splash

Posted By grim on aprile 27th, 2010

La Fionda è il Blog di tutti, e proprio per questo tutti, ma proprio tutti, sono invitati a esprimere le proprie opinioni! Registrati al blog, bastano un nickname e una password, senza nessun dato personale!

Manda il tuo articolo all’indirizzo [email protected]

In alternativa, lascia un commento sul nostro Guestbook, o al termine di un Post!

Un blog senza partecipanti, non ha ragione di esistere, dunque vi invitiamo calorosamente a leggere e a scrivere sulla Fionda!

Il team della Fionda

—–OGNI LUNEDI’ ALLE 14 LA FIONDA TRASMETTE IN DIRETTA L’INTERVENTO DI MARCO TRAVAGLIO PER PASSAPAROLA. VEDI CANALE USTREAM NELLA BARRA LATERALE DEL BLOG—–

——– INVIA SMS GRATIS DALLA FIONDA! TROVI IL BOX D’INVIO IN FONDO ALLA PAGINA SULLA DESTRA ——–

 

You Are Viewing Tempo Libero

Il gay pride a Napoli – di Giovanni Carbone

Posted By fred on giugno 30th, 2010

Salutiamo calorosamente il nostro nuovo collaboratore Giovanni Carbone

Napoli, 26 giugno – C’erano 150mila persone a Napoli per il variopinto e coreografico corteo del Gay Pride, partito da piazza Cavour e giunto a piazza del Plebiscito. L’orgoglio omosessuale è sfilato nel cuore di una città che ha accolto senza pregiudizi il messaggio lanciato dagli organizzatori: “Basta omofobia”. Il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, si è detta “contenta per l’evento, svoltosi all’insegna del rispetto e della pacificazione”. Tra i partecipanti anche i gay cattolici. (ANSA).

Se da religiosi seguissimo il comandamento Ama il prossimo tuo come te stesso non ci sarebbe bisogno dei carrozzoni antiomofobia. Se, da laici, fossimo educati al rispetto per l’altro, indipendentemente da chissà quale dettato religioso, soprattutto per un bene comune, potremmo fare a meno di queste insulse volgari ed indecenti manifestazioni: accalcati sui numerosi Tir allestiti per l’occasione in fila indiana lungo il Rettifilo diretti in Piazza del Plebiscito, giovani più nudi che vestiti o sguaiatamente agghindati, piercing conficcati nei capezzoli, sui lobi delle orecchie, sui nasi, sui sopraccigli, orribili tatuaggi in ogni dove, balli falsamente seducenti, atteggiamenti spavaldi e di sfida, musica ad un volume oltre i 150 decibel…

Il tutto sotto lo sguardo di allibiti anziani, di sorpresi bambini, extracomunitari scandalizzati da un gratuito sperpero di energie, amareggiati a pensare di dover essere trattati come gli ultimi della scala rispetto a queste teste di legno reclamanti, spesso, falsi diritti. L’omosessualità è tutt’altra cosa e la modalità per chiedere il riconoscimento dei relativi diritti è lontana dai canoni della buona creanza. Insomma si chiede il rispetto per il proprio modus vivendi, dimenticando di dover rispettare il modo di vivere degli altri! Tanto può succedere solo in società malata, inquinata, condotta da una politica corrotta, collusa, sciatta, amorale… Si dirà che chi scrive è omofobo! Che grossa fandonia!

La scienza afferma: La sessualità, in ambito umano, è un aspetto fondamentale e complesso del comportamento che riguarda da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione ed alla ricerca del piacere, e da un altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse del genere maschile e femminile. L’ambito sessuale investe la biologia, la psicologia, la cultura, riguarda la crescita dell’individuo e coinvolge tutta la sua vita relazionale, oggetto di studio anche dell’etologia umana. Il termine “sessualità” quindi è riferito più specificatamente agli aspetti psicologici, sociali e culturali del comportamento sessuale umano, mentre col termine “attività sessuale” ci si riferisce più specificatamente alle pratiche sessuali vere e proprie.

Preso atto che ogni individuo ha una propria struttura biologica e psicologica, ciascuna persona ha ovvio la facoltà di porsi in società come meglio crede tenendo presente il rispetto per il proprio ruolo e il rispetto per il ruolo degli altri, il rispetto dei contesti, della cultura dominante…

Cosa deve intendersi per ruolo: il comportamento che un individuo mette in atto nella società secondo le regole che questa gli impone onde consentire un’armoniosa convivenza.  La regola viene fuori quando occorre evitare la guerra tra le diversità.

