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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Diario di viaggio – Rwanda, estate 2010 – Capitolo I

Posted By Tom on settembre 21st, 2010

Inizio qui il racconto, a capitoli, della mia esperienza in Rwanda, piccolo Stato centrafricano. Ho voluto tenere un diario di viaggio, per poter poi condividere l’esperienza con voi e descrivere impressioni ed emozioni, persone e storie e raccontare quello che ho visto e provato. Ho avuto comunque difficoltà a verbalizzare quello che ho vissuto laggiù e non ci sono comunque riuscito al meglio, ma spero possiate apprezzare lo stesso questo diario di viaggio.

Io e un’altra volontaria, Caterina, membri della onlus novarese Turi kumwe, abbiamo creato un progetto di insegnamento dell’inglese e animazione pomeridiana ai bambini sieropositivi, ospitati in una struttura gestita dalla congregazione delle suore Amiche dei poveri, sostenute da Turi kumwe. Per tre settimane, periodo di vacanza da scuola per i ragazzi, abbiamo messo in pratica tale progetto che è riuscito molto bene! Ovviamente, dato che siamo rimasti più di queste tre settimane, dal 27 luglio al 24 agosto, abbiamo avuto modo di conoscere persone e visitare un po’ di Rwanda. Oltre che un’esperienza formativa a livello personale, è stato un progetto utile anche per la onlus, che non aveva mai mandato volontari sul campo fino a quest’anno. Per maggiori informazioni sulla onlus e i suoi progetti e in particolare per il resoconto del progetto realizzato quest’estate da me e Caterina, vi rimando al sito della onlus: http://www.tkonlus.org/

I nomi delle persone e dei luoghi rwandesi legati a Turi kumwe sono inventati o abbreviati.

Peace
Tommaso Petrucci

Capitolo I, l’arrivo

Solamente quando si parte per un lungo viaggio ci si rende conto di quanto possa mancare casa e di quanto ci si senta legati al proprio piccolo mondo domestico, fatto di famiglia, amici, frequentazioni e ambienti costanti e ripetitivi. Non posso allora non notare come quel sentimento di radicamento e attaccamento al territorio e alle relazioni personali, che tanto vedo vivere nella politica, nella cultura, nella mentalità della mia provincialotta terra natale, è come totalmente assente in me. Cosa ci spinge a rimanere o ad andarsene? Cosa ci spinge a restare ciechi e accontentarsi dei confini territoriali, che, in un modo o nell’altro a lungo andare, diventano mentali, o ad andare oltre, semplicemente oltre la leopardiana siepe e oltre se stessi, per scoprire il nuovo, il diverso, l’altro, e non fermarsi mai? Una risposta non c’è. Ma io credo che solamente il contatto continuo con, appunto, il nuovo e il diverso si possa arrivare ad un’autentica conoscenza e comprensione di se stessi; viviamo costantemente in una complicata rete sociale, costruita su rapporti superficiali e profondi, formali ed informali, voluti e capitati, omosessuali ed eterosessuali, personali e istituzionali, familiari e sociali, professionali e di amicizia, di amore e di scontro, con altre persone: sono fondamentali, perché è grazie a questi rapporti che cresciamo e maturiamo, ogni volta in cui avvengono il confronto e il paragone con l’altra persona e cioè quando possiamo ritrovare noi stessi negli altri e riconoscerci (oppure no), come uno specchio che ci dicesse “guarda che tu esisti e non potresti esistere senza gli altri”. Ma quanto altro c’è nelle persone intorno a noi? Poco o nulla; nella comunità in cui ciascuno di noi è cresciuto tante sono le cose accomunanti e alla fine condizionamenti esterni ed interni ci rendono del tutto simili. L’altro, il diverso, il nuovo è possibile trovarlo solo a migliaia di chilometri di distanza…

Questi i pensieri che mi tenevano compagnia durante il volo verso Kigali. E solamente mentre sorvolavo il deserto del Sahara, ho iniziato a realizzare che per un mese (comunque troppo poco!) sarei vissuto in Africa; già ho dovuto rimandare di una settimana la mia partenza: tanto mi ci è voluto per ottenere il visto (promesso in realtà in tre giorni), necessario per entrare in territorio rwandese. Quindi quante aspettative! Quanta voglia di atterrare! Un piccolo sogno che si realizza, lontano dalla malata società occidentale, sempre frenetica, viziata di un’ansiogena fretta, utile solo per poter assecondare bisogni inutili e indotti da un sistema vergognosamente consumistico, che ricerca collettivamente il profitto individuale a discapito del proprio vicino; una società così ipocritamente moralista, in cui un feticcio come il crocefisso vale di più dell’intima fede religiosa; in cui quel tipico sentimento borghese quale la vergogna cova dentro di noi sin da quando nasciamo e ci trasforma in esseri repressi e spaventati e paurosi del peccato, religioso o laico che sia, non fa alcuna differenza; in cui essere di destra vuol dire essere berlusconiano o leghista ed essere di sinistra vuol dire non potersi riconoscer in alcuna forza politica; in cui migliaia di persone, ogni giorno, dopo il lavoro, si recano (in macchina!) in palestre dove, tramite mostruosi attrezzi di metallo, credono di fare vero sport, quando invece di sportivo c’è ben poco in attività alienanti, praticate per raggiungere un modello fittizio e inesistente di perfezione fisica, attività che piano piano smettono di essere un mezzo, ma diventano il fine; in cui l’apparenza regna e i giovani si distinguono in fighetti, tamarri, truzzi, pariolini, sancarlini, alternativi, punkabbestia, rasta, intellettualoidi, etnici, rockettari, metallari, emo, rapper e a voler più precisione, ognuno di questi termini ha una propria sfumatura di significato e potrebbe essere declinato in altre sotto-categorie, e alla fine non si è più se stessi, ma si è i vestiti che si indossano. Sì lo devo ammettere, c’è tanta insofferenza in me verso questa società; non è bello affatto, perché, così, non si riesce ad apprezzare quello che si ha. “Chissà cosa mi aspetta allora una volta in Rwanda: un’Africa ancora “tradizionale”? Un’Africa povera? Un’Africa già globalizzata? Uno specchio nero dell’Occidente?” Non lo sapevo ancora. Dovevo solo aspettare e presto lo avrei scoperto. Ma non avevo alcuna pretesa, né dai luoghi, né dalle persone e questa era la sola cosa importante. Sapevo solo che sarebbe stato diverso. E questo mi bastava.

