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La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 24th, 2010


Giustizia. Una parola che racchiude in sé una miriade di significati e accezioni. Una parola che nella storia dell’uomo ha suscitato dibattiti e discussioni e che sempre ne susciterà. Cosa è giusto? Chi lo decide? “Giustizia” è un concetto assoluto? O relativo? La giustizia è naturale? Divina? O umana? L’unica certezza risiede nel fatto che questi quesiti sono nati in base a un’esigenza umana, quella della pacifica convivenza sociale. Ed è proprio in virtù di questo bisogno che dalla rivoluzione illuministica e borghese sorge, per la prima volta nella storia, il concetto che sia l’uomo stesso a determinare cosa sia giusto o meno, per mezzo dei propri rappresentanti democraticamente eletti. Fuori, allora, la divinità, la natura o qualsiasi entità trascendente che detti la retta via da seguire. La giustizia passa ora per il diritto, inteso come legge formale, cioè come prodotto della volontà popolare, il diritto torna ad essere “ars boni et aequi”, il diritto è prodotto dello stato: costituzione, leggi e decreti ministeriali diventano così i provvedimenti legittimati a definire la giustizia.

Non si può, allora, non considerare che, oggi, il termine “giustizia” è altamente abusato: se si parla di giustizia istituzionale, bisogna riferirsi alla magistratura, deputata a far rispettare la legge, e al Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dell’ordine giudiziario; il diritto processuale definisce le modalità di svolgimento del processo, strumento necessario al conseguimento di una sentenza, il provvedimento principe per l’applicazione della legge; e infine vi è l’aspetto organizzativo delle sedi giudiziarie, dai tribunali, alle cancellerie, dalle carceri, alle procure. Più propriamente allora bisogna discutere di amministrazione della giustizia, o meglio, amministrazione degli organi istituzionali, degli strumenti processuali e delle sedi giudiziarie, volti al rispetto della legge. E non è solamente una questione terminologica, non si tratta semplicemente di separare i concetti filosofici di giustizia dai tentativi umani di raggiungere un’equa e pacifica convivenza sociale; c’è, invece, molto di più: parlando di “amministrazione” si comprende molto meglio che in ballo ci sono persone che attendono speranzose il risarcimento per un danno sofferto, imputati innocenti che rischiano il carcere, dipendenti pubblici sotto stipendiati, detenuti che attendono condizioni migliori di vita carceraria. Per tutte queste ragioni, la cautela dev’essere massima quando si parla di “riforma della giustizia”; ed è anche per tutte queste ragioni che le riforme che questo governo intende attuare sono lontanissime dal risolvere i problemi che il sistema giudiziario italiano si trascina dietro da anni.

I tre punti cardine della riforma della giustizia sono la riforma costituzionale della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura, il disegno di legge sulle intercettazioni e quello sul cosiddetto “processo breve”.

