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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Diario di viaggio – Rwanda, estate 2010 – Capitolo I

Posted By Tom on settembre 21st, 2010

Inizio qui il racconto, a capitoli, della mia esperienza in Rwanda, piccolo Stato centrafricano. Ho voluto tenere un diario di viaggio, per poter poi condividere l’esperienza con voi e descrivere impressioni ed emozioni, persone e storie e raccontare quello che ho visto e provato. Ho avuto comunque difficoltà a verbalizzare quello che ho vissuto laggiù e non ci sono comunque riuscito al meglio, ma spero possiate apprezzare lo stesso questo diario di viaggio.

Io e un’altra volontaria, Caterina, membri della onlus novarese Turi kumwe, abbiamo creato un progetto di insegnamento dell’inglese e animazione pomeridiana ai bambini sieropositivi, ospitati in una struttura gestita dalla congregazione delle suore Amiche dei poveri, sostenute da Turi kumwe. Per tre settimane, periodo di vacanza da scuola per i ragazzi, abbiamo messo in pratica tale progetto che è riuscito molto bene! Ovviamente, dato che siamo rimasti più di queste tre settimane, dal 27 luglio al 24 agosto, abbiamo avuto modo di conoscere persone e visitare un po’ di Rwanda. Oltre che un’esperienza formativa a livello personale, è stato un progetto utile anche per la onlus, che non aveva mai mandato volontari sul campo fino a quest’anno. Per maggiori informazioni sulla onlus e i suoi progetti e in particolare per il resoconto del progetto realizzato quest’estate da me e Caterina, vi rimando al sito della onlus: http://www.tkonlus.org/

I nomi delle persone e dei luoghi rwandesi legati a Turi kumwe sono inventati o abbreviati.

Peace
Tommaso Petrucci

Capitolo I, l’arrivo

Solamente quando si parte per un lungo viaggio ci si rende conto di quanto possa mancare casa e di quanto ci si senta legati al proprio piccolo mondo domestico, fatto di famiglia, amici, frequentazioni e ambienti costanti e ripetitivi. Non posso allora non notare come quel sentimento di radicamento e attaccamento al territorio e alle relazioni personali, che tanto vedo vivere nella politica, nella cultura, nella mentalità della mia provincialotta terra natale, è come totalmente assente in me. Cosa ci spinge a rimanere o ad andarsene? Cosa ci spinge a restare ciechi e accontentarsi dei confini territoriali, che, in un modo o nell’altro a lungo andare, diventano mentali, o ad andare oltre, semplicemente oltre la leopardiana siepe e oltre se stessi, per scoprire il nuovo, il diverso, l’altro, e non fermarsi mai? Una risposta non c’è. Ma io credo che solamente il contatto continuo con, appunto, il nuovo e il diverso si possa arrivare ad un’autentica conoscenza e comprensione di se stessi; viviamo costantemente in una complicata rete sociale, costruita su rapporti superficiali e profondi, formali ed informali, voluti e capitati, omosessuali ed eterosessuali, personali e istituzionali, familiari e sociali, professionali e di amicizia, di amore e di scontro, con altre persone: sono fondamentali, perché è grazie a questi rapporti che cresciamo e maturiamo, ogni volta in cui avvengono il confronto e il paragone con l’altra persona e cioè quando possiamo ritrovare noi stessi negli altri e riconoscerci (oppure no), come uno specchio che ci dicesse “guarda che tu esisti e non potresti esistere senza gli altri”. Ma quanto altro c’è nelle persone intorno a noi? Poco o nulla; nella comunità in cui ciascuno di noi è cresciuto tante sono le cose accomunanti e alla fine condizionamenti esterni ed interni ci rendono del tutto simili. L’altro, il diverso, il nuovo è possibile trovarlo solo a migliaia di chilometri di distanza…

Questi i pensieri che mi tenevano compagnia durante il volo verso Kigali. E solamente mentre sorvolavo il deserto del Sahara, ho iniziato a realizzare che per un mese (comunque troppo poco!) sarei vissuto in Africa; già ho dovuto rimandare di una settimana la mia partenza: tanto mi ci è voluto per ottenere il visto (promesso in realtà in tre giorni), necessario per entrare in territorio rwandese. Quindi quante aspettative! Quanta voglia di atterrare! Un piccolo sogno che si realizza, lontano dalla malata società occidentale, sempre frenetica, viziata di un’ansiogena fretta, utile solo per poter assecondare bisogni inutili e indotti da un sistema vergognosamente consumistico, che ricerca collettivamente il profitto individuale a discapito del proprio vicino; una società così ipocritamente moralista, in cui un feticcio come il crocefisso vale di più dell’intima fede religiosa; in cui quel tipico sentimento borghese quale la vergogna cova dentro di noi sin da quando nasciamo e ci trasforma in esseri repressi e spaventati e paurosi del peccato, religioso o laico che sia, non fa alcuna differenza; in cui essere di destra vuol dire essere berlusconiano o leghista ed essere di sinistra vuol dire non potersi riconoscer in alcuna forza politica; in cui migliaia di persone, ogni giorno, dopo il lavoro, si recano (in macchina!) in palestre dove, tramite mostruosi attrezzi di metallo, credono di fare vero sport, quando invece di sportivo c’è ben poco in attività alienanti, praticate per raggiungere un modello fittizio e inesistente di perfezione fisica, attività che piano piano smettono di essere un mezzo, ma diventano il fine; in cui l’apparenza regna e i giovani si distinguono in fighetti, tamarri, truzzi, pariolini, sancarlini, alternativi, punkabbestia, rasta, intellettualoidi, etnici, rockettari, metallari, emo, rapper e a voler più precisione, ognuno di questi termini ha una propria sfumatura di significato e potrebbe essere declinato in altre sotto-categorie, e alla fine non si è più se stessi, ma si è i vestiti che si indossano. Sì lo devo ammettere, c’è tanta insofferenza in me verso questa società; non è bello affatto, perché, così, non si riesce ad apprezzare quello che si ha. “Chissà cosa mi aspetta allora una volta in Rwanda: un’Africa ancora “tradizionale”? Un’Africa povera? Un’Africa già globalizzata? Uno specchio nero dell’Occidente?” Non lo sapevo ancora. Dovevo solo aspettare e presto lo avrei scoperto. Ma non avevo alcuna pretesa, né dai luoghi, né dalle persone e questa era la sola cosa importante. Sapevo solo che sarebbe stato diverso. E questo mi bastava.

