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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘due anni dopo’

Antologia; Due anni dopo – L’albero e io

Posted By Tom on luglio 14th, 2010

Nel percorso poetico di Francesco Guccini una delle tematiche affrontate è la morte. Come l’amore (Vedi cara) e il tempo, la morte rappresenta per Francesco un anelito, che lo porta a quella riflessione intima e personale e che lo accompagnerà per tutta la sua carriera discografica. L’albero ed io tutt’oggi è la canzone che meglio esprime tale anelito, riuscendo a suscitare quelle profonde emozioni e riflessioni che tanto avvicinano l’animo dell’ascoltatore a una tematica, come la morte, così oscura e così inesorabile.

Nella prima strofa Francesco spiega subito quale tomba ospiterà il suo corpo: non la lapide (non voglio pietra su questo mio corpo), ma il fertile terreno di un albero.

Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà.
Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio

Il cantautore vede nella lapide una pesantezza insopportabile, che nemmeno dopo la morte potrebbe tollerare (perché pesante mi sembrerà). Francesco si distacca così dalla cupe ritualità di un cimitero, contrapponendovi la ricerca di giovinezza e forza e di una spinta vitale (un albero giovane e forte), che accompagni il suo corpo senza vita. Ma l’elemento più significativo che chiude la prima strofa sta proprio nel ritorno dopo la morte sotto quel cielo aperto cui l’albero tende e che rende ancora più pesante la pietra:

Voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

Non poteva mancare neanche in questa canzone lo scorrere del tempo che, nel susseguirsi delle stagioni, si intreccia con la morte immaginata di Francesco, creando così quell’effetto di eternità, coerente dopo tutto con il topos stesso del brano.

Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,
come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.

La morte, come intesa nell’immaginario collettivo, scompare. L’animo spiritualista del cantautore si esprime al meglio in queste righe nell’ipotesi di una vita oltre la morte (ancora vivo); ma non una vita trascendente o ultraterrena: anzi, una vita dormiente (nel lungo riposo, come dormendo) e terrena che trae la forza dall’esistenza del forte albero (alla pianta vicino) e che aspetta speranzosa di destarsi (starò fiducioso nel mio risveglio).

Le due righe successive, comunque, rafforzano il misticismo delle precedenti: in primavera, insieme al resto della natura, il lento sonno invernale finisce e la vita ritorna (ancora vivi saremo di nuovo), fusa oramai con la vita dell’albero (le mie dita di rami): l’ “io” e l’ ”albero” del titolo diventano una cosa sola e insieme tendono verso quel cielo così misterioso, emblema della profonda contemplazione del cantautore.

E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo
e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

È l’ultima strofa quella che meglio riassume tutta la tensione spiritualista e panteista già raccontata nel resto della canzone.

Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,
sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io
sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio

Francesco è ormai un tutt’uno non solo con l’albero, ma anche con il resto della natura, con cui l’albero stesso comunica (se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita). E nella piena vitalità estiva, dopo il lento e ascendente climax morte-riposo-risveglio-vita e inverno-primavera-estate, l’albero mostra trionfalmente la sua semplice e vitale naturalezza e, con i tratti umani di Francesco, canta, ubriaco di vita (sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita). Il brano si conclude meravigliosamente con lo stesso trionfalismo (sempre svettanti) e con la stessa tensione spiritualista (contro quel cielo che chiaman di Dio), tanto combattuta e ambigua in Francesco (così si spiega quel contro), che lo ha sempre portato a quella ricerca di infinitezza ed eternità, che caratterizza tutto il brano e che, almeno tra le note e le parole della canzone, riesce a soddisfare.

P&L
Tom

Testo completo
L’albero e io, live

Antologia; Due anni dopo – Vedi cara

Posted By Tom on luglio 5th, 2010

Vedi cara è sicuramente la seconda canzone più celebre di Due anni dopo. La bellezza di questa canzone risiede nella contrapposizione tra la leggerezza della musica e la profondità del testo. Se ad un primo ascolto il tono della canzone può sembrare scanzonato, in realtà il testo presenta una profondità d’animo che può essere totalmente afferrata solo leggendo tra le righe del brano. Ed è quindi con questo taglio satirico che Guccini racconta la fine di una storia d’amore, aprendo così al lato più intimista della sua poetica.

Il tema centrale è l’incomunicabilità tra i due amanti, che Guccini esprime efficacemente nella ripetizione dei versi-chiave del brano:

Vedi cara ,
è difficile spiegare,
è difficile capire
se non hai capito già

Non solo lei non può capire, ma lui stesso non è in grado di spiegare. Un’incomunicabilità di fondo, che proviene da “dentro”, dai fantasmi di una mente, segno di un’incompatibilità tra i due non passeggera e temporanea, ma ormai definitiva. D’altronde certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire; ma la donna non è incolpata da Guccini: come si capisce già dal titolo della canzone, il cantautore vuole semplicemente spiegare l’inevitabile rottura.

È nelle strofe successive che Francesco mostra un’intuizione geniale che lega il tema della canzone, l’incomunicabilità, con il tenore semantico dei versi stessi: infatti, leggendo appunto tali versi

Vedi cara
certi giorni sono un anno,
certe frasi sono un niente
che non serve più sentire.