La magistratura è politicizzata, arbitraria, ingiusta e gli organi giudicanti sono spesso in combutta con il pubblico ministero, il quale lancia accuse contro chiunque gli sia politicamente inviso. “Riequilibrare” il rapporto tra magistratura e politica ed eliminare le temute toghe rosse. Questi i motivi ufficiali che hanno spinto l’attuale maggioranza di governo a volere una riforma costituzionale. Riforma che, quindi, nasce già per motivi assurdi, dato che, anche se ogni singolo magistrato seguisse il proprio orientamento politico per emettere le proprie sentenze, il problema riguarderebbe, comunque, i parlamentari e i membri del governo, gli unici di cui è noto l’orientamento politico, ovvero una piccolissima parte della popolazione, la casta: nessun magistrato potrebbe mai conoscere le opinioni politiche delle parti in causa. Primo punto della riforma costituzionale atterrebbe alla separazione delle carriere di giudice e PM, i quali, oggi, fanno parimenti parte dell’ordine della magistratura, godendo, quindi, delle stesse garanzie di autonomia, indipendenza e imparzialità. La separazione delle carriere, quindi, vieterebbe il passaggio da PM a giudice e viceversa, garantendo, a detta dei sostenitori della riforma, parità tra accusa e difesa, la quale, attualmente, sarebbe svantaggiata dalla complicità tra l’accusa e il giudice. Questa teoria denota tutta la malizia dei sostenitori della riforma, secondo i quali la semplice amicizia personale inficia necessariamente il ruolo professionale e induce al non rispetto della relativa deontologia; anzi, proprio in funzione di tutti questi sospetti di favoreggiamenti nei confronti del PM (non si capisce bene quale beneficio ne trarrebbe, dato che l’avanzamento di carriera non è conseguente al numero di sentenze di condanna), spesso i giudici sono più rigorosi e severi nei confronti dell’accusa. Basta, comunque, osservare la realtà, che ci mostra che le assoluzioni sono in media le stesse degli altri Paesi, in cui vige un sistema di separazione delle carriere; secondo questa logica, allora, dovrebbero essere considerati tutti i rapporti di colleganza e bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici per le indagini preliminari (GIP), dei giudici di primo grado, dei giudici d’appello, dei giudici di cassazione e così via. Il dibattito è totalmente inutile: di fatti, attualmente, ai fini del passaggio di funzione, la legge prescrive già il trasferimento di regione, rigorosa condizione, studiata per evitare combutta tra i colleghi magistrati. Il punto è che, separando le carriere, si vuole svantaggiare la figura del PM, il quale verrebbe ridotto, in questo modo, a semplice avvocato d’accusa e perderebbe tutte le garanzie, di cui oggi gode, in quanto magistrato. Mi spiego. Oggi il PM, in quanto magistrato, dev’essere imparziale di fronte ai soggetti che indaga: quindi, nel momento in cui trova prove che inchiodano l’imputato, dovrà sostenere l’accusa davanti all’organo giudicante; se, invece, trova prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, dovrà chiedere l’archiviazione del processo. Insomma, deve compiere le stesse imparziali valutazioni che compie il giudice; l’unica sostanziale differenza è che quest’ultimo ha il dovere di valutare anche le prove e le testimonianze della difesa, ponendosi come terzo di fronte a questa. Con la separazione delle carriere, il PM, come già detto, diventerebbe un semplice avvocato dell’accusa: dovrebbe cioè esclusivamente sostenere una linea accusatoria, senza l’obbligo di valutare eventuali prove scagionanti e scegliendo, quindi, arbitrariamente gli elementi utili alle sue congetture. Altro che parità tra accusa e difesa: quest’ultima non avrebbe sicuramente a disposizione gli stessi mezzi e risorse della pubblica accusa e sarebbe così svantaggiata. Queste le conseguenze della separazione delle carriere. E le si possono capire, considerando che lo scopo reale di tutto questo consiste nell’evitare il controllo giudiziario sugli esponenti politici, che non si accontentano della poltrona, ma pretendono anche l’impunità. Lo dimostra bene il fatto che alla separazione delle carriere seguirebbe lo sdoppiamento del CSM; il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura, cui, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, spettano le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati: è, quindi, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da ogni interferenza esterna e soprattutto dal potere esecutivo, storico nemico dell’indipendenza della magistratura. L’intento del governo è la creazione di due CSM, uno competente per i magistrati giudicanti, del tutto simile a quello attualmente esistente e un altro competente per i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria; il problema, oltre all’inutilità di creare un ulteriore organo amministrativo e burocratico, consiste nel fatto che questo CSM sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia: siamo allo stravolgimento delle fondamenta delle attuali democrazie occidentali, in quanto l’esecutivo controllerebbe gli organi giurisdizionali, sovvertendo il principio della separazione dei poteri. A tutto questo si aggiunge altro: il progetto di revisione costituzionale vorrebbe introdurre la discrezionalità dell’azione penale, sostituendola all’obbligatorietà della stessa, sancita all’art. 112 della Costituzione; nonostante le apparenze, la ratio dell’obbligo dell’azione penale è uno strumento fondamentale per garantire l’uguaglianza tra i cittadini: il pubblico ministero, di fronte a una notizia di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al riguardo, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, dall’orientamento politico o dalla condizione sociale dell’indagato. Invece, con la discrezionalità dell’azione penale, si darebbe priorità all’indagine di certi tipi di reato rispetto ad altri; e tale discrezionalità, sempre secondo i progetti di riforma, non spetterebbe al PM, cosa già di per sé deplorevole, ma al Parlamento, il quale, per legge, stabilirebbe le priorità che la pubblica accusa dovrebbe seguire nelle indagini; non solo, quindi, violazione del principio di uguaglianza, ma anche violazione del principio della separazione dei poteri. Quindi, ad esempio, il legislatore potrebbe stabilire che, in caso di notizia di reato commesso da un parlamentare, da un membro del governo o da un qualsiasi pubblico ufficiale, l’indagine dovrebbe aspettare che il soggetto si spogli delle vesti dell’incarico che ricopre, prima di poter essere aperta. E infine tale riforma costituzionale toccherebbe, persino, la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente, ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, tale organo è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto, di diritto, dal primo presidente e dal procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri sono eletti, per due terzi, da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento. In questo modo, il CSM è effettivamente rappresentativo dei magistrati e allo stesso tempo, per la presenza di membri laici, cioè non togati, non rischia di diventare un organo corporativo ed auto-referenziale dell’ordine giudiziario. La riforma introdurrebbe un sorteggio preventivo all’elezione dei membri eletti, poi, dai magistrati, per, così si dice, stroncare il correntismo all’interno della magistratura, ritenuto la vera causa della politicizzazione della stessa. Il che risulta palesemente incostituzionale, dato che la Costituzione parla espressamente di “elezione” e quindi di pieni diritti all’elettorato attivo (poter scegliere liberamente i propri rappresentanti) e all’elettorato passivo (libertà individuale di candidarsi).

Uno stravolgimento costituzionale, volto all’annichilimento della magistratura. Lungi da me una mitizzazione giustizialista della magistratura, che costituisce anch’essa una casta comunque privilegiata della società; basti pensare a tutti gli avanzamenti di carriera dei magistrati, se pur in aspettativa, cioè sollevati dal loro incarico, in quanto candidati a una carica politica. Ma certamente ciò non giustifica la follia in atto. E comunque se il tendenziale corporativismo dell’ordine giudiziario è il prezzo da pagare per autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, allora ci si convive senza troppe riserve, dato che il magistrato è la persona che ha il potere giuridico e la legittimazione sociale di disporre delle sorti delle persone.