La spia rossa sopra la mia testa improvvisamente si accende, ci siamo, le cinture vanno allacciate, si atterra dopo circa dodici ore complessive di viaggio, compreso lo scalo a Bruxelles. Tanto velocemente l’aereo si avvicinava al suolo, tanto vertiginosamente l’eccitazione in me cresceva. Appena sono uscito dall’aeroplano la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore che c’era nell’aria che mi ha pervaso improvvisamente le narici: abbastanza indescrivibile, era un aroma intenso, carico di profumi tutti africani. Forse la terra, forse le diverse colture, forse l’odore degli Africani stessi. Al momento, eccitato com’ero, mi sembrava una miscela atmosferica misteriosa e affascinante, lontana anni luce dalle mie abitudinarie percezioni olfattive, ma allo stesso tempo vicina, perché ormai aveva raggiunto i miei nervi; come quella miscela che immaginavamo da piccoli quando ci venivano raccontate le fiabe di Alì Babà, di Aladdin e di Sherazade, che ci descrivevano un mondo magico di grotte stracolme di tesori, di tappeti volanti e di sultani e sceicchi malvagi e potenti. Ecco, quello era l’odore! Mi avvicino allora al piccolo aeroporto di Kigali e dopo aver sbrigato tutte le faccende burocratiche alla dogana, aspetto i bagagli; e mentre aspetto mi volto verso l’uscita in cerca di un viso amico che sapevo sarebbe stato lì ad aspettarmi. “Come lo troverò in mezzo a tutta questa gente?” pensai; nulla di più facile, invece: in mezzo a tutte quelle pelli marroni scuro, non sarebbe stato difficile trovare il biancore di un Europeo. Come in un negativo delle vecchie e ormai estinte pellicole delle macchine fotografiche, i colori delle persone erano capovolti: quello che usualmente era pallido ora era scuro o scurissimo e quei rari e sparsi sprazzi di nero, ora erano rari e sparsi sprazzi di rosa carne. Comunque eccola lì Caterina, l’altra volontaria, già in Rwanda da una settimana, dato che, la fortunata, aveva ricevuto in tempo il visto per la data programmata per la partenza; la nostra “avventura” stava per iniziare, dovevamo ancora pensare a tutto, ma in quel momento ero semplicemente contento di vederla. E questo mi bastava.

Saluti, baci e abbracci e Caterina mi presenta Ju, la ragazza che si occupa per tutto l’anno dei ragazzi del Centro, anche lei venuta a prendermi all’aeroporto. Un po’ in italiano, un po’ in inglese, noi tre incominciamo a comunicare tra di noi in qualche strano modo, dato che io e Caterina capivamo neanche metà delle cose che ci diceva Ju; ma soprattutto ridiamo, ridiamo di gioia, eccitazione e contentezza. Ecco, la risata era il modo con cui ci esprimevamo in quel momento: comunicavamo ridendo e ogni sorriso era una parola. Esaurita l’euforia del momento e resomi conto di quanto bella era Ju, ecco arrivare Je, cofondatore rwandese della onlus, che con un forte e lungo abbraccio mi ha trasmesso tutta la sua gioia nel vedermi… E pensare che qui da noi è sufficiente una fredda stretta di mano per presentarsi! Il calore di quell’abbraccio non era niente paragonato a quello che avrei provato nei giorni successivi. Ci avviamo verso il taxi che ci stava aspettando e subito noto che il volante è sulla destra del cruscotto; “Ma qui si guida sulla destra, come mai il volante non è a sinistra?” La risposta è semplice, ma non così scontata. Alcune automobili in Rwanda sono smerciate legalmente o illegalmente dall’Uganda, Paese anglofono, uno dei tanti che ha subito le velleità imperialistiche della regina Vittoria e che nel secolo dell’automobile ha adeguato il proprio codice urbanistico a quello inglese. Si spiega così il mistero; dietro un piccolo e insignificante dettaglio, come la posizione del volante di un’automobile, in Africa si nasconde una storia, una storia di colonizzazione e di incontro-scontro tra culture. Dopo un breve tratto di strada asfaltata, svoltiamo a destra in una larga strada non asfaltata piena di buche: la macchina è lenta e paradossalmente sarebbe stata più veloce una bicicletta, un altro capovolgimento rispetto al nostro mondo. Ma in ogni caso le valigie pesavano e, altrimenti, non avremmo potuto fare. Eravamo ormai dentro Busanza, il quartiere periferico di Kigali, dove saremmo vissuti, ma purtroppo non potevo godermi il panorama, data l’oscurità della sera. Finalmente arriviamo al Centro Urukundo, dove i sette ragazzi che vivono permanentemente lì mi accolgono con una canzone e un ballo di benvenuto, mi vengono presentate le suore responsabili del Centro, della congregazione delle Amiche dei poveri, che la onlus sostiene, e mi si mostra la struttura. Pensieri ed emozioni mi girano vorticosamente nella testa e non riesco ancora a realizzare dove sono. Tutto scorre così velocemente quella sera: presentazioni, cena, poi preparo la lezione per il giorno successivo con Caterina. Non avevo potuto farmi una settimana in più come lei, non avevo ancora conosciuto nessuno del posto, non ero neanche riuscito a vedere il paesaggio, i volti, gli edifici ed ero ancora stanco per il viaggio. Ma ero lì, a Busanza, Kigali, Rwanda. E questo mi bastava.

P&L
Tom

Per maggiori informazioni sulla onlus e i suoi progetti e in particolare per il resoconto del progetto realizzato quest’estate da me e Caterina, vi rimando al sito della onlus: http://www.tkonlus.org/

Antologia; Due anni dopo – L’albero e io

Posted By Tom on luglio 14th, 2010

Nel percorso poetico di Francesco Guccini una delle tematiche affrontate è la morte. Come l’amore (Vedi cara) e il tempo, la morte rappresenta per Francesco un anelito, che lo porta a quella riflessione intima e personale e che lo accompagnerà per tutta la sua carriera discografica. L’albero ed io tutt’oggi è la canzone che meglio esprime tale anelito, riuscendo a suscitare quelle profonde emozioni e riflessioni che tanto avvicinano l’animo dell’ascoltatore a una tematica, come la morte, così oscura e così inesorabile.

Nella prima strofa Francesco spiega subito quale tomba ospiterà il suo corpo: non la lapide (non voglio pietra su questo mio corpo), ma il fertile terreno di un albero.

Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà.
Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio

Il cantautore vede nella lapide una pesantezza insopportabile, che nemmeno dopo la morte potrebbe tollerare (perché pesante mi sembrerà). Francesco si distacca così dalla cupe ritualità di un cimitero, contrapponendovi la ricerca di giovinezza e forza e di una spinta vitale (un albero giovane e forte), che accompagni il suo corpo senza vita. Ma l’elemento più significativo che chiude la prima strofa sta proprio nel ritorno dopo la morte sotto quel cielo aperto cui l’albero tende e che rende ancora più pesante la pietra:

Voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

Non poteva mancare neanche in questa canzone lo scorrere del tempo che, nel susseguirsi delle stagioni, si intreccia con la morte immaginata di Francesco, creando così quell’effetto di eternità, coerente dopo tutto con il topos stesso del brano.

Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,
come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.

La morte, come intesa nell’immaginario collettivo, scompare. L’animo spiritualista del cantautore si esprime al meglio in queste righe nell’ipotesi di una vita oltre la morte (ancora vivo); ma non una vita trascendente o ultraterrena: anzi, una vita dormiente (nel lungo riposo, come dormendo) e terrena che trae la forza dall’esistenza del forte albero (alla pianta vicino) e che aspetta speranzosa di destarsi (starò fiducioso nel mio risveglio).

Le due righe successive, comunque, rafforzano il misticismo delle precedenti: in primavera, insieme al resto della natura, il lento sonno invernale finisce e la vita ritorna (ancora vivi saremo di nuovo), fusa oramai con la vita dell’albero (le mie dita di rami): l’ “io” e l’ ”albero” del titolo diventano una cosa sola e insieme tendono verso quel cielo così misterioso, emblema della profonda contemplazione del cantautore.

E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo
e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

È l’ultima strofa quella che meglio riassume tutta la tensione spiritualista e panteista già raccontata nel resto della canzone.

Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,
sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io
sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio

Francesco è ormai un tutt’uno non solo con l’albero, ma anche con il resto della natura, con cui l’albero stesso comunica (se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita). E nella piena vitalità estiva, dopo il lento e ascendente climax morte-riposo-risveglio-vita e inverno-primavera-estate, l’albero mostra trionfalmente la sua semplice e vitale naturalezza e, con i tratti umani di Francesco, canta, ubriaco di vita (sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita). Il brano si conclude meravigliosamente con lo stesso trionfalismo (sempre svettanti) e con la stessa tensione spiritualista (contro quel cielo che chiaman di Dio), tanto combattuta e ambigua in Francesco (così si spiega quel contro), che lo ha sempre portato a quella ricerca di infinitezza ed eternità, che caratterizza tutto il brano e che, almeno tra le note e le parole della canzone, riesce a soddisfare.

P&L
Tom

Testo completo
L’albero e io, live

Antologia; Tutto Fabrizio De Andrè: La guerra di Piero

Posted By fred on luglio 7th, 2010

La guerra di Piero è uno dei più celebri brani di Fabrizio De Andrè, un cult non solo nella sua discografia, ma nell’intero panorama musicale italiano.

Pubblicata in una prima versione nel 1964, conquistò prepotentemente i palcoscenici italiani, ma non solo, dal 1968 in poi, in un clima di protesta e ribellione. Sul tardivo successo del brano, De Andrè disse ironicamente:“Quando è uscita, La guerra di Piero rimase praticamente invenduta; divenne un successo solo cinque anni dopo, con il boom della protesta, con Dylan, Donovan e compagnia. Penso che finirò per scrivere una canzone in favore della guerra, che naturalmente venderò nel 1980 quando ci sarà qualche guerra sacra in nome di qualche non meglio identificato ideale

L’autore canta non di una guerra in particolare, ma della guerra in sé, attraverso le voci del narratore prima, e dello stesso protagonista poi.

La guerra di Piero è dunque una vicenda metastorica e quando il giovanissimo De Andrè racconta di Piero, si riferisce più in generale a tutti i soldati morti, sotto qualsiasi bandiera e in ogni tempo, per una causa che non li riguardava, per volere di altri.

L’umanità di Piero accompagna l’intero svolgersi della storia, e ne diventa anzi l’argomento principale, spingendo in secondo piano i più truci fatti bellicose. Le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue paure, sono i veri protagonisti. Il momento della morte non viene raccontato con macabre immagini sanguinolenti, bensì attraverso i suoi ultimi pensieri, dedicati a Ninetta, la sua compagna, assegnando all’amore il primato sulla morte.

La canzone inizia dalla fine, ovvero dalla sopraggiunta morte del protagonista, cui il narratore si rivolge con una descrizione floreale del suo giaciglio di morte:

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

Inizia dunque il lungo flashback, che riparte proprio dalle parole di speranza di Piero, pronunciate d’inverno, e soffocate entro la primavera dalla sua partenza in guerra:

Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

Il narratore, sempre più vicino spiritualmente ed umanamente a Piero, lo esorta con un’imperativa anafora a fermarsi nel suo cammino, ad ascoltare il vento delle voci di chi, prima di lui, ha già seguito quel cammino, ovvero i caduti in battaglia:

Fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma Piero non coglie l’invito, non ascolta il vento delle voci dei morti, e in un giorno primaverile, lasciatosi l’inverno alle spalle, giunge all’inferno, ovvero alla frontiera nemica.

ma tu non lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

Varcata la frontiera, Piero, carico d’angoscia (anima in spalle), vede un nemico in fondo alla valle, umano ed angosciato quanto lui, ma pur sempre nemico:

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

A questo punto il narratore impera tempestivamente a Piero, sempre attraverso un’anafora, di freddare senza scrupoli il nemico, prima che accada l’opposto:

sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

Ma ancora una volta Piero ignora le parole del narratore, e, in preda ad una “crisi di umanità”, gli risponde di non voler assistere con i suoi occhi alla morte di un uomo

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

Ecco allora il risvolto prevedibile e previsto; il nemico, impaurito alla vista di Piero, non è scosso dai suoi stessi sentimenti, e gli spara:

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

Piero, colpito, cade, e realizza l’imminenza della sua morte:

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Gli ultimi pensieri del protagonista sono rivolti alla sua compagna Ninetta, alla quale mentalmente confida con dolcezza il rammarico per la sua dipartita in primavera, e che avrebbe preferito avventurarsi per la guerra in inverno:

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

Riprende quindi parola il narratore, e descrive drammaticamente gli ultimi sospiri e le ultime sofferenze del giovane Piero.

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

Eccoci infine giunti al termine del flashback, ricongiunti con l’istante iniziale:

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi.

La Guerra di Piero non può assolutamente essere considerata una canzone dai contenuti politici, perchè l’empatia di Faber per le “vittime della società”, nella fattispecie i soldati mandati alla morte, è un’emozione che supera qualsiasi contesto, storico o, appunto, politico.

La tematica della guerra non deve dunque ingannare, La guerra di Piero, al pari delle altre, è una canzone perfettamente in sintonia con la poetica del cantautore, sempre rivolta al più debole di turno.

