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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘crisi’

CRISI DI GOVERNO: la Presidenza di Berlusconi ha un mese di vita

Posted By fred on novembre 12th, 2010

Fli ritira lunedì i suoi innumerevoli ministri dal governo (uno!); dopo l’approvazione degli emendamenti alla manovra, che hanno priorità e quindi occuperanno le camere per le prossime due settimane, opposizioni e finiani presenteranno mozione di sfiducia al capo del governo se questi non si sarà prima dimesso.

Massimo un mese, dunque, e il Presidente della Repubblica stabilirà se tornare a nuove elezioni o instaurare un governo di transizione (nella medesima composizione parlamentare attuale) che si occupi delle vere problematiche del paese (tanto per dirne due, la disoccupazione giovanile e il profondo rosso che si registra nei conti pubblici) nei prossimi tre anni.

Questa seconda ipotesi appare la più plausibile ed auspicabile in quanto si è andati alle urne per eleggere il Parlamento già due volte negli ultimi quattro anni, e l’attuale situazione di grave crisi dell’economia e delle istituzioni dello stato necessita non già del gretto populismo di una nuova, ennesima, campagna elettorale, bensì di azioni mirate, urgenti e concrete.

Questo è il mirabolante specchio dell’attuale situazione politica italiana.

L’unica nota positiva in tutto ciò, è che finalmente Berlusconi, privo di cariche politiche e annesse scappatoie, finirà miracolosamente in giudizio, un giudizio più atteso di quello universale.

L’Italia onesta potrà allora sperare di vedere in rovina l’uomo che l’ha rovinata.

Francesco Woolftail Dal Moro

U.S.A.: la crisi investe sempre per prima la regione degli Appalachi – di Peter Parisius

Posted By fred on luglio 26th, 2010


Il Sud-Est degli U.S.A.: Alabama, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia, Kentucky, Maryland, Mississippi, Ohio, Pennsylvania, Stato di New York, Tennessee, Virginia, Virginia Occidentale

Scorci architettonici che non assomigliano affatto all’America del Nord come noi la conosciamo dalla tivù; facce smagrite che sono un’unica smorfia di delusione cocente; negozi chiusi, bidoni che a notte bruciano e interi quartieri dove sembra regnare il coprifuoco: proprio come al tempo della Grande Depressione, un’ombra gigantesca e putrida è calata sulla regione degli Appalachi. La polizia dei vari Stati Federali fa quel che può per salvare le apparenze, togliendo dalla circolazione qualche hobo, qualche wino e tutti gli altri vagabondi a portata di tiro; ma i senzatetto, i desperados, sono troppi, e ormai quella che agli occhi dei ricchi è “vermaglia umana” irrompe all’aperto da ogni buco, da ogni fessura.
Se questo è il risultato dell’”American Dream” siamo proprio a posto! Se questa è l’”American Way of Life” che gli Stati Uniti vogliono imporre al resto
del mondo, possiamo solo dire: “poveri noi!”

Appartamenti nel downtown di Welch, in West Virginia

Le miniere del Kentucky e della Virginia Occidentale sono i cadaveri di una società che promette tutto ma solo a pochissimi. Fabbriche abbandonate dovunque, o che, al contrario, lavorano a pieno regime continuando tuttavia a licenziare. La popolazione è diminuita non solo a causa della crescente mortalità, ma anche perché chi è giovane se ne va a cercare fortuna altrove. La California rimane il sogno di molti… Non che nell’Ovest degli U.S.A. si stia molto meglio, ma gli statunitensi di queste parti non hanno davvero più risorse e chi può, dunque, trasmigra: come quei bianchi Europeans che all’epoca dei pionieri andarono a colonizzare nuovi territori inesplorati, reinventandosi cowboys e pistoleros e depredando e trucidando gli indiani.


Foto dell’archivio Getty: New York, 30 novembre 2005. Una nuova Grande Depressione ha investito gli Stati Uniti d’America. Nell’immagine, un gruppo di disagiati sociali in fila per ricevere le giacche imbottite (un regalo dell’amministrazione della Big Apple) tramite cui dovranno cercare di resistere al gelo dell’inverno.