Ogni individuo è tenuto a calarsi in un ruolo e ad adeguarsi al contesto utilizzato per la circostanza. Un conto è che mi vesto per andare in un locale notturno, un conto è che mi vesto per andare in Chiesa, nella Moschea, nella Pagoda, a teatro o in discoteca. Sono contesti diversi. Rispettare i contesti significa evitare a chi li controlla di dover imporre regole spesso ritenute ostili. Un datore di lavoro deve tenere coeso il gruppo degli addetti, frenando l’individualismo, selezionando regole calzanti a tutti.

La strada, la piazza sono contesti delicatissimi, dove non è vero che tutto è possibile. Qui gli uomini inevitabilmente si confrontano e previo il rispetto reciproco mantengono a ragion veduta l’equilibrio. Lì dove si pretende di fare apertamente i propri bisogni non importa quali, nascono segni d’intolleranza, tensioni che possono sfociare in tafferugli… Insomma ad una provocazione corrisponde una reazione. Se io lascio lo sportello della macchina aperto facilmente ci sarà chi la saccheggia, chi me la ruba, specialmente in alcuni contesti, in alcuni luoghi… Allora più che di omofobia, una smodata ed illogica paura, si potrebbe parlare di intolleranza di un fenomeno esageratamente ostentato in contesti poco raccomandati.

Il messaggio “Basta omofobia” per le strade delle città sembra piuttosto una provocazione. Vedete chi siamo? Tutti lo possiamo essere, possiamo ciascuno essere quello che vogliamo con trasparenza e non dobbiamo dar conto a nessuno. Vogliamo anche il riconoscimento dei nostri diritti! Grazie a San Gennaro a Napoli, come sempre tappezzata di rifiuti sotto gli occhi di sgomenti turisti, la manifestazione è stata pacifica. In un’epoca di degrado non mi meraviglia! Si proponga lo stesso raduno in un contesto diverso, per esempio in un luogo islamico! Non che lì sono tutti omofobi e nessuno è omosessuale. Forse siamo all’opposto. Sotto le coperte tutti possono fare quello che meglio credono. Ci mancherebbe altro! Noi diremmo: son tutti ipocriti!

Considerato opportuno il riconoscimento dei diritti che nascono tra le unioni di individui di egual sesso, e che l’ottenimento può arrivare non dallo sprovveduto e già martoriato popolo, ma dai vertici di Stato e Chiesa, troppo presi per il momento dai loro ambigui interessi, dobbiamo convenire: sarebbe stato più conveniente concentrare i manifestanti e i partecipanti per esempio nel capiente stadio San Paolo dove liberamente esprimersi senza provocare contrasti, turbamenti, fobie tra i dissidenti loro malgrado. Sarebbe stata meglio apprezzata una formale e ben articolata richiesta indirizzata agli organi politici, competenti a dare risposte convincenti.

Ancora qualche considerazione. Perché dire ai bambini che Babbo Natale è un personaggio delle favole? Perché far scegliere al bambino i giocattoli per l’Epifania? Una delle fasi dell’età evolutiva e quella relativa alla magia. Perché negargli il valore delle favole, dei sogni, delle emozioni? Perché svelargli le nostre pure spesso false verità? Perché, per analogia, mostrare gratuitamente ad un giovane in erba attraverso il variopinto e coreografico corteo del Gay Pride un aspetto della sfera sessuale senza una sua specifica richiesta, in un momento della sua delicata sfera sessuale? Perché annientare, con le nostre perversioni, l’importanza del corteggiamento, della spontanea attrazione per non importa chi? Perché costringere poi chi si appropria a fatica di una propria scelta a lottare per confermarla, perché scorrettamente non condivisa? Mettiamo: giochiamo a nascondino ma i posti dove nascondersi sono visibili. Che gioco è? Non c’è gusto a giocare. La vita in alcune sue tappe è anche magia, gioco, fasi utili a sviluppare una criticità che prepara l’uomo a saper scegliere. Lasciare a tempo debito l’individuo a vagare nel mistero, nell’innocente malizia, a trasgredire nei limiti, a scoprire da solo cosa si nasconde dietro l’angolo significa fargli conquistare gli spazi riconosciuti idonei alla sua esistenza.

È proprio necessario arrivare al traguardo cumulando ferite più importanti dello stesso risultato? Il mio suggerimento? Meno cortei e più leggi adeguate.