È possibile ravvisare al massimo un contesto idealista, se pace e fratellanza possono definirsi ideali.

Anche in La guerra di Piero, inoltre, sono riscontrabili colti riferimenti ai grandi autori della letteratura europea; così la strofa “Lungo le sponde del mio torrente – voglio che scendano i lucci argentati -
non più i cadaveri dei soldati – portati in braccio dalla corrente” richiama quest’altra, della poesia Dove vola l’avvoltoio di Italo Calvino “Nella limpida corrente – ora scendon carpe e trote – non più i corpi dei soldati – che la fanno insanguinar”; il giovane soldato che dorme sul ruscello, invece, è una figura ripresa da Le Dormeur du val, sonetto di Arthur Rimbaud.

Portata sociale, musica, cultura e poesia in un unico testo: questa è La guerra di Piero.

Ci manchi, Faber!

FRANCESCO CODADILUPO DAL MORO

Per ascoltare un live de La guerra di Piero clicca qui

Per altre analisi delle canzoni di De Andrè:

Antologia; Due anni dopo – Vedi cara

Posted By Tom on luglio 5th, 2010

Vedi cara è sicuramente la seconda canzone più celebre di Due anni dopo. La bellezza di questa canzone risiede nella contrapposizione tra la leggerezza della musica e la profondità del testo. Se ad un primo ascolto il tono della canzone può sembrare scanzonato, in realtà il testo presenta una profondità d’animo che può essere totalmente afferrata solo leggendo tra le righe del brano. Ed è quindi con questo taglio satirico che Guccini racconta la fine di una storia d’amore, aprendo così al lato più intimista della sua poetica.

Il tema centrale è l’incomunicabilità tra i due amanti, che Guccini esprime efficacemente nella ripetizione dei versi-chiave del brano:

Vedi cara ,
è difficile spiegare,
è difficile capire
se non hai capito già

Non solo lei non può capire, ma lui stesso non è in grado di spiegare. Un’incomunicabilità di fondo, che proviene da “dentro”, dai fantasmi di una mente, segno di un’incompatibilità tra i due non passeggera e temporanea, ma ormai definitiva. D’altronde certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire; ma la donna non è incolpata da Guccini: come si capisce già dal titolo della canzone, il cantautore vuole semplicemente spiegare l’inevitabile rottura.

È nelle strofe successive che Francesco mostra un’intuizione geniale che lega il tema della canzone, l’incomunicabilità, con il tenore semantico dei versi stessi: infatti, leggendo appunto tali versi

Vedi cara
certi giorni sono un anno,
certe frasi sono un niente
che non serve più sentire.

Vedi cara
le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà

si ha la sensazione di non capire il significato delle parole o almeno di non afferrarne appieno il significato, come se ci fosse qualcosa di non detto, che le rende ancora più incomprensibili: soltanto alla luce della strofa ripetuta che spiega come sia difficile spiegare e capire, si capisce che quei versi non potevano essere compresi e l’incomprensione diventa paradossalmente comprensibile.

Dalla nona strofa Francesco si fa più schietto e cerca di dare un significato almeno parziale, con una serie di metafore a quello che prima era incomprensibile:

Non capisci
quando cerco in una sera
un mistero d’ atmosfera
che è difficile afferrare.

Quando rido
senza muovere il mio viso,
quando piango senza un grido,
quando invece vorrei urlare.

Quando sogno
dietro a frasi di canzoni,
dietro a libri e ad aquiloni,
dietro a ciò che non sarà

Parti emblematiche del giovane carattere di Francesco ci vengono raccontate come la distanza tra lui e la donna.

Certo è che non si pongono problemi di nostalgia:

Non rimpiango
tutto quello che mi hai dato
che son io che l’ho creato
e potrei rifarlo ora

Solo lui si era dipinto la donna come lui la voleva e quello che gli ha dato è stato in fondo voluto e interpretato solo da lui: proprio per questo non potrà dimenticarsi dei momenti passati insieme e questo tempo dura ancora.

Guccini si discolpa: il motivo della rottura non è da ricercare in un viso o in un volto. Ma nemmeno in lei e Francesco lo ribadisce nelle ultime strofe: tu sei tutto, tu sei molto. Certo non è abbastanza e quel tutto è ancora poco, perché la distanza tra i due si pone su un livello di incompatibilità mentale (non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi). Però, il cantautore non cerca rancore o rabbia e cerca di farle capire che si tratta di una fine inevitabile, ma comunque incolpevole:

Io cerco ancora
e così non spaventarti
quando senti allontanarmi:
fugge il sogno, io resto qua!

Sii contenta
della parte che tu hai,
ti do quello che mi dai,
chi ha la colpa non si sa.

Il cerca dentro finale poi non è solo un suggerimento per capire lui, ma è anche l’emblema di tutto uno stile narrativo, basato sull’emozione e il sentimento intimo e personale che, in quanto tale, può essere anche incomprensibile, immotivato o irragionevole, ma che mai potrà (o dovrebbe) rimanere inascoltato.

P&L
Tom

Testo completo
Vedi cara, live @ Bologna

Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga

Posted By Tom on giugno 27th, 2010

Due anni dopo

Siamo nel 1969. Folk beat n. 1 non ottiene successo e vende poco; di certo Guccini non si aspettava chissà quale successo, dato che la registrazione del primo album viene vissuta dal cantautore come una semplice occasione per curiosare in una sala d’incisione professionale: non c’era sicuramente nessuna intenzione di intraprendere una carriera musicale. Proprio per questo Francesco è sorpreso quando gli viene proposto di incidere un secondo album. Fortunatamente (per noi) accetta e così a novembre viene inciso il disco presso gli studi di Carlo Alberto Rossi, il compositore e produttore discografico, scomparso ad aprile; l’album, pubblicato nel 1970, si chiamerà semplicemente Due anni dopo (dall’ultimo album) e, come nel precedente, il cantautore si firmerà solamente Francesco.

Ascoltando Due anni dopo, si capisce che si tratta di un album di transizione. Siamo ancora lontani da Radici, l’album del successo inventivo e musicale gucciniano, ma sicuramente lo stile dylaniano di Folk beat n. 1, i cui brani sono profondamente segnati dall’esplosione del fenomeno beat degli anni Sessanta, è superato, anche se non abbandonato. Se nel primo album vige la coerenza sia nell’impianto musicale, costruito su due chitarre e un’armonica, sia nei testi, che parlano di morte, guerra, rischio atomico (La ballata degli annegati, Auschwitz, L’atomica cinese, Noi non ci saremo), il secondo si configura come un disco composito, a riprova della transizione musicale che Francesco sta vivendo.

