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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘censura’

Accertata falsità nelle liste elettorali: la “cadrega” di Cota seriamente in bilico – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 29th, 2010

Pericolose somiglianze

Ieri sera a Torino si è tenuta una fiaccolata a sostegno del governatore leghista della Regione Piemonte, Roberto Cota da Novara (genitori foggiani), ultimamente al centro del tormentone elettorale piemontese.

Come in quasi tutta Italia, il 28 Marzo c.a., la coalizione di centro(di centrista c’è ben poco)-destra piemontese strappò le redini della regione dalle mani del centro-sinistra(di sinistra c’è ben poco), che candidavano la discussa Mercedes Bresso, governatore allora in carica.

La vittoria tuttavia, differentemente da quasi tutta Italia, arrivò al termine di un sudato “tète à tète” e fu sancita da soli 9.000 voti.

Alcune forze dell’opposizione, Udc, Verdi, Consumatori e “Pensionati e invalidi”, sentendo odore di bruciato, presentarono ricorso al Tar, per un’attenta analisi delle firme delle liste del centrodestra “Verdi Verdi”,”Consumatori per Cota”, i “Pensionati per Cota”.

Gli ultimi risvolti vedono l’accertamento, da parte dei Pm Torinesi, di 18 firme su 19 falsate nella lista “Pensionati per Cota”, guidata da Michele Giovine, e dal padre Carlo. Non solo. Quegli stessi Pm stanno preparando le carte per agire immediatamente in sede penale contro la “premiata ditta” Giovine&Son.

Ma ciò che sferra un colpo letale alla “cadreghina” del Presidente leghista Roberto Cota, è il numero di voti che detta lista ha recato alla causa cotiana, pari a 27.000, ben più dei 9.000 che gli hanno consegnato le chiavi della regione in cui nacque l’Italia.

Prossimamente, entro una decina di giorni, il Tar si esprimerà ed emetterà un verdetto. Verdetto che potrebbe essere l’invalidazione delle elezioni, o la semplice sanzione delle liste irregolari, lasciando, in quest’ultima ipotesi, il Consiglio regionale intatto, così come Cota l’ha fatto.

L’unico precedente recente risale al 2001, quando nel 2001 il Consiglio di Stato, per alcune irregolarità dei Verdi e dei Comunisti, fece ripetere il voto in Molise

Il modestissimo governatore del Piemonte, dal canto suo, ha già organizzato una fiaccolata a suo sostegno, così da esercitare le consuete pressioni sulla magistratura, ha cercato disperati sostegni persino in Quirinale, e ha pubblicamente dichiarato, a proposito di un eventuale ritorno alle urne “sarebbe un golpe, perché vorrebbe dire violare la prima regola e cioè che la sovranità appartiene al popolo”

Comodo il pensiero al popolo, scomode le regole. Peccato che le seconde siano da rispettarsi per il primo, anche per la casta che crede di non farne parte.

Renata Polverini, Pdl, Presidente Regione Lazio

Irregolarità nelle liste, d’altronde, erano state rinvenute ancor prima delle regionali, nel Lazio e nella Lombardia. Nel primo caso il Pdl fu estromesso da Roma, salvo ripresentarsi in toto sotto falsa veste di lista civica, nel secondo scagionato dal Tar. Ora si scoprono nuovi trucchetti anche per il Piemonte, e chissà, magari domani troviamo qualcosa anche in Campania e così via.

L’allergia alle regole e al rispetto delle stesse e delle istituzioni, non contagia più solo i politici della destra italiana, ma interi liste e partiti.

Come in ogni fatto attuale, oramai, l’aspetto più sconcertante è l’assordante silenzio della stampa. Oltre alla redazione di Sky e pochi blog indipendenti, nessun altro s’è degnato di raccontare questa notizia con i dettagli e gli aggiornamenti di cui sopra. Siamo ben felici di essere tra i pochi, e che non sia la prima volta che accade, vedi l’emergenza rifiuti a palermo, il processo per estorsione a carico di Dell’Utri, il caso Favata-Berlusconi, le Ronde nere e così via….

Tuttavia, come conclusi un vecchio post, è un amaro compiacersi.