27 giugno 2010 Giovanni Carbone

L’uomo di Cosa Nostra – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 29th, 2010

Ecco il contenuto, è brevissimo:

http://www.marcellodellutri.it/

(“sito momentaneamente offLine”)

Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga

Posted By Tom on giugno 27th, 2010

Due anni dopo

Siamo nel 1969. Folk beat n. 1 non ottiene successo e vende poco; di certo Guccini non si aspettava chissà quale successo, dato che la registrazione del primo album viene vissuta dal cantautore come una semplice occasione per curiosare in una sala d’incisione professionale: non c’era sicuramente nessuna intenzione di intraprendere una carriera musicale. Proprio per questo Francesco è sorpreso quando gli viene proposto di incidere un secondo album. Fortunatamente (per noi) accetta e così a novembre viene inciso il disco presso gli studi di Carlo Alberto Rossi, il compositore e produttore discografico, scomparso ad aprile; l’album, pubblicato nel 1970, si chiamerà semplicemente Due anni dopo (dall’ultimo album) e, come nel precedente, il cantautore si firmerà solamente Francesco.

Ascoltando Due anni dopo, si capisce che si tratta di un album di transizione. Siamo ancora lontani da Radici, l’album del successo inventivo e musicale gucciniano, ma sicuramente lo stile dylaniano di Folk beat n. 1, i cui brani sono profondamente segnati dall’esplosione del fenomeno beat degli anni Sessanta, è superato, anche se non abbandonato. Se nel primo album vige la coerenza sia nell’impianto musicale, costruito su due chitarre e un’armonica, sia nei testi, che parlano di morte, guerra, rischio atomico (La ballata degli annegati, Auschwitz, L’atomica cinese, Noi non ci saremo), il secondo si configura come un disco composito, a riprova della transizione musicale che Francesco sta vivendo.

Certamente il folk revival di Bob Dylan e Joan Baez continua a influenzare Guccini, il quale, appunto, chiama Deborah Kooperman alla chitarra, l’amica folk-singer americana, il cui contributo si sentirà soprattutto nel fingerpicking, caratterizzante pezzi come Vedi cara e La verità. Ma alla chitarra acustica, che rimane comunque dominante, si aggiungono fisarmonica, flauti, corni, clavicembalo, arpa e addirittura una piccola orchestra di violini. Inoltre la presenza di Giorgio Vacchi (direttore di coro ed etnomusicologo, scomparso nel 2008), chiamato per curare arrangiamenti e dirigere i turnisti, mostra come l’interesse antropologico di Francesco per la musica popolare inizi a farsi vivo.

Leggendo i testi si nota come Francesco punti su ambientazioni private, abbandonando le canzoni di protesta dei suoi inizi, con l’unica eccezione di Primavera di Praga (vedi sotto), e aprendo il lungo periodo di riflessione intimista: solamente con l’album Parnassius Guccinii (1993), Francesco riprenderà aperta posizione contro la società del tempo. In Due anni dopo troviamo così tre acquerelli di ispirazione francese, Lui e lei, Il compleanno e Ophelia (la poetica giovanile di Francesco era influenzata anche dai chansonniers francesi, quali Brassens e Brel, come dimostra la copertina di Folk beat n. 1, dove l’ascendenza francese è presente nella sigaretta fumante tra le dita di Francesco), un ritratto (L’ubriaco), che dà inizio alla serie dei gucciniani personaggi emarginati nei quali si rispecchia l’io narrante, e un omaggio/parodia alle tonalità blues (Al trést), brano cantato in modenese, per contrapporsi alla dilagante americanizzazione del tempo.

Un disco composito, quindi, in cui, però, si sviluppa uniformemente il topos dell’inesorabile scorrere del tempo, che verrà costantemente ripreso nei successivi capolavori: così, mentre la ragazza de Il compleanno non realizza che gli anni della sua giovinezza scivolano via, il tempo scorre indifferentemente in Per quanto è tardi, si trasforma in noia in Giorno d’estate e “metro per misurare la maturità mancata” nella title-track. La domanda sui giorni andati diventa così l’ossessione e l’anelito gucciniani, caratterizzando in modo così peculiare il percorso esistenziale e artistico che il cantautore vive e continuerà a vivere direttamente in prima persona in un costante mettersi alla prova.

Primavera di Praga

Come detto sopra, Primavera di Praga è l’unico brano di protesta in un album che vira progressivamente verso il privato. Considerato la continuazione ideale di Auschwitz, la canzone è la più conosciuta dell’album e ben presto si attesterà come manifesto della canzone d’impegno sociale e politico.

