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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Inter, Roma, Milan e Juve: la solita storia. E un occhio agli ultimi botti del mercato

Posted By fred on agosto 23rd, 2010

Il week end calcistico appena concluso, a una settimana dal calcio di inizio delle Serie A 2010/2011, non è stato portatore di novità.

La Supercoppa Italiana prima, e il trofeo Berlusconi poi, hanno riconsegnato ai propri tifosi scenari già visti e già vissuti.

Sabato sera Inter e Roma si sono contese a San Siro il primo “titulo” ufficiale della stagione; formazioni invariate rispetto all’anno precedente, l’Inter indossa l’abito delle grandi occasioni, quello della finale di Madrid per intendersi, mentre mister Ranieri ripropone la grintosa lupa dai 24 risultati utili consecutivi, con il francese Mexes al posto di Burdisso, seduto sulla panchina “sbagliata”.

Roma subito in palla, le gambe girano e le idee non mancano; i piedi di Totti di ispirano, ma quelli di Menez e Vucinic non concretizzano. L’Inter, dalla sua, aspetta e cerca la ripartenza, ma la difesa neroazzurra sembra lontana parente dell’epica muraglia vista contro il Chelsea o al Camp Nou, e la Roma colpisce con la puntina di Riise, servito centralmente con un filtrante dal Pupone.

L’Inter ovviamente non ci sta, e il carattere mourinhano della Banda Benitez prende il sopravvento sulla fiacchezza agostina; ma solo un marchiano errore difensivo di Vucinic, che forse faceva meglio a restare davanti come suggerito dal suo allenatore, porta all’uno a uno firmato Pandev.

Il macedone era rimasto in ombra, ma la sua rapacità sullo svarione di Vucinic e la dormita di Juan ha fatto dimenticare tutto.

Primo tempo in parità, più Roma che Inter; Cassetti comincia la stagione meglio della precedente, Maicon alla stessa maniera.

È durante il secondo tempo che l’Inter da i primi assaggi di vero calcio. Difesa alta, possesso palla con scambi rapidi, e la difesa della Roma, forse ancora shoccata dal clamoroso goal regalato, non regge l’urto. Milito è fuori forma, ma i colpi non gli mancano, e si rende pericoloso in più di un’occasione, sbagliando sempre l’ultima giocata. In compenso, el Principe, non ha dimenticato gli ingranaggi dell’attacco interista, e se il compagno di reparto di chiama Eto’o, allora il man of the match della finale di champions può permettersi un ritardo di forma.

Il leone del Cameroon aveva già tirato fuori gli artigli nel primo tempo, proponendosi spesso ai compagni, cercando tiro e inserimenti; ma è proprio durante la seconda frazione che Samuel Eto’o diventa devastante. Non perde l’abitudine di coprire e tornare a dar manforte, spesso lo si vede recuperar palla, saltare uno o due giocatori con grande classe, e rilanciare la squadra in contropiede. Là davanti è tenace e rapace, fraseggia agevolmente con i compagni e si smarca con disinvoltura. Non a caso arriva la doppietta, con un goal con inserimento da vero goleador in anticipo su difensore e portiere, e un gol voluto e cercato, con palla rubata in attacco a Taddei, uno due con Sneijder, e siluro di collo che buca nuovamente Lobont.

La Roma, durante la partita, prova a rispondere prima con un quintale di Adriano, poi col giovane Okaka, di rientro dall’avventura al Fulham; prestazione scialba per entrambi, sopratutto per l’ex Imperatore di Milano, in grave ritardo di forma.

Ottima invece la partita del candidato al Pallone d’oro Wesley Sneijder, i suoi pallonetti filtranti dalla trequarti al binario per l’espresso chiamato Maicon sono stati il leit-motiv delle giocate interiste.

Il secondo tempo, dopo una storica parata di Julio Cesar su tiro deviato, finisce allo stesso modo della finale di Coppa Italia, con la Roma nervosa e l’Inter spazzatutto, che non lascia nemmeno le briciole agli avversari.

Le parole di Montali (ds Roma) a fine gara, centrano appieno il vero gap tra le due squadre: la mentalità; l’Inter, anche in svantaggio, gioca fino alla fine con la consapevolezza di poter vincere e senza la paura di andare sotto in maniera più pesante, la Roma, invece, fatica a gestire il vantaggio, e una volta perso questo vantaggio, subisce il colpo e fatica a reagire.

A Roma ritengono che l’innesto di Burdisso completerà la rosa, mentre a Milano cercano Kuyt per sostituire Balotelli. Quest’ultima un’operazione quantomeno discutibile; Kuyt, se arriverà, otterrà un contratto più alto di quello di Mad Mario, ha 11 anni in più, e sicuramente non ha le doti di Balotelli. Conosce l’abnegazione e lo spirito di sacrificio, virtù ignare al talento bresciano, ma non riporterà quel tocco di genio e follia che gli interisti avevano potuto apprezzare con il suo predecessore. Errore grossolano sarebbe invece cedere alle sirene del Real Madrid per Maicon, che continua a rivelarsi indispensabile per il gioco offensivo dell’Inter; il brasiliano, ha l’età di Eto’o, scusate il gioco di parole, e guadagna la metà, e statene certi, durerà su questi livelli almeno altri cinque anni, grazie alla esemplarità del suo professionismo e alle sue mirabili doti atletiche e muscolari.

Se la partita del sabato, dicevamo, non ha portato grandi novità alla ribalta, quella della Domenica ne ha mostrate ancora di meno.

Juve e Milan, per la ventesima edizione del trofeo Luigi Berlusconi, hanno addormentato la platea con un match statico e soporifero.

I rossoneri, esattamente come nella scorsa stagione, pungono soltanto con Ronaldinho, la Juventus non punge affatto. Dinho è il solito Dinho, e su 90 minuti ne gioca al massimo 35, ma quei 35 sono una vera delizia. Dribbling e cross le sue armi; si fa vedere, riceve, scarta e serve al bacio. Solo un Borriello appesantito dai bagordi estivi ed un Odumadi che non ha azzeccato un controllo (Mister Allegri farebbe meglio a insegnargli lo stop di piede prima di lanciarlo il prima squadra), hanno negato al brasiliano la soddisfazione dell’assist vincente.

Il fantasista bianconero, invece, ha la sua età, per lo meno nel fisico. I piedi di Del Piero, invece, saranno fatati anche tra 30 anni, e anche ieri lo ha dimostrato, con una punizione insidiosa laterale e un assist al bacio per la torsione di Trezeguet. Ma ciò evidentemente non basta alla Juventus, e il povero Trezeguet si ritrova isolato. Con l’ingresso, nel finale, di Diego, il dinamismo e la fantasia dell’attacco bianconero ne guadagnano qualcosina.

Finisce con il più scontato dei risultati, 0 a 0, e poi calci di rigore, vinti dalla Juve grazie a penalty calciato in “stile oratorio” da Thiago Silva.

In ogni caso più positiva, se positiva si può dire, la prestazione del Milan, leggermente più pimpante e condizionato dal grave ritardo di condizione dei vari Pirlo e Seedorf. Il primo vivacchia tutta la partita, fino al cambio, con l’eccezione di un paio di pennellate per il solito Odumadi dai piedi di legno, il secondo è pregevole da fermo, con un tiro al volo di alta scuola, ma nei 10 metri è davvero penoso, con un passo affannato e appesantito: e la pantera divenne bradipo…

Il solito Milan, insomma; l’eventuale acquisto di Ibraihmovic porterà sicuramente più fantasia e concretezza là davanti, e darà alla squadra un riferimento per il gioco alternativo a Ronaldinho.

