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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘debito pubblico’

Il governo taglia e gli investimenti crollano. Ma la crisi è finita…

Posted By fred on luglio 2nd, 2010

Oggi l’Istat ha pubblicato dei dati che dovranno suscitare, nei ministeri competenti, immediate, seppur tardive, riflessioni.

Berlusconi, dopo due anni di ostinata negazione della crisi, dopo aver decantato la tenuta italiana grazie ai movimenti del “governo del malaffare”, ha dovuto recentemente guardare in faccia la realtà, e ammettere l’oscurità incombente sulle teste degli italiani.

Ecco allora risvegliarsi il ministero dell’economia, fin qui sonnecchiante nonostante la necessità di un suo intervento, che con una manovra da 24 miliardi pretende di risolvere il più grande tracollo delle economie mondiali dagli anni ‘30 a oggi (guerra mondiale esclusa).

Intendiamoci, il problema non sono i 24 miliardi, ma le modalità con le quali si cerca di ottenerli.

La manovra taglia, non produce, dunque i 24 miliardi saranno un risparmio, per altro non strutturale (proviene infatti dalla finanziaria biennale 2011-2012, non da modifiche degli apparati statali), e non una produzione.

I tagli sono leciti e doverosi, ma andrebbero applicati agli sprechi più sfrenati, non già ai punti nevralgici dello Stato, e più in generale della democrazia, quali la sanità e l’istruzione. (Per vedere come il governo avrebbe potuto risparmiare di più, colpendo di meno, vi rimando a questo post → Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi)

Quindi, non solo il governo si limita a tagliare, per altro nei punti peggiori, ma addirittura non batte ciglio per stimolare la ripresa della produzione, ergo dei consumi.

Qualcuno di voi ha avuto forse il piacere di imbattersi in una strategia economica programmata ed organica?

Incentivi all’investimento e ai consumi, stimoli economico-finanziari alla ripresa della produzione, assistenza ai lavoratori, bonus agli imprenditori più produttivi, finanziamenti a ricercatori (per trattenere i “cervelli” italiani) e a studenti stranieri (per attirare “cervelli” dall’estero), agevolazioni fiscali per i meno abbienti e ulteriori sforzi da parte dei patrimoni più grandi, ad oggi gli unici completamente intatti.

Nessuno, purtroppo, ha potuto apprezzare tutto ciò, nonostante il crack economico sia in corso dal 2008, esattamente l’anno in cui la Banda dei Banditi subentrò al governo.

Tagli e solo tagli, purchè diretti al comune cittadino, e mai sia che tocchino la Casta.

Ma i nodi vengono inesorabilmente al pettine.

Oggi, dicevamo in apertura, l’Istat ha fornito i dati, dell’anno passato, relativi alla spesa per investimento in Italia, e questa ammonta a un totale di 231.000.000 di euro, 12 punti percentuali in meno rispetto al 2008. Nel 1999 (in un mercato più chiuso per l’esistenza delle valute nazionali) la spesa per investimento era di 227.000.000 di euro, pressapoco equivalente a quella del 2009.

Tradotto, la crescita produttiva italiana degli ultimi dieci anni è svanita in uno solo.

Un tracollo del 12% in un anno, è record assoluto, mai registrato sin dal 1970, anno in cui si cominciò la raccolta dei dati sugli investimenti.

A tutto ciò s’aggiunge il solito debito pubblico al 116%, da podio in Europa, mentre investimenti e produzione giacciono inerti nella parte opposta della classifica, e una pressione fiscale sul cittadino con il primato europeo.

Tuttavia, non più tardi di due giorni fa, il premier gridava a tutti i mondi conosciuti di aver risolto la crisi una volta per tutte.

Che dite, demagogia o asineria in economia?

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Per vedere come il governo avrebbe potuto risparmiare di più, colpendo di meno, vi rimando a questo post → Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi

Per vedere la manovra punto per punto → Dalla retro alla quinta, ecco la manovra del governo

Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on giugno 1st, 2010

Oggi il Presidente Napolitano ha firmato la fatidica manovra finanziaria; l’ammontare definitivo del risparmio previsto, nei bilanci dell’anno venturo, è di 24,9 miliardi;

Questi venticinque miliardi risparmiati, ahimè, sono alquanto esigui; e lo sono ulteriormente se rapportati ai sacrifici cui gli italiani onesti, fiscalmente trasparenti, saranno sottoposti.

Facciamoci due conti, ma questa volta non nelle tasche nostre, come è abitudine dei nostri politici, bensì nelle loro, e in quelle delle nostre Istituzioni.

