessariamente ha ripercussioni sulle casse dei propri creditori, ovvero, appunto, Regno Unito, Francia e Germania; ma per far capire tutto questo alla Ue, cioè alla Merkel, è bastata una sbrigativa telefonata di Obama, il quale, evidentemente, non intende preoccuparsi anche dei particolarismi europei, meschini e controproducenti dal suo punto di vista. Il grafico, poi, mostra che fino a poco tempo fa il debito pubblico di Atene era inferiore agli altri quattro Paesi sopra mostrati; nonostante ciò la Grecia, in un paio di mesi, è capitolata. Il motivo risiede nel fatto che, dopo la vittoria di George Papandreou, l’attuale Primo ministro, e dei socialisti, le agenzie di rating hanno ricalcolato la posizione e lo status dei conti pubblici ed è emersa la realtà: il precedente governo di centro-destra di Costas Karamanlis truccava i conti per nascondere il default del suo Paese, perpretando la tradizione del precedente governo socialista, guidato da Costas Simitis, il quale avrebbe mescolato le carte anche per poter rientrare nell’euro-zona. Insomma, l’attenzione per i conti pubblici degli altri Paesi necessita massima vigilanza, dato che nessuno avrebbe le disponibilità economiche e politiche di salvare economie come quella spagnola o quella italiana e dato che una volta falliti questi, verrebbe trascinata a picco l’intera Europa. Quello che spaventa davvero, a questo punto, sono le dichiarazioni dei leader europei: guardandosi ormai in cagnesco l’uno con l’altro, per evitare tensioni e imbarazzi, scaricano la colpa sugli speculatori, fingendo di non sapere che al momento di raccogliere i 440 miliardi, l’Unione dovrà rivolgersi proprio a quei mercati oggi accusati di voler distruggere l’euro. Siamo all’insegna del populismo sfrenato. Gli speculatori hanno sicuramente peggiorato la situazione, ma per affossare una moneta come l’euro, è necessaria anche la grande massa di investitori: banche, assicurazioni, fondi pensione statunitensi, piccoli risparmiatori. Se le assicurazioni, che possiedono enormi quantità di titoli pubblici, temono che la crisi greca possa contagiare il resto d’Europa, sono costrette a vendere i loro patrimoni per proteggere gli assicurati: è in questo modo che la fiducia degli investitori è venuta totalmente meno e la credibilità della Ue è caduta così in basso. Sarkozy e la Merkel lanciano l’idea di un’Agenzia europea di rating: altra propaganda stupida e populista, dato che se il giudizio di tale Agenzia sul debito dei Paesi europei fosse più positivo di quello delle agenzie private, i mercati di certo non lo prenderebbero in considerazione; se, invece, fosse simile, allora nulla cambierebbe.

Un vero primo passo per la stabilizzazione dell’Unione europea e per mettersi al riparo dalle contraddizioni e dalle crisi che il capitalismo democratico comporta, sarebbe la creazione di un meccanismo transnazionale di carattere perequativo basato sul principio del federalismo fiscale: una parte delle risorse fiscali generate dai Paesi più ricchi rispetto alla media europea andrebbe trasferita sul bilancio comunitario, per poi essere utilizzata per gli Stati che si situano sotto la media europea. Ma di riforme di lungo periodo non se ne vuole proprio parlare.

Queste considerazioni d’insieme fanno capire che l’Europa che ci viene raccontata, quella dell’integrazione, è una finzione, non esiste. La vera Europa è quella dell’euro tedesco degli investimenti e delle speculazioni, dell’euro che, pur se comune, ha portato alla disunione e alla disgregazione europea, di una moneta unica che, per essere salvata, sacrifica l’integrità sociale dei suoi popoli e che, dopo i Greci, è pronta a mietere altre vittime.

Per coloro, come chi scrive, che vedono nel progetto delle élites politiche dell’Unione europea la possibilità dell’abolizione teorica e pratica dei confini e delle nazioni, il primo passo non può non partire dal basso verso una comune dignità delle persone, delle comunità e dei popoli in virtù del rispetto e della diversità culturale.

P&L
Tom

Crisi: come si entra e come si esce – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 8th, 2010

Tempi duri in Grecia.

L’imponente crisi finanziaria che ha colpito le economie dei paesi occidentali, miete la sua prima vittima proprio nella culla della civiltà occidentale, laddove nacque la democrazia.