Se il Milan, al momento, piange, la Juve di certo non ride, anzi dovrebbe piangere ancora di più.

I bianconeri si allenano da inizio luglio, causa preliminare di Europa League; eppure non hanno affatto mostrato una condizione di forma migliore degli avversari. Le idee deficitano gravemente, e il modulo fin qui utilizzato da Del Neri, mia personalissima considerazione, è oramai un modulo troppo statico per un top team. 4-4-2 dalla massima linearità orizzontale, con due interditori e due ali a supporto di punta e seconda punta, soprattutto se le ali schierate sono mediocri giocatori prelevati da squadre di bassa classifica. Non è un caso che la Juve faticasse a macinare gioco in verticale, ma si limitasse a passaggini orizzontali, il compitino, senza mai riuscire a portare su il baricentro della squadra e anzi regalando spesso palla agli avversari in zone pericolose. Chissà che Del Neri non abbia ancora capito che ora non allena più l’Atalanta o la Sampdoria…

In questo contesto, non può che giovare l’ottimo affare, sia per le modalità che per il giocatore, che porterà Aquilani sotto la Mole; il centrocampista offensivo ex Liverpool e Roma porterà senz’altro fantasia e nuovi spunti nel modesto centrocampo juventino; i 15 milioni per Krasic, invece, saranno tutti da valutare in questa stagione, poiché mezza stagione positiva in Russia non fa del biondino, che come dice Moggi “di Nedved ha solo i capelli”, un campione utile per il salto di qualità e colmare l’arcinoto gap con l’Inter. Manca invece l’attaccante da 20 goal, o quella punta versatile capace di far giocare la squadra con più moduli. Se Del Neri non troverà alternative a questo modulo, infatti, non prevedo un piazzamento migliore del quarto posto per la squadra più titolata d’Italia.

Insomma, per tutte e quattro le nostre big, la solita storia già sentita.

Woolftail

Una quinta, per la donna che non deve chiedere mai

Posted By fred on agosto 5th, 2010

Donne in carriera. Belle, magre, sode, maggiorate, siliconate. In televisione, in politica, l’immagine veicolata della donna che ha successo è questa. Dalle sorridenti veline in prima serata, alle protagoniste dei reality show, alle ministre nelle aule del Parlamento.

Corpi che parlano e sembrano dire: “Vuoi avere successo? Soldi? Fama? Sii come me!”.

Immagini che sembrano veicolare la vecchia dicotomia uomo-cervello-razionalità versus donna-corpo-emotività, per cui una donna, per raggiungere la parità dei diritti con l’uomo dovrebbe liberarsi della zavorra emotiva dimostrando di saper “controllare” e “costringere” il proprio corpo secondo canoni al limite della sopravvivenza. Come se una donna dovesse in questa maniera dimostrare di meritare quei diritti che all’uomo sono concessi per nascita.

Dopodichè ci meravigliamo se ci troviamo di fronte a risultati come quelli del recente studio condotto da due psicologi della Villanova University (condotto su un campione di 200 persone, con un’età media di 20 anni) pubblicato sulla rivista “Body Image”, secondo cui gli appassionati di reality show sono tra le persone più propense a finire sotto il magico bisturi. Tra questi la maggioranza sono per l’appunto ragazze che decidono di farsi il cosiddetto “ritocchino” (come se il nostro corpo fosse una motocicletta da elaborare) incoscienti (perché non sono certo queste conseguenze quelle che vengono mostrate) del fatto che anche un intervento comune e relativamente semplice come una maggiorazione del seno, lascia cicatrici di ben sette centimetri, e che dopo 15 anni è obbligatorio un intervento di ricambio delle protesi. Nello studio nello specifico vengono analizzati quei reality show con tema proprio la chirurgia estetica, ma più in generale, ciò che è preoccupante è che l’idea di fondo sia che per essere felici bisogna diventare il più possibile simili a questi corpi virtuali e finti. E’ difficile raggiungere questa “perfezione” che 8 volte su 10 è creata da sapienti fotoritocchi/abili angolature video/miracoloso make-up, e non c’è da stupirsi se la frustrazione nel non riuscire ad arrivare a tali risultati si riversi nella chirurgia estetica o in disturbi del comportamento alimentare quali anoressia o bulimia.

E’ difficile uscire da questi schemi quando si viene bombardati da ogni dove (pubblicità, film, telegiornali eccetera) da queste immagini e dai sottotesti che veicolano; ed è quasi impossibile per dei bambini cresciuti sotto questa valanga mediatica capire che la bellezza non è quella finta delle modelle siliconate o dei muscolosi macho-men.

E’ inutile mettere il limite alla maggiore età per gli interventi di chirurgia estetica se poi ogni mezz’ora in televisione passano pubblicità in cui una modella mezza nuda esce dall’acqua e si mette sulla sabbia in una posa provocante senza che tutto ciò abbia nulla a che vedere col prodotto sponsorizzato; è inquietante pensare a quelle bambine che cresceranno con questi modelli e non avranno quasi altra alternativa che rispecchiarvisi, creando così una spirale infinita che si autoalimenta, e in cui l’immagine della donna verrà ricondotta sempre più a quella dell’oggetto di una sempre maggiore attività voyeuristica dell’uomo.

Federica Berra

C’eravamo tanto amati…

Posted By fred on agosto 3rd, 2010

Tutto ebbe inizio nel lontano autunno del 1993.

Il segretario del MSI, Gianfranco Fini, sfidava Rutelli per le comunali di Roma, in un clima di transizione politica nazionale; fu allora che Silvio Berlusconi, non ancora “sceso in campo” ma già predestinato destinatario del nuovo scenario politico italiano, lanciò il primo messaggio di intesa al suo futuro alleato principale.

“Se votassi a Roma la mia preferenza andrebbe a Fini” Silvio dixit.

Fini, in quell’occasione, condusse il suo Movimento Sociale fino al ballottaggio, un risultato storico a Roma, dove fino ad allora il partito delle nostalgie era rimasto ai margini delle dinamiche amministrative.

Il tanto chiacchierato imprenditore milanese, rimase folgorato dal polso e dalla dialettica del segretario dell Msi, capace di mantenere il rigore nel partito e di raccogliere consensi tra la gente; fondata Forza Italia, tralasciando come, si presentò immediatamente alle elezioni del 1994, le prime dopo il governo tecnico guidato da Ciampi che condusse la Repubblica nella seconda fase della sua storia.

E l’amore sbocciò. Berlusconi e Fini, Forza Italia e il Movimento Sociale Italiano, alleati per nuove frontiere politche.

Ma non erano i soli: un terzo incomodo s’accomodò nelle stanze della Casa delle Libertà, quel terzo incomodo che, 17 anni dopo, sarà causa di separazione e divorzio.

Parliamo ovviamente della folkloristica e secessionista Lega Nord di Umberto Bossi.

Marito, moglie, ed amante vinsero le elezioni, e nell’impasto del governo il partito “portatore sano” di ideologie proibite costituzionalmente ottenne poltrone ministeriali, quattro più la vice-Presidenza del Consiglio, per la prima volta nella storia; la prima volta nella storia Repubblicana, per lo meno.

