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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Diario di viaggio – Rwanda, estate 2010 – Capitolo I

Posted By Tom on settembre 21st, 2010

Inizio qui il racconto, a capitoli, della mia esperienza in Rwanda, piccolo Stato centrafricano. Ho voluto tenere un diario di viaggio, per poter poi condividere l’esperienza con voi e descrivere impressioni ed emozioni, persone e storie e raccontare quello che ho visto e provato. Ho avuto comunque difficoltà a verbalizzare quello che ho vissuto laggiù e non ci sono comunque riuscito al meglio, ma spero possiate apprezzare lo stesso questo diario di viaggio.

Io e un’altra volontaria, Caterina, membri della onlus novarese Turi kumwe, abbiamo creato un progetto di insegnamento dell’inglese e animazione pomeridiana ai bambini sieropositivi, ospitati in una struttura gestita dalla congregazione delle suore Amiche dei poveri, sostenute da Turi kumwe. Per tre settimane, periodo di vacanza da scuola per i ragazzi, abbiamo messo in pratica tale progetto che è riuscito molto bene! Ovviamente, dato che siamo rimasti più di queste tre settimane, dal 27 luglio al 24 agosto, abbiamo avuto modo di conoscere persone e visitare un po’ di Rwanda. Oltre che un’esperienza formativa a livello personale, è stato un progetto utile anche per la onlus, che non aveva mai mandato volontari sul campo fino a quest’anno. Per maggiori informazioni sulla onlus e i suoi progetti e in particolare per il resoconto del progetto realizzato quest’estate da me e Caterina, vi rimando al sito della onlus: http://www.tkonlus.org/

I nomi delle persone e dei luoghi rwandesi legati a Turi kumwe sono inventati o abbreviati.

Peace
Tommaso Petrucci

Capitolo I, l’arrivo

Solamente quando si parte per un lungo viaggio ci si rende conto di quanto possa mancare casa e di quanto ci si senta legati al proprio piccolo mondo domestico, fatto di famiglia, amici, frequentazioni e ambienti costanti e ripetitivi. Non posso allora non notare come quel sentimento di radicamento e attaccamento al territorio e alle relazioni personali, che tanto vedo vivere nella politica, nella cultura, nella mentalità della mia provincialotta terra natale, è come totalmente assente in me. Cosa ci spinge a rimanere o ad andarsene? Cosa ci spinge a restare ciechi e accontentarsi dei confini territoriali, che, in un modo o nell’altro a lungo andare, diventano mentali, o ad andare oltre, semplicemente oltre la leopardiana siepe e oltre se stessi, per scoprire il nuovo, il diverso, l’altro, e non fermarsi mai? Una risposta non c’è. Ma io credo che solamente il contatto continuo con, appunto, il nuovo e il diverso si possa arrivare ad un’autentica conoscenza e comprensione di se stessi; viviamo costantemente in una complicata rete sociale, costruita su rapporti superficiali e profondi, formali ed informali, voluti e capitati, omosessuali ed eterosessuali, personali e istituzionali, familiari e sociali, professionali e di amicizia, di amore e di scontro, con altre persone: sono fondamentali, perché è grazie a questi rapporti che cresciamo e maturiamo, ogni volta in cui avvengono il confronto e il paragone con l’altra persona e cioè quando possiamo ritrovare noi stessi negli altri e riconoscerci (oppure no), come uno specchio che ci dicesse “guarda che tu esisti e non potresti esistere senza gli altri”. Ma quanto altro c’è nelle persone intorno a noi? Poco o nulla; nella comunità in cui ciascuno di noi è cresciuto tante sono le cose accomunanti e alla fine condizionamenti esterni ed interni ci rendono del tutto simili. L’altro, il diverso, il nuovo è possibile trovarlo solo a migliaia di chilometri di distanza…