Certamente il folk revival di Bob Dylan e Joan Baez continua a influenzare Guccini, il quale, appunto, chiama Deborah Kooperman alla chitarra, l’amica folk-singer americana, il cui contributo si sentirà soprattutto nel fingerpicking, caratterizzante pezzi come Vedi cara e La verità. Ma alla chitarra acustica, che rimane comunque dominante, si aggiungono fisarmonica, flauti, corni, clavicembalo, arpa e addirittura una piccola orchestra di violini. Inoltre la presenza di Giorgio Vacchi (direttore di coro ed etnomusicologo, scomparso nel 2008), chiamato per curare arrangiamenti e dirigere i turnisti, mostra come l’interesse antropologico di Francesco per la musica popolare inizi a farsi vivo.

Leggendo i testi si nota come Francesco punti su ambientazioni private, abbandonando le canzoni di protesta dei suoi inizi, con l’unica eccezione di Primavera di Praga (vedi sotto), e aprendo il lungo periodo di riflessione intimista: solamente con l’album Parnassius Guccinii (1993), Francesco riprenderà aperta posizione contro la società del tempo. In Due anni dopo troviamo così tre acquerelli di ispirazione francese, Lui e lei, Il compleanno e Ophelia (la poetica giovanile di Francesco era influenzata anche dai chansonniers francesi, quali Brassens e Brel, come dimostra la copertina di Folk beat n. 1, dove l’ascendenza francese è presente nella sigaretta fumante tra le dita di Francesco), un ritratto (L’ubriaco), che dà inizio alla serie dei gucciniani personaggi emarginati nei quali si rispecchia l’io narrante, e un omaggio/parodia alle tonalità blues (Al trést), brano cantato in modenese, per contrapporsi alla dilagante americanizzazione del tempo.

Un disco composito, quindi, in cui, però, si sviluppa uniformemente il topos dell’inesorabile scorrere del tempo, che verrà costantemente ripreso nei successivi capolavori: così, mentre la ragazza de Il compleanno non realizza che gli anni della sua giovinezza scivolano via, il tempo scorre indifferentemente in Per quanto è tardi, si trasforma in noia in Giorno d’estate e “metro per misurare la maturità mancata” nella title-track. La domanda sui giorni andati diventa così l’ossessione e l’anelito gucciniani, caratterizzando in modo così peculiare il percorso esistenziale e artistico che il cantautore vive e continuerà a vivere direttamente in prima persona in un costante mettersi alla prova.

Primavera di Praga

Come detto sopra, Primavera di Praga è l’unico brano di protesta in un album che vira progressivamente verso il privato. Considerato la continuazione ideale di Auschwitz, la canzone è la più conosciuta dell’album e ben presto si attesterà come manifesto della canzone d’impegno sociale e politico.

Il contesto storico richiamato dal brano è uno dei più cupi della Guerra fredda. Mentre l’Italia sta vivendo le contestazioni, la strage di Piazza Fontana, con il successivo avvio della “strategia della tensione”, l’autunno caldo del 1969, nel mondo si volgono la massacrante guerra in Vietnam e il Maggio francese. Nella Cecoslovacchia comunista, intanto, Alexander Dubček, segretario del Partito comunista cecoslovacco, dalla fine del 1967 intendeva attuare il “socialismo dal volto umano”, una vera e propria liberalizzazione e democratizzazione della politica e della società. Il florido periodo, definito “Primavera di Praga”, verrà poi arrestato dall’invasione sovietica avvenuta tra il 20 e il 21 agosto.

La cupezza del periodo è ben trasmesso dalla parole del brano e dal lento e straziante attacco iniziale:

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma già dalla seconda strofa la lentezza straziante iniziale viene sostituita da un improvviso sconvolgimento di scena

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Il terrore è un grido, ma non un grido liberatorio: un grido breve e soffocato dalla violenza della “fiamma”. Guccini si riferisce sia alla violenza dell’invasione, sia al sacrificio di Jan Palach, il giovane studente di filosofia, che, la sera del 16 gennaio 1969, all’inizio della grande Piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco, morendo poco dopo in ospedale. I tentativi di infangare la sua memoria da parte del regime sovietico non sono però riusciti a nascondere il vero motivo del gesto disperato e una folla di 600 mila persone assistette al suo funerale. La lentezza straziante riprende nella terza strofa, raccontando la violenza minacciosa dell’invasione:

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

La disperazione delle precedenti strofe rivive nel dolore che brucia le strade, ma soprattutto nel grido necessariamente silenzioso dei muri della città, riprendendo così il grido della folla smarrita della seconda strofa, anch’esso silenzioso, ed evocando la repressione del regime. Il ritmo si rifà incalzante nelle due strofe successive, dove il cantautore mette in parallelo il triste suicidio di Jan Palach alla condanna a morte sul rogo per eresia di Jan Hus, filosofo ed ecclesiasta pauperista, nazionalista e antigerarchico del primo Quattrocento:

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Le ultime due strofe, infine, come un finale grido liberatorio, descrivono alla perfezione il disagio individuale di un sopruso collettivo, anche grazie a un efficace “Dimmi chi” a inizio di ciascuna strofa, che permette l’interazione diretta con l’ascoltatore, spezzando il muro di confine tra narratore, narrazione e vicenda:

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Il brano si chiude così con la speranza di una città, che continua a essere muta, ma che ha lo stesso la forza per accompagnare il corpo del giovane Jan. La canzone assurge presto a manifesto contro ogni tipo di totalitarismo e di dittatura reprimente, non solo diventando canzone-simbolo dei giovani occidentali, ma perdurando oltre il contesto contingente e affermandosi come grido (questa volta non muto e represso) di libertà e speranza.

P&L
Tom

Testo completo
Primavera di Praga, live @ Bologna, 1990

Antologia; Dio è morto

Posted By Tom on giugno 4th, 2010

La canzone è stata scritta da Guccini nel 1965, ma fu portata al successo, come altri brani del giovane Francesco, dai Nomadi, che la incisero per la prima volta nel 1967 su 45 giri e poi, nello stesso anno, nell’album “Per quando noi non ci saremo”. La celebre canzone fui poi interpretata anche da Caterina Caselli nel suo album “Diamoci del tu” e la fama del pezzo fu tale che nel corso degli anni fu cantata anche da Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e Ligabue. “Dio è morto” è stata la prima canzone depositata alla SIAE a nome di Francesco Guccini, ma, nonostante questo, non fu mai incisa in studio dal suo autore: la troviamo, cantata da lui, solamente negli dischi live “Album concerto” del 1979, “…quasi come Dumas…” del 1988, “Guccini live collection” del 1998 e “Anfiteatro live” del 2005.