Ma il secessionismo leghista e il nazionalismo del MSI non sarebbero potute convivere a lungo: la moglie e l’amante non potevano condividere più lo stesso letto, non certo con il primo Berlusconi, ancora non in grado di unire il nero con il bianco per formare un unico grigio politico, marito incapace di soddisfare entrambe le donne.

Il governo cadde, dopo appena sei mesi dal suo insediamento, e Bossi, Fini e Berlusconi dovettero far posto all’ennesimo governo tecnico, guidato da Dini.

Il Senatùr definì “mafioso” l’uno, e “fascista” l’altro. Si chiamò ufficialmente fuori dai loro loschi giochi di potere, e annunciò di non volerci avere niente a che fare “mai più” (ipse dixit).

Berlusconi, in tutta risposta, disse che sarebbe stato un “coglione” (ipse dixit) se in futuro avesse riallacciato i rapporti con i leghisti.

Invece, il Gianfranco, oramai, nazionale sentì l’esigenza di lavare via dal suo partito l’oscura macchia del fascismo, e nel celebre Congresso di Fiuggi, avvenuto nel Gennaio 1995, prese ufficialmente le distanze dalle ideologie che già una volta avevano annientato l’Italia.

Il Movimento Sociale Italiano fu rinominato Alleanza Nazionale, e camerati di partito quali Ignazio Benito Maria La Russa e Giovanni Alemanno furono ridipinti come semplici politici di destra.

Altri camerati, scontenti per la svolta verso le Istituzioni, si distaccarono da Fini e fondarono il MS Fiamma Tricolore.

Le carriere parlamentari di Fini e Berlusconi erano ben avviate e nel 1996, anno di nuove elezioni, la rinnovata alleanza tra i due, il rinnovato sposalizio, era cosa oramai scontata.

Nella Casa delle Libertà vi entrò questa volta Pier Ferdinando Casini, la nuova amante alla ricerca delle grazie del Sultano, con il partito Cristiani Democratici Uniti del “filosofo” (le virgolette sono d’obbligo) Rocco Buttiglione.

Marito, moglie, e nuova amante furono stavolta sconfitti dal Centro Sinistra, e si ritrovarono relegati all’opposizione per cinque anni.

La convivenza fu molto più pacifica rispetto alla precedente -del resto l’unione contro i “comunisti” pare far la forza- e nel 2001 il trio si ripresentò compatto per le prime elezioni del nuovo millennio.

Ma ecco il colpo di scena: il marito, eterno insoddisfatto, non s’accontentava di moglie e amante, no, lui volle riprendersi con sé anche la ex.

Oltre a essersi dato del coglione da solo, Berlusconi richiamò dunque nella grande Casa delle Libertà e dell’Amore i leghisti, i quali si accomodarono sul divano con tanto di piedi sul tavolino ancor prima di sentirsi dire “Benvenuti”.

Il Bigotto, il Secessionista, il Mafioso e il Fascista; non è il titolo di un Western, ma la composizione della XIV legislatura della Repubblica Italiana.

Il quartetto vinse le elezioni e si ritrovò al governo con una larga maggioranza.

Fini ottenne la Vice Presidenza del consiglio -la moglie che fa le veci del marito- e la legislatura scorse serenamente; i conti pubblici italiani venivano devastati, l’Unione Europea mandava continui moniti e minacce di espulsione a pena di una mancata inversione di rotta, Berlusconi violentava le Istituzioni ingombrando il Parlamento di leggi ad personam volte a depenalizzare i suoi reati, vedi falso in bilancio, o a garantire l’impunità per reati che non poteva depenalizzare, vedi lodo Schifani, o a legittimare una volta per tutte il suo conflitto di interessi, vedi leggi Gasparri -e la lista si fa lunga-, proibizionismo e repressione dilagavano, il tutto con l’impassibile benestare, se non con la partecipazione diretta, del Vice Presidente del Consiglio.

Fini e Bossi, storicamente acerrimi nemici e rivali per le grazie del caudillo, trovarono anche diversi punti di incontro, tra cui la famigerata legge 189 del 30 Luglio 2002, al secolo la legge “Bossi-Fini” che, tra le varie, prevede l’espulsione immediata degli immigrati rimasti senza regolare lavoro da sei mesi, in quanto non portatori, sebbene momentaneamente, di entrate fiscali per l’erario pubblico.

Un feroce governo senza opposizioni interne: tutti i remanti sincronizzati verso lo stesso orizzonte; marito, moglie e amanti uniti nell’orgia di potere.

Alla resa dei conti, nel 2006, anno di scadenza della legislatura, gli assi politici della destra erano ancora stabili, ma le nefandezze compiute dal quartetto di governo portarono al crollo della fiducia negli elettori.

I sondaggi li davano per spacciati, le incalzanti elezioni sembravano una formalità; ma il colpo di coda di Caimano non si è fatto attendere. Alla vigilia del Natale 2005, pochi mesi prima della tornata elettorale, Berlusconi si appropria indebitamente di un’intercettazione secretata (è il più grande abuso fatto di un’intercettazione, proprio quel genere di abusi che il ddl voleva impedire) che vede protagonista un Fassino entusiasta per essere riuscito a mettere le mani nelle Banca del Lavoro.

Il Giornale, l’organo di regime per antonomasia, pubblicò agli inizi di Gennaio l’intercettazione, e i Ds persero tutta la fiducia accumulata nei 5 anni di non governo.

Così, la Casa delle Libertà al gran completo, sfiorò la rimonta, e perse di pochissimi punti percentuali che sancirono l’insediamento del governo Prodi.

Fini e Silvio si ritrovarono così di nuovo all’opposizione, sulle poltrone più scomode del Parlamento, sempre accompagnati dai Centristi e dai Leghisti.

Ed è proprio in quei due anni di opposizione che emersero le prime frizioni tra i “coniugi”; Fini dissentì dai suoi alleati su temi delicati quali la fecondazione assistita e le coppie di fatto, mostrando più segnali di apertura in netta controtendenza rispetto alle direttive cattolico-conservatrici della Casa e del suo stesso partito.

Nel frattempo, Casini iniziava ad organizzarsi in proprio, distanziandosi gradualmente dalla coalizione.

Con la caduta dell’ingovernabile maggioranza prodiana, si iniziarono a preparare nuove elezioni, e l’astuto Fini, rimangiandosi le sue prime timide prese di posizione manifestate negli anni di opposizione, approfittò del congedo di Casini e fuse il suo partito con Forza Italia, fondando l’ormai arcinoto Popolo delle Libertà: la moglie credeva di incastrare così il marito con la comunione dei beni.

Alle elezioni del 2008 la coalizione era composta da Pdl e Lega Nord, e l’elettorato li premiò abbondantemente.

Fini era convinto di aver finalmente conquistato un potere di governo superiore a quello dei semplici alleati, e, ottenuta la Presidenza della Camera, si è reso conto di aver fatto male i calcoli: il crescente consenso della Lega Nord tiene sotto scacco l’intero Pdl, e innalza i “lùmbard” ad ago della bilancia.

Bossi è diventato il principale interlocutore per il Presidente del Consiglio, mentre Fini si è ritrovato in disparte ad occuparsi di un ruolo più istituzionale che politico.

Così, mentre la Lega avanza pretese di ogni sorta sul governo e viene interpellata dallo stesso per ogni decisione, il povero Gianfranco disilluso si è ritrovato a calendarizzare le discussioni dell’Aula.