Memphis, Tennessee

Il vecchio ospedale di Williamson, West Virginia

La crisi del carbone e il rifiuto di Washington (sin dagli Anni Ottanta) di investire nelle più elementari infrastrutture (oltre che nella sanità e nell’istruzione), hanno messo in ginocchio l’intera regione degli Appalachi. I “baroni del carbone” e corporations assortite sono stati i beneficiari degli “incentivi” rilasciati dai governi del Kentucky e della Virginia Occidentale. In altre parole, si è fatto tanto per i ricchi (“gli amici degli amici”) e nulla, invece, per la popolazione. Per le strade si incontrano individui sdentati… una grottesca abnormità per la “dorata” America, ma inevitabile: le spese dei dentisti non se le può permettere quasi nessuno. Molte persone sono anche incredibilmente emaciate: i rari grocery stores rimasti aperti fanno prezzi da paura e persino comprarsi da mangiare è un problema, soprattutto con un assegno sussistenziale di appena 200 dollari (ma molti non hanno neppure quello)… Nella contea di Harlan, Kentucky, la percentuale di persone che vivono sotto la soglia di povertà ha raggiunto il 34% (!). L’ignoranza, il fanatismo religioso e gli episodi di violenza cercano il loro pari nei Paesi del Terzo Mondo. E a tutto ciò si aggiunge purtroppo la devastazione ambientale: in parecchie città del Sud-Est degli U.S.A., l’acqua che esce dai rubinetti è inservibile persino per lavarsi, in quanto altamente contaminata.

Links di approfondimento:

Ultim’ora; anche l’Ungheria ha fatto crack

Posted By fred on giugno 4th, 2010

Un nuovo default arriverà in terra europea nel giro di pochi giorni; l’Ungheria rischia seriamente una disfatta analoga a quella greca, infatti nelle ultime 24 ore è crollata di 8 punti la borsa di Budapest, e il fiorino, conio locale, si è svalutato di 5,5 punti percentuali. La causa del crack imminente è ancora una volta la sregolatezza dei conti pubblici, che, come accaduto in Grecia, sono stati falsati fino ad oggi (deficit annuale al 7,5% del Pil, contro il 3,8 dichiarato dal governo).

L’Ungheria non è un paese dell’eurozona; la moneta unica, quindi, non è messa a repentaglio dal venturo default ungherese, differentemente da quello greco.

Se il caso ellenico ha attirato l’attenzione mediatica dell’Europa intera, a causa delle conseguenze che avrebbe potuto, e tuttora può, portarsi appresso, difficilmente accadrà lo stesso con quello ungherese, in quanto la miseria investirà i poveri cittadini ungheresi senza “effetti domino” nel resto del Vecchio Continente.

Classi politcanti responsabili di immonde sporcizie e cittadini che ne pagano il salato prezzo è sempre più il leit-motiv di questi tempi di crisi economico-finanziaria.

Francesco Codadilupo Dal Moro

Dalla retro alla quinta, ecco la manovra del governo – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 27th, 2010

Dopo due anni di ottimismo e negazione dell’innegabile, il governo ha cominciato, negli ultimi mesi, a scorgere la presenza della crisi. Così, se nell’estate del 2008 il neo eletto Presidente del Consiglio audacemente dichiarava lontana la crisi, definendola un virus americano, non infettivo per un paese giovane e forte come l’Italia, sul finire del 2009 ecco la retromarcia, con la candida ammissione di una lieve crisi economica in essere. L’Italia patisce la crisi per l’inerzia europea, dicevano, ma la nostra ripresa è ai livelli di paesi come Germania o Francia, dicevano.

Da un mese a questa parte, forse dopo avere dato uno sguardo ai conti pubblici, forse dopo aver analizzato i tassi di crescita e di disoccupazione, forse atterrendosi dal capitombolo ellenico, o forse dopo aver scoperto che la condizione italiana è più simile a quella irlandese, spagnola o portoghese, i nostri governatori hanno innescato, dalla retro, la quinta.

Tempi duri, tempi di tagli e sacrifici per tutti, dicono. Per lo meno lo dice Letta, perchè Berlusconi di sacrifici proprio non vuole sentirne parlare. Costano cari in termini di popolarità, gli italiani non sono disposti a fare sacrifici, a vedere tagliate le loro risorse, ha detto.

Orbene, dopo aver palesato una volta di più la propria incoerenza e cecità politica, la nostra classe dirigente è riuscita ad arrivare alle conclusioni dovute. Meglio tardi che mai, nel Paese dove tutto è in ritardo, dai treni alla nube vulcanica islandese.

Tra quinte e retromarce, il ministro Tremonti ha varato la sua Manovra, che a Berlusconi non è piaciuta affatto per il menzionato dazio dell’impopolarità che essa potrebbe trascinar con sè.

Il fatto stesso che un maniaco dei sondaggi e della popolarità come il premier si senta minacciato da tale manovra, conferma la potenziale bontà della stessa. Un governo, in tempo di crisi, deve essere assolutamente pronto e disposto a prendere misure impopolari, atte al bene comune; ma Berlusconi è un demagogo, e la demagogia mira al consenso, non certo al bene comune.

