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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Il risveglio delle coscienze – di Alessio Spadola

Posted By fred on luglio 2nd, 2010

Sembra incredibile, ma è vero. Un giorno forse dovremmo ringraziare un comico per tutto ciò che sta accadendo. Vedo nascere blog, pagine su facebook e tanto altro tutto sotto un’unica bandiera, quella della libertà d’informazione. Prima di Beppe Grillo questo paese sembrava ormai un paese narcotizzato e indifferente a tutto ciò che accadeva sotto i nostri occhi, un popolo ormai addestrato al silenzio. Un silenzio rotto dalla voce del comico ligure, che, spettacolo dopo spettacolo, battuta dopo battuta, è riuscito a risvegliare la coscienza degli italiani e, ancor più importante, è riuscito ad arrivare al tanto ricercato mondo dei giovani. Non so quanti riconosceranno questo suo merito, ma penso che il tempo potrà dargli solamente ragione. Così, adesso ti basta navigare nella maniera giusta e t’imbatti in quelle notizie che ormai le tv nascondono, mascherano o inseriscono tra una notizia di cucina e una sul tempo.

L’altro ieri il Sen. Marcello Dell’Utri, nella sentenza d’Appello, è stato condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, due in meno della condanna in primo grado. Dell’Utri braccio destro, oltre che amico dai tempi dell’Universtà e coofondatore di Forza Italia, del nostro Presidente del Consiglio, è stato riconosciuto colpevole di aver appoggiato le strartegie mafiose fino al 1992, escludendo cosi gli anni successivi, quando ci furono stragi, attentati e accordi segreti con lo stato. Questo è bastato al Tg1 di Minzolini per creare un servizio, come se fosse stato prosciolto da ogni accusa, come se i Pm avessero sbagliato tutto. In questo modo molte persone che ascoltano con superficialità rischieranno di commettere lo stesso errore capitato dopo la sentenza di un’altro uomo di “Stato” il Sen. Giulio Adreotti. PER ENTRAMBI E’ STATA CONFERMATA, DOPO I VARI PROCESSI, L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA.

Le parole contano e devono essere chiare. Per questo dico grazie a Grillo, che ha ridato a molti la voglia di sapere, di conoscere, di informarsi; lo ringrazio perchè ora solo questo potrà salvarci: la consapevolezza. Perchè un conto è sospettare che ti stiano fregando, un’altro è averne le prove.

Un altro piccolo (per modo di dire!) fatto accaduto in questi giorni, che credo sia giusto sottolineare, sono le dichiarazioni del Papa. Ratzinger ha dichiarato inaccettabili le perquisizioni avvenute in questi giorni da parte delle autorità belga per i casi di pedofilia. Mi viene solo una parola: mostruoso. Dicendo questo, chiedo scusa ai cattolici ma credo che anche loro dovrebbero capire il peso di certe dichiarazioni. La Chiesa non può essere immune. NON c’è motivo che lo sia e, quando si parla di violenza sui bambini, non basta dire che per quei preti, rei di reati cosi atroci come possono essere le violenze sui minori, l’nferno sarà più duro. Non basta, prego quei cattolici di riflettere su quelle parole e nOn solo di guardare l’immagine di colui che le dice.

Eremita

Il gay pride a Napoli – di Giovanni Carbone

Posted By fred on giugno 30th, 2010

Salutiamo calorosamente il nostro nuovo collaboratore Giovanni Carbone

Napoli, 26 giugno – C’erano 150mila persone a Napoli per il variopinto e coreografico corteo del Gay Pride, partito da piazza Cavour e giunto a piazza del Plebiscito. L’orgoglio omosessuale è sfilato nel cuore di una città che ha accolto senza pregiudizi il messaggio lanciato dagli organizzatori: “Basta omofobia”. Il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, si è detta “contenta per l’evento, svoltosi all’insegna del rispetto e della pacificazione”. Tra i partecipanti anche i gay cattolici. (ANSA).