Dal 2008 ad oggi Berlusconi e Fini hanno condotto la loro alleanza da separati in casa, con il Presidente della Camera nelle vesti di primo oppositore del governo; ha contestato la legittimità costituzionale del pacchetto sicurezza in tema di immigrazione, nonché le feroci propagande della paura e della sicurezza dell’asse La Russa – Maroni – Bossi; ha espresso pubblico dissenso per le modalità poco istituzionali con cui il governo tende a legiferare, quale l’abuso della questione di fiducia (siamo a 36 in 2 anni, contro la media europea di 1-2 all’anno); ha contestato la continua ricerca dell’impunità nella fila del Pdl, in particolare al suo leader; ha contribuito ai più notevoli emendamenti al ddl intercettazioni, provocandone lo slittamento dell’esamina a settembre; il 22 Aprile di quest’anno, alla direzione nazionale del Pdl, è arrivato allo scontro frontale con Berlusconi; i suoi uomini più fidati sono in continuo battibecco con gli uomini del presidente; insomma, quando ha potuto, ha sempre messo i bastoni fra le ruote a Berlusconi, richiamandosi alla legalità e al rispetto delle Istituzioni.

L’incipt alla svolta istituzionale di Fini non è partito certo dalla passione per le regole e la legalità, non capiremmo altrimenti dove fosse questa civica passione quando il premier “stuprava” la legalità dal 2001 al 2006, ma dall’invidia della moglie messa in disparte a favore della più focosa concubina verde.

Ora che la stabilità politica della banda berlusconiana vacilla, i topi hanno il coraggio di abbandonare la nave e si consuma lo scontro finale.

Fini ha ottenuto ufficialmente il divorzio pochi giorni fa, e con la separazione dei beni ha recuperato per il suo gruppo parlamentare indipendente, Futuro e Libertà per l’Italia, 33 parlamentari, numero sufficiente a tenere in pugno la maggioranza, esattamente come la concubina focosa di cui sopra.

Quello che accadrà nei prossimi mesi non è dato saperlo con esattezza, ma quel che è certo, è che la parola fine è stata posta definitivamente sull’idillio politico più celebre delle seconda Repubblica.

Opportunismo, invidia o rinnovazione personale, qualunque sia la causa scatenante, rivolgo ai lettori un invito alla diffidenza da chi ha sostenuto un regime, ed è stato complice principale di un altro.

Francesco Woolftail Dal Moro

Per rivedere gli strappi dei mesi scorsi raccontati dalla fionda clicca qui

La seconda finale più brutta di tutti i tempi… – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 12th, 2010

La seconda finale più brutta di tutti i tempi

dopo Francia-Italia del 2006

Ieri con la cosiddetta “finalina” (Germania-Uruguay 3-2) ci siamo divertiti parecchio. Tuttavia una finale è sempre una finale. Molti sono gli elementi apparentemente contingenti che arrivano ad agire sulle squadre impegnate in uno scontro tanto importante. Ad esempio, non è da sottovalutare il tifo del pubblico sudafricano; anche se non sono a favore della Spagna, i sudafricani sono tutti o quasi tutti contro l’Olanda (eh già, ne hanno passate tante gli indigeni a causa dei colonizzatori olandesi!…).

Paul, il polipo dello zoo di Osnabrück, ha pronosticato Spagna, e anche molti esperti sono del parere che gli iberici siano superiori agli avversari. Intanto c’è già chi non ne può più delle predizioni del “maledetto totano” e si augura di vederlo presto in padella…

Per La Roja è la prima finale mondiale, mentre l’Olanda (che in questo torneo ha vinto tutte le partite) si accinge a disputare la sua terza, dopo Germania Ovest 1974 e Argentina 1978.
Sarà la volta buona per gli olandesi? Di certo, il loro allenatore van Marwijk avrà pure imparato qualcosa dalla visione di Germania-Spagna, semifinale fatidica ai tedeschi, che sono stati troppo remissivi e attendisti contro le Furie Rosse. Si prevede che van Marwijk farà fare ai suoi un buon pressing: gli spagnoli, se concedi loro troppo spazio, tessono in campo vera e propria filigrana.

E quindi si parte.
No, un momento! C’è ancora tempo per un “fuori programma” procurato da Jimmy Jump, il famoso streaker (o invasore di campo). Già protagonista di una comica invasione durante la finale del Roland Garros 2009, oltre che di innumerevoli episodi simili, Jimmy (catalano, 36enne) torna alla ribalta tentando di raggiungere la Coppa del Mondo appena prima dell’inizio della partita…

Jimmy Jump (psuedonimo di Jaume Marquet Cot) è il più famoso invasore di campo al mondo, con buona pace del “nostro” Mario Ferri detto “Il Falco” (vedi questo articolo).

Jimmy si fece conoscere per la prima volta nel 2004, quando, in occasione del GP di Spagna di Formula 1 sul circuito del Montmelò, attraversò pericolosamente la pista durante il giro di ricognizione. Pochi mesi dopo, una delle sue imprese più famose: durante la finale degli Europei di calcio tra Portogallo e Grecia invase il terreno di gioco per lanciare una bandiera catalana a Luis Figo, reo di aver tradito il Barcellona passando al Real Madrid.

Da lì, un susseguirsi di episodi simili, a volte con espliciti riferimenti politici (Euro 2008, Germania-Turchia: invasione di campo con bandiera del Tibet per protestare contro la politica cinese nella regione), altre volte con puro intento di divertissement, come quella dell’anno scorso durante la finale del Roland Garros tra Federer e Soderling. L’ultima incursione, per una volta tanto lontana dal mondo dello sport, è stata a fine maggio, durante l’Eurofestival 2010, quando è salito sul palco durante l’esibizione del cantante spagnolo Daniel Diges, inserendosi bellamente nella coreografia, prima di essere bloccato dalla security.

Dunque: finale Olanda-Spagna.
Il primo tempo è una corrida, con gli Oranjie che, in qualità di toreri, non sono da meno degli spagnoli. La tensione è a mille. Un fallo di de Jong su Xabi Alonso sarebbe da punire con l’espulsione: il centrocampista in forza al Manchester City è entrato in “calcio volante” senza neanche guardare da che parte arrivava la sfera. Però l’arbitro, l’inglese Howard “lo Sbirro” Webb, grazia l’olandese.
Nervoso appare anche Sneijder. Il più falloso di tutti risulta comunque essere van Bommel, che tira giù gente a tutto spiano, picchiando apposta per far male. Gli Oranjie potevano benissimo chiudere il primo tempo in nove uomini…
Certo però che gli spagnoli, a loro volta, sono dei furbastri: sanno come buttarsi a terra; a parte tutto, anche Puyol si meritava il rosso per una sua entrata selvaggia…

Fatto sta che nel primo quarto d’ora giocano solo gli iberici. E’ raro assistere a un incontro in cui campioni come Sneijder, van Persie e Robben non toccano quasi palla! Gli olandesi vengono fuori alla distanza, ma è La Roja, nonostante l’ostruzionismo à la Partinicaudace operato dagli uomini di Bert van Marwijk, a far vedere le cose migliori.

Secondo tempo. Si riparte con gli stessi effettivi. Le due squadre giocano un po’ più in scioltezza, però sono ancora gli iberici a far girare di più “Jabulani”, mentre fioccano i gialli per gli olandesi.
La Spagna sostituisce Pedro con Navas. Cambio anche per gli Oranjie; esce un’attaccante, Kuyt, ne entra un altro, Elia.
Sembrano più convinti gli spagnoli: è palese che non vogliono i supplementari… Ma, come spesso accade nel calcio, è l’Olanda che ha due occasioni ghiottissime; con Arjen Robben, su contropiede. Il giocatore del Bayern Monaco però le fallisce entrambe, grazie a un attento Casillas.