“Dio è morto”, per cui Guccini, come lui stesso ha dichiarato, si è ispirato a “Urlo”, poesia di Allen Ginsberg, è la canzone che meglio rappresenta lo spirito di quei giovani che dalla fine degli anni Sessanta si univano nei grandi movimenti di contestazione e protesta: lo spirito di rovesciamento e rinnovamento radicale di una società controllata che non poteva più rappresentarli. Il soggetto della canzone, di fatti, è “la gente della mia età”, “questa mia generazione”; il giovane Francesco, con lo stesso effetto ottenuto già in altre canzoni, come “Noi non ci saremo”, incarna la duplice figura di narratore e di protagonista dei suoi testi, coinvolgendo subito l’ascoltatore e rendendolo partecipe di un storia inevitabilmente comune.

La generazione che ci presenta il cantautore nella prima strofa esprime tutto il disagio di un contesto storico in cui i giovani erano perduti “a cercare il sogno che conduce alla pazzia”, “nella ricerca di qualcosa che non trovano”. E così, “dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città”, il brano ci descrive un’atmosfera collettiva che, richiamando il l’evasivo mondo dell’alcol e della droga, si marginalizza di fronte alla “nostra stanca civiltà”.

Ed è proprio questa stanca civiltà che, nella canzone, ha portato alla morte di Dio. Una morte che denuncia apertamente “tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”. Un brano, quindi, che porta la canzone di protesta italiana oltre le tematiche tradizionali del pacifismo e che non solo si oppone fortemente all’autoritarismo dei “campi di sterminio, dei miti della razza e degli odi di partito”, ma anche ai modelli comportamentali che hanno unito e uniscono questi stessi autoritarismi fascisti e partitocratici dell’arrivismo, del carrierismo e del conformismo, e che inficiano alla società stessa, società in cui Dio viene lasciato morire “ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate” per fare posto al falso moralismo, al consumismo e all’edonismo.

Ma Guccini non si ferma al momento della negazione, e nell’ultima strofa, passa all’affermazione della necessità di un rinnovamento spirituale e morale, prima che sociale e politico. Come lui stesso ha dichiarato (“Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente”), non c’è retorica nella fiducia e nella speranza che infondono gli ultimi versi, che, anzi, ci aprono gli occhi su una generazione, all’inizio presentata come incerta, “preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi”. E non c’è retorica neanche nella resurrezione di Dio, resurrezione che, a fronte della morte proveniente dalla decadenza morale della società esterna, nasce dentro ciascuno di noi, cioè nella volontà individuale-collettiva della rinascita etica, “in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”.

Guccini chiude così una canzone che, con il suo ritmo incalzante, continua ad avere fortuna ai giorni nostri per la sua estrema attualità. Il mondo immorale che descrive il giovane Francesco non sembra così distante dal nostro, così come non dovrebbe sentirsi distante il bisogno di rigenerazione auspicato e sperato del brano. Brano che, a causa dell’apparente blasfemia del titolo, ha pure dovuto subire la censura della Rai; una Rai ottusa e avvezza solamente a compiacere le gerarchie ecclesiastiche. Le quali, invece, si dimostrarono ben più intelligenti: non solo fu trasmessa da Radio Vaticana, ma Paolo VI in persona apprezzò il brano, che di anti-religioso non presentava proprio niente. Ancora una volta Guccini cadeva vittima di una stereotipizzazione, inevitabile nel periodo dei blocchi contrapposti, che lo voleva politicizzato. Ma nei brani di Guccini la politica dei partiti e delle fazioni parlamentari è assente. Lui parla di politica in senso lato, delle costruzioni sociali e dell’intreccio morale di queste, denunciandone decadenza e squallore. E proprio per questo “Dio è morto”, che esprime al meglio tutto ciò, sopravvive ai decenni e alla piccola politica, trovando attualità e fondamento tutt’oggi.

P&L
Tom

Testo completo
Dio è morto, live @ RTSI, 1982

Antologia; Tutto Fabrizio De Andrè – La Città vecchia

Posted By grim on maggio 29th, 2010

Nel 1965 il giovane De Andrè pubblicò un brano precursore di quella che sarebbe stata la sua filosofia musicale e sociale. Parliamo de “La città vecchia”, una mazurca che racconta la quotidianità dei quartieri più degradati della città di Genova, come si evince dall’introduzione.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.

Il cantante dipinge con simpatia e ironia una sequenza di grottesche situazioni in cui prostitute, anche giovani, e pensionati maniaci del sesso e ubriaconi, sono i principali soggetti rappresentati.

Una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza

(rit.)Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.

I metaforici quattro pensionati, dimenticati non solo da Dio, ma anche dal resto di Genova, dell’Italia e del mondo, intorpidiscono la frustrazione e la rabbia con la sbornia, fino a non distinguere più l’allegria dall’agonia, fino a ridere in punto di morte.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte

Alla schietta grettezza di pensionati, è contrapposta l’ambigua ipocrisia del borghese professore, che arriva nascostamente nelle zone di degrado alla ricerca di colei che sprezzantemente chiama troia.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone

forse quella che sola ti può dare una lezione

quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia

quella che di notte stabilisce il prezzo della tua gioia

Gli ultimi due versi furono successivamente censurati e sostituiti con i seguenti: quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie/quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Nonostante lo sprezzo manifestato, il professore non può fare a meno di quella donna, tanto da delapidarvi mensilmente mezza pensione. Questa manifesta ipocrisia suscita nel giovane cantante una maggior ironia rispetto a quella riservata ai vecchi ubriaconi

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte

ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Dopo una lugubre “raffigurazione” trans-sensoriale, attraverso una notevole sinestesia (accosta sgradevoli sensazioni olfattive ad altrettanto spiacevoli percezioni tattili causate dall’aria salata e appiccicosa), dei tetri luoghi scenario della canzone, e dei personaggi in cui il professore potrebbe imbattersi,

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano

si giunge alla conclusione-morale, nonché poetica e filosofia di vita del cantautore: sbagli a giudicarli con il tuo metro di valutazione borghese, poiché se scovi fino in fondo al loro animo, trascendendo i fattori sociali che condizionano le nostre vite, scopri un’umanità comune a tutti.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

De Andrè disse a tal proposito: “Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l’errore”

Come spesso accadrà nelle opere successive, anche qui Faber non si astiene dal fare riferimenti colti a grandi poeti e autori del passato; nella fattispecie è richiamata la poesia di Umberto Saba “Città vecchia”; non solo nel titolo il poeta genovese si rifà al poeta triestino, ma anche nelle figure raccontate; nella poesia sabiana troviamo infatti sia la “prostituta”, sia il “vecchio/che bestemmia”. Occorre evidenziare, però, che i reietti di Saba sono considerati riscattati dal Signore, mentre quelli di De Andrè, il Signore li ha dimenticati.