La spia rossa sopra la mia testa improvvisamente si accende, ci siamo, le cinture vanno allacciate, si atterra dopo circa dodici ore complessive di viaggio, compreso lo scalo a Bruxelles. Tanto velocemente l’aereo si avvicinava al suolo, tanto vertiginosamente l’eccitazione in me cresceva. Appena sono uscito dall’aeroplano la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore che c’era nell’aria che mi ha pervaso improvvisamente le narici: abbastanza indescrivibile, era un aroma intenso, carico di profumi tutti africani. Forse la terra, forse le diverse colture, forse l’odore degli Africani stessi. Al momento, eccitato com’ero, mi sembrava una miscela atmosferica misteriosa e affascinante, lontana anni luce dalle mie abitudinarie percezioni olfattive, ma allo stesso tempo vicina, perché ormai aveva raggiunto i miei nervi; come quella miscela che immaginavamo da piccoli quando ci venivano raccontate le fiabe di Alì Babà, di Aladdin e di Sherazade, che ci descrivevano un mondo magico di grotte stracolme di tesori, di tappeti volanti e di sultani e sceicchi malvagi e potenti. Ecco, quello era l’odore! Mi avvicino allora al piccolo aeroporto di Kigali e dopo aver sbrigato tutte le faccende burocratiche alla dogana, aspetto i bagagli; e mentre aspetto mi volto verso l’uscita in cerca di un viso amico che sapevo sarebbe stato lì ad aspettarmi. “Come lo troverò in mezzo a tutta questa gente?” pensai; nulla di più facile, invece: in mezzo a tutte quelle pelli marroni scuro, non sarebbe stato difficile trovare il biancore di un Europeo. Come in un negativo delle vecchie e ormai estinte pellicole delle macchine fotografiche, i colori delle persone erano capovolti: quello che usualmente era pallido ora era scuro o scurissimo e quei rari e sparsi sprazzi di nero, ora erano rari e sparsi sprazzi di rosa carne. Comunque eccola lì Caterina, l’altra volontaria, già in Rwanda da una settimana, dato che, la fortunata, aveva ricevuto in tempo il visto per la data programmata per la partenza; la nostra “avventura” stava per iniziare, dovevamo ancora pensare a tutto, ma in quel momento ero semplicemente contento di vederla. E questo mi bastava.

Saluti, baci e abbracci e Caterina mi presenta Ju, la ragazza che si occupa per tutto l’anno dei ragazzi del Centro, anche lei venuta a prendermi all’aeroporto. Un po’ in italiano, un po’ in inglese, noi tre incominciamo a comunicare tra di noi in qualche strano modo, dato che io e Caterina capivamo neanche metà delle cose che ci diceva Ju; ma soprattutto ridiamo, ridiamo di gioia, eccitazione e contentezza. Ecco, la risata era il modo con cui ci esprimevamo in quel momento: comunicavamo ridendo e ogni sorriso era una parola. Esaurita l’euforia del momento e resomi conto di quanto bella era Ju, ecco arrivare Je, cofondatore rwandese della onlus, che con un forte e lungo abbraccio mi ha trasmesso tutta la sua gioia nel vedermi… E pensare che qui da noi è sufficiente una fredda stretta di mano per presentarsi! Il calore di quell’abbraccio non era niente paragonato a quello che avrei provato nei giorni successivi. Ci avviamo verso il taxi che ci stava aspettando e subito noto che il volante è sulla destra del cruscotto; “Ma qui si guida sulla destra, come mai il volante non è a sinistra?” La risposta è semplice, ma non così scontata. Alcune automobili in Rwanda sono smerciate legalmente o illegalmente dall’Uganda, Paese anglofono, uno dei tanti che ha subito le velleità imperialistiche della regina Vittoria e che nel secolo dell’automobile ha adeguato il proprio codice urbanistico a quello inglese. Si spiega così il mistero; dietro un piccolo e insignificante dettaglio, come la posizione del volante di un’automobile, in Africa si nasconde una storia, una storia di colonizzazione e di incontro-scontro tra culture. Dopo un breve tratto di strada asfaltata, svoltiamo a destra in una larga strada non asfaltata piena di buche: la macchina è lenta e paradossalmente sarebbe stata più veloce una bicicletta, un altro capovolgimento rispetto al nostro mondo. Ma in ogni caso le valigie pesavano e, altrimenti, non avremmo potuto fare. Eravamo ormai dentro Busanza, il quartiere periferico di Kigali, dove saremmo vissuti, ma purtroppo non potevo godermi il panorama, data l’oscurità della sera. Finalmente arriviamo al Centro Urukundo, dove i sette ragazzi che vivono permanentemente lì mi accolgono con una canzone e un ballo di benvenuto, mi vengono presentate le suore responsabili del Centro, della congregazione delle Amiche dei poveri, che la onlus sostiene, e mi si mostra la struttura. Pensieri ed emozioni mi girano vorticosamente nella testa e non riesco ancora a realizzare dove sono. Tutto scorre così velocemente quella sera: presentazioni, cena, poi preparo la lezione per il giorno successivo con Caterina. Non avevo potuto farmi una settimana in più come lei, non avevo ancora conosciuto nessuno del posto, non ero neanche riuscito a vedere il paesaggio, i volti, gli edifici ed ero ancora stanco per il viaggio. Ma ero lì, a Busanza, Kigali, Rwanda. E questo mi bastava.

P&L
Tom

Per maggiori informazioni sulla onlus e i suoi progetti e in particolare per il resoconto del progetto realizzato quest’estate da me e Caterina, vi rimando al sito della onlus: http://www.tkonlus.org/

Antologia; Due anni dopo – L’albero e io

Posted By Tom on luglio 14th, 2010

Nel percorso poetico di Francesco Guccini una delle tematiche affrontate è la morte. Come l’amore (Vedi cara) e il tempo, la morte rappresenta per Francesco un anelito, che lo porta a quella riflessione intima e personale e che lo accompagnerà per tutta la sua carriera discografica. L’albero ed io tutt’oggi è la canzone che meglio esprime tale anelito, riuscendo a suscitare quelle profonde emozioni e riflessioni che tanto avvicinano l’animo dell’ascoltatore a una tematica, come la morte, così oscura e così inesorabile.

Nella prima strofa Francesco spiega subito quale tomba ospiterà il suo corpo: non la lapide (non voglio pietra su questo mio corpo), ma il fertile terreno di un albero.

Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà.
Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio

Il cantautore vede nella lapide una pesantezza insopportabile, che nemmeno dopo la morte potrebbe tollerare (perché pesante mi sembrerà). Francesco si distacca così dalla cupe ritualità di un cimitero, contrapponendovi la ricerca di giovinezza e forza e di una spinta vitale (un albero giovane e forte), che accompagni il suo corpo senza vita. Ma l’elemento più significativo che chiude la prima strofa sta proprio nel ritorno dopo la morte sotto quel cielo aperto cui l’albero tende e che rende ancora più pesante la pietra:

Voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

Non poteva mancare neanche in questa canzone lo scorrere del tempo che, nel susseguirsi delle stagioni, si intreccia con la morte immaginata di Francesco, creando così quell’effetto di eternità, coerente dopo tutto con il topos stesso del brano.

Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,
come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.

La morte, come intesa nell’immaginario collettivo, scompare. L’animo spiritualista del cantautore si esprime al meglio in queste righe nell’ipotesi di una vita oltre la morte (ancora vivo); ma non una vita trascendente o ultraterrena: anzi, una vita dormiente (nel lungo riposo, come dormendo) e terrena che trae la forza dall’esistenza del forte albero (alla pianta vicino) e che aspetta speranzosa di destarsi (starò fiducioso nel mio risveglio).

Le due righe successive, comunque, rafforzano il misticismo delle precedenti: in primavera, insieme al resto della natura, il lento sonno invernale finisce e la vita ritorna (ancora vivi saremo di nuovo), fusa oramai con la vita dell’albero (le mie dita di rami): l’ “io” e l’ ”albero” del titolo diventano una cosa sola e insieme tendono verso quel cielo così misterioso, emblema della profonda contemplazione del cantautore.

E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo
e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

È l’ultima strofa quella che meglio riassume tutta la tensione spiritualista e panteista già raccontata nel resto della canzone.

Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,
sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io
sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio

Francesco è ormai un tutt’uno non solo con l’albero, ma anche con il resto della natura, con cui l’albero stesso comunica (se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita). E nella piena vitalità estiva, dopo il lento e ascendente climax morte-riposo-risveglio-vita e inverno-primavera-estate, l’albero mostra trionfalmente la sua semplice e vitale naturalezza e, con i tratti umani di Francesco, canta, ubriaco di vita (sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita). Il brano si conclude meravigliosamente con lo stesso trionfalismo (sempre svettanti) e con la stessa tensione spiritualista (contro quel cielo che chiaman di Dio), tanto combattuta e ambigua in Francesco (così si spiega quel contro), che lo ha sempre portato a quella ricerca di infinitezza ed eternità, che caratterizza tutto il brano e che, almeno tra le note e le parole della canzone, riesce a soddisfare.

P&L
Tom

Testo completo
L’albero e io, live

BERLUSCONEIDE; FALSO IN BILANCIO NELL’ACQUISTO DEI TERRENI DI MACHERIO – CAPITOLO IV

Posted By Tom on luglio 6th, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle amnistie – capitolo IV

Chiusosi momentaneamente il libro delle prescrizioni, continua la nostra Berlusconeide con il libro delle amnistie. Infatti l’eroe di questa saga ha avuto anche la fortuna di rimanere impunito grazie ad alcune delle numerose leggi di amnistia emanate dal Parlamento italiano; ma d’altronde il numero di reati commessi da Berlusconi è talmente alto e talmente frazionato nel tempo che le probabilità di incappare in qualche amnistia sono vicinissime alla certezza. E di fatti così è stato. Sottolineo inoltre che, come per la prescrizione, il presupposto perché si possa applicare l’amnistia è la commissione del reato. Quindi Berlusconi, nel caso specifico, ha commesso il reato di falso in bilancio, per poi essere prosciolto, appunto, per l’amnistia concessa dal legislatore nel 1992.

L’inchiesta sulle irregolarità nella compravendita dei terreni intorno alla villa di Macherio (quegli stessi, di cui la ex first lady italiana Veronica Lario ha ottenuto l’usufrutto a vita in seguito al divorzio consensuale) partì dal condono tributario del 1992 ottenuto da Agostino Erba, il possidente brianzolo, venditore di tali terreni; questi, per mettersi in regola, denunciò di aver ottenuto 4 miliardi e mezzo di lire in nero per la vendita dei suddetti terreni. Per riportare i terreni al valore reale senza pagare tasse, il Cavaliere e i suoi manager avrebbero sfruttato un’esenzione fiscale introdotta dal Ministro socialista delle Finanze Rino Formica: niente imposte sulla seconda compravendita di quote sociali inferiori al 15%. Una leggina che, secondo l’accusa, sarebbe l’unica giustificazione del passaggio fittizio dei terreni attraverso le due società immobiliari acquirenti, appartenenti al gruppo Fininvest, Idra e Buonaparte II, intestate a due dipendenti e sette prestanome di Berlusconi, ribattezzati dagli inquirenti “i 7 nani”. Di qui l’ipotesi di evasione fiscale, che portò poi il Pm di Milano Margherita Taddei a indagare il nostro eroe per appropriazione indebita, frode fiscale e doppio falso in bilancio (uno per ciascuna delle società immobiliari del gruppo Fininvest). Le prove principali contro Berlusconi consistevano nel fatto che i 4 miliardi e mezzo furono versati a Erba non dalle casse delle società immobiliari, ma dai conti personali di Silvio Berlusconi e che il ricavato del secondo passaggio di quote tornò su un libretto personale (precisamente il numero 1957) del Cavaliere. L’impianto accusatorio della Procura era semplice: “Che ragione c’era per ricorrere a quei marchingegni contabili, se non per nascondere qualcosa, per truffare il fisco?” Così, nella requisitoria del 21 gennaio 1999 il Pubblico ministero Taddei spiegò il semplice impianto accusatorio.

L’ipotesi di appropriazione indebita fu la prima a cadere. Lo stesso Pm Taddei riconobbe nella stessa requisitoria che il Cavaliere non si era arricchito in alcun modo dalla complicata operazione. A marzo arrivò la sentenza del Tribunale: a fronte dei 16 mesi di reclusione chiesti dall’accusa, la sentenza di primo grado assolse con formula piena Berlusconi dalla frode fiscale e dichiarò prescritti i due reati di falso in bilancio (ricordo ancora che presupposto per la prescrizione di un reato è la commissione del reato: la sentenza di primo grado, quindi, accertò che i due reati di falso in bilancio furono commessi, per poi dichiararli prescritti).

In appello, la Procura generale di Milano, tramite il sostituto Edmondo Bruti Liberati, tornò a chiedere la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. Ma la terza Corte d’appello di Milano (presieduta da Renato Caccamo, lo stesso che firmò le sentenze definitive di condanna per Bettino Craxi) ampliò il proscioglimento del primo grado: la sentenza del 29 ottobre 1999 riconfermò l’assoluzione dalla frode fiscale e assolse con formula piena l’imputato anche dal falso in bilancio della società Idra; lo prosciolse, invece, dal reato di falso in bilancio della società immobiliare Buonaparte per l’amnistia intervenuta nel 1992 (invece che per prescrizione, come dichiarò la sentenza di primo grado). I giudici d’appello spiegarono perché quest’ultimo reato non poteva essere punito: il condono tributario del 1992, lo stesso di cui si avvalse Erba, il venditore dei terreni di Macherio, cancellava anche i connessi reati di falso in bilancio.

Paradosso di tutta la vicenda fu che l’unico a dover pagare, rimborsando le spese processuali, fu il Ministero delle Finanze (cioè tutti NOI), che si era costituito parte civile. E non solo. Mentre il Procuratore generale di allora Francesco Saverio Borrelli dichiarava di voler rispettare comunque le sentenze, Silvio Berlusconi, allora semplice parlamentare, commentava: “Mi chiedo in nome di quale giustizia la Procura milanese abbia perseverato con tanta determinazione nel proposito di dipingermi davanti agli Italiani come uno spregiudicato evasore fiscale”. Sfogando tutto il suo timore di essere condannato, l’attuale Presidente del Consiglio metteva in atto la sua tecnica comunicativa e propagandistica di discredito della magistratura che su di lui indagava, per dipingersi di fronte all’elettorato come un eroe, un martire perseguitato per i suoi alti valori politici; ancora una volta, Berlusconi fu visto come innocente agli occhi dell’opinione pubblica e non come un delinquente amnistiato.

P&L
Tom

Antologia; Due anni dopo – Vedi cara

Posted By Tom on luglio 5th, 2010

Vedi cara è sicuramente la seconda canzone più celebre di Due anni dopo. La bellezza di questa canzone risiede nella contrapposizione tra la leggerezza della musica e la profondità del testo. Se ad un primo ascolto il tono della canzone può sembrare scanzonato, in realtà il testo presenta una profondità d’animo che può essere totalmente afferrata solo leggendo tra le righe del brano. Ed è quindi con questo taglio satirico che Guccini racconta la fine di una storia d’amore, aprendo così al lato più intimista della sua poetica.

Il tema centrale è l’incomunicabilità tra i due amanti, che Guccini esprime efficacemente nella ripetizione dei versi-chiave del brano:

Vedi cara ,
è difficile spiegare,
è difficile capire
se non hai capito già

Non solo lei non può capire, ma lui stesso non è in grado di spiegare. Un’incomunicabilità di fondo, che proviene da “dentro”, dai fantasmi di una mente, segno di un’incompatibilità tra i due non passeggera e temporanea, ma ormai definitiva. D’altronde certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire; ma la donna non è incolpata da Guccini: come si capisce già dal titolo della canzone, il cantautore vuole semplicemente spiegare l’inevitabile rottura.