Non c’è dubbio che adesso si può parlare di match passabile, grazie soprattutto alle Furie Rosse, che disegnano geometrie per tutto il campo e si propongono continuamente alla ricerca di spazi.
Dal canto loro, gli olandesi dovrebbero smetterla di essere squadra solida e basta (in questo mondiale ci hanno mostrato schemi rigidi con soluzioni d’attacco basate soprattutto su cross tesi dalla tre-quarti). Sarebbe bello se recuperassero i moduli dell’Olanda degli Anni Settanta: gioco totale! Tutti in avanti e tutti indietro… Sarebbe una valida ricetta contro questa Spagna. Ma no, finiamola di sognare! Sono mutati sia i tempi, sia gli uomini.

I tempi supplementari inizano ancor meglio dei regolamentari. Del resto, l’Olanda ha sei ammoniti e la Spagna tre, e nessuno vuole rischiare l’espulsione (pur se Webb sembra restio a darla). Premono gli spagnoli. Ma risalta una volta di più il loro problema congenito: producono tanto e creano occasioni che non sempre riescono a concretizzare.
Xabi Alonso lascia il posto a Fábregas e, tra gli olandesi, esce un centrocampista (N. de Jong) ed entra un pugile (van der Vaart).
Anche G. van Bronckhorst viene sostituito. E’ il 105′ minuto e per il capitano e libero dell’Olanda quest’uscita segna la fine della sua carriera professionista. Purtroppo, tale sostituzione (a lui subentra Braafheid) si rivelerà fatale, come vedremo poco più avanti. Van Bronckhorst stasera è stato un mostro difensivo, interrompendo diverse azioni degli avversari ed evitando più di una volta che il pallone finisse nello specchio della porta. Secondo noi, van Marwijk avrebbe dovuto concedergli di giocare anche il restante quarto d’ora…

Comunque: 0-0 sotto il cielo di Johannesburg alla fine del primo tempo supplementare. Il coach delle Furie Rosse, Vicente del Bosque, è un vecchio marpione. Non pare affatto inquieto. Anzi: abbiamo l’impressione di vederlo sorridere sotto i baffi, altamente fiducioso nei suoi uomini.
15 minuti ancora ed è evidente che l’Olanda non ha più benzina. Nella retroguardia dei nord-europei si aprono vere e proprie praterie…

L’episodio-clou avviene a 11 minuti dalla fine: il difensore olandese Heitinga si becca la seconda ammonizione e di conseguenza il cartellino rosso; il che vuol dire che il suo team è costretto a giocare in dieci uomini. Ancora 660 secondi. 660 secondi che gli olandesi devono superare indenni per poter arrivare (ora lo possiamo dire: indegnamente) ai rigori…
Ma al 115′ accade che l’Olanda è sbilanciata in avanti per cercare di sfruttare una punizione dal limite. La barriera devia in angolo, l’arbitro non vede il tocco e concede agli spagnoli la rimessa dal fondo. Sull’azione che ne consegue, e che viene concertata dai due giocatori più freschi degli iberici, ovvero Navas e Fábregas, Iniesta va a insaccare alle spalle di Stekelenburg.
1-0 e mancano solo 5 minuti all’apoteosi española!

L’Olanda si butta disperatamente in avanti con un uomo in meno, ma conclude poco e nulla. Il fischio di chiusura sancisce la Spagna campione del mondo 2010. E’ l’ottava nazionale nella storia del calcio a cingersi del titolo supremo. Campeón del mundo!

In definitiva, ha vinto chi meritava di vincere. Ha vinto l’unica compagine che ha giocato palla a terra, senza fare lanci in avanti spesso alla cieca.
Il secondo posto va (per la terza volta dopo ‘74 e ‘78) agli olandesi, i quali però, mentre ritirano la medaglia, non riescono a sorridere. Emozionalmente, sono passati dal Tetto del Mondo alla Fossa delle Marianne.

E’ tripudio “rojo” al Soccer City Stadium di Johannesburg. Ma non oso immaginare quel che sta per scatenarsi per le strade e nelle piazze di Madrid, Barcellona, Malaga, Valencia… Ibiza, Maiorca…

Sarà fiesta – por toda la noche!

Il polipo Paul lo aveva predetto: terzo posto alla Germania! – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 11th, 2010

Germania-Uruguay 3-2 in una partita veloce e divertente, caratterizzata da splendide combinazioni e da numeri tecnici di lusso. Un pareggio forse sarebbe stato più giusto (in quel caso i due team avrebbero dovuto disputare i supplementari) ma la Germania, stasera priva di Klose e di Lahm e più che mai imbottita di nomi stranieri, ha avuto un pizzico di fortuna in più.

Fortissimo come sempre, nella formazione Celeste, D. Forlán. Bravo anche il “palermitano” Cavani, al pari di Forlán autore di una rete. Sul portiere Muslera bisogna invece osservare che ha fatto qualche papera di troppo…
I tedeschi (andati a segno con il rientrato Thomas Müller, con Jansen e infine con Khedira) hanno convinto sia come ensemble che singolarmente.

Germania e Uruguay: due nazionali belle a vedersi e simpatiche, che in gran parte ci hanno rappacificato con il calcio.

La “finalina” è un match superfluo?!?

Ora, qualcuno, nei forum sportivi, va scrivendo che “il terzo piazzato è comunque un perdente”… Secondo me questo Qualcuno non ha capito nulla né di sport, né nella vita.
Vincente può essere anche l’ultimo arrivato, se ha gareggiato con lo spirito giusto. Conoscete gli Hoyt, padre e figlio, americani? Partecipano alle maratone: il padre spinge la sedia a rotelle dove siede il figlio paraplegico… non gareggiano per vincere, ma per dare al ragazzo (che vede e capisce tutto, e in qualche modo riesce anche a comunicare) delle gioie particolari.

E avete visto il Ghana, eliminato ai quarti (proprio dall’Uruguay; ai rigori)? Al rientro in patria, l’intera squadra è stata accolta come la trionfatrice del torneo!
Ora, il fatto che Qualcuno – o chi per lui – affermi che la “finalina” è inutile, mi fa capire sempre più che cosa sono gli italiani. Solo degli italiani, infatti, arrivano a dire certe cretinate. Ergo: temo che essere italiani sia – come affermano tanti – una malattia mentale. Ringrazio Qualcuno per avermi convinto definitivamente della verità di questa asserzione.

Paul lo aveva predetto: vincerà la Germania. Se questo totano indovina anche la vincente della finale (ha già pronosticato che sarà la Spagna), verrà riconosciuto come campione della galassia!

Antologia; Tutto Fabrizio De Andrè: La guerra di Piero

Posted By fred on luglio 7th, 2010

La guerra di Piero è uno dei più celebri brani di Fabrizio De Andrè, un cult non solo nella sua discografia, ma nell’intero panorama musicale italiano.