Se da religiosi seguissimo il comandamento Ama il prossimo tuo come te stesso non ci sarebbe bisogno dei carrozzoni antiomofobia. Se, da laici, fossimo educati al rispetto per l’altro, indipendentemente da chissà quale dettato religioso, soprattutto per un bene comune, potremmo fare a meno di queste insulse volgari ed indecenti manifestazioni: accalcati sui numerosi Tir allestiti per l’occasione in fila indiana lungo il Rettifilo diretti in Piazza del Plebiscito, giovani più nudi che vestiti o sguaiatamente agghindati, piercing conficcati nei capezzoli, sui lobi delle orecchie, sui nasi, sui sopraccigli, orribili tatuaggi in ogni dove, balli falsamente seducenti, atteggiamenti spavaldi e di sfida, musica ad un volume oltre i 150 decibel…

Il tutto sotto lo sguardo di allibiti anziani, di sorpresi bambini, extracomunitari scandalizzati da un gratuito sperpero di energie, amareggiati a pensare di dover essere trattati come gli ultimi della scala rispetto a queste teste di legno reclamanti, spesso, falsi diritti. L’omosessualità è tutt’altra cosa e la modalità per chiedere il riconoscimento dei relativi diritti è lontana dai canoni della buona creanza. Insomma si chiede il rispetto per il proprio modus vivendi, dimenticando di dover rispettare il modo di vivere degli altri! Tanto può succedere solo in società malata, inquinata, condotta da una politica corrotta, collusa, sciatta, amorale… Si dirà che chi scrive è omofobo! Che grossa fandonia!

La scienza afferma: La sessualità, in ambito umano, è un aspetto fondamentale e complesso del comportamento che riguarda da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione ed alla ricerca del piacere, e da un altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse del genere maschile e femminile. L’ambito sessuale investe la biologia, la psicologia, la cultura, riguarda la crescita dell’individuo e coinvolge tutta la sua vita relazionale, oggetto di studio anche dell’etologia umana. Il termine “sessualità” quindi è riferito più specificatamente agli aspetti psicologici, sociali e culturali del comportamento sessuale umano, mentre col termine “attività sessuale” ci si riferisce più specificatamente alle pratiche sessuali vere e proprie.

Preso atto che ogni individuo ha una propria struttura biologica e psicologica, ciascuna persona ha ovvio la facoltà di porsi in società come meglio crede tenendo presente il rispetto per il proprio ruolo e il rispetto per il ruolo degli altri, il rispetto dei contesti, della cultura dominante…

Cosa deve intendersi per ruolo: il comportamento che un individuo mette in atto nella società secondo le regole che questa gli impone onde consentire un’armoniosa convivenza.  La regola viene fuori quando occorre evitare la guerra tra le diversità.

Ogni individuo è tenuto a calarsi in un ruolo e ad adeguarsi al contesto utilizzato per la circostanza. Un conto è che mi vesto per andare in un locale notturno, un conto è che mi vesto per andare in Chiesa, nella Moschea, nella Pagoda, a teatro o in discoteca. Sono contesti diversi. Rispettare i contesti significa evitare a chi li controlla di dover imporre regole spesso ritenute ostili. Un datore di lavoro deve tenere coeso il gruppo degli addetti, frenando l’individualismo, selezionando regole calzanti a tutti.

La strada, la piazza sono contesti delicatissimi, dove non è vero che tutto è possibile. Qui gli uomini inevitabilmente si confrontano e previo il rispetto reciproco mantengono a ragion veduta l’equilibrio. Lì dove si pretende di fare apertamente i propri bisogni non importa quali, nascono segni d’intolleranza, tensioni che possono sfociare in tafferugli… Insomma ad una provocazione corrisponde una reazione. Se io lascio lo sportello della macchina aperto facilmente ci sarà chi la saccheggia, chi me la ruba, specialmente in alcuni contesti, in alcuni luoghi… Allora più che di omofobia, una smodata ed illogica paura, si potrebbe parlare di intolleranza di un fenomeno esageratamente ostentato in contesti poco raccomandati.

Il messaggio “Basta omofobia” per le strade delle città sembra piuttosto una provocazione. Vedete chi siamo? Tutti lo possiamo essere, possiamo ciascuno essere quello che vogliamo con trasparenza e non dobbiamo dar conto a nessuno. Vogliamo anche il riconoscimento dei nostri diritti! Grazie a San Gennaro a Napoli, come sempre tappezzata di rifiuti sotto gli occhi di sgomenti turisti, la manifestazione è stata pacifica. In un’epoca di degrado non mi meraviglia! Si proponga lo stesso raduno in un contesto diverso, per esempio in un luogo islamico! Non che lì sono tutti omofobi e nessuno è omosessuale. Forse siamo all’opposto. Sotto le coperte tutti possono fare quello che meglio credono. Ci mancherebbe altro! Noi diremmo: son tutti ipocriti!

