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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘elezioni’

PROIEZIONI AGGIORNATE: Due commenti sull’andamento delle elezioni comunali

Posted By fred on maggio 16th, 2011

Finalmente Milano si sta svegliando.
Cari milanesi, le prossime due settimane saranno la vetrina di Silvio e delle sue olgettine, da La Russa all’ultimo leghista. Saranno sempre lì, per cercare di ribaltare un risultato che fa malissimo al governo.
La macchina del fango si attiverà intorno a Pisapia, e milano sarà un gigantesco spot elettorale.
A Torino la partita non è mai stata aperta. FASSINO sx 56,9  – COPPOLA dx 27
A Bologna il centro sinistra tiene sebbene l’exploit dei grillini. MEROLA sx 51,8 – BERNARDINI 29,3
A Napoli sembrava che la destra dovesse spopolare, dopo 18 anni di mala-amministrazione del centro sinistra, ma in ottica ballottaggio sembrano destinati a perdere anche nella piazza partenopea.  MORCONE pd 20 – DE MAGISTRIS idv 25 – LETTIERI dx 40,1

Giuliano Pisapia

Conclusioni? La maggioranza è alla frutta (a Milano il pornonano era capolista), e gli elettori del Pd vogliono candidati di sinistra.
Pisapia docet.

Cliccate sul link seguente per seguire gli aggiornamenti delle proiezioni, comune per comune (ci sono anche i comuni più piccoli, basta cliccare sulla regione d’appartenenza)

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/

Manovre sotto l’ombrellone – di Emilio Fusari

Posted By fred on agosto 13th, 2010

I patti col diavolo puzzano di zolfo e lasciano scottature indelebili. Dovrebbe saperlo Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla camera, quando venderebbe l’anima a Casini e Fini pur di mandare a casa Berlusconi. Assistiamo ad inconsuete manovre estive, da qualche settimana la maggioranza di governo traballa vistosamente a colpi di proprietà rinfacciate e anonimi parlamentari che, approfittando del momento, fanno gli occhi dolci un po’ qua ed un po’ la, ancora increduli di essere loro l’ago della bilancia di un governo fino ad un momento fa invincibile, e decisi a vendersi nel migliore dei modi.

Sembra una vita che il Cavaliere con una sonora pedata ha cacciato Fini ed i suoi dal Pdl, tante sono le cose  successe,eppure non sono ancora quindici giorni. Come era facile immaginare i “quattro gatti” non erano così soli ed hanno cominciato a miagolare un po’ su tutti i piani dando decisamente fastidio al signore di Arcore.Cominciamo con ordine.

L’artiglio lungo del Cavaliere si sa, arriva anche dove il talento politico difetta, e così,non riuscendo nelle sedi istituzionali ad ottenere la testa di Fini, da una settimana lo fa manganellare dai  suoi giornali di famiglia a colpi di un presunto scandalo immobiliare,ovvero una casa a Montecarlo intestata ad Alleanza Nazionale ed ora finita nella disponibilità del cognato di Fini. Il presidente della camera, seppur parzialmente, ha spiegato la vicenda e per il resto si dice sicuro che la magistratura chiarirà tutto. Da notare la distanza siderale di chi urla al complotto dei giudici comunisti e di chi accetta serenamente il giudizio che la magistratura riterrà opportuno dare. Nel frattempo i manganellati, che nell’ attitudine e nella loro ragione sociale hanno il manganello ma non certamente nel senso del prenderlo, hanno reagito all’offensiva con una palla avvelenata di identica specie ma con proporzioni decisamente maggiori: il contratto di vendita di villa S. Martino ad Arcore di cui Berlusconi è proprietario. Non c’è partita: la professionalità degli ex-picchiatori  missini nonché l’ennesimo scheletro nell’armadio del Cavaliere lo hanno costretto alla resa facendogli dichiarare che “sarà possibile ritrovare l’unità se vi sarà lo spirito costruttivo“. Deposte le armi per la tregua ferragostana  fra Berlusconi e Fini quindi.

Nel campo avversario si fanno le prove generali per le elezioni. Parola d’ordine: modificare la legge elettorale con un governo tecnico e poi procedere al voto non si sa con quale leader, alleati e programma. Per non parlare della stessa legge elettorale cui tutto  ciò  è propedeutico. Insomma, l’armata Brancaleone si è rimessa in moto, ma risulta davvero difficile immaginare un governo tecnico, guidato magari da Pisanu, che abbia al suo interno Pd, Idv, Udc, Fli, Vendola Ferrero, Diliberto, Rutelli e i Verdi discutere qualcosa. Provare per credere: sarebbe divertente, una volta riuniti, buttare in mezzo al branco l’osso del porcellum ed osservare come si sbranano a vicenda a colpi di sistema francese, tedesco o misto. Chi scrive crede che la riforma elettorale sia giustamente la questione prioritaria di cui occuparsi, dato che è all’origine dello sbilanciamento dei poteri con l’annullamento della funzione parlamentare (prima ancora della legge bavaglio che i giornali,anche vedendo i propri interessi,dipingevano come l’arma fine di mondo dell’artiglio berlusconiano dimenticando che la bomba era già esplosa), crede meno che possano essere gli stessi soggetti che, per loro volere o per inerzia, hanno fatto si che questo sistema sia vigente oggi in Italia a cambiarla. E poi, anche ipotizzando che ci si riesca,come si può credere che cambiando la legge elettorale si elimini Berlusconi e vent’anni di dominio incontrastato sul piano politico economico e soprattutto culturale? Davvero a nessuno viene in mente che lo sradicamento dalle coscienze di questo frutto mediatico avvelenato non se ne va dall’oggi al domani con un colpo di spazzola ed una legge,seppur giusta che sia? Ritornare ad una forma di partito più tradizionale, radicato nel territorio e che ascolta la gente (la lega in questo caso insegna), avere un programma non troppo ambizioso ma che sia di vitale importanza la sua attuazione, questa si sarebbe la rivoluzione più innovativa per partire dai cocci berlusconiani e creare una classe dirigente almeno un poco più credibile. Abbiamo passato vent’anni a guardare la luna ed avere anche l’illusione di averla, non credo sia sbagliato ora assicurarci di possedere almeno quel dito che la indica.