Pubblicata in una prima versione nel 1964, conquistò prepotentemente i palcoscenici italiani, ma non solo, dal 1968 in poi, in un clima di protesta e ribellione. Sul tardivo successo del brano, De Andrè disse ironicamente:“Quando è uscita, La guerra di Piero rimase praticamente invenduta; divenne un successo solo cinque anni dopo, con il boom della protesta, con Dylan, Donovan e compagnia. Penso che finirò per scrivere una canzone in favore della guerra, che naturalmente venderò nel 1980 quando ci sarà qualche guerra sacra in nome di qualche non meglio identificato ideale

L’autore canta non di una guerra in particolare, ma della guerra in sé, attraverso le voci del narratore prima, e dello stesso protagonista poi.

La guerra di Piero è dunque una vicenda metastorica e quando il giovanissimo De Andrè racconta di Piero, si riferisce più in generale a tutti i soldati morti, sotto qualsiasi bandiera e in ogni tempo, per una causa che non li riguardava, per volere di altri.

L’umanità di Piero accompagna l’intero svolgersi della storia, e ne diventa anzi l’argomento principale, spingendo in secondo piano i più truci fatti bellicose. Le sue emozioni, i suoi pensieri e le sue paure, sono i veri protagonisti. Il momento della morte non viene raccontato con macabre immagini sanguinolenti, bensì attraverso i suoi ultimi pensieri, dedicati a Ninetta, la sua compagna, assegnando all’amore il primato sulla morte.

La canzone inizia dalla fine, ovvero dalla sopraggiunta morte del protagonista, cui il narratore si rivolge con una descrizione floreale del suo giaciglio di morte:

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

Inizia dunque il lungo flashback, che riparte proprio dalle parole di speranza di Piero, pronunciate d’inverno, e soffocate entro la primavera dalla sua partenza in guerra:

Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

Il narratore, sempre più vicino spiritualmente ed umanamente a Piero, lo esorta con un’imperativa anafora a fermarsi nel suo cammino, ad ascoltare il vento delle voci di chi, prima di lui, ha già seguito quel cammino, ovvero i caduti in battaglia:

Fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

Ma Piero non coglie l’invito, non ascolta il vento delle voci dei morti, e in un giorno primaverile, lasciatosi l’inverno alle spalle, giunge all’inferno, ovvero alla frontiera nemica.

ma tu non lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

Varcata la frontiera, Piero, carico d’angoscia (anima in spalle), vede un nemico in fondo alla valle, umano ed angosciato quanto lui, ma pur sempre nemico:

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

A questo punto il narratore impera tempestivamente a Piero, sempre attraverso un’anafora, di freddare senza scrupoli il nemico, prima che accada l’opposto:

sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

Ma ancora una volta Piero ignora le parole del narratore, e, in preda ad una “crisi di umanità”, gli risponde di non voler assistere con i suoi occhi alla morte di un uomo

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

Ecco allora il risvolto prevedibile e previsto; il nemico, impaurito alla vista di Piero, non è scosso dai suoi stessi sentimenti, e gli spara:

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

Piero, colpito, cade, e realizza l’imminenza della sua morte:

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Gli ultimi pensieri del protagonista sono rivolti alla sua compagna Ninetta, alla quale mentalmente confida con dolcezza il rammarico per la sua dipartita in primavera, e che avrebbe preferito avventurarsi per la guerra in inverno:

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

Riprende quindi parola il narratore, e descrive drammaticamente gli ultimi sospiri e le ultime sofferenze del giovane Piero.

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

Eccoci infine giunti al termine del flashback, ricongiunti con l’istante iniziale:

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi.

La Guerra di Piero non può assolutamente essere considerata una canzone dai contenuti politici, perchè l’empatia di Faber per le “vittime della società”, nella fattispecie i soldati mandati alla morte, è un’emozione che supera qualsiasi contesto, storico o, appunto, politico.

La tematica della guerra non deve dunque ingannare, La guerra di Piero, al pari delle altre, è una canzone perfettamente in sintonia con la poetica del cantautore, sempre rivolta al più debole di turno.

È possibile ravvisare al massimo un contesto idealista, se pace e fratellanza possono definirsi ideali.

Anche in La guerra di Piero, inoltre, sono riscontrabili colti riferimenti ai grandi autori della letteratura europea; così la strofa “Lungo le sponde del mio torrente – voglio che scendano i lucci argentati -
non più i cadaveri dei soldati – portati in braccio dalla corrente” richiama quest’altra, della poesia Dove vola l’avvoltoio di Italo Calvino “Nella limpida corrente – ora scendon carpe e trote – non più i corpi dei soldati – che la fanno insanguinar”; il giovane soldato che dorme sul ruscello, invece, è una figura ripresa da Le Dormeur du val, sonetto di Arthur Rimbaud.

Portata sociale, musica, cultura e poesia in un unico testo: questa è La guerra di Piero.

Ci manchi, Faber!

FRANCESCO CODADILUPO DAL MORO

Per ascoltare un live de La guerra di Piero clicca qui

Per altre analisi delle canzoni di De Andrè:

HACKLETTURA 221: Professione genio – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 5th, 2010

Grigorij Perelman, genio della matematica, rifiuta un premio da 1 milione di dollari

Ha dimostrato la Congettura di Poincaré ma ha detto no ai soldi del Clay Institute. “I soldi, in Russia come altrove, generano solo violenza.” Per questo vive con la madre in una casa popolare nei pressi di San Pietroburgo

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Chi lo conosce in fondo se lo aspettava: la sua vita è costellata di rifiuti, perciò niente di “strano” che abbia detto di no anche al milione di dollari assegnatogli dal Clay Mathematics Institute di Cambridge, Massachusetts, per essere riuscito in un’impresa ai limiti dell’impossibile: risolvere uno dei sette Problemi del Millennio, dimostrando la Congettura di Poincaré.

[L'essenza del puzzle topologico di Poincaré risiede nel fatto che ogni spazio pluridimensionale senza buchi è equivalente alla superficie estesa. La soluzione del problema, che contempla quattro o più dimensioni spaziali, contribuisce a determinare la forma dell'universo.]

Il rifiuto di Perelman (più propriamente: Perel’man) è stato accompagnato da una nota di grande umiltà inviata all’agenzia Interfax: “Ritengo che il contributo dato dal matematico statunitense Hamilton alla dimostrazione della Congettura di Poincaré non sia inferiore al mio”.

perelman1_237 E’ un genio Grigorij “Grisha” Jakovlevic Perelman. Ha 44 anni e non ha mai amato la ribalta. Nato a Leningrado (San Pietroburgo), fin da giovanissimo ha dimostrato di possedere una capacità sovrumana nel calcolo, proprio come la sorellina Elena. I genitori (papà ingegnere, mamma insegnante, ovviamente di matematica) lo iscrissero alla Scuola Pubblica n° 239, un istituto fondato negli anni 1950 e riservato a bambini particolarmente dotati. Nell’82, a sedici anni, vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi Internazionali della Matematica, a Budapest. Gli proposero una borsa di studio negli Stati Uniti ma rifiutò. Si laureò nella sua città, anche se poi fu chiamato in atenei americani, fra i quali il Massachusetts Institute of Technology. A metà degli Anni Novanta tornò in Russia e lavorò, con risultati brillanti ma senza far parlare molto di sé, al celebre Istituto Steklov di Matematica, sempre a Leningrado.