Il contesto storico richiamato dal brano è uno dei più cupi della Guerra fredda. Mentre l’Italia sta vivendo le contestazioni, la strage di Piazza Fontana, con il successivo avvio della “strategia della tensione”, l’autunno caldo del 1969, nel mondo si volgono la massacrante guerra in Vietnam e il Maggio francese. Nella Cecoslovacchia comunista, intanto, Alexander Dubček, segretario del Partito comunista cecoslovacco, dalla fine del 1967 intendeva attuare il “socialismo dal volto umano”, una vera e propria liberalizzazione e democratizzazione della politica e della società. Il florido periodo, definito “Primavera di Praga”, verrà poi arrestato dall’invasione sovietica avvenuta tra il 20 e il 21 agosto.

La cupezza del periodo è ben trasmesso dalla parole del brano e dal lento e straziante attacco iniziale:

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma già dalla seconda strofa la lentezza straziante iniziale viene sostituita da un improvviso sconvolgimento di scena

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Il terrore è un grido, ma non un grido liberatorio: un grido breve e soffocato dalla violenza della “fiamma”. Guccini si riferisce sia alla violenza dell’invasione, sia al sacrificio di Jan Palach, il giovane studente di filosofia, che, la sera del 16 gennaio 1969, all’inizio della grande Piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco, morendo poco dopo in ospedale. I tentativi di infangare la sua memoria da parte del regime sovietico non sono però riusciti a nascondere il vero motivo del gesto disperato e una folla di 600 mila persone assistette al suo funerale. La lentezza straziante riprende nella terza strofa, raccontando la violenza minacciosa dell’invasione:

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

La disperazione delle precedenti strofe rivive nel dolore che brucia le strade, ma soprattutto nel grido necessariamente silenzioso dei muri della città, riprendendo così il grido della folla smarrita della seconda strofa, anch’esso silenzioso, ed evocando la repressione del regime. Il ritmo si rifà incalzante nelle due strofe successive, dove il cantautore mette in parallelo il triste suicidio di Jan Palach alla condanna a morte sul rogo per eresia di Jan Hus, filosofo ed ecclesiasta pauperista, nazionalista e antigerarchico del primo Quattrocento:

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Le ultime due strofe, infine, come un finale grido liberatorio, descrivono alla perfezione il disagio individuale di un sopruso collettivo, anche grazie a un efficace “Dimmi chi” a inizio di ciascuna strofa, che permette l’interazione diretta con l’ascoltatore, spezzando il muro di confine tra narratore, narrazione e vicenda:

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Il brano si chiude così con la speranza di una città, che continua a essere muta, ma che ha lo stesso la forza per accompagnare il corpo del giovane Jan. La canzone assurge presto a manifesto contro ogni tipo di totalitarismo e di dittatura reprimente, non solo diventando canzone-simbolo dei giovani occidentali, ma perdurando oltre il contesto contingente e affermandosi come grido (questa volta non muto e represso) di libertà e speranza.

P&L
Tom

Testo completo
Primavera di Praga, live @ Bologna, 1990

Il sogno assurdo – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 25th, 2010

Ho fatto un sogno assurdo.

Ho sognato che era il 2010, al governo c’era ancora Berlusconi e la nostra Nazionale di calcio veniva eliminata da Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia.

Ahahahah! Immagina un po’ tu!

Ora accendo il computer e… ehi, ma cosa scrivono i giornali?

Italia, che vergogna! Fuori e ultima nel girone. Azzurri battuti 3-2 dalla Slovacchia: non uscivano al primo turno dal ‘74

Mafia pizza e mandolino

Johannesburg, ieri sera alle 18:30. “Mi assumo completamente le responsabilità di tutto, delle scelte e di come ho schierato questa squadra in queste tre partite.”
A pronunciare tali parole è Marcello Lippi, CT (ormai ex) della Nazionale italiana di calcio e padre di Davide.
Vabbe’, Lippi,
ora parli così; ma che ce ne facciamo noi delle tue scuse? Te lo avevamo detto, no, che dovevi portare in Sudafrica ben altri giocatori e non questi nonnetti cotti e questi quattro giovani raccomandati? Invece hai voluto fare il testardo, te ne sei fregato dei numerosi tifosi (molti dei quali lavorano per 1000 euro al mese o anche meno e avrebbero dunque se non altro il diritto di divertirsi guardando le partite degli Azzurri) e hai colto l’occasione per regalare una lussuosa vacanza-premio ai protegé del tuo spermium.
Lippi, ascolta il consiglio che ti dà un tuo connazionale: prendi il primo aereo per gli Emirati Arabi (oppure vacci con il tuo yacht) e non farti vedere mai più in Italia. Il tuo nome ormai è divenuto sinonimo di
esimia testa di cazzo. Non ci credi? Fatti un girettino per i bar o per le websites in cui si parla la lingua di Dante…

Scrive Fabrizio Bocca su La Repubblica: “Peggio della Corea. La più brutta Nazionale di sempre”.