Emilio Fusari

C’eravamo tanto amati…

Posted By fred on agosto 3rd, 2010

Tutto ebbe inizio nel lontano autunno del 1993.

Il segretario del MSI, Gianfranco Fini, sfidava Rutelli per le comunali di Roma, in un clima di transizione politica nazionale; fu allora che Silvio Berlusconi, non ancora “sceso in campo” ma già predestinato destinatario del nuovo scenario politico italiano, lanciò il primo messaggio di intesa al suo futuro alleato principale.

“Se votassi a Roma la mia preferenza andrebbe a Fini” Silvio dixit.

Fini, in quell’occasione, condusse il suo Movimento Sociale fino al ballottaggio, un risultato storico a Roma, dove fino ad allora il partito delle nostalgie era rimasto ai margini delle dinamiche amministrative.

Il tanto chiacchierato imprenditore milanese, rimase folgorato dal polso e dalla dialettica del segretario dell Msi, capace di mantenere il rigore nel partito e di raccogliere consensi tra la gente; fondata Forza Italia, tralasciando come, si presentò immediatamente alle elezioni del 1994, le prime dopo il governo tecnico guidato da Ciampi che condusse la Repubblica nella seconda fase della sua storia.

E l’amore sbocciò. Berlusconi e Fini, Forza Italia e il Movimento Sociale Italiano, alleati per nuove frontiere politche.

Ma non erano i soli: un terzo incomodo s’accomodò nelle stanze della Casa delle Libertà, quel terzo incomodo che, 17 anni dopo, sarà causa di separazione e divorzio.

Parliamo ovviamente della folkloristica e secessionista Lega Nord di Umberto Bossi.

Marito, moglie, ed amante vinsero le elezioni, e nell’impasto del governo il partito “portatore sano” di ideologie proibite costituzionalmente ottenne poltrone ministeriali, quattro più la vice-Presidenza del Consiglio, per la prima volta nella storia; la prima volta nella storia Repubblicana, per lo meno.

Ma il secessionismo leghista e il nazionalismo del MSI non sarebbero potute convivere a lungo: la moglie e l’amante non potevano condividere più lo stesso letto, non certo con il primo Berlusconi, ancora non in grado di unire il nero con il bianco per formare un unico grigio politico, marito incapace di soddisfare entrambe le donne.

Il governo cadde, dopo appena sei mesi dal suo insediamento, e Bossi, Fini e Berlusconi dovettero far posto all’ennesimo governo tecnico, guidato da Dini.

Il Senatùr definì “mafioso” l’uno, e “fascista” l’altro. Si chiamò ufficialmente fuori dai loro loschi giochi di potere, e annunciò di non volerci avere niente a che fare “mai più” (ipse dixit).

Berlusconi, in tutta risposta, disse che sarebbe stato un “coglione” (ipse dixit) se in futuro avesse riallacciato i rapporti con i leghisti.

Invece, il Gianfranco, oramai, nazionale sentì l’esigenza di lavare via dal suo partito l’oscura macchia del fascismo, e nel celebre Congresso di Fiuggi, avvenuto nel Gennaio 1995, prese ufficialmente le distanze dalle ideologie che già una volta avevano annientato l’Italia.

Il Movimento Sociale Italiano fu rinominato Alleanza Nazionale, e camerati di partito quali Ignazio Benito Maria La Russa e Giovanni Alemanno furono ridipinti come semplici politici di destra.

Altri camerati, scontenti per la svolta verso le Istituzioni, si distaccarono da Fini e fondarono il MS Fiamma Tricolore.

Le carriere parlamentari di Fini e Berlusconi erano ben avviate e nel 1996, anno di nuove elezioni, la rinnovata alleanza tra i due, il rinnovato sposalizio, era cosa oramai scontata.

Nella Casa delle Libertà vi entrò questa volta Pier Ferdinando Casini, la nuova amante alla ricerca delle grazie del Sultano, con il partito Cristiani Democratici Uniti del “filosofo” (le virgolette sono d’obbligo) Rocco Buttiglione.

Marito, moglie, e nuova amante furono stavolta sconfitti dal Centro Sinistra, e si ritrovarono relegati all’opposizione per cinque anni.

La convivenza fu molto più pacifica rispetto alla precedente -del resto l’unione contro i “comunisti” pare far la forza- e nel 2001 il trio si ripresentò compatto per le prime elezioni del nuovo millennio.

Ma ecco il colpo di scena: il marito, eterno insoddisfatto, non s’accontentava di moglie e amante, no, lui volle riprendersi con sé anche la ex.