Rispetto alla canzone precedentemente trattata, “La Canzone di Marinella”, questa esprime ulteriormente i pensieri e le capacità di novizio cantante-poeta; la condanna di giudici e giudicanti, e la simpatia verso i reietti e i giudicati, accompagneranno la sua opera omnia, così come il pungente ed efficace sarcasmo, figlio di straordinaria (strictu sensu) abilità semantica, e la sua vena esploratrice di nuovi ritmi, danze e ballate.

Francesco Codadilupo Dal Moro

Clicca qui per il testo completo de “La città vecchia”

Clicca qui per ascoltare un live de “La città vecchia”

Clicca qui per l’analisi de “La Canzone di Marinella”

La macelleria messicana – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 19th, 2010

Dopo i sanguinosi fatti occorsi nel 2001 alla Caserma di Bolzaneto e alla scuola Diaz, dove le forze del disordine seviziarono manifestanti prelevati a caso tra una folla in delirio, la Giustizia condannò, seppur lievemente, alcuni degli autori di quel macello.

Li picchiarono, umiliarono, misero a carponi per farli abbaiare come cani, li costrinsero a stare ore su una gamba sola e poi sull’altra, li sfregiarono, stuprarono, raparono, e ricoprirono di sputi e torture………………………………….

Tuttavia la sentenza fu ancora più orrida dell’accaduto; i condannati furono solo alcuni funzionari della polizia, mentre i vertici della stessa vennero assolti. 13 condannati su 27, per un totale di 35 anni di carcere.

Successivamente sembrò opportuno premiare i macellai condannati, ricompensarli dell’onta subita dalla magistratura. Facciamo qualche esempio.

Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni per i massacri alla Diaz e è stato promosso Questore e ufficiale di collegamento dell’Interpol all’Ambasciata di Bucarest italiana. Michelangelo Fournier, che collaborò con gli inquirenti e ammise di aver partecipato a una macelleria messicana, vergognandosi di quello che era successo, benchè reo confesso e condannato a 2 anni, è ora ai vertici della direzione centrale antidroga della Polizia di Stato.

Alessandro Perugini, famoso per avere preso a calci in faccia un ragazzo di 15 anni e condannato a due anni e 4 mesi per le sevizie di Bolzaneto e a due anni e 3 mesi per altri arresti illegali, è diventato capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente della Questura di Alessandria.

Oggi è arrivata la sentenza di secondo grado che ha appesantito, benchè non ancora sufficientemente, la pena. Un solo secolo di carcere per 25 imputati su 27, tra funzionari e vertici della Polizia, che firmarono ed eseguirono l’azione squadrista. Le condanne sono per falso ideologico e lesioni gravi.

Il reato di tortura non esiste nel codice penale italiano, e questo li salva da condanne più aspre.

Gli imputati sono stati condannati anche all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, e in qualsiasi altro paese democratico l’interdizione sarebbe stata a vita.

Gli agenti delle forze del Terrore già condannati in primo grado, e promossi dai loro capi, han visto inasprirsi le loro pene. Così ad esempio il citato Vincenzo Canterelli, s’è beccato un anno aggiuntivo di reclusione, rispetto ai quattro del primo grado.

E ora, in attesa del prossimo e ultimo step processuale, questi 25 uomini cosa faranno? Ce lo dice il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano che ha così replicato a chi richiedeva le dovute e immediate dimissioni degli agenti condannati: «Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell’Interno. Quella della corte d’Appello di Genova, è una sentenza che non dice l’ultima parola, in quanto afferma l’esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione. Questo non significa che alla Diaz non sia successo nulla, ma la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni».

Dunque in primo grado sono stati condannati solo alcuni, nel secondo quasi tutti, quindi anche alcuni precedentemente assolti; per sicurezza di non toccare chi potrebbe essere in realtà innocente, il Ministero dell’Interno non sospende nessuno e consente il regolare svolgimento dell’attività lavorativa di ciascuno.

Magari adesso, come accaduto dopo la prima sentenza, verranno pure elargite ulteriori promozioni.

In uno stato di diritto non solo sadici e accertati torturatori sono a piede libero, ma addirittura sono i tutori di questo finto stato di diritto.

Woolftail

ps ascoltate la Canzone del Maggio di Fabrizio De Andrè

pps È di seguito riportata una petizione da firmare assolutamente, affinchè venga introdotto il reato di tortura nel codice penale italiano; dovesse aver successo questa petizione, i macellai della Diaz e di Bolzaneto ne saranno comunque immuni per l’irretroattività delle leggi penali, ma futuri macellai ci penseranno su due volte prima di lasciar sfogo ai loro sadici divertimenti. Quindi firmate.

Presidente del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi
Palazzo Chigi
Piazza Colonna 370
00187 Roma
Fax (+39) 06 6794569

Egregio Presidente Berlusconi,

dando seguito alle raccomandazioni presentate in occasione della Giornata internazionale per le vittime della tortura, desidero chiederLe di ribadire pubblicamente la natura assoluta del divieto di tortura e mi permetto di ricordarLe gli obblighi del governo italiano:

1. introdurre nel codice penale il reato di tortura e ratificare il Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura;

2. condannare pubblicamente le rendition, accertare il coinvolgimento dell’Italia in tali pratiche illegali, collaborare alle inchieste e ai procedimenti giudiziari in corso e alle indagini internazionali;

3. non fare affidamento sulle “assicurazioni diplomatiche” fornite da altri governi, secondo le quali le persone espulse dall’Italia non saranno torturate dopo l’arrivo;

4. rendere le norme del c.d. decreto Pisanu sulle espulsioni conformi agli standard internazionali sui diritti umani in materia di tortura e annullare le espulsioni già effettuate in assenza di tali garanzie;

5. assicurare che l’applicazione delle norme sull’effetto sospensivo nei casi di ricorso contro il diniego dello status di rifugiato, previste dalla legislazione sull’asilo entrata in vigore il 5 novembre 2008, costituisca una effettiva garanzia contro il refoulement e contro la tortura.