Nel girone più facile dei mondiali sudafricani abbiamo ottenuto due pareggi con Paraguay e Nuova Zelanda e perso con la Slovacchia. Chiudiamo dunque ultimi in classifica. Non è un fallimento, è uno sprofondo azzurro imputabile a tanti. In questi casi non deve pagare una sola persona, il ct nella fattispecie, devono dimettersi tutti: a cominciare dai vertici della federazione, primo fra tutti il presidente Abete, che questa spedizione ha guidato. E’ stata una delle più brutte nazionali di sempre. Anzi la più brutta.” (Link all’articolo)

La chiesa romana riabilita “Blues Brothers” – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 22nd, 2010

Ci ha messo un bel po’ il Vaticano a capire quanto di buono e di “cattolico” ci sia in The Blues Brothers, la celebre commedia d’azione di John Landis. La “riabilitazione” arriva solo adesso attraverso le pagine de L’Osservatore Romano… a 30 anni di distanza da quel 16 giugno 1980 in cui il film debuttava nelle sale cinematografiche.

L’organo ufficiale del Vaticano è andato alla ricerca di prove della “cattolicità” della pellicola, e così scrive: “…gli indizi” (quantomeno gli indizi) “non mancano in un’opera dove i dettagli non sono certo casuali. A iniziare dalla foto incorniciata di un giovane e forte Giovanni Paolo II nella casa dell’affittacamere – dall’accento siciliano e vestita di nero, dunque cattolica – di Lou ‘Blue’ Marini. [...] A fianco dei piccoli e della Pinguina (la madre superiora dell’orfanotrofio), i fratelli Blues sono capaci di toccanti attenzioni: così Elwood non si dimentica di una terribile crema al formaggio commissionatagli da un anziano amico. E nulla antepongono – Elwood, il più galante, rinuncia persino all’avventura con una fascinosa signorina – alla missione per conto di Dio”.

Amen. E ora torna a mettere su quel disco di blues!

Vedi una celebre sequenza del film
The Blues Brothers on IMDb.com bluesbrothers.jpg


Infos in italiano sul film, sugli attori, sui musicisti, ecc. (Wikipedia)

The story

Tutto inizia con Jake Blues (John Belushi, R.I.P.) che esce di prigione. Ad attenderlo c’è suo fratello Elwood (Dan Aykroyd), venuto a prenderlo con la “Blues-mobile” (una macchina di polizia, una Dodge Monaco del ‘74, riciclata)… E noi assistiamo al primo dei dialoghi divertenti del film, tutti divenuti molto noti.

- Che è questa? – chiede Jake.

- Questa che?

- Quest’auto. Che cavolo significa? Dov’è la Cadillac? La Cadi! Dov’è la Cadi?

- La che?

- La Cadillac che avevamo una volta: la Blues-mobile!

- Ah, l’ho cambiata.

- Hai cambiato la Blues-mobile con questa ?!

- No, con un microfono.

- Con un microfono ?!? – (Pausa di riflessione.) – Va bene, hai fatto bene.

I fratelli Blues indossano vestiti neri, cravatte e cappelli neri, occhiali neri, ed hanno i propri nomi scritti a biro sulle dita delle mani. Presto, si trovano impegnati in una “missione”: trovare cinquemila dollari per pagare le tasse dell’orfanotrofio in cui sono cresciuti e così salvarlo dalla chiusura coatta. Per riuscirci, dovranno rimettere in piedi la loro vecchia blues band, composta da musicisti che nel frattempo si sono inventati altre occupazioni e che non hanno la minima voglia di rimettersi in gioco. Ma c’è una “missione per conto di Dio” nel mezzo, e il gruppo risorge. Tra un’esibizione e l’altra, con turme di poliziotti, una falange di neonazisti e un’ex fidanzata eternamente alle calcagna di Jake, i fratelli Blues passano da epici inseguimenti a cataclismi vari, ma si rialzano sempre spolverando i loro vestiti neri, come niente fosse.

John Belushi e Dan Aykroyd rimasero fedeli al loro gruppo e, oltre a partecipare a una serie di incisioni (la musica della Blues Brothers Band, che consiste in appassionate cover di brani soul e rythm’n'blues, vende ancora tantissimo…), insieme a Lou Marini, Matt Murphy, Tom Malone, Donald Dunn ecc. andarono in tournée. Ma la formazione capitanata da Belushi & Aykroyd esisteva ben prima del film, come testimonia questo video girato nel 1978 all’Universal Amphitheater di Los Angeles.