È nelle strofe successive che Francesco mostra un’intuizione geniale che lega il tema della canzone, l’incomunicabilità, con il tenore semantico dei versi stessi: infatti, leggendo appunto tali versi

Vedi cara
certi giorni sono un anno,
certe frasi sono un niente
che non serve più sentire.

Vedi cara
le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà

si ha la sensazione di non capire il significato delle parole o almeno di non afferrarne appieno il significato, come se ci fosse qualcosa di non detto, che le rende ancora più incomprensibili: soltanto alla luce della strofa ripetuta che spiega come sia difficile spiegare e capire, si capisce che quei versi non potevano essere compresi e l’incomprensione diventa paradossalmente comprensibile.

Dalla nona strofa Francesco si fa più schietto e cerca di dare un significato almeno parziale, con una serie di metafore a quello che prima era incomprensibile:

Non capisci
quando cerco in una sera
un mistero d’ atmosfera
che è difficile afferrare.

Quando rido
senza muovere il mio viso,
quando piango senza un grido,
quando invece vorrei urlare.

Quando sogno
dietro a frasi di canzoni,
dietro a libri e ad aquiloni,
dietro a ciò che non sarà

Parti emblematiche del giovane carattere di Francesco ci vengono raccontate come la distanza tra lui e la donna.

Certo è che non si pongono problemi di nostalgia:

Non rimpiango
tutto quello che mi hai dato
che son io che l’ho creato
e potrei rifarlo ora

Solo lui si era dipinto la donna come lui la voleva e quello che gli ha dato è stato in fondo voluto e interpretato solo da lui: proprio per questo non potrà dimenticarsi dei momenti passati insieme e questo tempo dura ancora.

Guccini si discolpa: il motivo della rottura non è da ricercare in un viso o in un volto. Ma nemmeno in lei e Francesco lo ribadisce nelle ultime strofe: tu sei tutto, tu sei molto. Certo non è abbastanza e quel tutto è ancora poco, perché la distanza tra i due si pone su un livello di incompatibilità mentale (non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi). Però, il cantautore non cerca rancore o rabbia e cerca di farle capire che si tratta di una fine inevitabile, ma comunque incolpevole:

Io cerco ancora
e così non spaventarti
quando senti allontanarmi:
fugge il sogno, io resto qua!

Sii contenta
della parte che tu hai,
ti do quello che mi dai,
chi ha la colpa non si sa.

Il cerca dentro finale poi non è solo un suggerimento per capire lui, ma è anche l’emblema di tutto uno stile narrativo, basato sull’emozione e il sentimento intimo e personale che, in quanto tale, può essere anche incomprensibile, immotivato o irragionevole, ma che mai potrà (o dovrebbe) rimanere inascoltato.

P&L
Tom

Testo completo
Vedi cara, live @ Bologna

Ultim’ora; la Camera esegue gli ordini: il bavaglio approda in aula il 29 luglio.

Posted By Tom on giugno 30th, 2010

“È irragionevole”. Così Fini ha commentato la calendarizzazione del ddl intercettazioni al 29 luglio, decisa, con il voto contrario delle opposizioni, dalla Conferenza dei capigruppo. Insomma, le pressioni sull’approvazione del bavaglio, che ora è all’esame della Commissioni giustizia della Camera, non si sono fatte aspettare; anche perché non solo c’è fretta di mettere fine all’utilizzo delle intercettazioni, lo strumento principe per le indagini, per evitare che le varie “cricche” possano continuare ad operare all’ombra, non solo c’è fretta di zittire i giornalisti e reprimere la libertà di espressione e opinione, la libertà di stampa, il diritto/dovere di cronaca e il diritto a essere informati, ma c’è anche la fretta di approvare un testo che continua a incrinare i rapporti di forza all’interno della maggioranza: se da una parte i berluscones continuano ad eseguire gli ordini liberticidi del padrone e i finiani, invece, vogliono semplicemente ferirla la libertà, e non ucciderla, la Lega si sta stufando di perdere tempo dietro a un testo che, lo sanno bene, protegge solo la casta.

Anche perché in questo stesso periodo c’è una manovra da 24 miliardi di cui occuparsi. Che probabilmente non viene considerata abbastanza prioritaria rispetto alle intercettazioni, o meglio rispetto alla “tutela della privacy”, anche se quello che produrrà tale manovra sarà soltanto diseguaglianza sociale. E in effetti il commento di Fini è azzeccato. Il testo alla Camera subirà sicuramente delle modifiche (da parte dei finiani stessi) e, quindi, dovrà per forza di cose ritornare al Senato, slittando a settembre. Tanto varrebbe rinviare il tutto direttamente all’autunno.

Il sospetto, dunque, è più che legittimo: Berlusconi ha in mente un’altra fiducia per il 29 luglio per chiudere in fretta e furia la questione?

In ogni caso: DISOBBEDIENZA CIVILE

P&L
Tom

Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga

Posted By Tom on giugno 27th, 2010

Due anni dopo

Siamo nel 1969. Folk beat n. 1 non ottiene successo e vende poco; di certo Guccini non si aspettava chissà quale successo, dato che la registrazione del primo album viene vissuta dal cantautore come una semplice occasione per curiosare in una sala d’incisione professionale: non c’era sicuramente nessuna intenzione di intraprendere una carriera musicale. Proprio per questo Francesco è sorpreso quando gli viene proposto di incidere un secondo album. Fortunatamente (per noi) accetta e così a novembre viene inciso il disco presso gli studi di Carlo Alberto Rossi, il compositore e produttore discografico, scomparso ad aprile; l’album, pubblicato nel 1970, si chiamerà semplicemente Due anni dopo (dall’ultimo album) e, come nel precedente, il cantautore si firmerà solamente Francesco.

Ascoltando Due anni dopo, si capisce che si tratta di un album di transizione. Siamo ancora lontani da Radici, l’album del successo inventivo e musicale gucciniano, ma sicuramente lo stile dylaniano di Folk beat n. 1, i cui brani sono profondamente segnati dall’esplosione del fenomeno beat degli anni Sessanta, è superato, anche se non abbandonato. Se nel primo album vige la coerenza sia nell’impianto musicale, costruito su due chitarre e un’armonica, sia nei testi, che parlano di morte, guerra, rischio atomico (La ballata degli annegati, Auschwitz, L’atomica cinese, Noi non ci saremo), il secondo si configura come un disco composito, a riprova della transizione musicale che Francesco sta vivendo.

Certamente il folk revival di Bob Dylan e Joan Baez continua a influenzare Guccini, il quale, appunto, chiama Deborah Kooperman alla chitarra, l’amica folk-singer americana, il cui contributo si sentirà soprattutto nel fingerpicking, caratterizzante pezzi come Vedi cara e La verità. Ma alla chitarra acustica, che rimane comunque dominante, si aggiungono fisarmonica, flauti, corni, clavicembalo, arpa e addirittura una piccola orchestra di violini. Inoltre la presenza di Giorgio Vacchi (direttore di coro ed etnomusicologo, scomparso nel 2008), chiamato per curare arrangiamenti e dirigere i turnisti, mostra come l’interesse antropologico di Francesco per la musica popolare inizi a farsi vivo.