Ma le aspirazioni dell’attuale maggioranza di governo vanno ben oltre allo stravolgimento istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, presentato dal governo il 30 giugno 2008 e approvato alla Camera dei Deputati il 11 giugno 2009, è fermo al Senato. Il testo è stato ideato ufficialmente per porre fine all’abuso da parte delle magistratura delle intercettazioni e per evitare che la privacy dei cittadini venga continuamente violata. Anche in questo caso si tratta di menzogne o comunque di parole dettate da ignoranza. In realtà, ogni anno, vengono emessi circa 75.000 decreti per intercettare apparecchi telefonici appartenenti anche alla stessa persona: abbondando, le persone davvero intercettate sono circa 80.000. I magistrati ne calcolano, invece, 20-30.000; in ogni caso, un’esigua minoranza della popolazione. Le varie disposizioni del ddl regolamentano l’utilizzo delle intercettazioni, in modo da renderle praticamente inutili. Per prima cosa non si potrà più intercettare per reati puniti con meno di 10 anni di reclusione, salvo quelli contro la pubblica amministrazione: truffa, furto, rapina, reati economico-finanziari, reati ambientali, associazione per delinquere, sequestri di persona, sfruttamento di prostituzione, estorsione, reati ambientali sono solo alcuni dei tanti reati che, in questo modo, non potranno più essere scoperti tramite le intercettazioni. Altro punto forte del ddl sta nel fatto che le intercettazioni non potranno essere utilizzate per più di tre mesi l’anno: ai criminali servirà semplicemente aspettare il novantesimo giorno, per poi continuare a delinquere tranquillamente con la certezza di non essere più beccati, almeno non al telefono. Ma la genialità di Alfano raggiunge il suo massimo con la disposizione, per cui l’intercettazione potrà essere utilizzata solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: un non-senso, dato che l’intercettazione è lo strumento principe per ottenere un indizio di colpevolezza e nel momento in cui il PM detiene già indizi di colpevolezza, l’intercettazione gli sarà inutile. In poche parole i criminali rimarranno impuniti. E non solo: chiunque pubblicherà atti giudiziari, atti pubblici, rischia l’arresto fino a due mesi o un’ammenda fino a dieci mila euro. Il diritto a informare e ad essere informati viene così soppresso. Ma questo ddl non sfascerebbe il sistema giudiziario. Ci pensa, allora, quello sul cosiddetto “processo breve”, già approvato al Senato il 20 gennaio 2010 e ora all’esame alla Camera. La ratio di tale riforma del processo penale consiste nel garantire tempi certi della durata dei processi. Si sono stabiliti dei tetti massimi: per i reati con pena inferiore ai 10 anni, 3 anni in primo grado, 2 anni per il secondo grado e un anno e 6 mesi per la Cassazione; per i reati con pene pari o superiori ai 10 anni, 4 anni in primo grado, 2 anni in secondo grado e un anno e 6 mesi in Cassazione; per i reati di mafia e terrorismo, 5 anni per il primo grado, 3 in secondo grado e 2 anni in Cassazione. Non si capisce, però, come può far abbreviare i tempi dei processi scrivere in una legge che devono durare meno di quanto durino attualmente: non serve l’erogazione di mezzi, risorse e uomini per farli durare meno; basta semplicemente scriverlo sulla Gazzetta Ufficiale. Logico ed efficace.


Tutte queste riforme nascono per porre fine non ai problemi degli Italiani, ma ai problemi di Silvio Berlusconi. Tutti questi progetti sono miserabili tentativi di fare in modo che il premier eviti la condanna e che non si gridi allo scandalo. Solo alla luce di queste considerazioni, si comprendono appieno i motivi di tutte questi progetti, la cui oggettiva utilità potrebbe essere sostenuta solo da un pazzo: la revisione costituzionale serve a zittire la magistratura e assoggettarla alle volontà degli organi politici, ovvero Governo e Parlamento; il ddl sulle intercettazioni è stato scritto per evitare scandali sessuali, dopo le voci sulle intercettazioni piccanti tra Silvio e il suo passatempo del momento, la ministra velina, ed è stato rievocato dopo lo scandalo delle intercettazioni di Trani; il processo breve, oltre che costituire un ottimo sonnifero per l’opinione pubblica, cancella tutti i processi in corso a carico del premier e verrà utilizzato come minaccia alle opposizioni, se queste non accetteranno un lodo Alfano costituzionale. L’intera macchina statale è bloccata e asservita a Berlusconi.

Il sistema giudiziario ha ben altri problemi da affrontare: la esasperante lunghezza dei processi, la carenza di risorse e uomini, la esagerata estensione della giurisdizione penale anche per ambiti di scarsa offensività sociale, esigue garanzie di difesa per le fasce più deboli e meno abbienti della popolazione. E le risposte a tali problemi non sono neanche così complicate da trovare: riorganizzazione sistematica degli organici, adeguamento delle risorse alla domanda effettiva di giustizia, depenalizzazione di ciò che non ha più bisogno di tutela penale, rafforzamento della magistratura onoraria. Senza poi considerare un altro grandissimo problema: quello relativo al continuo e costante disinteresse per i diritti calpestati dei carcerati che, in Italia, vengono trattati come bestie, come rifiuti umani.

Inutile discutere di tutto questo, quando Berlusconi ha i suoi problemi cui pensare. Quando l’imperatore ha i suoi crucci, la priorità per tutti dev’essere parargli il culo.

Altro che riforma della giustizia. Qua c’è solo ingiustizia. È una riforma dell’ingiustizia.