La causa della crisi greca è di ricercarsi nello spropositato debito pubblico, che ad oggi si attesta intorno al 120% del Pil nazionale. L’incremento del debito pubblico ha portato all’inevitabile downgrading da parte delle agenzie di rating, diffondendo quel panico e quel timore che storicamente rappresentano l’innesco di una crisi (così fu agli inizi del ‘900, e successivamente nel big crash del ‘29). I consumatori tagliano le spese, acquistano l’indispensabile e risparmiano sul resto, causando il crollo delle vendite; le imprese dunque chiudono e la disoccupazione lievita aprendo un circolo vizioso nel sistema, in cui vengono a mancare i soldi per acquistare e per produrre.

A fronte di crisi di questo tipo, i paesi che godono di sovranità monetaria svalutano la moneta locale tagliando i tassi di cambio, e stimolano l’inflazione allargando la base monetaria, con l’effetto di attirare capitali stranieri, accrescere il Pil, e dunque incrementare la produttività e i consumi.

Ma la Grecia, come tutti i paesi membri dell’Unione Europea, non dispone della necessaria sovranità monetaria. Tale sovranità è infatti in seno alla Banca Centrale Europea (BCE), che decide l’unico tasso di cambio valido per tutta la zona euro, e la quantità di moneta da immettervi.

Cosa possono dunque fare gli ellenici per risollevare la loro economia? L’Austerity? No di certo.

La realtà è che la Grecia, senza sovranità monetaria, può fare ben poco. Le uniche soluzioni plausibili provengono dunque da fuori, dalla BCE e dai paesi membri dell’Unione Europea.

La prima dovrà incrementare, seppur lievemente, l’offerta di euro in Grecia, per i motivi di cui sopra, i secondi dovranno stanziare fondi atti a ripianare una fetta del debito pubblico, e a sostenere una politica fiscale espansiva, che incrementi la spesa pubblica, i trasferimenti sociali, e riduca le imposte a carico dei cittadini. Solo così l’imprenditore sarà stimolato all’investimento, e il consumatore all’acquisto; solo così verrà spezzato il circolo vizioso e spazzata la crisi.

Quello che l’opinione pubblica si domanda, è il motivo per il quale dei Paesi a loro volta attanagliati da una, pur minore, crisi debbano destinare preziose risorse a uno Stato che ha nutrito il proprio debito pubblico a forchettate di evasione fiscale, corruzione e sprechi.

Le risposte potrebbero essere svariate; in ambito europeo, ad esempio, la bancarotta greca abbatterebbe la stabilità dell’euro e con essa l’intera unione monetaria; in ambito nazionale occorre invece ricordare il numerino sopracitato, quel 120% di debito pubblico rispetto al Pil che ha portato al downgrading e allo scoppio della crisi, che è attualmente superiore di soli sei punti percentuali rispetto al debito pubblico italiano. Sei anni fa il nostro debito pubblico ammontava al 96% del Pil, oggi tocca il 114%; considerando che ogni anno l’Italia chiude il bilancio in deficit, quel 120% greco non è da reputarsi una lontana realtà nel Belpaese.

Abbandonare alla deriva la patria di Platone e Aristotele sarebbe dunque un suicidio economico, per l’Italia così come per tutti gli altri paesi dell’UE, motivo per il quale tutti i paesi membri, con quote diverse, contribuiranno con 110 mld di euro in tre anni alla ripresa greca.

Quando sentirete parlare di crisi finita, di ripresa, e di Italia sana, ricordate le cause del tracollo greco, e ricordate a cosa può portare un debito pubblico gonfiato dall’evasione fiscale, dagli sprechi e dalla corruzione. I tempi son duri anche in Italia, eccome.

WOOLFTAIL

Ultim’ora

Posted By Tom on aprile 25th, 2010

Ultim’ora – Continua l’ondata fascista in Europa. Oggi, 25 aprile, si sono chiuse le elezioni presidenziali in Austria, che hanno visto la prevista riconferma del presidente uscente Heinz Fischer del partito socialdemocratico d’Austria con il 79% di voti. Si attesta come secondo partito del Paese il FPÖ, il partito di estrema destra che portò al potere Haider, con il 16% di voti alla candidata Barbara Rosenkranz.

Come in Italia, in realtà, nessuno può considerarsi vincitore, dato che l’affluenza alle urne si attesta intorno al 50%, mai così bassa nella storia austriaca. Dimostrazione del fatto che, in tempi di crisi, la politica e le istituzioni non sono in grado di garantire la sicurezza sociale, di cui tanto si fanno portatori.

P&L
Tom