Leggendo i testi si nota come Francesco punti su ambientazioni private, abbandonando le canzoni di protesta dei suoi inizi, con l’unica eccezione di Primavera di Praga (vedi sotto), e aprendo il lungo periodo di riflessione intimista: solamente con l’album Parnassius Guccinii (1993), Francesco riprenderà aperta posizione contro la società del tempo. In Due anni dopo troviamo così tre acquerelli di ispirazione francese, Lui e lei, Il compleanno e Ophelia (la poetica giovanile di Francesco era influenzata anche dai chansonniers francesi, quali Brassens e Brel, come dimostra la copertina di Folk beat n. 1, dove l’ascendenza francese è presente nella sigaretta fumante tra le dita di Francesco), un ritratto (L’ubriaco), che dà inizio alla serie dei gucciniani personaggi emarginati nei quali si rispecchia l’io narrante, e un omaggio/parodia alle tonalità blues (Al trést), brano cantato in modenese, per contrapporsi alla dilagante americanizzazione del tempo.

Un disco composito, quindi, in cui, però, si sviluppa uniformemente il topos dell’inesorabile scorrere del tempo, che verrà costantemente ripreso nei successivi capolavori: così, mentre la ragazza de Il compleanno non realizza che gli anni della sua giovinezza scivolano via, il tempo scorre indifferentemente in Per quanto è tardi, si trasforma in noia in Giorno d’estate e “metro per misurare la maturità mancata” nella title-track. La domanda sui giorni andati diventa così l’ossessione e l’anelito gucciniani, caratterizzando in modo così peculiare il percorso esistenziale e artistico che il cantautore vive e continuerà a vivere direttamente in prima persona in un costante mettersi alla prova.

Primavera di Praga

Come detto sopra, Primavera di Praga è l’unico brano di protesta in un album che vira progressivamente verso il privato. Considerato la continuazione ideale di Auschwitz, la canzone è la più conosciuta dell’album e ben presto si attesterà come manifesto della canzone d’impegno sociale e politico.

Il contesto storico richiamato dal brano è uno dei più cupi della Guerra fredda. Mentre l’Italia sta vivendo le contestazioni, la strage di Piazza Fontana, con il successivo avvio della “strategia della tensione”, l’autunno caldo del 1969, nel mondo si volgono la massacrante guerra in Vietnam e il Maggio francese. Nella Cecoslovacchia comunista, intanto, Alexander Dubček, segretario del Partito comunista cecoslovacco, dalla fine del 1967 intendeva attuare il “socialismo dal volto umano”, una vera e propria liberalizzazione e democratizzazione della politica e della società. Il florido periodo, definito “Primavera di Praga”, verrà poi arrestato dall’invasione sovietica avvenuta tra il 20 e il 21 agosto.

La cupezza del periodo è ben trasmesso dalla parole del brano e dal lento e straziante attacco iniziale:

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma già dalla seconda strofa la lentezza straziante iniziale viene sostituita da un improvviso sconvolgimento di scena

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Il terrore è un grido, ma non un grido liberatorio: un grido breve e soffocato dalla violenza della “fiamma”. Guccini si riferisce sia alla violenza dell’invasione, sia al sacrificio di Jan Palach, il giovane studente di filosofia, che, la sera del 16 gennaio 1969, all’inizio della grande Piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco, morendo poco dopo in ospedale. I tentativi di infangare la sua memoria da parte del regime sovietico non sono però riusciti a nascondere il vero motivo del gesto disperato e una folla di 600 mila persone assistette al suo funerale. La lentezza straziante riprende nella terza strofa, raccontando la violenza minacciosa dell’invasione:

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

La disperazione delle precedenti strofe rivive nel dolore che brucia le strade, ma soprattutto nel grido necessariamente silenzioso dei muri della città, riprendendo così il grido della folla smarrita della seconda strofa, anch’esso silenzioso, ed evocando la repressione del regime. Il ritmo si rifà incalzante nelle due strofe successive, dove il cantautore mette in parallelo il triste suicidio di Jan Palach alla condanna a morte sul rogo per eresia di Jan Hus, filosofo ed ecclesiasta pauperista, nazionalista e antigerarchico del primo Quattrocento:

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Le ultime due strofe, infine, come un finale grido liberatorio, descrivono alla perfezione il disagio individuale di un sopruso collettivo, anche grazie a un efficace “Dimmi chi” a inizio di ciascuna strofa, che permette l’interazione diretta con l’ascoltatore, spezzando il muro di confine tra narratore, narrazione e vicenda:

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Il brano si chiude così con la speranza di una città, che continua a essere muta, ma che ha lo stesso la forza per accompagnare il corpo del giovane Jan. La canzone assurge presto a manifesto contro ogni tipo di totalitarismo e di dittatura reprimente, non solo diventando canzone-simbolo dei giovani occidentali, ma perdurando oltre il contesto contingente e affermandosi come grido (questa volta non muto e represso) di libertà e speranza.

P&L
Tom

Testo completo
Primavera di Praga, live @ Bologna, 1990

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO II: LODO MONDADORI

Posted By Tom on giugno 20th, 2010

Berlusconeide – Libro delle prescrizioni – Capitolo II

Il secondo capitolo della Berlusconeide tratta di quello che oggi viene genericamente definito “lodo Mondadori”, cioè la lunga e complessa vicenda che ha visto e vede tutt’oggi scontrarsi due big della imprenditoria italiana: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti.

Berlusconi e De Benedetti

Per ricostruire tale vicenda è necessario, prima di tutto, contestualizzarla: siamo negli anni Ottanta, quando Berlusconi già stava costruendo il suo impero televisivo grazie alle tangenti versate al PSI di Bettino Craxi, che di fatto agevolò le reti Mediaset, come d’altronde accertato dal processo All Iberian I. Certamente, l’imprenditore milanese aveva compreso bene che la televisione, dopo l’abbattimento del monopolio statale, sarebbe stata un’ottima fonte di guadagno e successo, dal momento che lui avrebbe detenuto un vero e proprio monopolio privato sul sistema radiotelevisivo. Ma questa corsa all’oro può essere ben configurata se viene considerata solo come una componente di un disegno ben più ampio: la conquista dei grandi mezzi di comunicazione italiani.

Berlusconi puntava, quindi, anche all’editoria. A metà degli anni Ottanta, infatti, iniziò ad acquistare massicciamente quote della Mondadori, la storica casa editrice fondata nel 1907 da Arnoldo Mondadori. Ma solo alla morte del presidente Mario Formenton nel 1987, si aprì la cosiddetta “guerra di Segrate” (il paese milanese dove ha sede la casa editrice), una vera e propria lotta di successione alla gestione dell’azienda. In quel momento i soggetti che avevano in mano la Mondadori erano, appunto, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR dell’ingegner Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton, la quale, però, non era interessata alla gestione dell’azienda. Rimanevano, dunque, Berlusconi e De Benedetti a contendersi il controllo sull’impresa e, soprattutto, a ingraziarsi la famiglia Formenton: il soggetto che sarebbe riuscito a comprare le loro azioni sarebbe diventato il socio di maggioranza e avrebbe così ottenuto il controllo dell’azienda. Nonostante il contratto di vendita stipulato con Carlo De Benedetti, per cui la CIR avrebbe ottenuto tali azioni entro gennaio 1991, la famiglia Formenton, nel 1989, favorì Berlusconi che si insediò, nel 1990, come nuovo presidente.

Questi gli antefatti che portarono al ricorso a un lodo arbitrale, l’effettivo “lodo Mondadori” (termine utilizzato impropriamente anche per le successive vicende giudiziarie). Il collegio di arbitri si espresse a favore di De Benedetti: il contratto era ancora valido, le azioni dovevano tornare all’ingegnere, che così ottenne il legittimo controllo dell’azienda e divenne presidente della Mondadori.