Oltre a essersi dato del coglione da solo, Berlusconi richiamò dunque nella grande Casa delle Libertà e dell’Amore i leghisti, i quali si accomodarono sul divano con tanto di piedi sul tavolino ancor prima di sentirsi dire “Benvenuti”.

Il Bigotto, il Secessionista, il Mafioso e il Fascista; non è il titolo di un Western, ma la composizione della XIV legislatura della Repubblica Italiana.

Il quartetto vinse le elezioni e si ritrovò al governo con una larga maggioranza.

Fini ottenne la Vice Presidenza del consiglio -la moglie che fa le veci del marito- e la legislatura scorse serenamente; i conti pubblici italiani venivano devastati, l’Unione Europea mandava continui moniti e minacce di espulsione a pena di una mancata inversione di rotta, Berlusconi violentava le Istituzioni ingombrando il Parlamento di leggi ad personam volte a depenalizzare i suoi reati, vedi falso in bilancio, o a garantire l’impunità per reati che non poteva depenalizzare, vedi lodo Schifani, o a legittimare una volta per tutte il suo conflitto di interessi, vedi leggi Gasparri -e la lista si fa lunga-, proibizionismo e repressione dilagavano, il tutto con l’impassibile benestare, se non con la partecipazione diretta, del Vice Presidente del Consiglio.

Fini e Bossi, storicamente acerrimi nemici e rivali per le grazie del caudillo, trovarono anche diversi punti di incontro, tra cui la famigerata legge 189 del 30 Luglio 2002, al secolo la legge “Bossi-Fini” che, tra le varie, prevede l’espulsione immediata degli immigrati rimasti senza regolare lavoro da sei mesi, in quanto non portatori, sebbene momentaneamente, di entrate fiscali per l’erario pubblico.

Un feroce governo senza opposizioni interne: tutti i remanti sincronizzati verso lo stesso orizzonte; marito, moglie e amanti uniti nell’orgia di potere.

Alla resa dei conti, nel 2006, anno di scadenza della legislatura, gli assi politici della destra erano ancora stabili, ma le nefandezze compiute dal quartetto di governo portarono al crollo della fiducia negli elettori.

I sondaggi li davano per spacciati, le incalzanti elezioni sembravano una formalità; ma il colpo di coda di Caimano non si è fatto attendere. Alla vigilia del Natale 2005, pochi mesi prima della tornata elettorale, Berlusconi si appropria indebitamente di un’intercettazione secretata (è il più grande abuso fatto di un’intercettazione, proprio quel genere di abusi che il ddl voleva impedire) che vede protagonista un Fassino entusiasta per essere riuscito a mettere le mani nelle Banca del Lavoro.

Il Giornale, l’organo di regime per antonomasia, pubblicò agli inizi di Gennaio l’intercettazione, e i Ds persero tutta la fiducia accumulata nei 5 anni di non governo.

Così, la Casa delle Libertà al gran completo, sfiorò la rimonta, e perse di pochissimi punti percentuali che sancirono l’insediamento del governo Prodi.

Fini e Silvio si ritrovarono così di nuovo all’opposizione, sulle poltrone più scomode del Parlamento, sempre accompagnati dai Centristi e dai Leghisti.

Ed è proprio in quei due anni di opposizione che emersero le prime frizioni tra i “coniugi”; Fini dissentì dai suoi alleati su temi delicati quali la fecondazione assistita e le coppie di fatto, mostrando più segnali di apertura in netta controtendenza rispetto alle direttive cattolico-conservatrici della Casa e del suo stesso partito.

Nel frattempo, Casini iniziava ad organizzarsi in proprio, distanziandosi gradualmente dalla coalizione.

Con la caduta dell’ingovernabile maggioranza prodiana, si iniziarono a preparare nuove elezioni, e l’astuto Fini, rimangiandosi le sue prime timide prese di posizione manifestate negli anni di opposizione, approfittò del congedo di Casini e fuse il suo partito con Forza Italia, fondando l’ormai arcinoto Popolo delle Libertà: la moglie credeva di incastrare così il marito con la comunione dei beni.

Alle elezioni del 2008 la coalizione era composta da Pdl e Lega Nord, e l’elettorato li premiò abbondantemente.

Fini era convinto di aver finalmente conquistato un potere di governo superiore a quello dei semplici alleati, e, ottenuta la Presidenza della Camera, si è reso conto di aver fatto male i calcoli: il crescente consenso della Lega Nord tiene sotto scacco l’intero Pdl, e innalza i “lùmbard” ad ago della bilancia.

Bossi è diventato il principale interlocutore per il Presidente del Consiglio, mentre Fini si è ritrovato in disparte ad occuparsi di un ruolo più istituzionale che politico.

Così, mentre la Lega avanza pretese di ogni sorta sul governo e viene interpellata dallo stesso per ogni decisione, il povero Gianfranco disilluso si è ritrovato a calendarizzare le discussioni dell’Aula.