Considerato opportuno il riconoscimento dei diritti che nascono tra le unioni di individui di egual sesso, e che l’ottenimento può arrivare non dallo sprovveduto e già martoriato popolo, ma dai vertici di Stato e Chiesa, troppo presi per il momento dai loro ambigui interessi, dobbiamo convenire: sarebbe stato più conveniente concentrare i manifestanti e i partecipanti per esempio nel capiente stadio San Paolo dove liberamente esprimersi senza provocare contrasti, turbamenti, fobie tra i dissidenti loro malgrado. Sarebbe stata meglio apprezzata una formale e ben articolata richiesta indirizzata agli organi politici, competenti a dare risposte convincenti.

Ancora qualche considerazione. Perché dire ai bambini che Babbo Natale è un personaggio delle favole? Perché far scegliere al bambino i giocattoli per l’Epifania? Una delle fasi dell’età evolutiva e quella relativa alla magia. Perché negargli il valore delle favole, dei sogni, delle emozioni? Perché svelargli le nostre pure spesso false verità? Perché, per analogia, mostrare gratuitamente ad un giovane in erba attraverso il variopinto e coreografico corteo del Gay Pride un aspetto della sfera sessuale senza una sua specifica richiesta, in un momento della sua delicata sfera sessuale? Perché annientare, con le nostre perversioni, l’importanza del corteggiamento, della spontanea attrazione per non importa chi? Perché costringere poi chi si appropria a fatica di una propria scelta a lottare per confermarla, perché scorrettamente non condivisa? Mettiamo: giochiamo a nascondino ma i posti dove nascondersi sono visibili. Che gioco è? Non c’è gusto a giocare. La vita in alcune sue tappe è anche magia, gioco, fasi utili a sviluppare una criticità che prepara l’uomo a saper scegliere. Lasciare a tempo debito l’individuo a vagare nel mistero, nell’innocente malizia, a trasgredire nei limiti, a scoprire da solo cosa si nasconde dietro l’angolo significa fargli conquistare gli spazi riconosciuti idonei alla sua esistenza.

È proprio necessario arrivare al traguardo cumulando ferite più importanti dello stesso risultato? Il mio suggerimento? Meno cortei e più leggi adeguate.

27 giugno 2010 Giovanni Carbone

Degenero di una Chiesa leghista – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on giugno 10th, 2010

La Lega Nord si è sdoppiata. È un partito a due facce. Esiste la efficiente Lega di governo; la Lega del laborioso Maroni, che vanta l’alto numero di mafiosi arrestati, vanta l’istituzione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali (senza poi adottare gli strumenti necessari per neutralizzare la mafia); e mentre Maroni si occupa minuziosamente del suo dicastero, Bossi e Calderoli guidano una Lega come un partito di governo nazionale, che convive in una coalizione sempre meno unita, scende ai dovuti compromessi, vota insieme all’alleato qualsiasi tipo di provvedimento capiti loro sotto gli occhi e ripete costantemente che l’Italia ha bisogno di federalismo fiscale, senza poi realizzarlo. E poi esiste un’altra Lega, quella dei Comuni, delle Province e delle Regioni; il partito della protesta che da anni lamenta le ruberie di “Roma ladrona”, come se i “ladri” di Roma (quelli che siedono in Parlamento) non fossero anche leghisti; è nel profondo e nebbioso Nord che salta fuori la vera faccia di una Lega reazionaria e xenofoba: ed è con le varie e ripetute discriminatorie operazioni di “White Christmas” o togliendo il cibo a bambini, i cui genitori non possono permettersi la mensa scolastica, che il Carroccio è penetrato nella mentalità delle persone ed è diventato elemento di una cultura chiusa e conservatrice.