P&L
Tom

WEB 2.0 e Rivoluzione Digitale – di Francesco Dal Moro

Posted By Tom on aprile 15th, 2010

Nel XVIII secolo un grande evento ebbe luogo, e segnò la storia dell’umanità.
La rivoluzione industriale cambiò il metodo di lavorare, di produrre, di vivere. Oggi, nel XXI secolo, un evento di pari caratura è in essere. Parlo della rivoluzione digitale in atto, che sta radicalmente mutando il modo di lavorare, di produrre, di raccogliere dati e informazioni, di osservare il mondo, di vigilare, appunto di vivere. Non ci soffermeremo tanto su questo argomento, ma piuttosto svolgeremo l’analisi intorno a uno dei suoi principali fautori: il web 2.0.

Preme innanzitutto spiegare cosa il web 2.0 sia, e perchè lo considero, ed è generalmente considerato, un fondamentale protagonista di questa svolta digitale.
Si tende ad indicare come web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente. Il WWW diventa sempre più simile alla vita reale, cosicchè, per fare un esempio, l’utente interessato a un brano musicale non deve più recarsi nei negozi di dischi, magari lontani da casa, ma soddisfa le sue esigenze con pochi click, il che non muta certo solamente le comodità del singolo utente, ma anche un’intera catena di produzione e distribuzione quale quella discografica. L’autore pubblica direttamente sul web le sue opere, senza affidarsi al miliardario business della musica, ferendolo al cuore. Se da un lato, nomi illustri quali Madonna, Prince, Radiohead si sono serviti con beneficio di questa rivoluzionante possibilità, dall’altro autori emergenti, cantanti indipendenti da case discografiche, e giovani band hanno modo di pubblicare la loro musica, di condividerla con il mondo. Questo lungo esempio è una piccola goccia nell’oceano dei motivi per cui è lecito indicare nel web 2.0 il protagonista assoluto della rivoluzione digitale.
Cambia il modo di distribuire i prodotti, quindi di procurarseli. Il produttore diventa consumatore, e viceversa, fino a diventare un tutt’uno. Il termine “Prosumer” (Producer + Consumer) indica proprio un utente che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assume un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione, consumo. Si pensi ad esempio allo studente che pubblica la relazione dei “Promessi sposi” e scarica quella de “I Fiori del male”, o all’utente di E-Bay che acquista un prodotto e ne mette all’asta un altro.
I social network, che oramai spopolano la Rete, sostituiscono gradualmente le piazze come luogo di incontro e vita, appunto, sociale.
Un nodo molto importante relativo al nuovo web concerne l’informazione. L’egemonia fin qui esercitata dai media tradizionali sulle informazioni viene ora meno; ognuno, potenzialmente, è un informatore. Blog, forum, myspace, i menzionati social network, -e chi più ne ha più ne metta- si affiancano a giornali di partito o di grandi multinazionali, a televisioni di politici o a reti pubbliche il cui Consiglio di Amministrazione è completamente asservito al potente di passaggio.


Come possiamo notare le nostre vite vengono profondamente segnate dal web 2.0, e quindi dalla rivoluzione digitale in corso. Ma come reagisce la politica mondiale? Sarà spinta da lobby di grandi multinazionali ferite al cuore o dal desiderio del progresso?
La risposta, ancora una volta, è amara. Convenzioni internazionali ed europee tutelano gli interessi di pochi a scapito di molti, in una politica dominata dagli affari. Piccoli, ma significativi e incoraggianti passi vengono tuttavia periodicamente compiuti dalle nostre autorità. Noi, però, scegliamo di partire ovviamente dalla notizia cattiva, lasciandoci quella buona per dessert.
Consideriamo dunque due snodi fondamentali nel rapporto utente-business-politica, la pirateria e l’ informazione.