Nel 1996 un altro “njet”, stavolta a un premio europeo: “La giuria è incompetente” disse, papale papale. Lasciò fuori dalla porta anche la prestigiosa rivista Nature che voleva intervistarlo; lui non pubblica neppure più su carta, preferendo Internet.
Intanto a Parigi, il 24 maggio 2000, l’Istituto Matematico Clay proclamò i Sette Problemi del Millennio: in palio un milione di dollari per ogni soluzione, visto che ognuno di essi può avere importanti implicazioni economiche. Fra i sette, l’Enigma di Poincaré, proposto dal matematico francese Henri Poincaré nel 1904: un complesso problema di topologia. E nel 2002 fu proprio Grisha Perelman, il Supercervello di San Pietroburgo, a scrivere un articolo (su arXiv.org) che venne poi ritenuto risolutivo nella dimostrazione dell’astrusa congettura. Fu così che divenne definitivamente una leggenda.

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Lui però nel 2005 si dimise dallo Steklov senza neppure avvisare la direzione, rea di averlo trattato male. E l’anno successivo rifiutò la Medaglia Fields, il Nobel dei matematici, con il corrispettivo assegno di – ancora! – un milione di dollari: “Per me è del tutto irrilevante” disse. “Se la soluzione è quella giusta, ciò mi basta e avanza, non occorre altro riconoscimento.”

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Perelman e la vecchia madre dimorano alla periferia sud di San Pietroburgo in una “khrusciovka”, un palazzone popolare costruito ai tempi di Nikita Kruscev.
Secondo la sua vicina Vera Petrovna, il genio vive in condizioni disagiate. “Una volta sono stata nel suo appartamento, rimanendo scioccata. C’è solo un tavolo, una sedia e un letto con un materasso sporco, lasciato dai precedenti proprietari alcolisti, che gli hanno venduto l’appartamento. Stiamo cercando nel palazzo di sbarazzarci degli scarafaggi, ma sono nascosti nel suo appartamento…” Non è chiaro se l’indiscrezione sia vera o solo frutto di cattivi rapporti di vicinato. Di sicuro la genialità del matematico resta indiscussa.

perelman4_264 Di recente Vladimir Putin ha detto agli accademici che protestavano per i tagli alla ricerca: “Vedete, dovreste prendere esempio da Perelman!”…
Il 44enne genio non commenta, non esce quasi nemmeno. Secondo le solite dicerie, si nutre solo di rape e di cavolo nero. Senza un lavoro fisso, senza amici, ignora le email ed evita accuratamente giornalisti e fotografi. Per lui i soldi non contano: “Non voglio essere uno scienziato da vetrina” ha spiegato, “e troppi soldi in Russia generano solo violenza”.
Nella sua città, ex capitale degli zar e fin da sempre patria di hippies e dissidenti (negli Anni Cinquanta-Sessanta vi nacque una sorta di
beat generation à la russki), sono in commercio magliettine con l’effigie di Grisha e la scritta in inglese “Respect” sul davanti e sulle spalle, in russo: “Non tutto si compra“.

ra“.

Il risveglio delle coscienze – di Alessio Spadola

Posted By fred on luglio 2nd, 2010

Sembra incredibile, ma è vero. Un giorno forse dovremmo ringraziare un comico per tutto ciò che sta accadendo. Vedo nascere blog, pagine su facebook e tanto altro tutto sotto un’unica bandiera, quella della libertà d’informazione. Prima di Beppe Grillo questo paese sembrava ormai un paese narcotizzato e indifferente a tutto ciò che accadeva sotto i nostri occhi, un popolo ormai addestrato al silenzio. Un silenzio rotto dalla voce del comico ligure, che, spettacolo dopo spettacolo, battuta dopo battuta, è riuscito a risvegliare la coscienza degli italiani e, ancor più importante, è riuscito ad arrivare al tanto ricercato mondo dei giovani. Non so quanti riconosceranno questo suo merito, ma penso che il tempo potrà dargli solamente ragione. Così, adesso ti basta navigare nella maniera giusta e t’imbatti in quelle notizie che ormai le tv nascondono, mascherano o inseriscono tra una notizia di cucina e una sul tempo.

L’altro ieri il Sen. Marcello Dell’Utri, nella sentenza d’Appello, è stato condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, due in meno della condanna in primo grado. Dell’Utri braccio destro, oltre che amico dai tempi dell’Universtà e coofondatore di Forza Italia, del nostro Presidente del Consiglio, è stato riconosciuto colpevole di aver appoggiato le strartegie mafiose fino al 1992, escludendo cosi gli anni successivi, quando ci furono stragi, attentati e accordi segreti con lo stato. Questo è bastato al Tg1 di Minzolini per creare un servizio, come se fosse stato prosciolto da ogni accusa, come se i Pm avessero sbagliato tutto. In questo modo molte persone che ascoltano con superficialità rischieranno di commettere lo stesso errore capitato dopo la sentenza di un’altro uomo di “Stato” il Sen. Giulio Adreotti. PER ENTRAMBI E’ STATA CONFERMATA, DOPO I VARI PROCESSI, L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

Le parole contano e devono essere chiare. Per questo dico grazie a Grillo, che ha ridato a molti la voglia di sapere, di conoscere, di informarsi; lo ringrazio perchè ora solo questo potrà salvarci: la consapevolezza. Perchè un conto è sospettare che ti stiano fregando, un’altro è averne le prove.

Un altro piccolo (per modo di dire!) fatto accaduto in questi giorni, che credo sia giusto sottolineare, sono le dichiarazioni del Papa. Ratzinger ha dichiarato inaccettabili le perquisizioni avvenute in questi giorni da parte delle autorità belga per i casi di pedofilia. Mi viene solo una parola: mostruoso. Dicendo questo, chiedo scusa ai cattolici ma credo che anche loro dovrebbero capire il peso di certe dichiarazioni. La Chiesa non può essere immune. NON c’è motivo che lo sia e, quando si parla di violenza sui bambini, non basta dire che per quei preti, rei di reati cosi atroci come possono essere le violenze sui minori, l’nferno sarà più duro. Non basta, prego quei cattolici di riflettere su quelle parole e nOn solo di guardare l’immagine di colui che le dice.

Eremita

Tg1 e (dis)informazione di massa – di Ivano Maddalena

Posted By fred on luglio 1st, 2010

Periodo ricco di new entry per la Fionda d’Urto. Oggi diamo il benvenuto a Ivano Maddalena, già autore per Il Popolo Veneto. Questo articolo l’ha scritto due giorni fa, ma, considerati i contenuti, sarà attuale anche tra un anno.