WOOLFTAIL

Ultim’ora; “Bella Ciao” censurata ovvero Della proprietà transitiva

Posted By fred on giugno 2nd, 2010

Carla Costetti, preside della Scuola Secondaria di I Grado “Giuseppe Gioachino Belli” di Roma, ha censurato i suoi alunni che in un’esibizione davanti al ministero dell’Istruzione il 27 maggio 2010, in occasione della Settimana della musica, hanno intonato come fuori programma “Bella Ciao”.

La preside indignata, non appena compreso l’abuso che si stava compiendo, è prontamente intervenuta per evitare di turbare ulteriormente le povere orecchie di Giuseppe Pizza, Sottosegretario di Stato all’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica nonché Segretario Politico Nazionale della Democrazia Cristiana, di Pasquale Capo, capo del Dipartimento per l’Istruzione, e di altri due direttori generali del ministero. “I ragazzi sono stati subito fermati, gli ho chiesto di smettere e mi sono scusata con i docenti perché non era previsto. Il giorno dopo ho mandato una lettera ai genitori dei ragazzi, consegnata agli alunni, e ai docenti perché non è possibile che prendano delle decisioni come schegge impazzite in cui ognuno decide di fare quello che vuole. I ragazzi sentono una serie di cose in giro e per questo hanno pensato di fare una bravata.” ha commentato la preside.

Poveri ragazzi! Nessuno aveva loro spiegato infatti che solo apparentemente la libertà di esprimere le proprie idee e convinzioni è garantita dall’Art. 21 della nostra Costituzione (che è ancora attualmente vigente, anche se qualcuno ogni tanto non lo rimembra) che dispone che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione […]”.

E poi, santo cielo, che cattivo gusto, che poco rispetto! Cantare una canzone che rimanda a quella Resistenza che Max Bruschi, consigliere politico di Maria Stella Gelmini (che ricordiamo, per chi non lo sapesse, essere l’attuale Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca), avrebbe voluto eliminare dai libri di testo; e cantarla non al concerto del Primo Maggio, ma davanti agli esponenti di quello stesso illiberalissimo governo, che si impegna così tanto per inculcare nelle teste dei nostri ragazzi i valori dell’amore, perché essi crescano senza quello spirito critico che porta all’inevitabile conflitto. Certo, sentir inneggiare alla lotta per la libertà, vedere ragazzi che non hanno vissuto quel periodo storico, ma che comunque si portano dietro con rispetto il ricordo e i valori di coloro che si sono sacrificati per il popolo italiano (perché non è stata solo l’America a tirarci fuori dalla melma) dev’essere stato un brutto colpo per chi cerca di programmare i ragazzi d’oggi su tutt’altro standard (vedi “La Pupa e il Secchione”, “Amici”, “L’Isola dei famosi” e via dicendo).

“Esistono luoghi e tempi opportuni nei quali sostenere con la serietà del proprio lavoro, idee e convincimenti che, pur nella libertà di pensiero, non devono mai diventare mancanza di rispetto o offesa verso istituzioni o persone.” scrive nella sua lettera a docenti, alunni e famiglie la nostra cara Carla. Vorrei proprio capire chi si dovrebbe sentire offeso ad ascoltare “Bella Ciao”; anzi, so chi si dovrebbe sentire offeso, ovvero il nazista invasore e il suo amico fascista leccaculo. Verrebbe quasi da applicare una facile proprietà transitiva: se questa canzone offende le istituzioni, e se questa canzone offende i nazisti e i fascisti, allora le istituzioni sono naziste e fasciste. Ma non sono mica io a dirlo! E’ la signora Costetti.

FRED

Il Censurometro, la mappa della rimozione forzata – di Fabio Gasparini

Posted By grim on maggio 18th, 2010

Google ha recentemente lanciato un nuovo tool, denominato Governement Request, atto a mostrare il numero di richieste di dati degli utenti e rimozioni effettive di contenuti da parte dei governi nei confronti del motore di ricerca e di Youtube ricevute negli ultimi sei mesi del 2009. È un fatto evidente che la censura in internet sia esponenzialmente aumentata negli ultimi anni: se nel 2002 solo 4 governi avevano occasionalmente imposto la censura, oggi sono in tutto 40 le nazioni ad averlo fatto. I dati qui riportati non comprendono materiale che viola il copyright e riguardante la pedopornografia, in quanto rimosso automaticamente una volta individuato, mentre saranno compresi indistintamente elementi criminosi, contenuti realmente “scomodi”, violazione di privacy e quant’altro.