Ma la sete di potere di Berlusconi non poteva così facilmente essere eliminata. Impugnò il lodo davanti alla Corte d’appello di Roma, presieduta da Arnoldo Valente, giudice relatore: Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991 viene emessa la sentenza per cui parte del contratto De Benedetti-Formenton contrastava con il diritto societario: il contratto era da considerarsi nullo e così anche il lodo arbitrale. La Mondadori tornò così alla Fininvest. Ma parte dei dipendenti e dei direttori non tollerarono il nuovo proprietario. Ed è a questo punto che, con l’intervento dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti e del suo fedele Giuseppe Ciarrapico, viene raggiunto un accordo: La Repubblica e L’Espresso passano alla CIR, mentre il resto della Mondadori rimane nelle mani di Berlusconi. Da questo momento in poi Berlusconi teme la concorrenza del gruppo Espresso, a tal punto che, una volta “sceso in campo”, strumentalizzerà proprio la politica per gettare discredito sull’unico concorrente che davvero riesce a tenergli testa imprenditorialmente. Berlusconi, da Presidente del Consiglio, accusa La Repubblica di faziosità, in quanto di sinistra, sperando così di batterla sul mercato con le armi della piccola politica: e questo è solo uno dei tanti aspetti del gigantesco conflitto d’interessi in capo al premier.

La seconda parte della vicenda ci rimanda al 1995, quando Stefania Ariosto, compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, sconosciuta al grande pubblico ma nota nella mondanità milanese, si presenta alla Procura a Milano e racconta ciò che sa da mesi, dopo assidua frequentazione a Roma degli ambienti vicini a Silvio Berlusconi e Cesare Previti, legale della Fininvest. La Ariosto raccontò non solo che Previti era amico dei magistrati

Cesare Previti

Arnoldo Valente e Vittorio Metta, quei giudici che qualche anno prima dichiararono nullo il contratto di vendita delle azioni Mondadori a De Benedetti, ma anche di averlo sentito parlare di tangenti ai giudici stessi: il risultato fu che il pool di Mani pulite riuscì a scovare sospettosi movimenti di denaro da All Iberian, la società off-shore dietro cui si celava la Fininvest ai conti esteri degli stessi legali Fininvest e da questi ai conti del giudice Metta.

I magistrati inquirenti, allora, richiedono al giudice per l’udienza preliminare Rosario Lupo il rinvio a giudizio per corruzione di Berlusconi, dei tre avvocati Fininvest Previti, Pacifico e Acampora, e del giudice Metta (dimessosi poi dalla magistratura e assunto, guarda caso, nello studio legale di Previti). Il gup, però, proscioglie gli indagati. La procura impugna il proscioglimento. Il 25 giugno 2001 la Corte d’Appello rovescia la sentenza del gup Lupo e rinvia a giudizio tutti gli indagati, tranne Berlusconi, il cui reato, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, viene dichiarato prescritto. La Cassazione conferma il proscioglimento per prescrizione. Silvio Berlusconi scampa in questo modo al processo: il ladro scappa e la fa franca.

La Corte di Cassazione non solo respinse il ricorso della Procura contro la sentenza della Corte d’Appello che proscioglieva, appunto, Berlusconi per prescrizione (confermando quindi la sentenza della Corte d’Appello), ma respinse anche le richieste della difesa, la quale non si accontentava del proscioglimento per prescrizione, ma pretendeva la piena assoluzione per Berlusconi. Anche se il risultato tra piena assoluzione e proscioglimento per prescrizione è lo stesso, la sostanza è totalmente differente: mentre nel primo caso viene dichiarato che l’imputato non ha commesso il fatto incriminato, nel secondo si accerta che il reato è caduto in prescrizione e la prescrizione soggiunge per un reato, se tale reato, ovviamente, è stato commesso. In sostanza, quindi: è accertato che Berlusconi abbia corrotto il giudice Metta, affinché sentenziasse a suo favore, annullando il contratto (in realtà legittimo) De Benedetti-Formenton e di conseguenza il successivo lodo arbitrale. Le azioni della Mondadori sono state, quindi, ottenute illecitamente tramite la corruzione, metodo principe di scalata al successo mediatico editoriale e radiotelevisivo dell’attuale premier.

Come succederà anche in altri processi, lo vedremo nel seguito della Berlusconeide, ironia vuole che Berlusconi riesca a salvarsi, mentre i suoi “compagni di merende” subiscano il processo. Un processo molto lungo che si chiuderà nel 2007 con la sentenza della Corte di Cassazione di condanna per corruzione in atti giudiziari per i tre legali Fininvest a 1 anno e 6 mesi di reclusione e per l’ormai ex giudice Metta a 2 anni e 9 mesi di reclusione.

Ma la vicenda non finisce qui. Esistono altri due elementi giudiziari che confermano non soltanto l’illiceità dell’acquisizione della Mondadori da parte della holding di Berlusconi, ma anche la responsabilità dello stesso negli atti corruttivi. In particolare Cesare Previti, legale della Fininvest, già senatore dal 1994 al 1996 e Ministro della difesa nel primo Governo Berlusconi, eletto poi deputato nella XIII, XIV e XV legislatura e poi dimessosi da parlamentare nel 2007 in seguito alla sentenza di condanna, aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sostenendo che gli era stato negato il diritto a un equo processo, a non essere punito in assenza di legge e alla privacy, in relazione al processo sul lodo Mondadori, che, dal 2002, tra l’altro, era stato unificato al processo Imi-Sir (è la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano, che vide soccombere quest’ultimo all’accusa da parte del primo di avergli negato un credito promesso. Ma la successiva ricostruzione degli inquirenti milanesi Gherardo Colombo e Ilda Boccassini spiega che la famiglia Rovelli comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle dando incarico agli avvocati romani Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora di corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde. Nel 2006 la Cassazione condannerà Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione in atti giudiziari e assolverà Squillante e Verde). La Corte europea ha respinto lo scorso gennaio il ricorso di Previti, smontando punto per punto le sue teorie di persecuzione dei magistrati nei suoi confronti.

Il secondo elemento riguarda invece la causa esperita dalla CIR per ottenere il risarcimento per il danno economico, dovuto alla mancata acquisizione della Mondadori; mancata, dato che la sentenza del 1991 che dichiara la nullità del lodo arbitrale era viziata da corruzione, come accertano le sentenze di condanna del 2007 per, appunto, Metta, e i legali Fininvest e di prescrizione per Berlusconi. Non centrano quindi tangenti e corruzione, si tratta di una causa civile e non di un procedimento penale. Il 3 ottobre 2009 il Tribunale di Milano condanna la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro in favore della CIR di De Benedetti: logica conseguenza, accertata la corruzione nella sentenza della Cassazione del 2007. Ma non solo. Il giudice Raimondo Mesiano (quel Mesiano vittima di un servizio vergognoso di Brachino su Mediaset che lo ritraeva come “stravagante”) scrive nelle motivazioni che “Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest” e tale corresponsabilità comporta “come logica conseguenza la responsabilità della stessa Fininvest, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”. In sostanza scrive che non è pensabile che un bonifico di circa 3 miliardi delle vecchie lire (la tangente per gli avvocati Previti e per il giudice Metta) fosse effettuato dalla società, senza che Berlusconi lo sapesse. Ovviamente i legali della Fininvest hanno richiesto la sospensione dell’esecutività di tale sentenza, ottenendola, e hanno fatto ricorso in Appello.

La guerra tra Berlusconi e De Benedetti non sarà ancora del tutto conclusa. Ma sicuramente questo, insieme alla vicenda All Iberian, è già sufficiente per capire che l’attuale Presidente del Consiglio controlla i principali media italiani grazie alla corruzione, che non ha mai pagato per tale corruzione e che tipo di persona governa l’Italia.