Analizziamo dunque sommariamente questa legge, chiamata Manovra dai media, e divisa in 54 articoli. Occorre premettere che la maggior parte delle disposizioni necessiteranno altri leggi, o regolamenti, che ne specifichino i termini economici e giuridici (ad es. l’ammontare di un taglio) per la effettiva realizzazione, e quindi per un concreto e attendibile giudizio. Da qui la conseguente sommarietà dell’analisi punto per punto:

  • Bloccati gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest’anno. Il congelamento dura per quattro anni, fino al 2013. Primo positivo argine agli sprechi, anche se sarà necessaria una misura più drastica, quale l’abbassamento di diversi stipendi di dipendenti pubblici, dai portaborse ai parlamentari, passando per i funzionari di enti locali (province, comuni) e regioni
  • Taglio del 10% ai ministeri, e riduzione del numero di auto blu. Il taglio è abbastanza contenuto, si ne poteva applicare uno maggiore, considerati quelli fatti all’università e alla ricerca. Per le auto blu dovremo attendere una legge, o un regolamento, che stabilisca numericamente l’effettiva riduzione.
  • Tagli del 10% allo stipendio dei magistrati che ecceda gli 80.000 euro, e per i magistrati del Csm. Positivo il taglio allo stipendio dei magistrati (che comunque rimane, per gli interessati, di 6000 euro lordi mensili), e non alle risorse della giustizia.
  • Tagli ai costi della politica. Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, finanzieranno la Cassa Integrazione. L’autonomia lasciata agli organi citati trova fondamento nel criterio di competenza.
  • Tagli a Palazzo Chigi e alla protezione civile. Positivo, non fosse che il premier in persona ne ha imposto la cancellazione. Dunque nessun taglio a Palazzo Chigi e alla Protezione Civile; gli unici tagli e sacrifici cui si è opposto, alla fine, non sono quelli degli italiani ma i suoi (riesce a metterci un “ad personam” dappertutto)
  • Innalzamento all’80% della soglia di invalidità necessaria per ottenere la pensione di invalidità, e maggiori controlli. Positiva la lotta ai finti invalidi, se effettivamente avverrà; decisamente alta la soglia dell’80%.
  • Soppressione di enti inutili, come l’Ice, l’Isae, l’Ipsema etc, e riduzione dei finanziamenti a 72 enti. Non conoscendoli tutti, ente per ente, non posso valutare dettagliatamente questa disposizione; sicuramente però, vige attualmente un sovraffollamento di enti, per lo più inutili, gravosi per le finanze dello Stato.
  • Tagli del 5 e del 10% a manager della pubblica amministrazione con salari oltre i 90.000 euro e i 130.000 euro. Piuttosto esiguo.
  • Accelerazione dei tempi per l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti della pubblica amministrazione, prevista entro gennaio 2016. Pagare più tardi la pensione ai cittadini ti fa risparmiare sull’immediato, ma rallenta la ripresa dell’occupazione e il ricambio generazionale nel lavoro.
  • Zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un’attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto. Progetto interessantissimo, in un paese dove la burocrazia non solo costa cara alle casse pubbliche, ma rallenta anche gli investimenti e quindi la produttività; bisognerà tuttavia valutarne la realizzazione, per dare un giudizio definitivo.
  • Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi che saranno successivamente destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato. Ovvero si recuperano soldi sprecati in investimenti improduttivi e vengono destinati alla riduzione del debito pubblico. (per la relazione tra titoli di Stato e debito pubblico vedi qui)
  • Condono edilizio e sanatoria per immobili fantasma. Sostanzialmente, si regolarizzano immobili abusivi; una disposizione che stona con le altre, anche se bisognerà, ancora una volta, valutare attentamente le modalità d’esecuzione della stessa, e i limiti giuridici che le verranno posti.
  • Tetto a 5.000 euro per i pagamenti in contanti. Pagamenti superiori richiederanno il bancomat, o la carta di credito, consentando la tracciabilità delle transazioni finanziarie; norma importante per la lotta all’evasione e ai pagamenti in nero; tuttavia in tempi non sospetti, quando il Partito Democratico avanzò una proposta simile, Berlusconi parlò di stato di polizia tributaria…
  • Tassa sugli alberghi di Roma. Arriva un “contributo di soggiorno” fino a 20 euro per i turisti negli alberghi di Roma per appianare il debito della città, con buona pace di Federalberghi che non ha gradito.
  • Aumento tasse sui bonus per banchieri e manager. Più precisamente, per quei bonus che eccedano di un terzo la retribuzione fissa dell’interessato.
  • Pedaggi su raccordi tra autostrade. Al nord è già così in diversi punti, l’auspicio è che ora accada anche al sud (per puro desiderio di uniformità, non certo per sentimenti leghisti)

Come potete apprezzare, il governo ha finalmente preso delle concrete contromisure alla crisi, sebbene non nella persona del suo leader, Berlusconi, ostile a dette disposizioni, da buon demagogo qual’è; si schiera contro i tagli, poi vieta solo quelli che lo riguardano, e addossa le colpe dei futuri sacrifici dei cittadini al Ministro Tremonti.