Dal 2008 ad oggi Berlusconi e Fini hanno condotto la loro alleanza da separati in casa, con il Presidente della Camera nelle vesti di primo oppositore del governo; ha contestato la legittimità costituzionale del pacchetto sicurezza in tema di immigrazione, nonché le feroci propagande della paura e della sicurezza dell’asse La Russa – Maroni – Bossi; ha espresso pubblico dissenso per le modalità poco istituzionali con cui il governo tende a legiferare, quale l’abuso della questione di fiducia (siamo a 36 in 2 anni, contro la media europea di 1-2 all’anno); ha contestato la continua ricerca dell’impunità nella fila del Pdl, in particolare al suo leader; ha contribuito ai più notevoli emendamenti al ddl intercettazioni, provocandone lo slittamento dell’esamina a settembre; il 22 Aprile di quest’anno, alla direzione nazionale del Pdl, è arrivato allo scontro frontale con Berlusconi; i suoi uomini più fidati sono in continuo battibecco con gli uomini del presidente; insomma, quando ha potuto, ha sempre messo i bastoni fra le ruote a Berlusconi, richiamandosi alla legalità e al rispetto delle Istituzioni.

L’incipt alla svolta istituzionale di Fini non è partito certo dalla passione per le regole e la legalità, non capiremmo altrimenti dove fosse questa civica passione quando il premier “stuprava” la legalità dal 2001 al 2006, ma dall’invidia della moglie messa in disparte a favore della più focosa concubina verde.

Ora che la stabilità politica della banda berlusconiana vacilla, i topi hanno il coraggio di abbandonare la nave e si consuma lo scontro finale.

Fini ha ottenuto ufficialmente il divorzio pochi giorni fa, e con la separazione dei beni ha recuperato per il suo gruppo parlamentare indipendente, Futuro e Libertà per l’Italia, 33 parlamentari, numero sufficiente a tenere in pugno la maggioranza, esattamente come la concubina focosa di cui sopra.

Quello che accadrà nei prossimi mesi non è dato saperlo con esattezza, ma quel che è certo, è che la parola fine è stata posta definitivamente sull’idillio politico più celebre delle seconda Repubblica.

Opportunismo, invidia o rinnovazione personale, qualunque sia la causa scatenante, rivolgo ai lettori un invito alla diffidenza da chi ha sostenuto un regime, ed è stato complice principale di un altro.

Francesco Woolftail Dal Moro

Per rivedere gli strappi dei mesi scorsi raccontati dalla fionda clicca qui

Tar versus Cota: un po’ di chiarezza – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on luglio 18th, 2010

Intorno alla vicenda elettorale Piemontese occorre fare un po’ di chiarezza.

Gli organi di informazione si sono per lo più limitati a dire che, su disposizione del Tar, verranno nuovamente conteggiate le schede elettorali con la croce apposta sul simbolo delle liste “Al centro con Scanderebech” e “Forza Consumatori”, senza chiarirne le modalità e le conseguenze. In molti si saranno domandati che senso abbia ricontare i voti dati a liste dichiarate false. Sono 15.000, già si sa.

Il riconteggio consta in realtà, non nel ricontarsi le dita delle mani fino a convincersi che siano 10, ma nell’annullamento dei voti dati alle due liste senza alcuna indicazione di preferenza per Cota.

La ratio della sentenza è logica e corretta: il voto alla lista è da annullare, quello al candidato, se espresso, no, in quanto manifestazione inequivocabile della volontà dell’elettore.

Se, dei 15,000, più di 9.000 saranno sprovvisti di preferenza nominale, allora il “ribaltone politico” sarà inevitabile, in quanto dal riconteggio risulterà vincente la candidata di centro sinistra Mercedes Bresso, che intanto sta alla finestra scalpitante. E Roberto Cota da Novara, convinto che una vittoria di 9.000 voti sia un plebiscito popolare, avrà meno appigli sulla volontà popolare, viste le dovute considerazioni riservatele dai giudici amministrativi.

Il lettore di buona memoria ricorderà che anche altre due liste erano finite sul banco degli imputati: la prima, i “Verdi Verdi”, è stata dichiarata regolare e le opposizioni ricorrenti presenteranno ricorso al Consiglio di Stato; la seconda, “Pensionati per Cota” è momentaneamente nel sospensorio. I legali di Mercedes Bresso dovranno presentare, contro questa lista, una querela di falso al Tribunale civile, e se questi darà loro ragione, i 27.000 voti ottenuti dalla lista saranno annullati dal Tar in un’udienza già fissata per il 18 Novembre c.a. Un’altra possibile, e non improbabile, via che porterebbe al “ribaltone”, anche se più lunga da percorrere, in quanto la sentenza civile potrà essere impugnata in appello e in cassazione.

La sentenza del Tar, invece, può essere, e sarà, impugnata davanti al Consiglio di Stato, congelando così l’assetto della giunta regionale piemontese fino alla sentenza definitiva.

Comunque vada, Roberto Cota da Novara, ronzerà, alla pari delle zanzare della sua città, tra le poltrone torinesi almeno per un anno ancora, ma sempre con il fardello di sedere su una poltrona a “due gambe”.

Le reazioni della politica sono le solite, oramai fin troppo prevedibili; “è una sentenza politica – ha detto Scanderebech – degna di Cuba”, “la sinistra tenta di ribaltare il voto. Ha perso le elezioni e ora prova con la via giudiziaria” il commento di Cicchitto.