Vedi cara
le stagioni ed i sorrisi
son denari che van spesi
con dovuta proprietà

si ha la sensazione di non capire il significato delle parole o almeno di non afferrarne appieno il significato, come se ci fosse qualcosa di non detto, che le rende ancora più incomprensibili: soltanto alla luce della strofa ripetuta che spiega come sia difficile spiegare e capire, si capisce che quei versi non potevano essere compresi e l’incomprensione diventa paradossalmente comprensibile.

Dalla nona strofa Francesco si fa più schietto e cerca di dare un significato almeno parziale, con una serie di metafore a quello che prima era incomprensibile:

Non capisci
quando cerco in una sera
un mistero d’ atmosfera
che è difficile afferrare.

Quando rido
senza muovere il mio viso,
quando piango senza un grido,
quando invece vorrei urlare.

Quando sogno
dietro a frasi di canzoni,
dietro a libri e ad aquiloni,
dietro a ciò che non sarà

Parti emblematiche del giovane carattere di Francesco ci vengono raccontate come la distanza tra lui e la donna.

Certo è che non si pongono problemi di nostalgia:

Non rimpiango
tutto quello che mi hai dato
che son io che l’ho creato
e potrei rifarlo ora

Solo lui si era dipinto la donna come lui la voleva e quello che gli ha dato è stato in fondo voluto e interpretato solo da lui: proprio per questo non potrà dimenticarsi dei momenti passati insieme e questo tempo dura ancora.

Guccini si discolpa: il motivo della rottura non è da ricercare in un viso o in un volto. Ma nemmeno in lei e Francesco lo ribadisce nelle ultime strofe: tu sei tutto, tu sei molto. Certo non è abbastanza e quel tutto è ancora poco, perché la distanza tra i due si pone su un livello di incompatibilità mentale (non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi). Però, il cantautore non cerca rancore o rabbia e cerca di farle capire che si tratta di una fine inevitabile, ma comunque incolpevole:

Io cerco ancora
e così non spaventarti
quando senti allontanarmi:
fugge il sogno, io resto qua!

Sii contenta
della parte che tu hai,
ti do quello che mi dai,
chi ha la colpa non si sa.

Il cerca dentro finale poi non è solo un suggerimento per capire lui, ma è anche l’emblema di tutto uno stile narrativo, basato sull’emozione e il sentimento intimo e personale che, in quanto tale, può essere anche incomprensibile, immotivato o irragionevole, ma che mai potrà (o dovrebbe) rimanere inascoltato.

P&L
Tom

Testo completo
Vedi cara, live @ Bologna

Antologia; Due anni dopo – Primavera di Praga

Posted By Tom on giugno 27th, 2010

Due anni dopo

Siamo nel 1969. Folk beat n. 1 non ottiene successo e vende poco; di certo Guccini non si aspettava chissà quale successo, dato che la registrazione del primo album viene vissuta dal cantautore come una semplice occasione per curiosare in una sala d’incisione professionale: non c’era sicuramente nessuna intenzione di intraprendere una carriera musicale. Proprio per questo Francesco è sorpreso quando gli viene proposto di incidere un secondo album. Fortunatamente (per noi) accetta e così a novembre viene inciso il disco presso gli studi di Carlo Alberto Rossi, il compositore e produttore discografico, scomparso ad aprile; l’album, pubblicato nel 1970, si chiamerà semplicemente Due anni dopo (dall’ultimo album) e, come nel precedente, il cantautore si firmerà solamente Francesco.

Ascoltando Due anni dopo, si capisce che si tratta di un album di transizione. Siamo ancora lontani da Radici, l’album del successo inventivo e musicale gucciniano, ma sicuramente lo stile dylaniano di Folk beat n. 1, i cui brani sono profondamente segnati dall’esplosione del fenomeno beat degli anni Sessanta, è superato, anche se non abbandonato. Se nel primo album vige la coerenza sia nell’impianto musicale, costruito su due chitarre e un’armonica, sia nei testi, che parlano di morte, guerra, rischio atomico (La ballata degli annegati, Auschwitz, L’atomica cinese, Noi non ci saremo), il secondo si configura come un disco composito, a riprova della transizione musicale che Francesco sta vivendo.

Certamente il folk revival di Bob Dylan e Joan Baez continua a influenzare Guccini, il quale, appunto, chiama Deborah Kooperman alla chitarra, l’amica folk-singer americana, il cui contributo si sentirà soprattutto nel fingerpicking, caratterizzante pezzi come Vedi cara e La verità. Ma alla chitarra acustica, che rimane comunque dominante, si aggiungono fisarmonica, flauti, corni, clavicembalo, arpa e addirittura una piccola orchestra di violini. Inoltre la presenza di Giorgio Vacchi (direttore di coro ed etnomusicologo, scomparso nel 2008), chiamato per curare arrangiamenti e dirigere i turnisti, mostra come l’interesse antropologico di Francesco per la musica popolare inizi a farsi vivo.