L’auspicio è che gli addetti ai lavori siano ben consapevoli che questa deve essere solo la prima di una serie infinita di mosse; ulteriori tagli alla pubblica amministrazione saranno necessari, così come importanti incentivi che stimolino la produzione e l’investimento, e concrete contromisure contro l’evasione fiscale e il lavoro in nero. Il debito pubblico italiano previsto per il 2010, infatti, si attesta al 114-116%, di venti punti più alto rispetto a sei anni fa, e quattro punti più basso a quello attuale greco.

Per chi non l’avesse capito, l’Italia è arrivata all’orlo, su quel sottile confine tra finto benessere e vera miseria. Ingraniamo dunque la sesta e scappiamo a tutta velocità da questa frontiera.

WOOOLFTAIL

Disunione europea – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 26th, 2010

Storia di un’integrazione mancata

Le elezioni europee sono sempre state prese poco seriamente. Per i governanti di turno si è sempre trattato semplicemente di una prova, di un sondaggio sul proprio operato; per l’elettorato, poi, votare per il Parlamento europeo è un’azione quasi meccanica, dettata da inerzia civica: a malapena è davvero cosciente delle sue funzioni. Anche perché le istituzioni europee vengono percepite come le più distanti dalla vita del cittadino. Basti considerare le elezioni in Italia del 2009: l’ennesimo referendum personale su Berlusconi, il quale ha semplicemente testato se il proprio consenso era stato intaccato dagli scandali sulle notti trascorse con prostitute di alto borgo, unico argomento di discussione politica di quella inconcludente campagna elettorale. Improvvisamente la crisi greca ha puntato i riflettori sulle istituzioni europee, alla ricerca di responsabilità, colpe, rimedi e soluzioni. Soltanto ripercorrendo le dinamiche complessive che hanno portato alla nascita dell’Unione europea e dell’euro, sarà possibile comprendere appieno la debolezza strutturale della Ue e dell’Euro-zona e la portata della finzione europea.

Un’Europa unita è stata immaginata ed agognata da numerosi intellettuali ben prima dell’inizio del ventesimo secolo. Ma solo dopo il dramma della seconda guerra mondiale le guide politiche nazionali diedero inizio al progetto di un’Europa pacificata: Italia, Francia, Germania dell’Ovest e gli stati del Benelux non volevano più che si ripetesse all’interno del vecchio continente la crisi umanitaria della guerra. Ovviamente i maggiori timori riguardavano l’assetto economico europeo, totalmente dissestato dopo lo scontro bellico. Ciò portò alla nascita, con il trattato di Parigi del 1951, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), entrata in vigore nel 1952: tale trattato istituì un mercato comune del carbone e dell’acciaio e soppresse i diritti di dogana nazionali e tutte le restrizioni che non permettevano la libera circolazione delle due merci in questione. Fu scelto proprio il settore carbo-siderurgico, per prima cosa, perché i relativi giacimenti si trovano principalmente nel bacino della Ruhr, in Alsazia e in Lorena, aree di storica contesa tra Francia e Germania, e la contesa si sarebbe così spenta tra i due Stati; in secondo luogo, ed è questa la adeguata chiave di lettura dell’accordo, il trattato di Parigi comportava un controllo reciproco di fatto tra Francia e Germania sull’utilizzo di carbone e acciaio, materiale fondamentale per la produzione di materiale bellico; il riarmo segreto veniva così reso impossibile. Il Benelux, da parte sua, aveva tutti gli interessi per tale “pacificazione”, essendo situato geograficamente tra le due potenze; l’Italia, invece, vi aderì per strategia politica: De Gasperi voleva un’Italia ancora protagonista nella scena internazionale, riscattandola dallo sfacelo fascista. Un accordo che nasce, quindi, sugli interessi dell’asse franco-tedesco. E che rimarrà tale anche nelle sue successive evoluzioni. Così, il trattato di Roma del 1957 diede vita alla CEE, la Comunità economica europea, nata con l’obbiettivo di creare un’unione economica dei Paesi membri. E nel 1985 gli accordi di Schengen sancirono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi che presero parte agli accordi, i quali vennero, poi, recepiti nel trattato di Maastricht del 1992, che ha dato vita all’Unione europea: l’istituzione che rappresenta il primo passo del lungo progetto di integrazione europea. (Stati membri della comunità europea dal 1957 ad oggi).