Svetta in cima alla classifica il Brasile, con ben 291 rimozioni eseguite, seguito da Germania (188), India (142) e Stati Uniti (123) ; al settimo posto, l’Italia, con 57 rimozioni. Nella richiesta dei dati degli utenti, l’Italia è invece sesta (550 richieste), mentre sul podio stanno ancora Brasile (3663), Stati Uniti (3580) e Regno Unito (1166).

Significativa è l’assenza di un qualsiasi rapporto sulla Cina, la quale, considerando l’organo di censura segreta materia di Stato, ha negato a Google la divulgazione dei dati.

Sarebbe molto interessante conoscere anche le motivazioni che hanno spinto i vari governi a richiedere l’eliminazione di determinati oggetti dalla rete, in quanto la mappa si limita ad elencare i numeri effettivi e le tipologie di materiale incriminato (se immagine, blog, video ecc.). Lodevole in ogni caso l’iniziativa lanciata dal vicepresidente David Drummond, convinto che maggiore trasparenza a livello globale possa contribuire a contenere il pericolo di una censura indiscriminata e pervasiva. Il team di Google in ogni caso si ripropone di aggiornare le statistiche ogni sei mesi. Staremo a vedere.

Fabio

http://www.google.com/governmentrequests/ clicca per vedere il Censurometro

WEB 2.0 e Rivoluzione Digitale – di Francesco Dal Moro

Posted By Tom on aprile 15th, 2010

Nel XVIII secolo un grande evento ebbe luogo, e segnò la storia dell’umanità.
La rivoluzione industriale cambiò il metodo di lavorare, di produrre, di vivere. Oggi, nel XXI secolo, un evento di pari caratura è in essere. Parlo della rivoluzione digitale in atto, che sta radicalmente mutando il modo di lavorare, di produrre, di raccogliere dati e informazioni, di osservare il mondo, di vigilare, appunto di vivere. Non ci soffermeremo tanto su questo argomento, ma piuttosto svolgeremo l’analisi intorno a uno dei suoi principali fautori: il web 2.0.

Preme innanzitutto spiegare cosa il web 2.0 sia, e perchè lo considero, ed è generalmente considerato, un fondamentale protagonista di questa svolta digitale.
Si tende ad indicare come web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente. Il WWW diventa sempre più simile alla vita reale, cosicchè, per fare un esempio, l’utente interessato a un brano musicale non deve più recarsi nei negozi di dischi, magari lontani da casa, ma soddisfa le sue esigenze con pochi click, il che non muta certo solamente le comodità del singolo utente, ma anche un’intera catena di produzione e distribuzione quale quella discografica. L’autore pubblica direttamente sul web le sue opere, senza affidarsi al miliardario business della musica, ferendolo al cuore. Se da un lato, nomi illustri quali Madonna, Prince, Radiohead si sono serviti con beneficio di questa rivoluzionante possibilità, dall’altro autori emergenti, cantanti indipendenti da case discografiche, e giovani band hanno modo di pubblicare la loro musica, di condividerla con il mondo. Questo lungo esempio è una piccola goccia nell’oceano dei motivi per cui è lecito indicare nel web 2.0 il protagonista assoluto della rivoluzione digitale.
Cambia il modo di distribuire i prodotti, quindi di procurarseli. Il produttore diventa consumatore, e viceversa, fino a diventare un tutt’uno. Il termine “Prosumer” (Producer + Consumer) indica proprio un utente che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assume un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione, consumo. Si pensi ad esempio allo studente che pubblica la relazione dei “Promessi sposi” e scarica quella de “I Fiori del male”, o all’utente di E-Bay che acquista un prodotto e ne mette all’asta un altro.
I social network, che oramai spopolano la Rete, sostituiscono gradualmente le piazze come luogo di incontro e vita, appunto, sociale.
Un nodo molto importante relativo al nuovo web concerne l’informazione. L’egemonia fin qui esercitata dai media tradizionali sulle informazioni viene ora meno; ognuno, potenzialmente, è un informatore. Blog, forum, myspace, i menzionati social network, -e chi più ne ha più ne metta- si affiancano a giornali di partito o di grandi multinazionali, a televisioni di politici o a reti pubbliche il cui Consiglio di Amministrazione è completamente asservito al potente di passaggio.