Siamo noi tutti eversori comunisti a parlare delle sue “fortune”? No, è lui un abile corruttore, bugiardo e mistificatore.

P&L
Tom

Ultim’ora; 13 rinvii a giudizio per l’omicidio di Stefano Cucchi

Posted By Tom on giugno 17th, 2010

Ultim’ora – La procura di Roma ha richiesto il rinvio a giudizio per 13 persone, già indagate per la morte di Stefano Cucchi. Il 31enne geometra era stato arrestato per possesso di droga il 16 ottobre 2009 e sei giorni dopo è deceduto misteriosamente all’ospedale Sandro Pertini, senza che i famigliari potessero vederlo nè che lui potesse contattarli. I pm di Roma hanno chiesto il processo per gli agenti della polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici, il cui reato consisterebbe in concorso in lesioni colpose per aver spinto e preso a calci Cucchi, ferendolo al volto, alle mani, alle gambe e alla schiena; gli inquirenti ritengono che la morte non sia stata causata da tali lesioni: è stato richiesto il processo anche per i medici e paramedici Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Stefania Corbi, Luigi Preite De Marchis e Rosita Caponetti, gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe e per il dirigente del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione penitenziaria con competenza sul trattamento dei detenuti Claudio Marchiandi per omissione di referto (non hanno, cioè, avvertito il pm del pestaggio) e di concorso in favoreggiamento per aver aiutato i tre agenti “a eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria”, di fatto omettendo di trasferire o di richiedere il trasferimento in reparto idoneo in relazione alle condizioni critiche del paziente. Cucchi, di fatti, non solo è stato portato dal carcere a una struttura, il Pertini, non adeguata per le sue condizioni fisiche (dopo il pestaggio, Cucchi era politraumatizzato a rischio e il Pertini non gestisce solitamente pazienti in fasi “acute”), ma per tutti i giorni del ricovero è stato trascurato dal personale sanitario, il quale avrebbe così determinato la morte: per salvare Stefano Cucchi, come rilevano le perizie, sarebbe bastata una bustina di zucchero. Conseguenze di tali negligenze è stata, ovviamente, la falsificazione delle cartelle cliniche.

“Caro Francesco, sono al Sandro Pertini in stato di arresto. Scusa se stasera sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori. P.s. Per favore rispondimi”. La lettera di Stefano non è mai arrivata a destinazione e Francesco non ha potuto fare niente per Stefano; il giorno dopo, Stefano è morto solo.

P&L
Tom

Ultim’ora; elezioni in Belgio: un passo in più verso la secessione

Posted By Tom on giugno 14th, 2010

Ultim’ora – I risultati delle elezioni politiche, conclusesi ieri, mostrano un Belgio totalmente spaccato in due. Nelle Fiandre la destra indipendentista di Bart De Wever, la Nieuw-Vlaamse Alliantie (N-Va), Nuova alleanza fiamminga, diventa il primo partito con il 30% dei voti, raccogliendo un enorme consenso sul discioglimento del Regno belga. Di segno opposto, invece, il risultato nella Vallonia francese, dove Elio Di Rupo, origini abruzzesi, leader incontrastato dei socialisti, si è guadagnato il 33% dei voti e ha affermato il proprio partito, il Ps, come primo partito della Comunità francofona.

In Europa, il Belgio rappresenta l’emblematico caso dello stato unitario che si “federalizza” sotto la spinta prepotente dei due principali differenti gruppi linguistici, i Fiamminghi neerlandofoni del nord, che rappresentano il 58% della popolazione belga, e i Valloni francofoni del Sud, che rappresentano il 32% della popolazione, i quali tutti avvertono che un trattamento non differenziato non risponderebbe più ai valori di reciproca uguaglianza e democrazia. Tale processo di “federalizzazione” comincia negli anni Sessanta e per tappe successive (1969-71 e 1980) si è completato con le ultime revisioni costituzionali del 1993: da Stato fortemente centralizzato il Belgio, in questi ultimi decenni, è diventato Stato regionale (come l’attuale Italia), per poi trasformarsi, dopo il 1993, in effettivo Stato federale. L’articolato ordinamento attuale prevede più livelli di stratificazione: Governo federale, tre Comunità linguistiche, francofona, fiamminga, e germanofona (che rappresenta l’1% della popolazione), competenti in ambito linguistico-culturale e tre Regioni (Vallonia, Fiandre, Bruxelles), competenti nei settori amministrativi di ambiente, sviluppo economico, pianificazione territoriale, e infine Province e Comuni.

Le tre Comunità linguistiche del Belgio (fiamminga al Nord, francofona al Sud, germanofona a est) e la bilingue Bruxelles

Suddivisione amministrativa: le tre Regioni (Fiandre al Nord, Vallonia al Sud e la capitale Bruxelles) e le Province

Un processo attuato, quindi, per poter mantenere più unito uno Stato centrale all’insegna dell’autonomia territoriale. Ma l’impennata elettorale della N-va indica sicuramente che tale processo non si è ancora concluso e che presto potrebbe dirigersi verso la secessione delle Fiandre, che diventerebbero Stato sovrano e indipendente; la Vallonia potrebbe essere annessa alla Francia, mentre la Regione germanofona di Eupen verrebbe annessa alla Germania. Unico dubbio quello sull’entità di Bruxelles, ufficialmente bilingue ma con una larga maggioranza francofona. Questo eventuale ridisegnamento geografico seguirebbe una lunga fase di spaccatura della popolazione belga: fino alla Seconda guerra mondiale, i francofoni hanno esercitato un’effettiva egemonia culturale ed economica su tutto il Regno; l’economia vallone, basata sulla produzione carbo-siderurgica, non ha retto nel dopoguerra ed è crollata, mentre quella fiamminga, tradizionalmente basata sul settore rurale, si è innovata soprattutto nell’ambito dell’export e della tecnologia. La popolazione delle Fiandre è diventata, così, più ricca e ha incominciato a mostrarsi insofferente verso il Sud sempre più inefficiente e povero e a lamentarne il crescente assistenzialismo. Queste differenze si sono perpetrate nel tempo e oggi sono aumentate a causa della crisi, la quale ha incrementato la disoccupazione soprattutto in Vallonia. La revisione costituzionale del 1993 ha portato un complicato ulteriormente il sistema istituzionale, capace di generare un numero altissimo di conflitti istituzionali, nei quali la destra fiamminga riversa il proprio risentimento nei confronti dei compaesani francofoni.

Ed è proprio su un conflitto riguardante l’appartenenza regionale di un comune dell’hinterland brussellese, che si è arrivati alle elezioni anticipate di ieri. Yves Leterme, il cristiano democratico che vinse le elezioni del 2007, promettendo più potere alle Fiandre, ha impiegato nove mesi per formare una maggioranza formata da cinque partiti, per poi essersi dimesso nel 2008 ed essere stato rinominato premier un anno dopo. Ma l’uscita dalla maggioranza di un partito fiammingo per la succitata questione ha determinato le elezioni anticipate. E la formazione del nuovo Governo sarà altrettanto, se non di più, complicata. In Belgio i partiti sono regionali, tranne che a Bruxelles, dove i cittadini possono votare sia partiti fiamminghi che valloni, e il governo dev’essere composto da un numero pari di ministri francofoni e neerlandofoni, per garantire rappresentatività e pari trattamento ai due principali gruppi linguistici: in sostanza sono necessari quattro partiti per formare una maggioranza stabile. Il re, che da oggi inizia le consultazioni, si appropinquerà a incaricare il socialista Elio Di Rupo a formare il nuovo Governo, in quanto il partito socialista ha ottenuto 24 seggi in Vallonia, da sommarsi ai 14 seggi ottenuti dai socialisti fiamminghi. Secondo partito a livello nazionale è la N-va, che raggiunge 31 seggi in Parlamento e che, però, non avendo omologhi nella Regione francofona, renderà la creazione del Governo con i socialisti ancora più complicata di quanto non lo fosse già. Tutti gli altri partiti, sia fiamminghi che valloni, si sono ridimensionati: i liberali, i cristiano-democratici, i verdi e pure la destra xenofoba del Vlaams Belang, che pure prospettava la secessione, perdono tutti seggi e consensi in tutte le aree del Paese.