Progetto totalmente fallito, rispetto alle iniziali aspettative. Fino alla crisi greca, l’Unione europea è rimasta un organismo di carattere sovranazionale, che, però, non ha mai inciso significativamente sulla vita dei propri cittadini. E in questi ultimi diciotto anni, lo scopo principale, l’integrazione europea, non solo è stato totalmente ignorato, ma addirittura la tendenza è stata opposta: è tutt’ora socialmente e culturalmente impensabile accomunare un Portoghese a un Finlandese, un Irlandese a un Cipriota o un Olandese a un Lettone; emblematico, poi, è il modo in cui gli Stati membri stanno da tempo affrontando la questione dei rom, per la maggior parte cittadini europei: sgomberi e intolleranza svelano l’ignoranza e l’impazienza dell’Europa occidentale di fronte a un tema che necessita coscienza e calma e che costituisce un banco di prova per le istituzioni per serie capacità integrative non solo nei confronti dei rom, ma anche nei confronti degli altri popoli europei. So bene che un processo integrativo può essere analizzato in tempi storici e che diciotto anni sono troppo pochi per considerazioni di questo tipo; il punto che intendo, con questo, sottolineare sta nel fatto che tanto gli Stati membri si sono dimostrati incapaci di intraprendere tale percorso integrativo, quanto gli Europei si sono dimostrati intolleranti e ottusi nei confronti di tale percorso; indicativo di ciò è l’aumento dei partiti xenofobi ed euroscettici: la Lega Nord in Italia, il FPÖ in Austria, Jobbik in Ungheria, i Conservatori inglesi, il PVV nei Paesi Bassi, il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, l’Attacco Unione Nazionale in Bulgaria hanno tutti vissuto un sensibile aumento percentuale del proprio consenso, complice anche la crisi, proprio grazie a demagogici attacchi alla diversità culturale, non solo nei confronti dei popoli “extracomunitari”, ma anche nei confronti delle nazionalità “comunitarie”, quali i Rumeni.

Istituzioni “lentocratiche”

Nulla di nuovo, dopo tutto. A Bruxelles non esistono interessi europei, ma soltanto gli interessi delle singole nazioni. A conferma di ciò, è sufficiente considerare l’assetto giuridico-istituzionale, che è stato volutamente strutturato in modo tale da apparire particolarmente articolato e complesso, per celare, in realtà, l’inconcludenza delle sue operazioni.

  • Il Consiglio europeo è composto dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi membri e formula in termini generali le linee di indirizzo per la politica e lo sviluppo dell’Unione.
  • La Commissione è composta da un Presidente, designato dagli Stati membri e approvato dal Parlamento, e da diciannove commissari, scelti dal Presidente e approvati dal Parlamento. La Commissione è l’esclusivo titolare dell’iniziativa legislativa, ovvero è l’unico organo che può proporre quegli atti che nell’ordinamento giuridico italiano vengono definiti “disegni di legge”. Al tempo stesso, la Commissione è l’organo esecutivo: provvede, infatti, ad applicare le norme stabilite dagli organi legislativi.
  • Il Consiglio dell’Unione europea è composto dai ministri rappresentanti gli Stati membri, il cui rispettivo voto è ponderato pressapoco in rapporto alla dimensione degli Stati stessi; questo organo approva i regolamenti (gli atti normativi equivalenti delle nostre leggi, quindi immediatamente vincolanti) e le direttive (atti che vincolano gli Stati membri al solo raggiungimento degli scopi, per i quali tali direttive sono state emanate; la scelta degli strumenti giuridici più idonei a raggiungere tali scopi è lasciata ai singoli Stati).
  • Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri. Svolge una funzione di controllo sull’operato della Commissione e ha un potere di “co-decisione” nell’approvazione degli atti legislativi (regolamenti e direttive), che si sostanzia in un potere di veto.