E non poteva mancare l’intervento del sommo, Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: “Evidentemente a qualcuno va di traverso che Cota abbia vinto le elezioni regionali. Abbiamo il riscontro di una forte indignazione popolare in Piemonte verso un provvedimento ingiustificato che potrebbe – e qui passa alle solite minacce e pressioni-  provocare anche un’instabilità di governo nonchè un grave danno economico per le casse della Regione”

Insomma, alla voce “regole elettorali”, mettiamo un bell’omissis. Indagare su di loro è un attacco alla democrazia, ricontare schede false un golpe.  Le regole, d’altronde, non debbono essere necessariamente osservate da tutti; Ghedini, deputato alla Camera e (o meglio, in quanto) avvocato del Premier, definì il suo assistito un “Primus super pares”, davanti ai giudici della Corte Costituzionale che dovevano decidere se la legge fosse uguale per tutti o un po’ più uguale per certi (si giudicava della costituzionalità del lodo Alfano).

L’importante è il risultato, non come lo hai ottenuto. Se poi hai vinto barando, sei stato scaltro, e i complimenti non possono che raddoppiare.

WOOLFTAIL

Ultim’ora – Il TAR ha ammesso i ricorsi contro Cota

Posted By fred on luglio 1st, 2010

Nella giornata di ieri, il Tar del Piemonte ha ammesso i ricorsi sulle elezioni regionali tenutesi sul finire dello scorso marzo.

La discussione e la sentenza sono state tuttavia rimandate al 15 luglio, per la necessità di acquisire ed esaminare ulteriori documentazioni.

Accertata la falsità di tutte le firme della lista “Pensionati per Cota”, per la quale era già prevista una sentenza il 15 luglio, il Tar dovrà esaminare il ricorso dei Verdi, centrosinistra, contro i “Verdi Verdi”, centrodestra, cui contestano oltre 33.000 voti, più altri indefinibili per la quasi omonimia delle liste, che avrebbe tratto in inganno gli elettori, e quello dell’Udc contro la lista “Al centro con Scanderebech”, che dopo la scissione dalla stessa Udc si è aleata con Cota senza raccogliere nuovamente le firme.

La “cadrega” del signor Cota rischia di avere i giorni contati, ma lo scaltro governatore della Regione Piemonte ricorrerà inesorabilmente al Consiglio di Stato, che potrebbe impiegare diversi mesi per sentenziare, congelando nel frattempo il consiglio regionale.

Diciamo dunque, con maggiore esattezza, che la “cadrega” di Cota, “vinta” con soli 9.000 voti di scarto, rischia seriamente di avere i mesi contati.

Intanto i leghisti, dopo un disperato SOS al Quirinale, si sono armati di fiaccole, come le popolazioni dei villaggi settecenteschi che andavano a farsi giustizia con forconi e fiaccole, e hanno comunicato di essere pronti ad armare i fucili contro le istituzioni.

Qualcuno nota una forte deficienza di coerenza?

Francesco Woolftail Dal Moro

Ultim’ora; elezioni in Belgio: un passo in più verso la secessione

Posted By Tom on giugno 14th, 2010

Ultim’ora – I risultati delle elezioni politiche, conclusesi ieri, mostrano un Belgio totalmente spaccato in due. Nelle Fiandre la destra indipendentista di Bart De Wever, la Nieuw-Vlaamse Alliantie (N-Va), Nuova alleanza fiamminga, diventa il primo partito con il 30% dei voti, raccogliendo un enorme consenso sul discioglimento del Regno belga. Di segno opposto, invece, il risultato nella Vallonia francese, dove Elio Di Rupo, origini abruzzesi, leader incontrastato dei socialisti, si è guadagnato il 33% dei voti e ha affermato il proprio partito, il Ps, come primo partito della Comunità francofona.

In Europa, il Belgio rappresenta l’emblematico caso dello stato unitario che si “federalizza” sotto la spinta prepotente dei due principali differenti gruppi linguistici, i Fiamminghi neerlandofoni del nord, che rappresentano il 58% della popolazione belga, e i Valloni francofoni del Sud, che rappresentano il 32% della popolazione, i quali tutti avvertono che un trattamento non differenziato non risponderebbe più ai valori di reciproca uguaglianza e democrazia. Tale processo di “federalizzazione” comincia negli anni Sessanta e per tappe successive (1969-71 e 1980) si è completato con le ultime revisioni costituzionali del 1993: da Stato fortemente centralizzato il Belgio, in questi ultimi decenni, è diventato Stato regionale (come l’attuale Italia), per poi trasformarsi, dopo il 1993, in effettivo Stato federale. L’articolato ordinamento attuale prevede più livelli di stratificazione: Governo federale, tre Comunità linguistiche, francofona, fiamminga, e germanofona (che rappresenta l’1% della popolazione), competenti in ambito linguistico-culturale e tre Regioni (Vallonia, Fiandre, Bruxelles), competenti nei settori amministrativi di ambiente, sviluppo economico, pianificazione territoriale, e infine Province e Comuni.