Degenero. Questo sta succedendo in Veneto, dove la Lega regna incontrastata. Sandro Sandri, l’assessore alla Sanità, padano naturalmente, della precedente giunta Galan ha dettato nel marzo del 2009 le linee guida ai medici delle strutture sanitarie venete: non si dovranno trapiantare organi a coloro il cui quoziente intellettivo non supera il punteggio di 50, a chi ha tentato da poco il suicidio e alle persone con danni cerebrali irreversibili. “Controindicazioni assolute” le definisce l’allegato A delle “linee guida per la valutazione e l’assistenza psicologica in area donazione-trapianto”. Solamente dopo la segnalazione di questo caso al prestigioso “American Jorunal of Transplantation” e le proteste di medici, consiglieri dell’opposizione, Radicali e associazioni di famigliari di portatori di handicap psico-fisici, l’attuale assessore, leghista anche questo, Luca Coletto è stato costretto a riparare al danno e fare marcia indietro; la giunta Zaia ha, così, approvato il 3 giugno una “circolare applicativa” di quell’allegato A, il quale sarebbe “fondamentalmente rivolto a garantire, in ogni possibile condizione, il più alto livello assistenziale possibile”. Si suppone, quindi, che per un anno le “controindicazioni assolute” siano state applicate nel più totale silenzio mediatico e civile. Oltre a non esserci nessun riscontro scientifico che giustifichi l’utilizzo del Q.I. come misura per stabilire l’esclusione al trapianto di organi e oltre al contrasto giuridico di merito di tale provvedimento con la Costituzione e con la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità, è il messaggio che viene lanciato alla comunità che più spaventa: perché sprecare organi sani per persone che potrebbero suicidarsi, per bambini down o per persone affette da deficienze intellettuali? Per persone, insomma, “inferiori” e non utili? Un provvedimento, come questo, che annulla così brutalmente il disagio psicologico, il malessere interiore, la dignità della vita di chi soffre di handicap e menomazioni fa ribrezzo. E a pensarci bene la degenerazione reazionaria di un partito di estrema destra come la Lega è insita nell’approccio con il diverso. Chi non rientra in determinati standard di “normalità” non può avere diritti. Prima era il “terrone”, ora l’immigrato e in Veneto pure il “non-intelligente” a dare fastidio, a risultare come un peso, un onere insopportabile da eliminare.

E se tutto questo è avvenuto nel silenzio mediatico e popolare, il silenzio delle associazioni cattoliche e della Chiesa è stato davvero il più assordante. Come scordarsi delle battaglie di tali associazioni per la sopravvivenza vegetale di Eluana? Come potrà dimenticarsi Beppino Englaro di essere stato definito un assassino? E che dire della battaglia padana per mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche contro la sentenza europea, che affermava il fondamentale principio della laicità dello Stato? E che dire, invece, della campagna politica della Chiesa contro il referendum del 2005 sulla procreazione assistita? E come capacitarsi del consiglio della CEI, pochi giorni prima delle ultime regionali, di votare per il candidato contrario all’aborto, quando poi, di fronte a un provvedimento, che nega arbitrariamente il diritto alla salute ai più deboli e che avrebbe addirittura unito le voci di cattolici e atei per abolirlo, la Santa Sede sta zitta? Si potrebbe urlare all’ipocrisia e all’incoerenza. Ma certamente non si può ignorare il sospetto che il sacro patto tra una Lega sempre più potente e i vertici ecclesiastici sia stato sancito; d’altronde l’unico ostacolo per le politiche discriminatorie dei Lumbard è proprio la Chiesa, storica nemica di Bossi. Ma le crociate a favore del crocifisso e i propagandistici attacchi alla pillola abortiva di Cota fanno pensare a un cambiamento di rotta. E la Chiesa sembrerebbe aver abboccato, considerati le recenti dichiarazioni di favore rispetto al federalismo e il silenzio su questa vicenda e sul respingimento dell’Italia delle raccomandazioni del Consiglio dell’Onu per i diritti umani, che prevedevano la revisione del pacchetto sicurezza e l’inserimento del reato di tortura.

In questi ultimi 18 anni la Lega Nord ha raccolto lo smarrimento politico derivato dall’epoca di Tangentopoli e della caduta dei blocchi contrapposti e lo ha trasformato in rivendicazione di un’identità culturale totalmente fittizia e inesistente per dare alle persone un’apparente senso di sicurezza e in potere politico ed economico per le sue gerarchie. Rivendicazione avvenuta tramite il razzismo, la discriminazione, la xenofobia, il becero turpiloquio e l’ignoranza. Rivendicazione che ha portato a una cultura dell’altro e del diverso come il nemico da abbattere.

E che oggi, in Veneto, ricorda la hitleriana follia della selezione della razza.

P&L
Tom

Sì, lo voglio! di Fabio Gasparini

Posted By Tom on aprile 15th, 2010

Tralasciando qualunque commento riguardo il (dubbio) valore religioso del matrimonio, cosa su cui non voglio ora focalizzare la mia attenzione, esso riveste un duplice senso, antropologico e legale. Antropologico perchè, in quanto rito di passaggio, ciò che sancisce realmente l’unione tra due persone è l’accettazione e la consapevolezza dell’unione stessa all’interno della comunità in cui si vive. Nell’atto del matrimonio la coppia si presenta pubblicamente non più come due individui singoli, bensì come un unico attore sociale che agisce e si muove all’interno della società in vista del proprio sostentamento. I due membri che la compongono, oltre all’implicita dichiarazione affettiva che così palesano, assumono di conseguenza il dovere legale di sostenersi vicendevolmente, oltre ad una serie di diritti tutelativi ed economici.