Prima considerazione è lo stravolgimento o innovazione (dipende dai punti di vista) della divisione dei poteri non solo nei confronti di quella classica liberale, ma anche nei confronti dell’evoluzione che quest’ultima ha subito con il passaggio da Stato liberale e assenteista a Stato democratico-sociale e interventista. Il potere governante, cioè quello che detiene la funzione di indirizzo politico, che nelle attuali democrazie occidentali è in mano al Governo e alle maggioranze parlamentari che lo sostengono, è in mano al Consiglio europeo e alla Commissione, la quale detiene anche la funzione esecutivo-amministrativa. La funzione legislativa, di cui, nelle attuali democrazie, sono titolari le assemblee parlamentari, invece, è frazionata in più organi: l’iniziativa spetta solamente alla Commissione, l’approvazione, invece, al Consiglio dell’Unione europea e, marginalmente, al Parlamento europeo: sono queste le due Camere legislative europee. Tutte queste similitudini tra la divisione dei poteri nei singoli Stati e la ripartizione di questi all’interno delle istituzioni europee, però, sono mera forma. Questi meccanismi sono stati voluti perché essi siano, come di fatto avviene, dominati dalla preponderante volontà dei singoli Stati, il cui accordo è necessario in qualsiasi ganglio del sistema. Non a caso l’organo che stabilisce l’indirizzo politico della Ue è composto semplicemente dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi, nel quale organo ognuno di questi si fa portatore dei propri interessi nazionali; e non a caso l’unico organo eletto direttamente dai cittadini è quello che detiene meno poteri: se in tal modo fossero composti i principali organi, questi, teoricamente, si caricherebbero di una maggiore responsabilità di cui oggi fanno tranquillamente a meno, cioè quella politica nei confronti dei propri elettori. La complessità del funzionamento delle istituzioni europee ha portato necessariamente a una vera e propria “lentocrazia”: Consiglio europeo e Commissione non sono in grado di assumere decisioni rapide e tempestive rispetto ai problemi del continente e il legislativo comunitario blocca le iniziative della Commissione con una frequenza e una persistenza non ravvisabili in nessun altro legislativo nazionale. Certo è che ai capi di stato e governo tale lentezza non fa certo dispiacere, anzi. Istituzioni-scatoloni che non contengono niente, insomma. Tutta forma e niente sostanza. E lo stesso vale per le competenze attribuite all’Unione europea. Nella storia dei processi federativi (cioè quei processi che portano più Stati indipendenti a unirsi in confederazione prima e federazione poi, per dare vita, in virtù di analoghi interessi e politiche, a un unico Stato), i punti di saldatura fra i vari Stati indipendenti riguardano la politica economica e la politica estera e militare; ed è logico che sia così: sono questi i due settori su cui si misura la supremazia di uno Stato. Le nazioni europee sono state capaci di rinunciare totalmente alla loro sovranità solamente nei settori di commercio, pesca e agricoltura: semplicemente una presa in giro.

Una moneta per tutti, tanti interessi per pochi

Ma la contraddizione più evidente riguarda l’aspetto economico-finanziario. Dal 1999 nei mercati mondiali e dal 2002 nella vita quotidiana dei cittadini, l’unione monetaria unisce sotto un unico conio sedici paesi e agisce attivamente nella scena internazionale (l’euro in Europa e l’euro nel mondo). Unione di sedici Paesi disomogenei nelle scelte di politica economica e fiscale, scelte di cui rimangono titolari i singoli Stati e non l’Europa. Questo perché anche l’euro è frutto delle strategie politiche dell’asse franco-tedesco. All’indomani della riunificazione della Germania e della caduta dell’Unione sovietica, gli assetti geopolitici e finanziari nella scena internazionale erano destinati a mutare radicalmente. Mentre gli USA iniziavano la prima guerra del golfo per riaffermarsi militarmente come potenza mondiale, François Mitterrand, Presidente socialista della Repubblica francese dal 1981 al 1995, intendeva imbrigliare alla Francia e all’Europa una Germania che, grazie alla riunificazione, minacciava di imporsi come la prima potenza europea, data l’indiscussa supremazia del marco. Da parte sua, Helmut Kohl, Cancelliere cristiano-democratico della Germania dal 1982 al 1998, era cosciente che solamente un’unica moneta europea sarebbe stata in grado di competere con gli Stati uniti, di cui la Germania era stata succube per tutto il periodo della guerra fredda e da cui la Germania voleva emanciparsi, e con le economie emergenti mondiali: la globalizzazione stava (e sta) portando a un mondo in cui le enormi regioni macroeconomiche sarebbero state i veri protagonisti della scena internazionale (macroregioni economiche); in tal modo, una volta creata la moneta unica, che avrebbe emancipato il mercato europeo dagli USA, sarebbe stata possibile la creazione di un mercato di capitali, volto a finanziare l’industrializzazione dell’Est Europa, ormai liberato dal blocco sovietico. I grandi gruppi finanziari tedeschi guardavano già alle future privatizzazioni, fusioni e acquisizioni che si sarebbero avute: insomma, un Est Europa come una miniera d’oro. La Germania stava bramando la rinascita dell’ottocentesca e ricca Mitteleuropa. Così, nel 1997, i futuri paesi che avrebbero adottato l’euro sottoscrissero il Patto di stabilità e di crescita, con cui i firmatari si impegnarono a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, cioè quelle condizioni minime sancite nel trattato di Maastricht per poter adottare la moneta unica. E nel 1998 venne istituita la Banca centrale europea, con il compito di controllare l’andamento dei prezzi e mantenere il potere d’acquisto analogo in tutta l’euro-zona: controlla, quindi, l’inflazione, mantenendone il tasso sotto il 2%. Inutile dirlo, anche il funzionamento della BCE è frutto delle dinamiche interne alla politica tedesca. La Germania, gelosa della propria Bundesbank, organo storicamente indipendente, non intendeva assolutamente cedere la propria sovranità per una banca europea che fosse assoggettata alla politica; questo per la tradizionale diffidenza dei ricchi cristiano-sociali bavaresi (i CSU che convivono con i cristiano-democratici) nei confronti del governo centrale e per l’attenzione maniacale all’inflazione, come soluzione agli sprechi di Berlino. Queste dinamiche tedesche si sono tradotte in una politica deflazionistica esageratamente rigida, che non tiene conto delle economie dell’Europa meridionale, storicamente inefficienti e abituate alle svalutazioni monetarie competitive che, in tempi di crisi, invitino gli investitori internazionali. Ma, dimentica della solidarietà internazionale di cui la Germania ha goduto nei decenni scorsi (per la ricostruzione nel dopoguerra e per la riunificazione dopo la caduta del muro), per la Merkel l’Unione è oggi un forum per favorire gli interessi tedeschi, anche se tali interessi viaggiano contro quelli del resto d’Europa.