Leggi anche: Il Vaticano “perdona” i Beatles

Vendesi in Sicilia casa dell’occultista Crowley – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 20th, 2010

E’ soltanto un rudere, abbandonato da decenni e inviso da molti cittadini di Cefalù. Eppure, di sicuro non mancherà di attirare rock stars e occultisti e satanisti di diversa derivazione, come ipotizza anche questo articolo in inglese.

Stiamo parlando della famigerata “Abbazia di Thelema”, la casa abitata negli Anni Venti dal discusso occultista inglese Aleister Crowley, conosciuto anche come la “Grande Bestia” e ideatore di una dottrina incentrata sulla magia a sfondo sessuale.

L’annuncio di Casabella Immobiliare recita: ”Vendesi edificio di valore storico-artistico in località Santa Barbara, presso Cefalù”.

Sul suo sito l’agenzia precisa che si tratta di ”una casa indipendente a piano terra con ampio giardino. Totalmente da ristrutturare”. A corredo ci sono anche alcune immagini dell’abitazione e degli interni.

”Abbiamo ricevuto moltissime richieste da ogni parte del mondo” spiegano a Casabella Immobiliare. Nella lista dei possibili acquirenti in testa ci sono tedeschi, inglesi e svizzeri, ‘’solo una decina le proposte dall’Italia”.

Il prezzo di vendita è di un milione e 500mila euro. Trattabili ovviamente, “anche se un dottore di Firenze” informa l’agente immobiliare ”si è detto pronto ad acquistarla subito”.

Un dottore? Magari chirurgo? E proprio di Firenze?

Strano…

Sesso in carcere; arresti in vista per Berlusconi? – dal blog MONDO LIBERO

Posted By fred on giugno 18th, 2010

Lo apprendo da libero, ma la proposta è stata avanzata dagli studi di Radio2, dalla sottosegretaria alla giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati, di solito libero è bene informato sulle iniziative dei sottoposti del caudillo e questa notizia mi ha messo di buon umore, mi ha dato speranza.
Vuoi vedere che Mavalà non riesce più a tamponare le malefatte del caudillo?
Adesso che le indagini toccano il suo braccio destro, Gianni Letta, il suo cardinale Rchelieu della politica, probabilmente ci dobbiamo aspettare delle sorprese.

Il caudillo è uno che pensa a tutto, se proprio dovrà andare in carcere è meglio cautelarsi, fare proposte costruttive,  ed allora ecco la proposta della Maria Elisabetta Alberti Casellati: [...] clicca qui per leggere su MONDO LIBERO tutto il testo

Aunque la mona se vista de seda, mona se queda. (“Anche se una scimmia si veste di seta, resta una scimmia.”) – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 17th, 2010

Peter Parisius ci ha inviato nella nostra casella e-mail ([email protected]) un piccolo ma interessante contributo sulla clamorosa Debacle mondiale della Spagna, che riportiamo di seguito:


Fernando Torres in Spagna-Svizzera 0-1. Le "Furie Rosse" sono state matade al loro esordio nel Mondiale sudafricano. Hopp Schwiiz!

Stupenda prestazione di tutti gli elvetici, in primis del loro numero uno Diego Benaglio – che a livello di club difende la porta del Wolfsburg, nella Bundesliga. (In Italia Benaglio farebbe la sua porca figura in una squadra con ambizioni europee, tipo Napoli o Fiorentina…)

Il vantaggio dei rossocrociati arriva con Fernandes (un giocatore di origine spagnola?!? No: capoverdiane).

A una decina di minuti dalla fine, gli svizzeri sfiorano addirittura il raddoppio colpendo il palo con il vivace attaccante turco-elvetico Derdiyok (anche lui di stanza in Germania). E, nell’orgasmo del finale, con l’arbitro che concede un po’ troppi minuti di recupero agli iberici, sul forum di it.eurosport.yahoo.com arrivano questi due messaggi:

“Siamo Italiani che lavorano in un ufficio a Lugano. Forza Spagna, vi prego non fate vincere questi mungimucche elvetici.”

“Vivo in Spagna e mi fa piacere vedere che in Italia si tifi per la Svizzera, perchè sti “toreritos” del ciufolo non perdono mai occasione per criticare l’Italia. Forza Svizzera.”