La palla ora è tutta in mano a Di Rupo e De Wever. Certamente sarà complicato che i socialisti del sud e gli indipendentisti del nord trovino uno stabile accordo. Ma sicuramente il progetto del secondo, cui non interessa la carica di Primo ministro di un Belgio in cui non crede, è il raggiungimento di un Stato confederale e di maggiore autonomia delle Comunità, che possa poi a sua volta sfociare nella scomparsa del Regno belga. De Wever propone, così, l’idea di un’Europa unita sulla base dei regionalismi e dei localismi, diventando il nuovo modello per la Lega Nord italiana, che, riconoscendosi nei Fiamminghi del nord belga, già grida alla secessione della Padania.

P&L
Tom

Degenero di una Chiesa leghista – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on giugno 10th, 2010

La Lega Nord si è sdoppiata. È un partito a due facce. Esiste la efficiente Lega di governo; la Lega del laborioso Maroni, che vanta l’alto numero di mafiosi arrestati, vanta l’istituzione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali (senza poi adottare gli strumenti necessari per neutralizzare la mafia); e mentre Maroni si occupa minuziosamente del suo dicastero, Bossi e Calderoli guidano una Lega come un partito di governo nazionale, che convive in una coalizione sempre meno unita, scende ai dovuti compromessi, vota insieme all’alleato qualsiasi tipo di provvedimento capiti loro sotto gli occhi e ripete costantemente che l’Italia ha bisogno di federalismo fiscale, senza poi realizzarlo. E poi esiste un’altra Lega, quella dei Comuni, delle Province e delle Regioni; il partito della protesta che da anni lamenta le ruberie di “Roma ladrona”, come se i “ladri” di Roma (quelli che siedono in Parlamento) non fossero anche leghisti; è nel profondo e nebbioso Nord che salta fuori la vera faccia di una Lega reazionaria e xenofoba: ed è con le varie e ripetute discriminatorie operazioni di “White Christmas” o togliendo il cibo a bambini, i cui genitori non possono permettersi la mensa scolastica, che il Carroccio è penetrato nella mentalità delle persone ed è diventato elemento di una cultura chiusa e conservatrice.

Degenero. Questo sta succedendo in Veneto, dove la Lega regna incontrastata. Sandro Sandri, l’assessore alla Sanità, padano naturalmente, della precedente giunta Galan ha dettato nel marzo del 2009 le linee guida ai medici delle strutture sanitarie venete: non si dovranno trapiantare organi a coloro il cui quoziente intellettivo non supera il punteggio di 50, a chi ha tentato da poco il suicidio e alle persone con danni cerebrali irreversibili. “Controindicazioni assolute” le definisce l’allegato A delle “linee guida per la valutazione e l’assistenza psicologica in area donazione-trapianto”. Solamente dopo la segnalazione di questo caso al prestigioso “American Jorunal of Transplantation” e le proteste di medici, consiglieri dell’opposizione, Radicali e associazioni di famigliari di portatori di handicap psico-fisici, l’attuale assessore, leghista anche questo, Luca Coletto è stato costretto a riparare al danno e fare marcia indietro; la giunta Zaia ha, così, approvato il 3 giugno una “circolare applicativa” di quell’allegato A, il quale sarebbe “fondamentalmente rivolto a garantire, in ogni possibile condizione, il più alto livello assistenziale possibile”. Si suppone, quindi, che per un anno le “controindicazioni assolute” siano state applicate nel più totale silenzio mediatico e civile. Oltre a non esserci nessun riscontro scientifico che giustifichi l’utilizzo del Q.I. come misura per stabilire l’esclusione al trapianto di organi e oltre al contrasto giuridico di merito di tale provvedimento con la Costituzione e con la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità, è il messaggio che viene lanciato alla comunità che più spaventa: perché sprecare organi sani per persone che potrebbero suicidarsi, per bambini down o per persone affette da deficienze intellettuali? Per persone, insomma, “inferiori” e non utili? Un provvedimento, come questo, che annulla così brutalmente il disagio psicologico, il malessere interiore, la dignità della vita di chi soffre di handicap e menomazioni fa ribrezzo. E a pensarci bene la degenerazione reazionaria di un partito di estrema destra come la Lega è insita nell’approccio con il diverso. Chi non rientra in determinati standard di “normalità” non può avere diritti. Prima era il “terrone”, ora l’immigrato e in Veneto pure il “non-intelligente” a dare fastidio, a risultare come un peso, un onere insopportabile da eliminare.

E se tutto questo è avvenuto nel silenzio mediatico e popolare, il silenzio delle associazioni cattoliche e della Chiesa è stato davvero il più assordante. Come scordarsi delle battaglie di tali associazioni per la sopravvivenza vegetale di Eluana? Come potrà dimenticarsi Beppino Englaro di essere stato definito un assassino? E che dire della battaglia padana per mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche contro la sentenza europea, che affermava il fondamentale principio della laicità dello Stato? E che dire, invece, della campagna politica della Chiesa contro il referendum del 2005 sulla procreazione assistita? E come capacitarsi del consiglio della CEI, pochi giorni prima delle ultime regionali, di votare per il candidato contrario all’aborto, quando poi, di fronte a un provvedimento, che nega arbitrariamente il diritto alla salute ai più deboli e che avrebbe addirittura unito le voci di cattolici e atei per abolirlo, la Santa Sede sta zitta? Si potrebbe urlare all’ipocrisia e all’incoerenza. Ma certamente non si può ignorare il sospetto che il sacro patto tra una Lega sempre più potente e i vertici ecclesiastici sia stato sancito; d’altronde l’unico ostacolo per le politiche discriminatorie dei Lumbard è proprio la Chiesa, storica nemica di Bossi. Ma le crociate a favore del crocifisso e i propagandistici attacchi alla pillola abortiva di Cota fanno pensare a un cambiamento di rotta. E la Chiesa sembrerebbe aver abboccato, considerati le recenti dichiarazioni di favore rispetto al federalismo e il silenzio su questa vicenda e sul respingimento dell’Italia delle raccomandazioni del Consiglio dell’Onu per i diritti umani, che prevedevano la revisione del pacchetto sicurezza e l’inserimento del reato di tortura.

In questi ultimi 18 anni la Lega Nord ha raccolto lo smarrimento politico derivato dall’epoca di Tangentopoli e della caduta dei blocchi contrapposti e lo ha trasformato in rivendicazione di un’identità culturale totalmente fittizia e inesistente per dare alle persone un’apparente senso di sicurezza e in potere politico ed economico per le sue gerarchie. Rivendicazione avvenuta tramite il razzismo, la discriminazione, la xenofobia, il becero turpiloquio e l’ignoranza. Rivendicazione che ha portato a una cultura dell’altro e del diverso come il nemico da abbattere.

E che oggi, in Veneto, ricorda la hitleriana follia della selezione della razza.

P&L
Tom