La crisi dei maiali imbroglioni

“Berlino non intende usare i soldi tedeschi per risolvere i problemi degli altri”. Così, il 2 ottobre 2008, dopo la proposta francese di un fondo europeo di emergenza per le banche in difficoltà, Angela Merkel ha inaugurato la sua nuova politica nazionalista ed euro-scettica. Un anno e mezzo dopo, da quando, a febbraio, il debito pubblico ellenico è diventato oggetto di preoccupazione nei mercati finanziari e nelle istituzioni europee, la Merkel ha tentato di seguire la sua nuova rotta per non perdere consenso, per non rischiare il Land più popoloso, il Nord-Reno Westfalia, piegandosi alle pressioni della crisi, senza agire secondo una linea autonoma e consapevole. La piccola politica. Quella piccola politica che insegue il sondaggio, che rappresenta il malcontento contingente per un consenso altrettanto contingente. Quella piccola politica che guarda solo ai tempi brevi e non ha la lungimiranza di guardare ai propri figli. Quella piccola politica, la cui inerzia ha dato l’euro in pasto alle speculazioni. Solo a maggio la piccola politica è iniziata a correre. Il 2 maggio, i Paesi dell’euro-zona, la Commissione e il Fondo monetario internazionale non hanno fatto nemmeno in tempo ad approvare un piano da 110 miliardi per la Grecia, che già il giorno dopo l’euro ha continuato a deprezzarsi, i tassi di interesse dei titoli di Stato greci sono saliti ancora e le borse sono sprofondate. Tra il 7 e il 9 maggio si è tenuto, allora, il tour de force per un salvataggio last minute, prima della riapertura degli ormai sfiduciati mercati asiatici. Il 10 maggio i ministri economici dell’Unione hanno, così, raggiunto un accordo per un piano da 750 miliardi, di cui 60 dal bilancio Ue, 250 dal Fmi e 440 dalle casse dei singoli Stati. Un piano di emergenza. Un piano per il breve periodo. Una boccata d’ossigeno, per poi subito ritornare in apnea. E mentre l’Europa sta in apnea, i commentatori europei, soprattutto inglesi, sull’onda di un rinnovato nazionalismo, gridano alla pigrizia e agli imbrogli dei Portoghesi, Irlandesi, Italiani, Greci e Spagnoli. I cosiddetti PIIGS. I grassi porci che vivono sulle spalle di tutti gli altri, che se ne approfittano, che bevono birra, mangiano pizza, si godono la corrida e ballano il sirtaki, mentre tutti gli altri lavorano. La stereotipizzazione e le denigrazione diretta di interi popoli europei dimostrano l’ignoranza di fondo di tali affermazioni.