Le tre Comunità linguistiche del Belgio (fiamminga al Nord, francofona al Sud, germanofona a est) e la bilingue Bruxelles

Suddivisione amministrativa: le tre Regioni (Fiandre al Nord, Vallonia al Sud e la capitale Bruxelles) e le Province

Un processo attuato, quindi, per poter mantenere più unito uno Stato centrale all’insegna dell’autonomia territoriale. Ma l’impennata elettorale della N-va indica sicuramente che tale processo non si è ancora concluso e che presto potrebbe dirigersi verso la secessione delle Fiandre, che diventerebbero Stato sovrano e indipendente; la Vallonia potrebbe essere annessa alla Francia, mentre la Regione germanofona di Eupen verrebbe annessa alla Germania. Unico dubbio quello sull’entità di Bruxelles, ufficialmente bilingue ma con una larga maggioranza francofona. Questo eventuale ridisegnamento geografico seguirebbe una lunga fase di spaccatura della popolazione belga: fino alla Seconda guerra mondiale, i francofoni hanno esercitato un’effettiva egemonia culturale ed economica su tutto il Regno; l’economia vallone, basata sulla produzione carbo-siderurgica, non ha retto nel dopoguerra ed è crollata, mentre quella fiamminga, tradizionalmente basata sul settore rurale, si è innovata soprattutto nell’ambito dell’export e della tecnologia. La popolazione delle Fiandre è diventata, così, più ricca e ha incominciato a mostrarsi insofferente verso il Sud sempre più inefficiente e povero e a lamentarne il crescente assistenzialismo. Queste differenze si sono perpetrate nel tempo e oggi sono aumentate a causa della crisi, la quale ha incrementato la disoccupazione soprattutto in Vallonia. La revisione costituzionale del 1993 ha portato un complicato ulteriormente il sistema istituzionale, capace di generare un numero altissimo di conflitti istituzionali, nei quali la destra fiamminga riversa il proprio risentimento nei confronti dei compaesani francofoni.

Ed è proprio su un conflitto riguardante l’appartenenza regionale di un comune dell’hinterland brussellese, che si è arrivati alle elezioni anticipate di ieri. Yves Leterme, il cristiano democratico che vinse le elezioni del 2007, promettendo più potere alle Fiandre, ha impiegato nove mesi per formare una maggioranza formata da cinque partiti, per poi essersi dimesso nel 2008 ed essere stato rinominato premier un anno dopo. Ma l’uscita dalla maggioranza di un partito fiammingo per la succitata questione ha determinato le elezioni anticipate. E la formazione del nuovo Governo sarà altrettanto, se non di più, complicata. In Belgio i partiti sono regionali, tranne che a Bruxelles, dove i cittadini possono votare sia partiti fiamminghi che valloni, e il governo dev’essere composto da un numero pari di ministri francofoni e neerlandofoni, per garantire rappresentatività e pari trattamento ai due principali gruppi linguistici: in sostanza sono necessari quattro partiti per formare una maggioranza stabile. Il re, che da oggi inizia le consultazioni, si appropinquerà a incaricare il socialista Elio Di Rupo a formare il nuovo Governo, in quanto il partito socialista ha ottenuto 24 seggi in Vallonia, da sommarsi ai 14 seggi ottenuti dai socialisti fiamminghi. Secondo partito a livello nazionale è la N-va, che raggiunge 31 seggi in Parlamento e che, però, non avendo omologhi nella Regione francofona, renderà la creazione del Governo con i socialisti ancora più complicata di quanto non lo fosse già. Tutti gli altri partiti, sia fiamminghi che valloni, si sono ridimensionati: i liberali, i cristiano-democratici, i verdi e pure la destra xenofoba del Vlaams Belang, che pure prospettava la secessione, perdono tutti seggi e consensi in tutte le aree del Paese.

La palla ora è tutta in mano a Di Rupo e De Wever. Certamente sarà complicato che i socialisti del sud e gli indipendentisti del nord trovino uno stabile accordo. Ma sicuramente il progetto del secondo, cui non interessa la carica di Primo ministro di un Belgio in cui non crede, è il raggiungimento di un Stato confederale e di maggiore autonomia delle Comunità, che possa poi a sua volta sfociare nella scomparsa del Regno belga. De Wever propone, così, l’idea di un’Europa unita sulla base dei regionalismi e dei localismi, diventando il nuovo modello per la Lega Nord italiana, che, riconoscendosi nei Fiamminghi del nord belga, già grida alla secessione della Padania.

P&L
Tom

Ultim’ora

Posted By Tom on aprile 25th, 2010

Ultim’ora – Continua l’ondata fascista in Europa. Oggi, 25 aprile, si sono chiuse le elezioni presidenziali in Austria, che hanno visto la prevista riconferma del presidente uscente Heinz Fischer del partito socialdemocratico d’Austria con il 79% di voti. Si attesta come secondo partito del Paese il FPÖ, il partito di estrema destra che portò al potere Haider, con il 16% di voti alla candidata Barbara Rosenkranz.

Come in Italia, in realtà, nessuno può considerarsi vincitore, dato che l’affluenza alle urne si attesta intorno al 50%, mai così bassa nella storia austriaca. Dimostrazione del fatto che, in tempi di crisi, la politica e le istituzioni non sono in grado di garantire la sicurezza sociale, di cui tanto si fanno portatori.