Per iniziare consideriamo quegli enti locali chiamati province; alla viglia delle elezioni politiche del 2008, uno dei grandi motti leghisti fu, oltre al famoso indiano relegato nelle riserve, l’abolizione delle province, considerate enti inutili e dispendiosi. L’argomento fu accantonato fino ai giorni recenti, quando il Ministro Tremonti ha proposto l’abolizione di quelle province aventi un numero di abitanti inferiore a 220.000, ovvero 9 su 110 totali; ma proprio la Lega Nord si è opposta a tale disposizione, imponendo la clausola che una provincia confinante con un paese straniero non possa essere abolita; praticamente una clausola salva-province del Nord, guarda a caso, poiché nel Centro e Sud Italia non ci sono confini con l’estero.

Questa disparità di trattamento non è andata giù alle altre amministrazioni discriminate fino al punto in cui la disposizione stessa ha fatto la fine riservata alle province: abolita. Le province sono 110 e restano tali, per un costo di 13 miliardi all’anno per lo Stato.

Ovvero, un’abolizione complessiva delle province italiane comporterebbe un risparmio strutturale, ossia annuo, e non isolato; in due anni lo Stato risparmierebbe più di quanto mira a risparmiare con la manovra finanziaria appena promulgata. Le province sono dotate di scarsissime competenze; i funzionari provinciali sarebbero stati quindi collocati, insieme a dette competenze, nelle Regioni e nei Comuni.

Ma cosa ha fatto cambiare idea alla Lega Nord in merito a quest’argomento? Semplicemente gli esiti elettorali delle elezioni provinciali, che hanno conferito un gran numero di province del Nord alla bisca di Pontida.

Come rinunciare a tutte quelle poltrone?

D’altronde, che i culi dei nostri parlamentari siano ben saldati a ogni sorta di poltrona non è un mistero.

Si consideri il numero dei nostri Parlamentari: 650 alla Camera, 315 al Senato. Per intenderci, nei ben più vasti Stati Uniti d’America sono 535, quasi la metà rispetto ai 945 italiani. D’altronde, negli Usa, il Presidente Obama guadagna meno del Presidente della Regione Molise…

Eppure, nella solita campagna elettorale del 2008, e in molti altri frangenti, la coalizione di Centro Destra ha promesso la drastica riduzione di questo abnorme numero di parlamentari; esiste una bozza di legge, mai votata, chiamata bozza Violante, dal nome del Senatore del Pd che la propose, che periodicamente viene pubblicamente rispolverata dal politico desideroso di fare demagogia, e puntualmente riposta nel cassetto. Questo disegno di legge prevede, tra le varie, la riduzione del numero dei deputati; è dunque spiegato perchè al politico vien comodo prometterla prima, e ritirarla poi.

Il super-trio Tremonti, Bossi e Calderoli.

Lo stipendio medio di un singolo parlamentare è di 16.000 euro all’anno, privilegi e benefici esclusi; in questi recenti tempi di crisi, di “lacrime e sangue”, s’è parlato anche della riduzione di questi salari, attraverso la bozza Calderoli; ordunque, il caro ministro Calderoli di quanto vorrà tagliarsi lo stipendio attraverso la sua bozza? Del 5%, ovvero 800 euro. Dicono che è una cifra simbolica. Io la reputo semplicemente offensiva. E se proprio deve simboleggiare qualcosa, simboleggia la costante demagogia, l’interminabile presa in giro, e l’insaziabile fame degli squali. Giusto risparmiare, purchè i sacrificati siano gli onesti cittadini. Questo l’imperituro messaggio.

Già, proprio gli onesti cittadini; ricordate lo scudo fiscale, ossia la “pulizia”, lo “sbiancamento” del denaro sporco? Questa “brillante” manovra dispose che chi avesse depositato illegalmente dei fondi all’estero, potesse anonimamente rimpatriarli e versarne il 5% di tasse allo Stato. 100 miliardi sono ritornati in Italia, e solo 5 sono finiti nell’erario pubblico; i rimanenti 95, frutti di operazioni e transazioni illecite e illegali, sono ora legalmente a disposizione di chi, quelle operazioni vietate, le ha commesse. Perchè mai, mi domando, in questa manovra finanziaria non si sono tassati ulteriormente questi capitali? Bastava una tassa anche del 10%, per recuperare quasi la metà dei 25 miliardi perseguiti dalla manovra; inoltre l’aliquota fiscale massima applicabile ai grandi patrimoni arriva fino al 43%; il 10 mi sembra quindi ragionevole anche per chi deve esborsare, visto che sarebbe tenuto a pagare ben di più.

Ma come abbiamo detto, non sono evasori, riciclatori e mafiosi a pagare la crisi, ma i soliti, onesti, cittadini.

L’evasione fiscale porta una perdita di 120 miliardi netti all’anno; di manovre ne escono cinque con questi soldi; tuttavia nessuna specifica disposizione, salvo la tracciabilità e il tetto di 5.000 euro per i pagamenti in contanti (tenuta appositamente alta per il pagamento delle “mignotte”, cui il premier non può proprio fare a meno), viene presa in considerazione dai nostri politicanti. Tra condizionale e attenuanti, l’evasore fiscale non rischia un giorno di carcere una volta scoperta la sua truffa.