Il disinformatore – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 5th, 2010

Nella giornata di ieri mi sono imbattuto in una interessante pagina di facebook, http://www.facebook.com/pages/La-fionda-durto/116386241715095?ref=ts#!/pages/RADIAMO-VITTORIO-FELTRI-dallORDINE-dei-GIORNALISTI/131350553547514?ref=mf, che auspica una pronta radiazione, una volta per tutte, di Vittorio Feltri dall’Ordine dei Giornalisti, a seguito della stomachevole prima pagina de “il Giornale”di Martedì 1 Giugno.

“ISRAELE HA FATTO BENE A SPARARE” recitava l’apertura a caratteri cubitali.

Mentre il mondo intero si raccapriccia dell’accaduto, quando lo stesso governo Israeliano se ne rammarica, pur con riserve, solamente Feltri osa ostentare pubblico gaudio, in lui suscitato dalla morte gratuita di diciannove esseri umani. Ma come, condanna l’aborto in quanto omicidio, mentre gode dei massacri e degli omicidi perpetrati da azioni di squadriglia?

Bastoni contro mitraglie, membri dell’ONG per la pace supini nei bagni, con la nuca forata dal piombo. Le informazioni che ci pervengono ufficialmente sono ancora confuse, impietose immagini in un quadro inorganico; ma Feltri c’era, era su quella nave, dunque sa, e quindi può.

Può usare il giocattolo della famiglia Berlusconi per calpestare la morte, e con essa la sua inseparabile compagna vita; può gioire della morte dei pacifisti, mentre piange per i soldati che cadono in guerra; semplicemente può attirare su di sé le attenzioni mentre il Governo si rotola nella melma come un suino.

Feltri, da buon giornalista com’è, infine, non racconta un fatto, ma la sua opinione su quel fatto; al di là della scabrosità della stessa, le opinioni del direttore andrebbero riservate per l’editoriale, non certo per l’apertura della prima pagina. Giornalismo, cronaca, informazione, tutti vocaboli assenti nel personalissimo Devoto-Oli di Vittorio Feltri.

Vittorio Feltri, il manichino dell’anti-politica italiana, il sommo non-giornalista, il disinformatore, uomo completamente asservito al potere, viene talvolta spacciato per l’Indro Montanelli dei giorni odierni. Al di là della scarsa stima che lo stesso Montanelli nutriva per il Vittorio delle Libertà, la prova dell’oceanica distanza che li divide è data dalle dinamiche che portarono il secondo alla successione del primo nella direzione de il Giornale. Montanelli fu cacciato perchè non asservibile, e sostituito proprio da Feltri, in quanto dalla facile addomesticabilità.

Cos’altro attendersi, d’altra parte, dall’avvocato mediatico di un uomo che, noncurante della sua carica Istituzionale, a più riprese giustifica l’evasione fiscale (il video dell’intervista in cui si sente “moralmente autorizzato ad evadere” http://tv.repubblica.it/piu-visti/settimana/mi-sento-moralmente-autorizzato-ad-evadere/48181?video&pagefrom=1), salvo poi smentire, in preda di un attacco di schizofrenia o panico, di aver mai esternato certe assurdità; quello stesso uomo che replica a un sondaggio con un altro sondaggio, e dopo aver chiamato menzognero uno, e baro l’altro, riaggancia il telefono, senza attender replica, in diretta televisiva nazionale; un Presidente del Consiglio che attacca il telefono in faccia a tutti i suoi cittadini, è uno dei tanti emblemi di questi anni di democrazia malsana, insieme a tutti i Vittorio Feltri del caso e del momento.

Tornando allo scopo della pagina facebook di cui sopra, la radiazione di Feltri è dovuta per questo, e altri episodi che hanno costellato la sua comoda carriera. Non è più tollerabile uno sparviero che si serve di un giornale per dare in pasto al pubblico inferocito tutti i nemici del presidente, tutti gli oppositori; l’attacco personale, lo sputtanamento privato, rappresentano il suo unico modus operandi. Tutto ciò che è contrario alla pratica del giornalismo, Feltri puntualmente lo fa.

Diciamo che Feltri sta al Giornalismo, come Berlusconi sta alla Giustizia.

Ovvero, quando la Giustizia ci libererà da Berlusconi, il Giornalismo ci libererà da Feltri.

Allora cominciamo il conto alla rovescia, e aspettiamo il grande giorno.