P&L
Tom

Aborto Leghista – di Tommaso Petrucci

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Il 28 e 29 di marzo si sono tenute le elezioni regionali, tanto aspettate e anche tanto temute. E il risultato è evidente agli occhi di tutti, al di là delle varie interpretazioni in “politichese”: la destra ha vinto e la sinistra ha perso; da un 11-2 si è passati a un 7-6 per Bersani, con un ribaltone significativo delle aspettative e dei sondaggi che davano per vittorioso il Partito Democratico. Certo, considerati i voti ai singoli partiti, il divario (attenuatosi) tra schieramenti opposti e tra forze politiche alleate, non si può parlare né di una vittoria schiacciante per le coalizioni di destra, né di una sconfitta clamorosa per le coalizioni di sinistra; anzi, potremmo dire che con questa tornata elettorale ha perso la politica tutta: l’astensionismo ha toccato i massimi record, dimostrando che questa classe dirigente è in grado di diffondere disinteresse per le sorti del Paese in modo molto più incisivo rispetto a quanto consenso riesca ad ottenere: il che è molto grave visto che la capacità di un politico risiede proprio nel saper ottenere consenso! Ma che i nostri politici non sapessero fare i politici, lo vediamo da ben quindici anni e ormai ci abbiamo fatto il callo…

Le astensioni, comunque hanno colpito tutti i partiti, persino la tanto acclamata Lega Nord! Sfatiamo questo mito e tranquillizziamoci, perché Bossi non sta prendendo affatto più voti: in valore assoluto, rispetto alle europee del 2009, ne ha persi 147.305; le percentuali di voto, invece, indicano una crescita del partito (dall’11,2 % al 12,3 %), ma questo grazie all’astensione generale al voto e alla buona tenuta dell’elettorato leghista, non colpito così fortemente da tale astensione: in poche parole, essendoci meno elettori in generale, il risultato della Lega sale in percentuale, perché la percentuale esprime il rapporto anche con gli altri partiti, i quali hanno perso molto più sensibilmente voti dal proprio elettorato. Non consoliamoci troppo, però, dal momento che, comunque, la Lega Nord, il partito più reazionario, xenofobo e razzista che l’Italia abbia avuto, dopo il Partito Nazionale Fascista, ha incrementato il suo peso politico, sociale e culturale: ora ha in scacco Berlusconi, a cui potrà imporre i propri comodi, le sue politiche creeranno sempre più tensione sociale fra poveri e poverissimi, “polentoni” e “terroni”, immigrati regolari e irregolari e l’idea di poter fare distinzioni su base etnica tra le persone ai fini dell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla sanità e ai servizi del welfare si radicherà ancora di più nella testa della gente.

L’asse al nord è ormai consolidato e neppure il Piemonte ha arginato le invasioni barbariche dei Lumbàrd; il PD, poi, proprio non riesce a dimostrare un po’ di strategia politica e se fosse riuscito a scardinare il culo della Bresso dalla poltrona e proporre un candidato più carismatico, Torino, forse, si sarebbe salvata. Un Piemonte diviso in tre: metà dei Piemontesi, cioè Torino e provincia, ancora roccaforte della sinistra, metà, quella delle tipiche cittadinelle di provincia (da Cuneo a Novara, fino ad arrivare a Verbania), ormai fedele al Carroccio, e un diffuso 4% che ha comprensibilmente scelto Beppe Grillo, esprimendo così il proprio disagio politico, destinato ad aumentare. Ad ogni modo, con tutto questo successo, il neo-Presidente Cota non si poteva certamente risparmiare la sua prima cazzata di consiliatura: “la pillola Ru486 resterà nei magazzini!”, magari con un crocifisso in mano e ribadendo la storica tradizione cristiana piemontese! Il nuovo pupillo dalla camicia verde e dal cuore nero, invece di continuare a propagandare la difesa della vita e a pensare all’aborto come a un reato, dovrebbe capire che la pillola abortiva tutela la libera scelta della donna ad abortire, in quanto evita loro il molesto e invasivo intervento chirurgico; di fatto, lui potrebbe benissimo ritardare o impedire la diffusione della pillola sotto un profilo tecnico-economico, non inserendola nel prontuario regionale e impedendo, così, agli ospedali di ordinarla. Cosa conta poi che l’Agenzia italiana del farmaco, organo tecnico e non politico, abbia autorizzato l’immissione in commercio della pillola a livello nazionale?! Ma con questo federalismo nell’aria, ogni regione fa da sé e si fotta l’uniformità della rete sociale su territorio nazionale, che, tradotto, vuol dire: si fottano pari opportunità e uguaglianza sociale per ogni singola persona.

Rimanere fermi su queste polemiche medievali ci farà arretrare e allontanare dall’Europa: tutte questioni inutili che distoglieranno, come al solito, l’attenzione della gente dai lavoratori che protestano sui tetti delle aziende, dall’aumento della disoccupazione giovanile, dalla mafia sempre più potente, dalle università dominate dai baroni, dall’inerzia del Parlamento che si occupa soltanto dei guai dell’imperatore, dai servizi sociali sempre più scadenti e costosi, se non assenti, dalla corruzione dilagante della classe dirigente, dalle ripetute censure alla libera informazione, dalla iniquità sociale.

In quest’Italia dominata dall’ignoranza leghista al nord, dalla mafia al sud, da un cabarettista delinquente a Palazzo Chigi, con tutti i rispettivi giochi di potere, le lobby e gli interessi di palazzo, e da un corpo elettorale assopito, l’unica possibilità di riscatto sta in una violenta scossa che provochi un radicale cambiamento. Un lumino di speranza, però, c’è: Nichi Vendola, che è riuscito a sconfiggere il suo famigerato avversario, D’Alema, ha dimostrato che oggi in Italia, nonostante Berlusconi, la Lega, il berlusconismo, il PD, il fallimento dei sindacati e la disaffezione alla politica, la gente può ancora dare il proprio voto a sinistra con speranza.