Abbiamo analizzato sopra come il web 2.0 stia rivoluzionando la distribuzione di opere multimediali come film e musica. Le grandi case cinematografiche e discografiche, in risposta, dopo un iniziale muso duro verso il web, hanno cominciato a servirsene mettendo a disposizione degli utenti in cataloghi in online le proprie “opere dell’ingegno”, rigorosamente protette da Copyright, e dunque a pagamento. Ma in una rete abilitata allo scambio P2P (Peer to Peer, ovvero fonte a fonte, utente scambia file scaricati con altri utenti, da e riceve, incarnando l’immagine del Prosumer), un file scaricato, anche legalmente a pagamento, su un Pc, è potenzialmente a disposizione di tutti gli altri Pc, grazie a protocolli come i torrent e i relativi software di condivisione file quali mTorrent, Gnutella, Emule etc. Inoltre è possibile reperire film gratuitamente su server quali Megavideo, o ascoltare canzoni su youtube. Queste possibilità di reperire opere dell’ingegno gratuitamente e senza grossi rischi incentivano l’utente a servirsene, con sommo dispiacere delle aziende che, per decenni, su quelle opere ci hanno lucrato e non poco. Le citate forme di condivisione gratuita sono inevitabilmente combattute dai governi mondiali, sensibili alle problematiche delle grandi imprese e soprattutto ai loro soldi. Eccole dunque raggruppate nel calderone della pirateria, e punite con pene variabili di paese in paese. In Italia qualsivoglia forma di condivisione “pirata” è considerata reato penale. Da salate multe al carcere la pena. È tuttavia impossibile risalire all’identità di ogni potenziale pirata, in quanto, ammettiamolo, lo siamo un po’ tutti. Ecco dunque che si cerca di colpire l’ISP, il Provider, responsabilizzandolo dei contenuti pubblicati e condivisi dai suoi utenti. Sottolineo l’espressione si cerca, perchè momentaneamente la normativa europea (alla quale l’Italia deve necessariamente sottostare) non considera l’ISP responsabile dei suoi contenuti, e non lo costringe dunque a vigilare sui suoi utenti (Si pensi a msn che controlla i file scambiati su messenger, youtube che censura preventivamente i video dei suoi utenti, blogspot o altervista che cancellino i contenuti dei blog che ospitano ecc…). Tuttavia diversi tentativi vengono fatti in questa direzione, in Italia, ad esempio, La FIMI (Federazione Italiana dell‘Industria Musicale) nel 2006 chiese al Governo italiano di farsi promotore di una revisione delle normative europee, che regolano le responsabilità dei service provider in materia di contenuti illeciti. Quattro anno più tardi ecco il recente decreto Romani (febbraio 2010) che mirava proprio a responabilizzare i Provider dei loro contenuti, sebbene in contrasto con le disposizioni comunitarie. Il decreto è stato fortunatamente emendato fino al punto da adeguarsi a quanto la normativa europea effettivamente stabilisce.
Durante lo scorso autunno il governo francese, invece, ha promulgato una legge che prevede il taglio della connessione internet a chi viene sorpreso due volte in un’attività pirata.
In Spagna è in cantiere una riforma che mira ad oscurare in quattro giorni tutti i siti internet potenzialmente lesivi al diritto d’autore.
Oltreoceano, negli USA, il nemico principale degli ISP è la scarsa privacy posta a tutela dei suoi utenti, il che ha portato spesso i fornitori di servizi a dover comunicare i dati personali dei suoi utenti ad agenzie governative per conto delle case produttrici delle opere “piratate”, o a fare le valige e trasferirsi in Europa come fece SpyTorrent. Da tutto ciò si evince quanto la politica sia certamente in sintonia più con lobby e interessi degli “squali” di turno che con il passo dei tempi.
Non solo del male arriva però dalla politica (talvolta), e ogni tanto si sentono proposte molto innovative. L’ultima pochi giorni fa in un’intervista di Maroni, in cui propone la pubblicazione gratuita delle opere dell’ingegno su un sito nazionale ricco di sponsor e banner che paghino i diritti. Ricordiamo che google ha fatto i miliardi in questa maniera, senza chiedere un centesimo ai suoi innumerevoli utenti. Per quanto mi suona strano dirlo, complimenti a Maroni, una volta tanto proiettato nel 2010.

L’altro snodo di cui si è accennato prima riguarda l’informazione, intesa come la possibilità di reperire e pubblicare informazioni di ogni sorta e di comunicare con altri internauti in qualsiasi parte del mondo.
Rispetto al caso della pirateria, in questo ci sono meno interessi economici, ma molti politici.
Si pensi a quei regimi le cui malefatte vengono celate grazie al controllo dei media, come accaduto nella Germania nazista, o nella Russia Stanlinista; al giorno d’oggi incontrerebbero molte più difficoltà a scongiurare una fuga di notizie.
Questo non significa certo che la censura nel web non esista.
- Per fare qualche esempio, A Cuba le mail sono filtrate attraverso parole chiave, in Iran sono oscurati i siti stranieri, in Tunisia vengono effettuati blocchi e rallentamenti nelle connessioni degli oppositori politici, in Siria i social network non sono accessibili, in Zimbabwe gli utenti sono spiati per legge, in Uzbekistan l’accesso online è riservato ai soli stranieri e, last but not least, in Cina i contenuti sono filtrati e molti blogger vengono quotidianamente arrestati-.
La censura e il controllo, non esistono solo nei paesi totalitari, ma anche nel democratico Occidente.
Si pensi alla direttiva europea 24/2006, prevede la raccolta e la conservazione da parte dei provider di tutte le conversazioni che hanno luogo sulle loro reti, cosicchè siano consultabili dalle autorità per motivi di sicurezza.
Guardando più da vicino in casa nostra, sull’Italia ci sarebbe molto da dire. Tralasciando i vari oscuramenti di gruppi facebook di cattivo gusto, o di link o interi siti potenzialmente lesivi al diritto d’autore, la questione verte principalmente attorno alla responsabilità del libero informatore. La legge 62/2001, approvata da tutte le forze politiche che allora (e ohibò tutt’oggi) popolavano il Parlamento inserisce i siti internet finalizzati all’informazione nell’elenco delle testate editoriali, sottoponendole quindi alle disposizioni censorie tipiche della stampa e della televisione, e alle responsabilità sui propri contenuti. Tuttavia non si specifica (d’altronde era il 2001) se la disposizione riguardi solo le versioni online delle testate giornalistiche o anche blog, myspace, pagine di facebook ecc. Spetta dunque all’interpretazione del giudice chiamato in causa determinare la responsabilità dell’utente che abbia, anche solo tra qualche commento anonimo sul suo blog, qualche frase lesiva nei confronti di qualcuno. E purtroppo è accaduto che un blogger sia stato condannato proprio per questi motivi, come ad esempio in Val d’Aosta nel 2006.
Più volte si sono inoltre sentite proposte politche bipartisan riguardanti l’oscuramento di siti e blog giudicabili come istigatori di reati. L’arbitrarietà di tale giudizio fornisce un potente strumento censorio alla classe politica.
Questi, e svariati altri, sono problemi attuali nel settore dell’informazione e delle comunicazioni, comuni a tutti quei paesi rivoluzionati dal Web.