WOOOLFTAIL

Antologia; Dio è morto

Posted By Tom on giugno 4th, 2010

La canzone è stata scritta da Guccini nel 1965, ma fu portata al successo, come altri brani del giovane Francesco, dai Nomadi, che la incisero per la prima volta nel 1967 su 45 giri e poi, nello stesso anno, nell’album “Per quando noi non ci saremo”. La celebre canzone fui poi interpretata anche da Caterina Caselli nel suo album “Diamoci del tu” e la fama del pezzo fu tale che nel corso degli anni fu cantata anche da Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e Ligabue. “Dio è morto” è stata la prima canzone depositata alla SIAE a nome di Francesco Guccini, ma, nonostante questo, non fu mai incisa in studio dal suo autore: la troviamo, cantata da lui, solamente negli dischi live “Album concerto” del 1979, “…quasi come Dumas…” del 1988, “Guccini live collection” del 1998 e “Anfiteatro live” del 2005.

“Dio è morto”, per cui Guccini, come lui stesso ha dichiarato, si è ispirato a “Urlo”, poesia di Allen Ginsberg, è la canzone che meglio rappresenta lo spirito di quei giovani che dalla fine degli anni Sessanta si univano nei grandi movimenti di contestazione e protesta: lo spirito di rovesciamento e rinnovamento radicale di una società controllata che non poteva più rappresentarli. Il soggetto della canzone, di fatti, è “la gente della mia età”, “questa mia generazione”; il giovane Francesco, con lo stesso effetto ottenuto già in altre canzoni, come “Noi non ci saremo”, incarna la duplice figura di narratore e di protagonista dei suoi testi, coinvolgendo subito l’ascoltatore e rendendolo partecipe di un storia inevitabilmente comune.

La generazione che ci presenta il cantautore nella prima strofa esprime tutto il disagio di un contesto storico in cui i giovani erano perduti “a cercare il sogno che conduce alla pazzia”, “nella ricerca di qualcosa che non trovano”. E così, “dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanze da pastiglie trasformate, lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città”, il brano ci descrive un’atmosfera collettiva che, richiamando il l’evasivo mondo dell’alcol e della droga, si marginalizza di fronte alla “nostra stanca civiltà”.

Ed è proprio questa stanca civiltà che, nella canzone, ha portato alla morte di Dio. Una morte che denuncia apertamente “tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto”. Un brano, quindi, che porta la canzone di protesta italiana oltre le tematiche tradizionali del pacifismo e che non solo si oppone fortemente all’autoritarismo dei “campi di sterminio, dei miti della razza e degli odi di partito”, ma anche ai modelli comportamentali che hanno unito e uniscono questi stessi autoritarismi fascisti e partitocratici dell’arrivismo, del carrierismo e del conformismo, e che inficiano alla società stessa, società in cui Dio viene lasciato morire “ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate” per fare posto al falso moralismo, al consumismo e all’edonismo.

Ma Guccini non si ferma al momento della negazione, e nell’ultima strofa, passa all’affermazione della necessità di un rinnovamento spirituale e morale, prima che sociale e politico. Come lui stesso ha dichiarato (“Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente”), non c’è retorica nella fiducia e nella speranza che infondono gli ultimi versi, che, anzi, ci aprono gli occhi su una generazione, all’inizio presentata come incerta, “preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi”. E non c’è retorica neanche nella resurrezione di Dio, resurrezione che, a fronte della morte proveniente dalla decadenza morale della società esterna, nasce dentro ciascuno di noi, cioè nella volontà individuale-collettiva della rinascita etica, “in ciò che noi crediamo, in ciò che noi vogliamo, nel mondo che faremo”.

Guccini chiude così una canzone che, con il suo ritmo incalzante, continua ad avere fortuna ai giorni nostri per la sua estrema attualità. Il mondo immorale che descrive il giovane Francesco non sembra così distante dal nostro, così come non dovrebbe sentirsi distante il bisogno di rigenerazione auspicato e sperato del brano. Brano che, a causa dell’apparente blasfemia del titolo, ha pure dovuto subire la censura della Rai; una Rai ottusa e avvezza solamente a compiacere le gerarchie ecclesiastiche. Le quali, invece, si dimostrarono ben più intelligenti: non solo fu trasmessa da Radio Vaticana, ma Paolo VI in persona apprezzò il brano, che di anti-religioso non presentava proprio niente. Ancora una volta Guccini cadeva vittima di una stereotipizzazione, inevitabile nel periodo dei blocchi contrapposti, che lo voleva politicizzato. Ma nei brani di Guccini la politica dei partiti e delle fazioni parlamentari è assente. Lui parla di politica in senso lato, delle costruzioni sociali e dell’intreccio morale di queste, denunciandone decadenza e squallore. E proprio per questo “Dio è morto”, che esprime al meglio tutto ciò, sopravvive ai decenni e alla piccola politica, trovando attualità e fondamento tutt’oggi.

P&L
Tom

Testo completo
Dio è morto, live @ RTSI, 1982