Nonostante io creda che nessuna autorità, religiosa o laica che sia, detenga realmente l’autorità di sancire qualcosa che è affare totalmente personale, so tuttavia di essere immerso fino al collo nella società e di esserne legato indissolubilmente, come ognuno di noi: di qui non si scappa. Perciò, ho sempre condiviso il principio borghese secondo cui ognuno deve poter essere libero nei limiti in cui tale libertà non va a ledere quella altrui.

La recente sentenza della Corte Costituzionale in ambito dei matrimoni gay ha riposto la decisione finale nelle mani degli organi legislatori – come è giusto che sia. Ora, tutti sappiamo benissimo chi siede attualmente sul trono e di che pasta è fatta la sua cerchia, quindi non ci sarebbe da stupirsi molto se il tutto si riverserà nei migliori dei casi in un nulla di fatto. Eppure permane un immenso vuoto non tanto istituzionale quanto culturale in quest’ambito, dovuto sostanzialmente a due fattori: la tremenda pigrizia intellettuale che negli ultimi vent’anni ha ufficialmente investito il nostro Paese dando come conseguenza l’attuale classe politica, d’altra parte specchio ideale di chi veramente vive oggi in Italia, e la presenza sempre più bigotta e oppressiva di Sua Santità & scagnozzi che intorpidiscono fortemente l’opinione pubblica (basti pensare alle recenti polemiche sulla pillola abortiva).

Non riconoscere legittimità alle coppie gay relega queste al ruolo di elementi “anormali” nell’ordine sociale, sparute aberrazioni tenute nascoste in quanto pericolose per la sedicente concezione della “normalità” di questa nostra Italietta veterocattolica e conservatrice. Inutile dire che da tutto questo risultino esserci dei cittadini di serie A e di serie B, che non vedono riconosciuti i propri diritti pur contribuendo nè più nè meno come tutti gli altri alla sopravvivenza collettiva.

Siamo tutti uguali, ma alcuni più uguali di altri.

Fabio

L’Ago della Bilancia – di Francesco Dal Moro

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Da secoli, specie in Italia, la Chiesa romana condiziona l’evoluzione, la storia della società, grazie alla grande influenza che questa esercita sui suoi fedeli, e quindi sugli Stati che i fedeli popolano. La Storia, a tal proposito, è macchiata da gravi limiti che la Chiesa cattolica apostolica ha portato all’evoluzione dell’occidente. Si pensi a Giordano Bruno o a Galileo, e alle loro eretiche teorie. O guardando ai tempi nostri si pensi all’ostruzionismo in materia di prevenzione sessuale, aborto, ricerca tramite staminali (in grado di guarire un numero incredibile di tumori), e la lista sarebbe lunga.

Nel 2010 la classe politica ha ancora bisogno della Chiesa portatrice di consensi.
Cosa succede dunque se una corrente politica, da sempre affiliata e sostenuta da Vaticano e seguaci, casca in conflitto con la grande potenza cattolica? È successo quest’estate, quando atteggiamenti a dir poco libertini del premier, culminati con il secondo peccaminoso divorzio (alla faccia dei valori della famiglia), e seguiti dall’ennesima calunnia rivolta dal feroce alleato Feltri (direttore de Il Giornale) a Boffo (direttore dell’Avvenire che aveva osato puntare il dito contro i comportamenti poco cristiani di Berlusconi), erano costati alla coalizione di centro destra una netta opposizione da parte della Chiesa.
Il rischio di giocarsi l’elettorato cattolico non rientrava però nei piani di governo, ed ecco che a Febbraio, un mese prima delle votazioni, Berlusconi promette milioni al cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, e tac, l’ennesima riforma alle finanze delle scuole taglia ulteriori fondi per le scuole pubbliche, destinandoli a quelle paritarie cattoliche.
Soldi versati, pace fatta. Ed ecco che lo stesso Bertone, alla vigilia delle elezioni, si sente in dovere di precisare che “il Consiglio episcopale permanente dichiara ineludibile all’interno del dibattito odierno il tema del rispetto della vita umana dal suo concepimento alla morte naturale, e che per questo invita la cittadinanza intera a inquadrare con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale, sia locale e quindi regionale“. Così al Pdl, scrutinati i voti, sono tornati i conti in tasca: si pensi al Lazio, dove Emma Bonino, storica sostenitrice della regolarizzazione dell’aborto, perde per 70.000 voti, o al Piemonte, dove la coalizione supportata dal Vaticano vince per 10.000 unità.