Come emerge da questa analisi, la classe politica mondiale, stagionata e interessata più a girandole di potere e soldi, spesso non si fa trovare pronta davanti ai cambiamenti della rivoluzione digitale, dimostrandosi non al passo dell’evoluzione, e lasciando grosse lacune nei sistemi giuridici.
A mio avviso, solo un ricambio generazionale, tra le poltrone su cui si decidono le sorti dell’umanità, consentirà il superamento di questi, e molti altri, problemi.
WOOLFTAIL

I costi della democrazia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 12th, 2010


Quando la popolazione afghana potrà avere pace? Finora l’Afghanistan è stato solamente teatro di guerra e distruzione e i terribili scenari che si stanno sviluppando al suo interno sono il riflesso delle decisioni che, nei lontani palazzi di potere, vengono prese nella più totale indifferenza delle sorti della comunità afghana. Brevi cenni storici faranno capire meglio l’attuale situazione.

Nel 1978 il malcontento generale nei confronti del governo portò alla Rivoluzione d’Aprile, guidata dal Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan, di stampo marxista-leninista, che trovò l’appoggio delle gerarchie militari, dei contadini e degli studenti. Ma le nuove politiche socialiste del governo rivoluzionario (redistribuzione delle proprietà agricole, statalizzazione dei servizi sociali e laicizzazione delle istituzioni), non piacevano alle autorità religiose, che iniziarono così a sostenere i mujaheddin, i combattenti della jihad.

Il supporto che l’URSS dava al governo golpista spinse Washington a intervenire, sostenendo l’opposizione islamica; dal 1979 gli Stati Uniti d’America, con Carter e soprattutto con Reagan, iniziavano la somministrazione di finanziamenti segreti, coordinati dalla CIA, per operazioni di reclutamento e addestramento dei mujaheddin, in nome dell’anticomunismo: in realtà, agli USA la liberazione afghana interessava ben poco e lo scopo principale era riaffermare la propria forza, dopo la sconfitta in Vietnam, e crearsi un nuovo alleato. Gli attacchi islamici, così, ebbero inizio. Per sua risposta, tra la fine del 1979 e l’inizio 1980, l’Armata Rossa occupò l’Afghanistan. Iniziava così la lunga occupazione sovietica che durò fino al 1989 e che procurò, tra soldati e civili, circa 1.500.000 morti.

Con la fine della Guerra Fredda, l’Afghanistan uscì dalla morsa USA-URSS, ma il Paese era ben lontano dalla stabilità e dalla pace. Nel 1992 nacque la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ma le varie fazioni dei mujaheddin (divisi tra uzbeki, tagiki, hazari e pashtun) non seppero mantenersi uniti e ciò aprì la strada per l’ascesa al potere della fazione fondamentalista dei talebani, il cui regime iniziò nel 1996, all’insegna di una rigorosa applicazione della Sharia e con l’appoggio di Al-Qaeda, l’organizzazione islamica integralista capeggiata da Osama bin Laden.

Dopo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle, l’allora Presidente Bush, forte di un enorme consenso popolare, decise di “esportare la democrazia”, invadendo nel 2001 l’Afghanistan, per rovesciare il regime talebano ed eliminare Al-Qaeda. L’offensiva iniziale fu tale che effettivamente i talebani furono rovesciati. Ma la strategia militare non fu costante ed efficace: non appena Bush pensò di avere la vittoria in pugno in Afghanistan, trasferì, per avviare la guerra del Golfo del 2003, un numero ingente di uomini in Iraq, altro Paese bisognoso di democrazia, cioè ricco di petrolio, in cui il guerrafondaio texano intendeva mettere le mani. Il risultato fu che i talebani riconquistarono il controllo del territorio.

La guerra in Afghanistan dura da nove anni. Nove anni in cui, in nome della democrazia, sono state ammazzate oltre 43000 persone, di cui circa 75000 soldati e poliziotti, 25000 combattenti talebani e ben 11000 donne, bambini e uomini afghani. Chissà se qualcuno si è mai degnato di chiedersi cosa vogliono gli Afghani, che nel giro di 30 anni hanno subito l’invasione sovietica, la guerra civile tra le fazioni islamiche e l’invasione statunitense. Un popolo martoriato, umiliato e preso in giro: il 90% degli Afghani è senza acqua potabile; le uniche infrastrutture esistenti sono state costruite per le azioni di guerra; delle scuole neanche l’ombra. A considerare gli scopi di questa guerra dal punto di vista occidentale, inoltre, il fallimento dell’operazione è ancora più evidente: gli autori dell’attentato dell’11 settembre sono ancora liberi; i talebani, oggi, sono molto più forti politicamente; spendiamo circa un milione e mezzo di euro al giorno per spese belliche e ne sono stati spesi 40, fino ad oggi, per la ricostruzione; le donne continuano ad indossare il burka; si calcola che un’opera di bonifica dalle mine e dagli ordigni inesplosi (ne sono stati rinvenuti circa 3 milioni finora) può essere portata a termine in 4000 anni. Questi i costi della democrazia, una democrazia malata che ha partorito due elezioni farsa: in quella del 2009, lo sfidante di Hamid Karzai, Abdullah Abdullah, si è ritirato dalla competizione in segno di denuncia degli elevati ed evidenti brogli; addirittura, nella provincia dell’Helmand, a fronte di cinquecento iscritti al voto, sono state registrate trentacinquemila schede elettorali. Il presidente uscente, poi riconfermato, non ha sicuramente mosso un dito per evitare tali irregolarità, come, d’altronde, non ha mosso un dito, negli ultimi cinque anni, per risollevare le sorti del Paese; del resto, non molto ci si può aspettare da un governo espressione di un sistema corrotto che, pur di ottenere il voto dei fondamentalisti sciiti, ha reso legale lo stupro in famiglia, con un provvedimento apparso sulla Gazzetta Ufficiale il 27 luglio 2009.