Come possiamo notare le nostre vite vengono profondamente segnate dal web 2.0, e quindi dalla rivoluzione digitale in corso. Ma come reagisce la politica mondiale? Sarà spinta da lobby di grandi multinazionali ferite al cuore o dal desiderio del progresso?
La risposta, ancora una volta, è amara. Convenzioni internazionali ed europee tutelano gli interessi di pochi a scapito di molti, in una politica dominata dagli affari. Piccoli, ma significativi e incoraggianti passi vengono tuttavia periodicamente compiuti dalle nostre autorità. Noi, però, scegliamo di partire ovviamente dalla notizia cattiva, lasciandoci quella buona per dessert.
Consideriamo dunque due snodi fondamentali nel rapporto utente-business-politica, la pirateria e l’ informazione.

Abbiamo analizzato sopra come il web 2.0 stia rivoluzionando la distribuzione di opere multimediali come film e musica. Le grandi case cinematografiche e discografiche, in risposta, dopo un iniziale muso duro verso il web, hanno cominciato a servirsene mettendo a disposizione degli utenti in cataloghi in online le proprie “opere dell’ingegno”, rigorosamente protette da Copyright, e dunque a pagamento. Ma in una rete abilitata allo scambio P2P (Peer to Peer, ovvero fonte a fonte, utente scambia file scaricati con altri utenti, da e riceve, incarnando l’immagine del Prosumer), un file scaricato, anche legalmente a pagamento, su un Pc, è potenzialmente a disposizione di tutti gli altri Pc, grazie a protocolli come i torrent e i relativi software di condivisione file quali mTorrent, Gnutella, Emule etc. Inoltre è possibile reperire film gratuitamente su server quali Megavideo, o ascoltare canzoni su youtube. Queste possibilità di reperire opere dell’ingegno gratuitamente e senza grossi rischi incentivano l’utente a servirsene, con sommo dispiacere delle aziende che, per decenni, su quelle opere ci hanno lucrato e non poco. Le citate forme di condivisione gratuita sono inevitabilmente combattute dai governi mondiali, sensibili alle problematiche delle grandi imprese e soprattutto ai loro soldi. Eccole dunque raggruppate nel calderone della pirateria, e punite con pene variabili di paese in paese. In Italia qualsivoglia forma di condivisione “pirata” è considerata reato penale. Da salate multe al carcere la pena. È tuttavia impossibile risalire all’identità di ogni potenziale pirata, in quanto, ammettiamolo, lo siamo un po’ tutti. Ecco dunque che si cerca di colpire l’ISP, il Provider, responsabilizzandolo dei contenuti pubblicati e condivisi dai suoi utenti. Sottolineo l’espressione si cerca, perchè momentaneamente la normativa europea (alla quale l’Italia deve necessariamente sottostare) non considera l’ISP responsabile dei suoi contenuti, e non lo costringe dunque a vigilare sui suoi utenti (Si pensi a msn che controlla i file scambiati su messenger, youtube che censura preventivamente i video dei suoi utenti, blogspot o altervista che cancellino i contenuti dei blog che ospitano ecc…). Tuttavia diversi tentativi vengono fatti in questa direzione, in Italia, ad esempio, La FIMI (Federazione Italiana dell‘Industria Musicale) nel 2006 chiese al Governo italiano di farsi promotore di una revisione delle normative europee, che regolano le responsabilità dei service provider in materia di contenuti illeciti. Quattro anno più tardi ecco il recente decreto Romani (febbraio 2010) che mirava proprio a responabilizzare i Provider dei loro contenuti, sebbene in contrasto con le disposizioni comunitarie. Il decreto è stato fortunatamente emendato fino al punto da adeguarsi a quanto la normativa europea effettivamente stabilisce.
Durante lo scorso autunno il governo francese, invece, ha promulgato una legge che prevede il taglio della connessione internet a chi viene sorpreso due volte in un’attività pirata.
In Spagna è in cantiere una riforma che mira ad oscurare in quattro giorni tutti i siti internet potenzialmente lesivi al diritto d’autore.
Oltreoceano, negli USA, il nemico principale degli ISP è la scarsa privacy posta a tutela dei suoi utenti, il che ha portato spesso i fornitori di servizi a dover comunicare i dati personali dei suoi utenti ad agenzie governative per conto delle case produttrici delle opere “piratate”, o a fare le valige e trasferirsi in Europa come fece SpyTorrent. Da tutto ciò si evince quanto la politica sia certamente in sintonia più con lobby e interessi degli “squali” di turno che con il passo dei tempi.
Non solo del male arriva però dalla politica (talvolta), e ogni tanto si sentono proposte molto innovative. L’ultima pochi giorni fa in un’intervista di Maroni, in cui propone la pubblicazione gratuita delle opere dell’ingegno su un sito nazionale ricco di sponsor e banner che paghino i diritti. Ricordiamo che google ha fatto i miliardi in questa maniera, senza chiedere un centesimo ai suoi innumerevoli utenti. Per quanto mi suona strano dirlo, complimenti a Maroni, una volta tanto proiettato nel 2010.