L’Italia è uno stato laico fin dalla sua nascita, fatto salvo il ventennio fascista, tuttavia le parole della Chiesa riescono a spostare l’ago della bilancia in maniera decisiva.
Mi sorgono spontanee alcune domande.
Perché un organo come la Chiesa, che vieta ad un suo membro di denunciare un prete che abbia abusato di un minore (romperebbe il sigillo sacramentale), che perdona chi è stato condannato come colpevole per tali abusi, ma non una donna che abbia abortito (il principio è che è peggio uccidere una vita che violentarla), è ancora in grado di maneggiare i fili di quei burattini che sono gli italiani?
Perché non esiste una classe politica proiettata al futuro, e non al passato, capace di liberarsi dei vincoli e dei limiti imposti da un organo che non fa nemmeno parte del nostro ordinamento?
E infine, l’ultima domanda, che funge anche da risposta alle due precedenti: perchè esiste laicità formale ma non sostanziale?
Tanto varrebbe reintrodurre il cattolicesimo come religione di Stato, ci risparmieremmo l’ennesima ipocrisia.

WOOOLFTAIL

Crimen sollicitationis – di Tommaso Petrucci

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Il Crimen sollicitationis indica le procedure da adottare, secondo diritto canonico, nei casi in cui qualche servo di Dio, perduta la retta via, commetta abusi sessuali o atti pedofili, pudicamente definiti “crimini di adescamento o provocazione”. E tale pudicizia nei termini non è affatto casuale: il timore che il prete non riesca a controllare i propri bollenti spiriti e a rispettare uno dei precetti comportamentali fondante di questa figura spirituale è davvero alto, almeno dal Concilio di Trento; d’altronde questo timore è comprensibile, dal momento che la sessualità fa parte della natura umana e i preti, è bene ricordarlo, sono semplici esseri umani e non super-uomini. Ma la Chiesa, ostinata nel ribadire i propri dogmi e dimentica del proprio passato peccaminoso, continua a predicare la castità come valore fondamentale, valore, per altro, che discende dalla biblica illazione che la carne, altro modo pudico per riferirsi al sesso della donna, sia una diabolica tentazione per sviare l’uomo pio dalla contemplazione divina e per portarlo sulla via del male; una tale repressione psico-fisica, nei soggetti più deboli, può sfociare in incontrollati e vergognosi comportamenti.

Il documento vaticano, approvato da papa Giovanni XXIII nel 1962, indica, inoltre, quali pene comminare nei casi in cui il crimine viene commesso: si parte dalla sospensione a divinis, cioè la sospensione dalla celebrazione dei sacramenti, per arrivare alla privazione di tutti i benefici e, nei casi più gravi, le dimissioni dallo stato clericale. Ma se tali sanzioni hanno natura, per così dire, pubblica, il regime di segretezza e riservatezza è sancito nel documento stesso con ferma convinzione non soltanto per gli atti del procedimento, ma anche per la sentenza definitiva del tribunale diocesano. È chiara la politica della Chiesa al riguardo: assoluto occultamento dei fatti per salvaguardare la reputazione del reo, ma soprattutto per evitare che si gridi allo scandalo, tant’è che chiunque venga a conoscenza dei fatti, è tenuto a mantenere il segreto, pena la scomunica. E questa politica settaria è stata ribadita nel 2001 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, il quale, nella lettera “De delictis gravioribus”, attribuì una speciale giurisdizione, in sostanza maggiore controllo, alla Congregazione della Dottrina della Fede (di cui Ratzinger era prefetto) per, appunto, i reati più gravi, tra cui anche i crimina sollicitationis; e l’allora segretario della Congregazione, il cardinale Tarcisio Bertone, affermò spavaldamente che un sacerdote, venuto a conoscenza del fatto che un suo “collega” abbia commesso uno dei più gravi delitti, non è tenuto a comunicarlo alle autorità civili, in virtù di un millantato “segreto professionale”. Evidentemente la politica dell’occultamento permette di fare carriera, dato che il primo è diventato papa e il secondo è segretario di Stato Vaticano e Camerlengo. E ci tengo anche a precisare che, per tutti questi documenti, Joseph Ratzinger, dal gennaio del 2005, è imputato nella corte distrettuale di Harris County in Texas per ostruzione alla giustizia, cioè per aver coperto abusi sessuali perpetrati da alcuni preti statunitensi; peccato che poi è sopraggiunta l’immunità diplomatica, in quanto è diventato capo di uno stato sovrano.