Forse perchè sono loro, i nostri fantastici politicanti, i primi evasori?

Forse; sicuramente è più facile richiedere soldi e far pagare il dazio della crisi al cittadino corretto, che all’evasore e al disonesto, per altro causa stessa dell’abnorme debito pubblico (114-116% del Pil Nazionale)

E così la forbice si allarga, e si allarga. Questa è la maniera italiana;  questa era, è, e sempre sarà l’Italia

WOOLFTAIL

Crisi: come si entra e come si esce – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 8th, 2010

Tempi duri in Grecia.

L’imponente crisi finanziaria che ha colpito le economie dei paesi occidentali, miete la sua prima vittima proprio nella culla della civiltà occidentale, laddove nacque la democrazia.

La causa della crisi greca è di ricercarsi nello spropositato debito pubblico, che ad oggi si attesta intorno al 120% del Pil nazionale. L’incremento del debito pubblico ha portato all’inevitabile downgrading da parte delle agenzie di rating, diffondendo quel panico e quel timore che storicamente rappresentano l’innesco di una crisi (così fu agli inizi del ‘900, e successivamente nel big crash del ‘29). I consumatori tagliano le spese, acquistano l’indispensabile e risparmiano sul resto, causando il crollo delle vendite; le imprese dunque chiudono e la disoccupazione lievita aprendo un circolo vizioso nel sistema, in cui vengono a mancare i soldi per acquistare e per produrre.

A fronte di crisi di questo tipo, i paesi che godono di sovranità monetaria svalutano la moneta locale tagliando i tassi di cambio, e stimolano l’inflazione allargando la base monetaria, con l’effetto di attirare capitali stranieri, accrescere il Pil, e dunque incrementare la produttività e i consumi.

Ma la Grecia, come tutti i paesi membri dell’Unione Europea, non dispone della necessaria sovranità monetaria. Tale sovranità è infatti in seno alla Banca Centrale Europea (BCE), che decide l’unico tasso di cambio valido per tutta la zona euro, e la quantità di moneta da immettervi.

Cosa possono dunque fare gli ellenici per risollevare la loro economia? L’Austerity? No di certo.

La realtà è che la Grecia, senza sovranità monetaria, può fare ben poco. Le uniche soluzioni plausibili provengono dunque da fuori, dalla BCE e dai paesi membri dell’Unione Europea.

La prima dovrà incrementare, seppur lievemente, l’offerta di euro in Grecia, per i motivi di cui sopra, i secondi dovranno stanziare fondi atti a ripianare una fetta del debito pubblico, e a sostenere una politica fiscale espansiva, che incrementi la spesa pubblica, i trasferimenti sociali, e riduca le imposte a carico dei cittadini. Solo così l’imprenditore sarà stimolato all’investimento, e il consumatore all’acquisto; solo così verrà spezzato il circolo vizioso e spazzata la crisi.

Quello che l’opinione pubblica si domanda, è il motivo per il quale dei Paesi a loro volta attanagliati da una, pur minore, crisi debbano destinare preziose risorse a uno Stato che ha nutrito il proprio debito pubblico a forchettate di evasione fiscale, corruzione e sprechi.

Le risposte potrebbero essere svariate; in ambito europeo, ad esempio, la bancarotta greca abbatterebbe la stabilità dell’euro e con essa l’intera unione monetaria; in ambito nazionale occorre invece ricordare il numerino sopracitato, quel 120% di debito pubblico rispetto al Pil che ha portato al downgrading e allo scoppio della crisi, che è attualmente superiore di soli sei punti percentuali rispetto al debito pubblico italiano. Sei anni fa il nostro debito pubblico ammontava al 96% del Pil, oggi tocca il 114%; considerando che ogni anno l’Italia chiude il bilancio in deficit, quel 120% greco non è da reputarsi una lontana realtà nel Belpaese.

Abbandonare alla deriva la patria di Platone e Aristotele sarebbe dunque un suicidio economico, per l’Italia così come per tutti gli altri paesi dell’UE, motivo per il quale tutti i paesi membri, con quote diverse, contribuiranno con 110 mld di euro in tre anni alla ripresa greca.

Quando sentirete parlare di crisi finita, di ripresa, e di Italia sana, ricordate le cause del tracollo greco, e ricordate a cosa può portare un debito pubblico gonfiato dall’evasione fiscale, dagli sprechi e dalla corruzione. I tempi son duri anche in Italia, eccome.