Distinti saluti.

http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/187 clicca qui per firmare la petizione

Antologia; Folk beat n.1 – Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)

Posted By Tom on maggio 16th, 2010

“Auschwitz” fu scritta nel 1964 e fu incisa per la prima volta dall’Equipe 84 nel 1966. Compare poi nel 1967 nell’album “Folk beat n.1” con una struttura musicale che richiama, come le altre canzoni dell’album, il primo Bob Dylan, e con il titolo modificato in “Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)”. Il titolo della canzone spiega già la tematica del brano, cioè l’orrore della furia hitleriana, che portò alla deportazione nei campi di concentramento, Auschwitz, appunto, è uno dei più famosi, di milioni di vittime innocenti. Lo stesso Guccini, infatti, ha dichiarato che trasse l’ispirazione per questa canzone dalla lettura di “Tu passerai per il camino – Vita e morte a Mauthausen”, un libro di memorie di Vincenzo Pappalettera.

Il cantautore tratta l’argomento dello sterminio nazista con una straordinaria dolcezza e delicatezza poetica, trasfuse in un testo semplice costituito di versi brevi e rime facili, che, con un’immediata efficacia, riescono a evocare quella triste malinconia che tanta fortuna portò al brano

La canzone, che apre in modo crudo e deciso (“Son morto con altri cento, son morto che ero bambino”), viene raccontata in prima persona da un bambino, che vive sulla propria pelle l’esperienza traumatica dei campi di sterminio. Un bambino fra tanti (“Son morto con altri cento”), non uno in particolare; ancora una volta, allora, Guccini sottolinea l’insignificanza di ogni singola vita umana di fronte alle circostanze della storia e della società, le quali hanno portato la morte a migliaia di altre persone. Un bambino, quindi, che ha già patito le sofferenze di Auschwitz (“passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento”) e che racconta il gelo, la freddezza e l’immobilità di un inverno silenzioso: “Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento nel freddo giorno d’ inverno”, “ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio”.

Alla crudeltà per la morte del narratore della canzone, nelle strofe successive, viene contrapposta la leggerezza tipica delle parole di un bambino, venendosi così a creare quel profondo senso di commozione che permea tutta la canzone. Il bambino, e lo stesso autore che nella seconda parte della canzone si identifica nelle parole del bambino, non riesce a darsi pace, nemmeno dopo la morte, e non riesce a capire il motivo di quanto è accaduto a lui e a tutti gli altri: “Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello”, “Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”. L’innocenza del bambino, allora, si scontra inevitabilmente con la malvagità dell’essere umano, che, nella canzone, diventa una “belva umana” assetata di sangue. Ancora una volta, come in altre canzoni dell’album (per esempio noi non ci saremo), emerge il pessimismo antropologico da parte di Guccini nei confronti della specie umana che è capace di procurare dolore e patimenti non solo ai propri simili, ma anche ai propri piccoli, i bambini, che inequivocabilmente rappresentano la tenerezza e la purezza.

Una storia che racconta di un bambino anonimo e morto bruciato ad Auschwitz: una storia, quindi, emblematica di tutte le altre e che, condannando così il nazismo, diventa un inno alla memoria. Ma non solo. Guccini non si limita a questo, ma espande la sua commovente e ferma condanna all’orrore di tutte le guerre e sicuramente, lo si nota soprattutto dalle ultime strofe, fa riferimento alla agonizzante guerra del Vietnam, che in quegli anni stava mietendo le sue vittime. Un inno alla pace, quindi, ed è proprio per questo che la canzone ha trovato tanta fortuna negli anni successivi in tutti gli ambienti culturali dell’epoca, dai cattolici agli anarchici, ai comunisti. Tra le reinterpretazioni più famose del brano è da ricordare quella dei Nomadi, incisa nel 1979 nell’Album Concerto insieme a Guccini.

P&L
Tom

Clicca qui per la versione live-> Auschwitz live, Francesco Guccini
Clicca qui per il testo completo-> testo completo di Auschwitz

Ultim’ora

Posted By Tom on maggio 15th, 2010

Ultim’ora – Ieri mattina, Mariarca Terracciano, infermiera di 45 anni, impiegata alla Asl Napoli 1, la più grande in Italia, è morta, dopo lunghe sofferenze. Dopo uno sciopero della fame, Mariarca aveva deciso di protestare contro il mancato pagamento degli stipendi da parte della Asl, togliendosi ogni giorno 150 milligrammi di sangue; aveva, però, sospeso la lotta il 3 maggio, ma lunedì 10 è stata colta, mentre lavorava, da un improvviso malore, che l’ha portata a tre giorni di coma e poi alla morte. Il marito ha deciso di donare gli organi della moglie e oggi, sabato 15, ai suoi funerali aleggiava tristezza, rabbia e soprattutto incredulità per il modo in cui è morta.

Una donna che ha sempre dato tutta se stessa agli altri: i pazienti, la madre invalida, il marito e i figli e che continuerà a dare se stessa anche da morta tramite la donazione degli organi. Una donna sempre in prima linea nella lotta per i diritti dei lavoratori pubblici, come dimostrano i vari presidi al San Paolo di Napoli, a cui lei era sempre presente.

Ma una morte del genere non se l’aspettava nessuno. Secondo Maurizio Di Mauro, direttore sanitario dell’ospedale San Paolo di Napoli, Mariarca è morta per un arresto cardiaco che ha causato un “danno ipossico cerebrale”, cioè una carenza di ossigeno. Non sarebbe quindi morta per la protesta del sangue, che lei stessa aveva sospeso giorni prima: Bruno Zuccarelli, ematologo del Monaldi e sindacalista dell’Anaao Assomed, l’associazione medici dirigenti, commenta la vicenda dicendo che se “la sua protesta è consistita nel prelevare 150 ml di sangue al giorno per 4 giorni, allora non avrebbe dovuto avere problemi, a meno che la signora non avesse condizioni cliniche già compromesse”. Una donazione di sangue, di fatti, è di 500 ml di sangue. Amici e parenti sono convinti, però, che la rabbia, lo stress e la sofferenza abbiano sicuramente influito sulla salute della donna.

“Lo stipendio è un diritto!” Così dichiarava Mariarca, mentre procedeva ai salassi volontari di fronte alle telecamere di Julie Italia. Stipendi non corrisposti e una morte tanto improvvisa, quanto frustrante: per una dipendente pubblica deceduta in servizio, nessun dirigente della Asl di Napoli si è presentato ai funerali; figuriamoci, poi, se i politici, locali e nazionali, che tanto sanno riempirsi la bocca di lavoro e lavoratori, si sono degnati di onorare Mariarca, una donna morta sul lavoro e per il lavoro.

Link al servizio di Julie Italia su Mariarca –> Mariarca Terracciano e la lotta per lo stipendio

P&L
Tom