E che rivoluzione sia, allora.

P&L
Tom

Bianco&Nero

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Era il 17 Marzo del 1861, nella regia Torino, quando Re Vittorio Emanuele II dichiarò l’unità di Italia. Il 17 Marzo del 2011, 150 anni dopo, l’Italia si presenterà disunita come non mai. Una disunione non certo paragonabile a quella di un secolo e mezzo fa, quando non esisteva nemmeno una lingua comune, quando in Piemonte si costruivano le ferrovie e in Calabria erano rimasti al feudalesimo. No, oggi, le differenze sono puramente culturali. È sì lecito, e quanto mai doveroso, vivere un quotidiano pluralismo di idee, opinioni e “vite” in generale, ma in una Nazione che si dichiara tale, il cittadino dovrebbe aspettarsi un minimo di collante culturale in cui affondare le radici. Collante culturale da non ricercarsi certo in una comune appartenenza religiosa, nel 2010, epoca del melting pot anche in Italia. Si pensi all’Inghilterra, da secoli casa di popoli diversi, o alla Germania, novizia come l’Italia in materia di crogiolo, nonché alla Francia, che dal secondo dopoguerra ha ospitato i suoi ex coloni. Ebbene in questi Stati, problemi dati dalla mescolanza etnica se ne sono visti, e se ne vedono tuttora, ma sono casi isolati e raramente prolungati, mentre la norma è la convivenza pacifica preceduta da un’accoglienza considerata come naturale. Il francese continua la propria vita come prima, con i vantaggi e gli svantaggi che l’inevitabile coabitazione comporta. E lo stesso dicasi per tedeschi o inglesi. Questo approccio comune, volto a favorire la pace tra i cittadini, e tra questi e l’immigrato, consente un naturale evolversi della politica, della società, della cultura. In Italia questo non accade. È il menzionato approccio comune, il collante culturale, a mancare. Una cultura comune è invocata, e demagogicamente protetta: la tradizione cristiana. A una classe politica ove di cristiano ci vedo ben poco, contesto, oltre alla manifesta incoerenza, un’errata strategia per la salvaguardia dell’identità nazionale. Identificare un popolo nelle tradizioni cristiane significa escludere chi a queste tradizioni non vi ha partecipato, con la conseguente esasperata battaglia tra chi cerca di inserirsi, processo inevitabile e impossibile da abbattere, e chi si chiude sotto il carapace. La questione non riguarda certo solo l’immigrato; ammanettare un popolo con i vecchi e logori catenacci del cristianesimo serve solamente per dire di no ai tre quarti delle forme conosciute di evoluzione, il che rappresenta per altro uno dei tanti fili conduttori della millenaria storia dell’occidente cristiano. Laddove i sopracitati paesi europei sono riusciti, noi stiamo fallendo, elezione dopo elezione, sempre di più. C’è chi pensa sempre più nero, e chi pensa sempre più bianco, per non parlare di chi è stufo o di chi non pensa proprio, le elezioni regionali ce lo dicono. Il testa a testa elettorale piemontese, in questo senso, ci è molto utile, ed emblematico, per un’analisi di tale spaccatura. Il partito dell’amore ha vinto di pochi decimali sul partito dell’odio, per 10.000 voti. Su otto province, sette si sono schierate, non senza una certa nettezza, a favore di quella classe politica che predica amore e semina odio, la classe politica da cui sono state avanzate proposte, a livello nazionale o territoriale, quali la denuncia obbligatoria dell’immigrato clandestino da parte del medico curante, la separazione delle carrozze del metrò milanese tra italiani e immigrati, la schedatura dei bambini rom e così via, potremmo dilungarci ma la lista di questa politica di apartheid meriterebbe un articolo proprio. Sette province su otto, non a caso le più “provinciali”, come si suol dire, si sono per l’ennesima volta arroccate su sé stesse, con la convinzione che tutto quel che accade al di fuori dei corti viali cittadini abbia poca importanza. Una provincia sola, quella torinese, quanto meno la più numerosa e importante, ha optato per la riconferma di una politica quanto meno in tendenza con i canoni europei. Continua a non essere un caso il fatto che questa provincia sia l’unica delle otto piemontesi con una struttura più cosmopolita, già abituata alla convivenza, sebbene ancora forzata. Indubbiamente, grazie al suo assetto metropolitano, Torino, nei confronti delle altre piemontesi, è una città che offre moltissime opportunità in più, è scenario di migliaia di realtà diverse, e ospita genti con abitudini non certo conformi. È dunque città più vicina al resto del mondo di quanto non possano esserlo Novara o Vercelli, e lo stesso vale nelle altre regioni, se confrontiamo i dati elettorali di Milano e Varese, oppure di Roma e Latina. Le metropoli cosmopolite più in sintonia con il resto d’Europa hanno votato un tipo di politica, più o meno nettamente, le cittadine provinciali hanno rafforzato lo scudo di vetro sotto il quale cercano riparo dal resto del mondo e delle genti. La spaccatura dunque c’è, ed è evidente, e finchè non verrà saldata lo stallo, in cui l’Italia ristagna, sarà destinato a perdurare.
Se il Piemonte fu la culla d’Italia, Torino ne fu il grembo, e non ci resta che sperare che da quel grembo nasca presto una sorella più sana e simile alla madre di quella nata 149 anni fa.

Francesco Dal Moro