WOOLFTAIL

Signoraggio bancario: L’unico vero peccato originale – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 4th, 2010

Il 4 Giugno 1963 J.F.Kennedy, con l’ordine esecutivo 11110, incaricò il Ministro del Tesoro di coniare 4 miliardi di dollari, con tanto di scritta United States Note, anziché Federal Reserve, sfidando il monopolio in materia della potente BC americana. Pochi mesi dopo, il 22 Novembre, fu assassinato a Dallas, undicesima sede (su 12) delle Banche Centrali americane.

Lyndon Johnson, il suo successore, come prima cosa tolse quei 4 miliardi dalla circolazione.

Questo episodio sarà forse più chiaro una volta conosciute le dinamiche del signoraggio monetario.

Con tale termine si intende l’insieme dei redditi derivanti dalla creazione della base monetaria di uno Stato. Ma questi redditi in cosa consistono, e chi ne fruisce?

L’intuito di chiunque farebbe pensare che lo Stato emetta la moneta, e fruisca dei conseguenti redditi. Invece no.

Di regola, le Banche Centrali (BC) di una nazione creano le banconote, mentre gli Stati producono le monete. Nell’Unione Europea, le banconote sono prodotte dalla Banca Centrale Europea (BCE), e i redditi ripartiti tra le Banche Centrali nazionali.

La Banca Centrale è sì un Istituto pubblico, ma le quote di parecipazione al capitale (chi investe, e chi incassa gli utili) sono di grande maggioranza private (ad es. le quote private della Banca d’Italia ammontano al 95%, distribuite tra banche e compagnie di assicurazioni).

Talvolta le BC sono direttamente s.p.a. private, come nel caso della potentissima Federal Reserve americana. Qualunque sia l’assetto, i beneficiari dell’emissione di moneta sono soggetti privati, e non lo Stato. Tutto ciò risponde alla seconda domanda, ora vediamo invece a quanto ammontano questi benefici.

In riferimento all’euro, il reddito da signoraggio consta nel reddito originato dagli attivi detenuti in contropartita delle banconote in circolazione, cui sottrarre i costi di produzione.

Tradotto in semplici un numeri, la contropartita di una banconota da 500 euro, che lo Stato versa alla Banca Centrale per avere quella banconota, è di nientemeno che 500 euro, mentre i costi di produzione, sempre per la medesima banconota, sono di 5 centesimi.

Una sola banconta da 500 euro, dunque, genera un reddito pari a 500€ – 0.05€; il risultato non c’è bisogno che ve lo dica io. Solo il 60% di questi spropositati guadagni vengono versati all’erario pubblico tramite imposte, il rimanente 40% finisce dritto dritto nelle pance e nei conti corrente degli azionisti di maggioranza della BC.

Un primo inquietante quadro inizia a delinearsi; per completare questa vera e propria “opera d’arte”, tuttavia, dobbiamo analizzare le conseguenze, gli effeti di questa politica monetaria.

La sopraccitata contropartita di reddito nell’emissione di banconote, cui sottrarre i trascurabili costi di produzione, viene corrisposta attraverso titoli di Stato.

Ovvero lo Stato, per pagare la solita banconota da 500 euro, emette un titolo di Stato dal valore di 500 euro, cui è legato un tasso di interesse, che la BC acquista pagando il relativo valore di 500 euro allo Stato. Con questi 500 euro ricevuti dalla BC per l’acquisto del titolo, lo Stato acquista l’iniziale banconota da 500 euro prodotta dalla BC.

Essendo un titolo una sorta di prestito, (in cambio di un azione ricevo dei soldi, che dovrò restituire con il tasso d’interesse applicato), lo Stato si indebita con la BC, dell’ammontare del tasso d’interesse scaturito dall’acquisto di ogni singola banconota.

Parlando con i numeri, uno Stato che acquista 10 banconote da 500 euro, con titoli cui è applicato un tasso d’interesse del 10%, si indebita di 50 euro per ogni banconota.

Il tasso di interesse, inoltre, è regolabile attraverso la politca monetaria, gestita dalla Banca Centrale. Quindi la BC non solo è creditore verso lo Stato, ma decide anche a quanto fare ammontare il debito.

Con questa logica, l’indebitamento pubblico (certo non nelle misure italiane) è inevitabile, poiché si tratta di debito “auto rigenerante” , e la prima conseguenza è la maggior imposizione fiscale. Se tutti i redditi del signoraggio fossero destinati allo Stato, questo avrebbe più risorse per sostenere la spesa pubblica, e ne necessiterebbe di meno dai suoi cittadini.

Il risultato finale è l’infinito e imperituro arricchimento di una ristrettissima casta, vera padrona delle dinamiche economiche e politche, in quanto principale lobbysta.

Tutto ciò a carico dei cittadini, in Europa come in America, in tutti i paesi infettati dal virus del signoraggio, peccato originale del sistema capitalistico.

WOOOLFTAIL