Leggendo i testi si nota come Francesco punti su ambientazioni private, abbandonando le canzoni di protesta dei suoi inizi, con l’unica eccezione di Primavera di Praga (vedi sotto), e aprendo il lungo periodo di riflessione intimista: solamente con l’album Parnassius Guccinii (1993), Francesco riprenderà aperta posizione contro la società del tempo. In Due anni dopo troviamo così tre acquerelli di ispirazione francese, Lui e lei, Il compleanno e Ophelia (la poetica giovanile di Francesco era influenzata anche dai chansonniers francesi, quali Brassens e Brel, come dimostra la copertina di Folk beat n. 1, dove l’ascendenza francese è presente nella sigaretta fumante tra le dita di Francesco), un ritratto (L’ubriaco), che dà inizio alla serie dei gucciniani personaggi emarginati nei quali si rispecchia l’io narrante, e un omaggio/parodia alle tonalità blues (Al trést), brano cantato in modenese, per contrapporsi alla dilagante americanizzazione del tempo.

Un disco composito, quindi, in cui, però, si sviluppa uniformemente il topos dell’inesorabile scorrere del tempo, che verrà costantemente ripreso nei successivi capolavori: così, mentre la ragazza de Il compleanno non realizza che gli anni della sua giovinezza scivolano via, il tempo scorre indifferentemente in Per quanto è tardi, si trasforma in noia in Giorno d’estate e “metro per misurare la maturità mancata” nella title-track. La domanda sui giorni andati diventa così l’ossessione e l’anelito gucciniani, caratterizzando in modo così peculiare il percorso esistenziale e artistico che il cantautore vive e continuerà a vivere direttamente in prima persona in un costante mettersi alla prova.

Primavera di Praga

Come detto sopra, Primavera di Praga è l’unico brano di protesta in un album che vira progressivamente verso il privato. Considerato la continuazione ideale di Auschwitz, la canzone è la più conosciuta dell’album e ben presto si attesterà come manifesto della canzone d’impegno sociale e politico.

Il contesto storico richiamato dal brano è uno dei più cupi della Guerra fredda. Mentre l’Italia sta vivendo le contestazioni, la strage di Piazza Fontana, con il successivo avvio della “strategia della tensione”, l’autunno caldo del 1969, nel mondo si volgono la massacrante guerra in Vietnam e il Maggio francese. Nella Cecoslovacchia comunista, intanto, Alexander Dubček, segretario del Partito comunista cecoslovacco, dalla fine del 1967 intendeva attuare il “socialismo dal volto umano”, una vera e propria liberalizzazione e democratizzazione della politica e della società. Il florido periodo, definito “Primavera di Praga”, verrà poi arrestato dall’invasione sovietica avvenuta tra il 20 e il 21 agosto.

La cupezza del periodo è ben trasmesso dalla parole del brano e dal lento e straziante attacco iniziale:

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma già dalla seconda strofa la lentezza straziante iniziale viene sostituita da un improvviso sconvolgimento di scena

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Il terrore è un grido, ma non un grido liberatorio: un grido breve e soffocato dalla violenza della “fiamma”. Guccini si riferisce sia alla violenza dell’invasione, sia al sacrificio di Jan Palach, il giovane studente di filosofia, che, la sera del 16 gennaio 1969, all’inizio della grande Piazza San Venceslao, si cosparse di benzina e si diede fuoco, morendo poco dopo in ospedale. I tentativi di infangare la sua memoria da parte del regime sovietico non sono però riusciti a nascondere il vero motivo del gesto disperato e una folla di 600 mila persone assistette al suo funerale. La lentezza straziante riprende nella terza strofa, raccontando la violenza minacciosa dell’invasione:

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

La disperazione delle precedenti strofe rivive nel dolore che brucia le strade, ma soprattutto nel grido necessariamente silenzioso dei muri della città, riprendendo così il grido della folla smarrita della seconda strofa, anch’esso silenzioso, ed evocando la repressione del regime. Il ritmo si rifà incalzante nelle due strofe successive, dove il cantautore mette in parallelo il triste suicidio di Jan Palach alla condanna a morte sul rogo per eresia di Jan Hus, filosofo ed ecclesiasta pauperista, nazionalista e antigerarchico del primo Quattrocento:

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Le ultime due strofe, infine, come un finale grido liberatorio, descrivono alla perfezione il disagio individuale di un sopruso collettivo, anche grazie a un efficace “Dimmi chi” a inizio di ciascuna strofa, che permette l’interazione diretta con l’ascoltatore, spezzando il muro di confine tra narratore, narrazione e vicenda:

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Il brano si chiude così con la speranza di una città, che continua a essere muta, ma che ha lo stesso la forza per accompagnare il corpo del giovane Jan. La canzone assurge presto a manifesto contro ogni tipo di totalitarismo e di dittatura reprimente, non solo diventando canzone-simbolo dei giovani occidentali, ma perdurando oltre il contesto contingente e affermandosi come grido (questa volta non muto e represso) di libertà e speranza.

P&L
Tom

Testo completo
Primavera di Praga, live @ Bologna, 1990