Questi i pensieri che mi tenevano compagnia durante il volo verso Kigali. E solamente mentre sorvolavo il deserto del Sahara, ho iniziato a realizzare che per un mese (comunque troppo poco!) sarei vissuto in Africa; già ho dovuto rimandare di una settimana la mia partenza: tanto mi ci è voluto per ottenere il visto (promesso in realtà in tre giorni), necessario per entrare in territorio rwandese. Quindi quante aspettative! Quanta voglia di atterrare! Un piccolo sogno che si realizza, lontano dalla malata società occidentale, sempre frenetica, viziata di un’ansiogena fretta, utile solo per poter assecondare bisogni inutili e indotti da un sistema vergognosamente consumistico, che ricerca collettivamente il profitto individuale a discapito del proprio vicino; una società così ipocritamente moralista, in cui un feticcio come il crocefisso vale di più dell’intima fede religiosa; in cui quel tipico sentimento borghese quale la vergogna cova dentro di noi sin da quando nasciamo e ci trasforma in esseri repressi e spaventati e paurosi del peccato, religioso o laico che sia, non fa alcuna differenza; in cui essere di destra vuol dire essere berlusconiano o leghista ed essere di sinistra vuol dire non potersi riconoscer in alcuna forza politica; in cui migliaia di persone, ogni giorno, dopo il lavoro, si recano (in macchina!) in palestre dove, tramite mostruosi attrezzi di metallo, credono di fare vero sport, quando invece di sportivo c’è ben poco in attività alienanti, praticate per raggiungere un modello fittizio e inesistente di perfezione fisica, attività che piano piano smettono di essere un mezzo, ma diventano il fine; in cui l’apparenza regna e i giovani si distinguono in fighetti, tamarri, truzzi, pariolini, sancarlini, alternativi, punkabbestia, rasta, intellettualoidi, etnici, rockettari, metallari, emo, rapper e a voler più precisione, ognuno di questi termini ha una propria sfumatura di significato e potrebbe essere declinato in altre sotto-categorie, e alla fine non si è più se stessi, ma si è i vestiti che si indossano. Sì lo devo ammettere, c’è tanta insofferenza in me verso questa società; non è bello affatto, perché, così, non si riesce ad apprezzare quello che si ha. “Chissà cosa mi aspetta allora una volta in Rwanda: un’Africa ancora “tradizionale”? Un’Africa povera? Un’Africa già globalizzata? Uno specchio nero dell’Occidente?” Non lo sapevo ancora. Dovevo solo aspettare e presto lo avrei scoperto. Ma non avevo alcuna pretesa, né dai luoghi, né dalle persone e questa era la sola cosa importante. Sapevo solo che sarebbe stato diverso. E questo mi bastava.

La spia rossa sopra la mia testa improvvisamente si accende, ci siamo, le cinture vanno allacciate, si atterra dopo circa dodici ore complessive di viaggio, compreso lo scalo a Bruxelles. Tanto velocemente l’aereo si avvicinava al suolo, tanto vertiginosamente l’eccitazione in me cresceva. Appena sono uscito dall’aeroplano la prima cosa che mi ha colpito è stato l’odore che c’era nell’aria che mi ha pervaso improvvisamente le narici: abbastanza indescrivibile, era un aroma intenso, carico di profumi tutti africani. Forse la terra, forse le diverse colture, forse l’odore degli Africani stessi. Al momento, eccitato com’ero, mi sembrava una miscela atmosferica misteriosa e affascinante, lontana anni luce dalle mie abitudinarie percezioni olfattive, ma allo stesso tempo vicina, perché ormai aveva raggiunto i miei nervi; come quella miscela che immaginavamo da piccoli quando ci venivano raccontate le fiabe di Alì Babà, di Aladdin e di Sherazade, che ci descrivevano un mondo magico di grotte stracolme di tesori, di tappeti volanti e di sultani e sceicchi malvagi e potenti. Ecco, quello era l’odore! Mi avvicino allora al piccolo aeroporto di Kigali e dopo aver sbrigato tutte le faccende burocratiche alla dogana, aspetto i bagagli; e mentre aspetto mi volto verso l’uscita in cerca di un viso amico che sapevo sarebbe stato lì ad aspettarmi. “Come lo troverò in mezzo a tutta questa gente?” pensai; nulla di più facile, invece: in mezzo a tutte quelle pelli marroni scuro, non sarebbe stato difficile trovare il biancore di un Europeo. Come in un negativo delle vecchie e ormai estinte pellicole delle macchine fotografiche, i colori delle persone erano capovolti: quello che usualmente era pallido ora era scuro o scurissimo e quei rari e sparsi sprazzi di nero, ora erano rari e sparsi sprazzi di rosa carne. Comunque eccola lì Caterina, l’altra volontaria, già in Rwanda da una settimana, dato che, la fortunata, aveva ricevuto in tempo il visto per la data programmata per la partenza; la nostra “avventura” stava per iniziare, dovevamo ancora pensare a tutto, ma in quel momento ero semplicemente contento di vederla. E questo mi bastava.