Ma oramai il Vaticano è in piena crisi: il numero di sacerdoti assoldati cala di anno in anno, molti dei precetti ecclesiastici sono pressoché disobbediti dagli stessi cattolici e il consenso di questo papa conservatore e tradizionalista è bassissimo, per lo meno se comparato a quello che ottenevano i suoi più “riformisti” tre predecessori. In più lo scandalo pedofilia, scoppiato circa dieci anni fa negli USA, è dilagato, nelle ultime settimane, anche in Irlanda, Austria, Germania, con accuse di complicità diretta rivolte allo stesso Pontefice. Il quale, ovviamente, nega tutto. Addirittura Padre Cantalamessa a San Pietro ha tuonato minaccioso, riportando le parole di un suo amico ebreo, che si tratta di “attacchi violenti che ricordano l’antisemitismo”, scordandosi che questi “attacchi violenti” provengono semplicemente da persone che hanno subito la violenza sulla loro pelle.

Sbraitano in questo modo, perché sanno benissimo che la posta in gioco è la pretesa superiorità morale, di cui si sono sempre fatti portatori e che i fedeli non hanno mai messo in discussione. La parola di Dio come potrà essere diffusa e interpretata da uomini improbi e turpi? Ma la questione è che dietro alle prediche della domenica, si nascondono organismi economici e finanziari che muovono e gestiscono l’intero flusso dei capitali che passano e sono passati da San Pietro: basti ricordare lo scandalo del Banco Ambrosiano e le implicazioni al riguardo dello Ior, la banca vaticana che oggi detiene ben 5 miliardi di depositi, basti ricordare che il PIL pro capite della Città del Vaticano ammonta a 407 mila dollari, basti ricordare che solo negli USA la Chiesa cattolica possiede 298 milioni di dollari in titoli, 273 milioni di dollari in joint venture, 195 milioni di dollari in azioni, 102 milioni di dollari in obbligazioni a lungo termine, basti ricordare che solo l’8,6% dei contributi dell’8 per mille, che garantisce alla curia romana circa un miliardo di euro all’anno, è destinato al terzo mondo, mentre il resto rimane saldo in Italia, basti ricordare che in Italia la Chiesa gode di una serie infinita di vantaggi fiscali (esenzione dall’Ici, dall’Irap e dall’Ires, più tutte le elusioni consentite per le attività turistiche e commerciali) e possiede ben 49.982 strutture ecclesiastiche per un valore di circa 30 miliardi di euro. La potente lobby vaticana non può certamente permettersi che i propri dirigenti finiscano sotto inchiesta con il rischio di veder andare in fumo tutti questi privilegi.

In tutto questo, le vittime degli abusi sono totalmente dimenticate e in nessun documento ufficiale la Chiesa mostra interesse per tutelare l’integrità fisica e psicologica di queste persone. La fratellanza e l’amore cristiani scompaiono d’improvviso per loro, e non certo per chi commette questi reati, che invece da circa 50 anni la fa franca. L’autorevole ruolo sociale dei preti e il conseguente affidamento cieco e incondizionato che i fedeli ripongono in loro, dovrebbe essere rimesso in discussione, non certo per un sano anticlericalismo di principio, ma perché semplici esseri umani abusano della loro posizione di guida spirituale per commettere violenze su, per lo più, donne e bambini, che dovranno poi subire il trauma della vergogna.

La soluzione è semplice: abolizione della castità per i preti. Ma per ora non se ne parla neanche. Che Dio ci soccorra. Amen