Un aspetto positivo, comunque, c’è: l’imperialismo militarista degli Stati Uniti d’America sta fallendo e non è più pensabile che uno Stato occidentale possa affermarsi come potenza mondiale attraverso l’occupazione militare; questo modello, d’altronde, ha dimostrato più volte le sue inevitabili contraddizioni: se durante la Guerra Fredda, in nome dell’anticomunismo, gli USA appoggiavano gli estremisti islamici per sconfiggere l’URSS, oggi, in nome della democrazia, gli estremisti islamici sono diventati il nemico da eliminare; propagandando e ideologizzando valori che, in un determinato periodo storico, hanno più presa nelle coscienze degli americani, gli USA invadono, occupano e uccidono, per avere il controllo dell’economia e della politica internazionale. Ma la guerra, per sua natura, porta morte e distruzione e non pace e democrazia. La violenza chiama altrettanta violenza. Questo non sembra averlo capito l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, nonché premio nobel per la pace, il quale ha inviato 30000 truppe nello scorso dicembre con la promessa che entro luglio del 2011 Al-Qaeda e i talebani saranno sconfitti e che, quindi, entro quella data si procederà al ritirò delle truppe. Promessa che difficilmente sarà mantenuta, dato che i talebani controllano i tre quarti del territorio e circondano Kabul. Il generale MacChrystal sa bene che le truppe a sua disposizione non sono sufficienti per la stabilizzazione dell’intero Paese: la nuova strategia consiste, in sostanza, nel far sembrare all’opinione pubblica americana di aver raggiunto dei risultati in Afghanistan, prima del ritiro, per mantenere alto il consenso interno. Così, Obama attacca, compra il consenso dei talebani e poi scappa: è ben cosciente che d’ora in poi l’imperialismo si svolgerà sul piano economico.

Bisogna poi considerare che la situazione è molto più complicata di quanto descritto: in Afghanistan sono presenti anche tutte le principali potenze mondiali non occidentali, dalla Cina, all’India, dal Pakistan, all’Iran, le quali combattono, per la detenzione del controllo geopolitico dell’Afghanistan: l’India sta cercando di collegare l’Afghanistan ai porti iraniani sull’Oceano Indiano e verso l’area di influenza russa, a discapito del Pakistan, che invece sta tentando di creare un corridoio logistico verso i propri porti, in cui la Cina ha molto investito. E la Cina, storica amica del Pakistan e concorrente dell’invisa India, vuole proteggere non solo tali interessi economici, ma anche interessi di tipo strategico: teme infatti che i ribelli musulmani nel Xinjiang possano costruire un’alleanza con i guerriglieri islamici afghani. È complicato capire davvero quali e quanti interessi sono in gioco in territorio afghano. L’unica cosa certa è che nascondere tutto questo dietro la difesa della democrazia è subdolo, meschino e vile.

Per rimanere coi piedi per terra, senza perdersi tra le logiche spietate che muovono pochi uomini a decidere della vita di migliaia di altri, non resta che citare Ghandi: “Che differenza può esserci per un morto, per un orfano, per chi rimane senza una casa, se la guerra è fatta in nome di un totalitarismo o nel nome della democrazia e della libertà?”

P&L
Tom

Presidenzialismo: descrizione e scenari – di Francesco Dal Moro

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Berlusconi e Sarkozy.

Terminate le battaglie elettorali, cominciano quelle istituzionali.

Il 7 Aprile s’è tenuto, presso la villa di Arcore, il vero Parlamento italiano, un meeting cui hanno preso parte i massimi esponenti della coalizione di maggioranza, su tutti Silvio e il Senatùr. Tre sono le priorità del Pdl, una della lega. Se il carroccio, forte del comando in Veneto e Piemonte e sempre più potente in Lombardia, ha a cuore il federalismo fiscale, a Berlusconi e seguaci premono in particolar modo le riforme istituzionali, della forma di governo e della giustizia, e un bel lodo Alfano con legge costituzionale che lo sistemi anche da reati futuri (per quest’ultimo c’è tempo, grazie alla promulgazione del legittimo impedimento).

Oggi ci concentriamo su ipotetici scenari in ottica presidenzialista, presto tratteremo anche la riforma della giustizia e il federalismo fiscale.