Saluti, baci e abbracci e Caterina mi presenta Ju, la ragazza che si occupa per tutto l’anno dei ragazzi del Centro, anche lei venuta a prendermi all’aeroporto. Un po’ in italiano, un po’ in inglese, noi tre incominciamo a comunicare tra di noi in qualche strano modo, dato che io e Caterina capivamo neanche metà delle cose che ci diceva Ju; ma soprattutto ridiamo, ridiamo di gioia, eccitazione e contentezza. Ecco, la risata era il modo con cui ci esprimevamo in quel momento: comunicavamo ridendo e ogni sorriso era una parola. Esaurita l’euforia del momento e resomi conto di quanto bella era Ju, ecco arrivare Je, cofondatore rwandese della onlus, che con un forte e lungo abbraccio mi ha trasmesso tutta la sua gioia nel vedermi… E pensare che qui da noi è sufficiente una fredda stretta di mano per presentarsi! Il calore di quell’abbraccio non era niente paragonato a quello che avrei provato nei giorni successivi. Ci avviamo verso il taxi che ci stava aspettando e subito noto che il volante è sulla destra del cruscotto; “Ma qui si guida sulla destra, come mai il volante non è a sinistra?” La risposta è semplice, ma non così scontata. Alcune automobili in Rwanda sono smerciate legalmente o illegalmente dall’Uganda, Paese anglofono, uno dei tanti che ha subito le velleità imperialistiche della regina Vittoria e che nel secolo dell’automobile ha adeguato il proprio codice urbanistico a quello inglese. Si spiega così il mistero; dietro un piccolo e insignificante dettaglio, come la posizione del volante di un’automobile, in Africa si nasconde una storia, una storia di colonizzazione e di incontro-scontro tra culture. Dopo un breve tratto di strada asfaltata, svoltiamo a destra in una larga strada non asfaltata piena di buche: la macchina è lenta e paradossalmente sarebbe stata più veloce una bicicletta, un altro capovolgimento rispetto al nostro mondo. Ma in ogni caso le valigie pesavano e, altrimenti, non avremmo potuto fare. Eravamo ormai dentro Busanza, il quartiere periferico di Kigali, dove saremmo vissuti, ma purtroppo non potevo godermi il panorama, data l’oscurità della sera. Finalmente arriviamo al Centro Urukundo, dove i sette ragazzi che vivono permanentemente lì mi accolgono con una canzone e un ballo di benvenuto, mi vengono presentate le suore responsabili del Centro, della congregazione delle Amiche dei poveri, che la onlus sostiene, e mi si mostra la struttura. Pensieri ed emozioni mi girano vorticosamente nella testa e non riesco ancora a realizzare dove sono. Tutto scorre così velocemente quella sera: presentazioni, cena, poi preparo la lezione per il giorno successivo con Caterina. Non avevo potuto farmi una settimana in più come lei, non avevo ancora conosciuto nessuno del posto, non ero neanche riuscito a vedere il paesaggio, i volti, gli edifici ed ero ancora stanco per il viaggio. Ma ero lì, a Busanza, Kigali, Rwanda. E questo mi bastava.

P&L
Tom

Per maggiori informazioni sulla onlus e i suoi progetti e in particolare per il resoconto del progetto realizzato quest’estate da me e Caterina, vi rimando al sito della onlus: http://www.tkonlus.org/