P&L
Tom

Bianco&Nero

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Era il 17 Marzo del 1861, nella regia Torino, quando Re Vittorio Emanuele II dichiarò l’unità di Italia. Il 17 Marzo del 2011, 150 anni dopo, l’Italia si presenterà disunita come non mai. Una disunione non certo paragonabile a quella di un secolo e mezzo fa, quando non esisteva nemmeno una lingua comune, quando in Piemonte si costruivano le ferrovie e in Calabria erano rimasti al feudalesimo. No, oggi, le differenze sono puramente culturali. È sì lecito, e quanto mai doveroso, vivere un quotidiano pluralismo di idee, opinioni e “vite” in generale, ma in una Nazione che si dichiara tale, il cittadino dovrebbe aspettarsi un minimo di collante culturale in cui affondare le radici. Collante culturale da non ricercarsi certo in una comune appartenenza religiosa, nel 2010, epoca del melting pot anche in Italia. Si pensi all’Inghilterra, da secoli casa di popoli diversi, o alla Germania, novizia come l’Italia in materia di crogiolo, nonché alla Francia, che dal secondo dopoguerra ha ospitato i suoi ex coloni. Ebbene in questi Stati, problemi dati dalla mescolanza etnica se ne sono visti, e se ne vedono tuttora, ma sono casi isolati e raramente prolungati, mentre la norma è la convivenza pacifica preceduta da un’accoglienza considerata come naturale. Il francese continua la propria vita come prima, con i vantaggi e gli svantaggi che l’inevitabile coabitazione comporta. E lo stesso dicasi per tedeschi o inglesi. Questo approccio comune, volto a favorire la pace tra i cittadini, e tra questi e l’immigrato, consente un naturale evolversi della politica, della società, della cultura. In Italia questo non accade. È il menzionato approccio comune, il collante culturale, a mancare. Una cultura comune è invocata, e demagogicamente protetta: la tradizione cristiana. A una classe politica ove di cristiano ci vedo ben poco, contesto, oltre alla manifesta incoerenza, un’errata strategia per la salvaguardia dell’identità nazionale. Identificare un popolo nelle tradizioni cristiane significa escludere chi a queste tradizioni non vi ha partecipato, con la conseguente esasperata battaglia tra chi cerca di inserirsi, processo inevitabile e impossibile da abbattere, e chi si chiude sotto il carapace. La questione non riguarda certo solo l’immigrato; ammanettare un popolo con i vecchi e logori catenacci del cristianesimo serve solamente per dire di no ai tre quarti delle forme conosciute di evoluzione, il che rappresenta per altro uno dei tanti fili conduttori della millenaria storia dell’occidente cristiano. Laddove i sopracitati paesi europei sono riusciti, noi stiamo fallendo, elezione dopo elezione, sempre di più. C’è chi pensa sempre più nero, e chi pensa sempre più bianco, per non parlare di chi è stufo o di chi non pensa proprio, le elezioni regionali ce lo dicono. Il testa a testa elettorale piemontese, in questo senso, ci è molto utile, ed emblematico, per un’analisi di tale spaccatura. Il partito dell’amore ha vinto di pochi decimali sul partito dell’odio, per 10.000 voti. Su otto province, sette si sono schierate, non senza una certa nettezza, a favore di quella classe politica che predica amore e semina odio, la classe politica da cui sono state avanzate proposte, a livello nazionale o territoriale, quali la denuncia obbligatoria dell’immigrato clandestino da parte del medico curante, la separazione delle carrozze del metrò milanese tra italiani e immigrati, la schedatura dei bambini rom e così via, potremmo dilungarci ma la lista di questa politica di apartheid meriterebbe un articolo proprio. Sette province su otto, non a caso le più “provinciali”, come si suol dire, si sono per l’ennesima volta arroccate su sé stesse, con la convinzione che tutto quel che accade al di fuori dei corti viali cittadini abbia poca importanza. Una provincia sola, quella torinese, quanto meno la più numerosa e importante, ha optato per la riconferma di una politica quanto meno in tendenza con i canoni europei. Continua a non essere un caso il fatto che questa provincia sia l’unica delle otto piemontesi con una struttura più cosmopolita, già abituata alla convivenza, sebbene ancora forzata. Indubbiamente, grazie al suo assetto metropolitano, Torino, nei confronti delle altre piemontesi, è una città che offre moltissime opportunità in più, è scenario di migliaia di realtà diverse, e ospita genti con abitudini non certo conformi. È dunque città più vicina al resto del mondo di quanto non possano esserlo Novara o Vercelli, e lo stesso vale nelle altre regioni, se confrontiamo i dati elettorali di Milano e Varese, oppure di Roma e Latina. Le metropoli cosmopolite più in sintonia con il resto d’Europa hanno votato un tipo di politica, più o meno nettamente, le cittadine provinciali hanno rafforzato lo scudo di vetro sotto il quale cercano riparo dal resto del mondo e delle genti. La spaccatura dunque c’è, ed è evidente, e finchè non verrà saldata lo stallo, in cui l’Italia ristagna, sarà destinato a perdurare.
Se il Piemonte fu la culla d’Italia, Torino ne fu il grembo, e non ci resta che sperare che da quel grembo nasca presto una sorella più sana e simile alla madre di quella nata 149 anni fa.

Francesco Dal Moro