L’altro snodo di cui si è accennato prima riguarda l’informazione, intesa come la possibilità di reperire e pubblicare informazioni di ogni sorta e di comunicare con altri internauti in qualsiasi parte del mondo.
Rispetto al caso della pirateria, in questo ci sono meno interessi economici, ma molti politici.
Si pensi a quei regimi le cui malefatte vengono celate grazie al controllo dei media, come accaduto nella Germania nazista, o nella Russia Stanlinista; al giorno d’oggi incontrerebbero molte più difficoltà a scongiurare una fuga di notizie.
Questo non significa certo che la censura nel web non esista.
- Per fare qualche esempio, A Cuba le mail sono filtrate attraverso parole chiave, in Iran sono oscurati i siti stranieri, in Tunisia vengono effettuati blocchi e rallentamenti nelle connessioni degli oppositori politici, in Siria i social network non sono accessibili, in Zimbabwe gli utenti sono spiati per legge, in Uzbekistan l’accesso online è riservato ai soli stranieri e, last but not least, in Cina i contenuti sono filtrati e molti blogger vengono quotidianamente arrestati-.
La censura e il controllo, non esistono solo nei paesi totalitari, ma anche nel democratico Occidente.
Si pensi alla direttiva europea 24/2006, prevede la raccolta e la conservazione da parte dei provider di tutte le conversazioni che hanno luogo sulle loro reti, cosicchè siano consultabili dalle autorità per motivi di sicurezza.
Guardando più da vicino in casa nostra, sull’Italia ci sarebbe molto da dire. Tralasciando i vari oscuramenti di gruppi facebook di cattivo gusto, o di link o interi siti potenzialmente lesivi al diritto d’autore, la questione verte principalmente attorno alla responsabilità del libero informatore. La legge 62/2001, approvata da tutte le forze politiche che allora (e ohibò tutt’oggi) popolavano il Parlamento inserisce i siti internet finalizzati all’informazione nell’elenco delle testate editoriali, sottoponendole quindi alle disposizioni censorie tipiche della stampa e della televisione, e alle responsabilità sui propri contenuti. Tuttavia non si specifica (d’altronde era il 2001) se la disposizione riguardi solo le versioni online delle testate giornalistiche o anche blog, myspace, pagine di facebook ecc. Spetta dunque all’interpretazione del giudice chiamato in causa determinare la responsabilità dell’utente che abbia, anche solo tra qualche commento anonimo sul suo blog, qualche frase lesiva nei confronti di qualcuno. E purtroppo è accaduto che un blogger sia stato condannato proprio per questi motivi, come ad esempio in Val d’Aosta nel 2006.
Più volte si sono inoltre sentite proposte politche bipartisan riguardanti l’oscuramento di siti e blog giudicabili come istigatori di reati. L’arbitrarietà di tale giudizio fornisce un potente strumento censorio alla classe politica.
Questi, e svariati altri, sono problemi attuali nel settore dell’informazione e delle comunicazioni, comuni a tutti quei paesi rivoluzionati dal Web.

Come emerge da questa analisi, la classe politica mondiale, stagionata e interessata più a girandole di potere e soldi, spesso non si fa trovare pronta davanti ai cambiamenti della rivoluzione digitale, dimostrandosi non al passo dell’evoluzione, e lasciando grosse lacune nei sistemi giuridici.
A mio avviso, solo un ricambio generazionale, tra le poltrone su cui si decidono le sorti dell’umanità, consentirà il superamento di questi, e molti altri, problemi.
WOOLFTAIL