Il grafico mostra bene che il debito pubblico di ciascuno dei cinque porci è in mano principalmente a tre soggetti: Regno Unito, Francia e Germania. Sempre loro. Ed è proprio questo il punto: gli Stati europei sono ormai interdipendenti. Se ne crolla uno, l’intera Europa è a rischio: l’insolvenza della Grecia necessariamente ha ripercussioni sulle casse dei propri creditori, ovvero, appunto, Regno Unito, Francia e Germania; ma per far capire tutto questo alla Ue, cioè alla Merkel, è bastata una sbrigativa telefonata di Obama, il quale, evidentemente, non intende preoccuparsi anche dei particolarismi europei, meschini e controproducenti dal suo punto di vista. Il grafico, poi, mostra che fino a poco tempo fa il debito pubblico di Atene era inferiore agli altri quattro Paesi sopra mostrati; nonostante ciò la Grecia, in un paio di mesi, è capitolata. Il motivo risiede nel fatto che, dopo la vittoria di George Papandreou, l’attuale Primo ministro, e dei socialisti, le agenzie di rating hanno ricalcolato la posizione e lo status dei conti pubblici ed è emersa la realtà: il precedente governo di centro-destra di Costas Karamanlis truccava i conti per nascondere il default del suo Paese, perpretando la tradizione del precedente governo socialista, guidato da Costas Simitis, il quale avrebbe mescolato le carte anche per poter rientrare nell’euro-zona. Insomma, l’attenzione per i conti pubblici degli altri Paesi necessita massima vigilanza, dato che nessuno avrebbe le disponibilità economiche e politiche di salvare economie come quella spagnola o quella italiana e dato che una volta falliti questi, verrebbe trascinata a picco l’intera Europa. Quello che spaventa davvero, a questo punto, sono le dichiarazioni dei leader europei: guardandosi ormai in cagnesco l’uno con l’altro, per evitare tensioni e imbarazzi, scaricano la colpa sugli speculatori, fingendo di non sapere che al momento di raccogliere i 440 miliardi, l’Unione dovrà rivolgersi proprio a quei mercati oggi accusati di voler distruggere l’euro. Siamo all’insegna del populismo sfrenato. Gli speculatori hanno sicuramente peggiorato la situazione, ma per affossare una moneta come l’euro, è necessaria anche la grande massa di investitori: banche, assicurazioni, fondi pensione statunitensi, piccoli risparmiatori. Se le assicurazioni, che possiedono enormi quantità di titoli pubblici, temono che la crisi greca possa contagiare il resto d’Europa, sono costrette a vendere i loro patrimoni per proteggere gli assicurati: è in questo modo che la fiducia degli investitori è venuta totalmente meno e la credibilità della Ue è caduta così in basso. Sarkozy e la Merkel lanciano l’idea di un’Agenzia europea di rating: altra propaganda stupida e populista, dato che se il giudizio di tale Agenzia sul debito dei Paesi europei fosse più positivo di quello delle agenzie private, i mercati di certo non lo prenderebbero in considerazione; se, invece, fosse simile, allora nulla cambierebbe.

Un vero primo passo per la stabilizzazione dell’Unione europea e per mettersi al riparo dalle contraddizioni e dalle crisi che il capitalismo democratico comporta, sarebbe la creazione di un meccanismo transnazionale di carattere perequativo basato sul principio del federalismo fiscale: una parte delle risorse fiscali generate dai Paesi più ricchi rispetto alla media europea andrebbe trasferita sul bilancio comunitario, per poi essere utilizzata per gli Stati che si situano sotto la media europea. Ma di riforme di lungo periodo non se ne vuole proprio parlare.

Queste considerazioni d’insieme fanno capire che l’Europa che ci viene raccontata, quella dell’integrazione, è una finzione, non esiste. La vera Europa è quella dell’euro tedesco degli investimenti e delle speculazioni, dell’euro che, pur se comune, ha portato alla disunione e alla disgregazione europea, di una moneta unica che, per essere salvata, sacrifica l’integrità sociale dei suoi popoli e che, dopo i Greci, è pronta a mietere altre vittime.

Per coloro, come chi scrive, che vedono nel progetto delle élites politiche dell’Unione europea la possibilità dell’abolizione teorica e pratica dei confini e delle nazioni, il primo passo non può non partire dal basso verso una comune dignità delle persone, delle comunità e dei popoli in virtù del rispetto e della diversità culturale.

P&L
Tom

Chi mangia galline e chi inghiotte veleno – dal blog MONDO LIBERO

Posted By grim on maggio 21st, 2010

Le statistiche,sia in Italia,che nel resto del Mondo hanno un qualcosa di misterioso,di nebuloso,sto parlando delle statistiche che non fanno distinzione tra ricchi e poveri,tra chi prende 500 euro di pensione,e chi ne prende15.000.La statistica dice che mangiamo mezza gallina,anche se nella realtà c’è chi se ne mangia due,e chi invece non ne vede neanche l’ombra,come recita un vecchio proverbio napoletano:chi mangia vallin e chi inghiott velen(chi mangia galline,e chi inghiotte veleno).L’Istat,Banca d’Italia,e l’ocse dicono che l’economia italiana,è vicina al punto più basso degli ultimi cinquant’anni,,mentre Berlusconi,[...] clicca per leggere tutto

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