Chiunque volesse collaborare con la Fionda, ci contatti nella casella mail  [email protected]

A ruota libera alcune riflessioni, dopo aver visto il Tg1 di oggi. Si prende atto che la scomparsa di Pietro Taricone, reso celebre dalla prima edizione del Grande Fratello, è la notizia con cui apre il telegiornale della rete ammiraglia. Certo, aprendo Facebook si trovano mille link sullo sfortunato Taricone. Io però mi chiedo. Quanti link sono stati dedicati o condivisi sul povero operaio nigeriano di 24 anni che una settimana fa era caduto in una macchina che macina il legno? E sull’operaio di 36 anni che potrebbe essere stato ucciso dalle esalazioni di acqua sulfurea nel parco delle Antiche Terme Iacobelli di Telese. Oppure a Davide Minuzzo morto a soli 18 anni in una fabbrica in provincia di Vicenza. E ancora ad Alessandro Orecchino Marra della provincia di Cesena…tutti morti sul lavoro…e ce ne sono tanti…tanti altri. Ma ciò non fa notizia ormai.
Mi aspettavo che oggi il Tg1 aprisse con la notizia della condanna di Dell’Utri, uno dei maggiori consiglieri e “compagni di merende” di colui che nonostante tutto ci governa tra una parola e l’altra, tra un’affermazione e la smentita di essa poco dopo.
Dell’Utri? Seconda notizia del Tg. Io mi limito a dire che sono rimasto stupito. Non credevo che Minzolini e i suoi riuscissero ad arrivare a tanto. Cioè a far passare l’idea che Marcello Dell’Utri è un povero innocente vittima di una sentenza “pilatesca”. Il servizio è tutto incentrato sull’assoluzione per i fatti accaduti dopo il 1992 e non una parola sui vent’anni di rapporti “continuativi e proficui” con le organizzazioni mafiose siciliane e l’estorsione che gli sono costate la condanna a 7 anni di galera.
Dice bene Di Pietro affermando che Dell’Utri i rapporti con la mafia li ha avuti eccome. Non cambia la sostanza. Come dire prima del 1992 una persona, dopo un’altra persona. Credo nella “conversione” ma Dell’Utri, caro Silvio, non è un buon “compagno di merende”, come non lo è Brancher e tanti altri. Il ministro Brancher ha rilasciato una intervista in evidente stato confusionale, eco dello stato confusionale in cui si trova l’intero governo con dichiarazioni che, anche nel caso di Cota, suonano come vere minacce ai giudici.
I commenti della maggioranza sono all’unisono: Dell’Utri è “una vittima”. Mi aspetto che Scajola esca dal suo silenzio e dica che Dell’Utri ha avuto sì rapporti con la mafia ma “a sua insaputa”.
A chi ha ascoltato il Tg 1 probabilmente sorgerà spontanea la domanda: “Ma per quale cavolo di motivo hanno dato 7 anni a Dell’Utri se è stato assolto?”
Inoltre sono amareggiato, non se ne parla già più. Si è concluso il G20 inutile come il G8. Si tratta di pura teatralità, comparsate che non portano a nessuna conclusione. Servono solo a far spendere le nazioni e a mostrare i soliti black block che spaccano la città per far dire: “Ecco cosa fanno i pacifisti!” Quelli non sono i pacifisti caro Fede Emilio, alias “yes man” di Silvio Berlusconi. Mi consenta Presidente una serie di domande (a cui lei non risponderà, ma…). Ora che ritorna ad occuparsi dell’Italia in Italia le chiedo: Perché non andiamo ad elezioni anticipate? Non sente il desiderio di rinnovare la classe dirigente del paese? Non vede che attorno a lei ci sta tutto un “magna magna”? Se va ad elezioni vista l’inconsistenza dell’opposizione vince ancora.
Dice bene Marcello Veneziani: “Presidente Berlusconi, sciolga la corte e riapra le iscrizioni alla classe dirigente del nostro Paese. Non perda tempo, lo faccia subito. Abbia il coraggio di tornare indietro su alcune nomine infelici, come quella di Brancher, cancelli i ministeri fantomatici, riveda i vertici del suo partito, faccia sloggiare gli abusivi, dal governo o dalle case dei preti, riconosca alcuni errori anche suoi personali e abbracci l’opera necessaria di una bonifica integrale. Si liberi dai collusi e dalle mezze calzette, o perlomeno li collochi al loro giusto rango, non ai vertici di ministeri, istituzioni e partiti”. Hai voglia che ascolti simile consiglio!
Ah, dopo Dell’Utri ora tocca a Cuffaro. I pm Di Matteo e Del Bene chiedono al giudice per l’udienza preliminare di Palermo che vengano inflitti dieci anni di reclusione all’ex governatore della Sicilia, ora senatore, dell’Udc. L’accusa è concorso esterno in associazione mafiosa, senza attenuanti. Cuffaro avrebbe messo in piedi una sorta di controspionaggio per informare i boss di indagini di polizia che li riguardavano.
E il Pd? L’opposizione. Ne parliamo un’altra volta. Preferisco concludere dicendo che ancora una volta in questi giorni abbiamo ricevuto una alta lezione di dignità, di coraggio e di rispetto delle regole istituzionali dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che oggi compie 85 anni. Auguri da parte di Fini e Schifani. Dalla Corte Costituzionale e dal ministro della Difesa Ignazio La Russa e dalle Forze Armate. Berlusconi avrà fatto gli auguri a Napolitano? Auguri Presidente Napolitano.

Ivano Maddalena

Castellamare di Stabia fa gli onori a Quagliarella. E la Germania batte i Red Lions 4-1 – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 30th, 2010

C’erano almeno un migliaio di persone ad accogliere, con striscioni e applausi, Quagliarella, unico azzurro a non aver deluso le aspettative. Sugli striscioni, le scritte “Sei l’unico vincente” e “Lippi non merita le tue lacrime”.

Incredibile! Eroicizzato a furor di popolo solo perché ha fatto il suo dovere! Ma così è l’Italia: in un gruppo di lavativi, colui che non lo è salta subito all’occhio e si guadagna la medaglietta d’oro o addirittura il titolo di Cavaliere del Lavoro.

Ora aspettiamo il nuovo CT Prandelli e speriamo che porti in maglia azzurra, permanentemente, oltre al sunnominato Quagliarella (che si è guadagnato i gradi sul campo), forti individualità del rango di Balotelli e Cassano. E io sarei anche per dare fiducia a Santon, “il nuovo Facchetti”.
Però bisogna fare giocare questi ragazzi insieme, giocare, giocare. In qualche modo, occorre trovare il sistema per organizzare più partite della Nazionale.

Intanto, la truppa multiculti di J. Löw (“Löw” significa “leone”) ha umiliato gli sdentati Red Lions di F. Capello.

Thomas Müller, autore di una doppietta contro l’Inghilterra

Il coach italiano è tra i più pagati al mondo e i tabloid inglesi si sono scatenati contro di lui, dopo che, alla vigilia del match, avevano alzato i toni contro la Germania (“Panzer”… “Vi schiacceremo come nella Seconda Guerra Mondiale…” e tutti gli altri slogan volgari e fuori luogo che sempre accompagnano questa storica sfida).
Dopo il 4-1 dei tedeschi, ho letto i commenti scritti dai cybernavigatori nostri connazionali. Non pochi di essi sono di questo tenore: “Capello, ben ti sta!” “Dove va un italiano, distrugge tutto quanto”… ecc.
Le critiche a Capello in effetti non sono ingiustificate. Guadagna 6 milioni di sterline all’anno ma propone un inflessibile 4-4-2, come se il 4-4-2 fosse una gran trovata in grado di sorprendere e stupire gli avversari. Il calcio moderno è fatto di ben altro: scambi di posizioni, terzini ed ali fluidificanti (a proposito: perché fare uscire Milner, che per 45 minuti è stata la spina nel fianco della difesa tedesca, e mettere sulla stessa fascia J. Cole, dai cui piedi non è mai partito alcun suggerimento per le punte?) e due centrali mobili in grado di fare non solo da suggeritori ma anche di interdire le azioni d’attacco degli avversari.
“Dove va un italiano, distrugge tutto quanto.” Beh, forse non è proprio così (vedi l’ottimo lavoro di Trapattoni+Tardelli in Irlanda), ma certo i coach nostrani devono fare un update cognitivo e mettersi finalmente in testa che il catenaccio è un sistema improponibile. Basta con l’anti-calcio e le partite che fanno morire dal sonno!