Il Presidenzialismo è una delle forme di governo possibili nell’epoca della democrazia pluralista, che è a sua volta una forma di Stato. Esistono vari tipi di Presidenzialismo, tra cui ricordiamo:

  • Presidenzialismo Americano, caratterizzato dalla elezione diretta del presidente, dalla mancanza di vincolo di fiducia tra governo e parlamento, e dalla gestione di governo da parte del presidente. I cittadini eleggono il Presidente, dotato di potere esecutivo, e indipendente dal Parlamento. Tra Presidente e Parlamento vige un rapporto di controllo reciproco, in quanto il Presidente non può sciogliere le Camere e quindi superarne l’eventuale ostruzionismo. Il governo non esiste ufficialmente, è semplicemente l’insieme dei collaboratori di cui il Presidente si circonda. Riassumendo, il Presidente, dispone di forti poteri (i suoi compiti in Italia sono ad esempio divisi tra Presidente della Repubblica e Governo) ma questi sono limitati dalla divisione di competenze, tipica del sistema federale americano, tra Stato Centrale e Stato Federato.
  • Semipresidenzialismo a presidente forte, la cui massima realizzazione ha luogo in Francia. Come nel caso precedente, il Presidente è eletto direttamente dai cittadini ed è indipendente dal Parlamento, ovvero non vincolato dal rapporto di fiducia, tuttavia deve servirsi di un governo, da lui nominato, e alle dipese della fiducia del Parlamento. Il Parlamento quindi ha potere sul governo ma non sul Presidente, il quale può addirittura scioglierlo.
  • Semipresidenzialismo a prevalenza del governo; è il caso di Austria, Islanda e Irlanda. Anche questa forma di semipresidenzialismo prevede che il Capo dello Stato sia eletto dai cittadini e nomini il governo, ma in questo caso mantiene poi solo poteri di garanzia e controllo su di esso, mentre l’esecutivo è affidato al governo.

Tutti sistemi ben collaudati, costituzionalmente garantiti, e dotati dei giusti controbilanciamenti di potere.

Ad oggi l’Italia dispone di una forma di governo parlamentare a bicameralismo perfetto. I cittadini eleggono le componenti del Parlamento, e quelle che ottengono la maggioranza costituiscono il governo. Il Parlamento elegge a sua volta il Presidente della Repubblica che esercita un ruolo di controllo e garanzia su di esso. Il governo è vincolato dalla fiducia di entrambe le Camere, senza la quale “cade” e si nomina un nuovo governo o, se impossibilitati, si ritorno al voto. Tale assetto di governo fu disposto dai costituenti all’indomani del ventennio fascista, con la volontà di evitare che venisse a ricreasi il terreno fertile per la nascita di nuove dittature.

Quale, tra i sopraelencati, sia la migliore delle forme di governo non spetta a me deciderlo; posso invece sostenere con fermezza che ognuno di essi, per funzionare, necessita la rispettiva costituzione che ne garantisca il regolare svolgimento, e ponga i confini oltre i quali nessun potere possa sfociare. In Italia la costituzione disciplina il sistema parlamentare bicamerale, pone a sua garanzia l’attività di Corte Costituzionale e Presidente della Repubblica, inoltre regola la divisione dei poteri, la facoltà normativa di governo e parlamento, insomma distribuisce i poteri. L’equità di tale distribuzione è garantita dalla composizione dell’Assemblea Costituente, composta da esponenti di tutti i partiti post-fascismo, cattolici, liberali, socialisti e comunisti, e dalla completa adesione che essi riposero nella nascente carta costituzionale.

Una riforma di governo, dunque, richiede un’ampia revisione costituzionale, possibile solo attraverso i voti favorevoli dei 2/3 dei parlamentari, sia in Senato, che alla Camera (maggioranza qualificata), o attraverso la maggioranza del 50 più 1 (maggioranza assoluta) e seguente referendum popolare per la conferma. Altre vie coinciderebbero con un colpo di Stato, (atto violento, o comunque illegale, posto in essere da un potere dello Stato, diretto a provocare un cambiamento di regime). È importante evidenziare tale scenario, perchè la maggioranza qualificata è irraggiungibile su questo tema (richiederebbe larghi consensi delle opposizioni), mentre quella assoluta prevede il referendum costituzionale se richiesto (figurarsi se Tonino non lo richiede il giorno stesso!), il cui esito è, teoricamente, decretabile solo dai contenuti della revisione (ad esempio, una revisione che concentri forti poteri nella mani di una persona fornita di mezzi di comunicazione come Berlusconi, e che magari non preveda particolari limiti a tali poteri, difficilmente verrebbe accettata.).

Considerate queste premesse, sollazziamoci con possibili ipotesi di scenario futuro.

Sweet dreams...

Oggi, 9 Aprile, Berlusconi, in conferenza stampa con Sarkozy, ha annunciato di volersi ispirare al semipresidenzialismo a presidente forte già adottato dalla V Repubblica Francese (quella attuale per chi avesse perso il conto). Supponiamo, dunque, Berlusconi eletto direttamente dai cittadini, libero dai catenacci del Parlamento. Nomina un governo con cui esercitare i suoi poteri, e quest’ultimo è sì legato alla fiducia del Parlamento, ma, a fronte di ostruzione da parte delle Camere eccone il possibile il scioglimento. La Costituzione francese pone appositi limiti e garanzie a questo potere, altrimenti spropositato e pericoloso, quella italiana no, in quanto nata per un’altra forma di governo. Dunque enorme potere politico, grandissimo potere mediatico, nessun limite costituzionale. Sarebbe dittatura tutti gli effetti.

Ovviamente questa è solo un’ipotesi, e ne potremmo avanzare molte altre più o meno felici.

La bontà del progetto consta fondamentalmente nei limiti, e nei controbilanciamenti di poteri, che la necessaria revisione costituzionale porrà a tutela della democrazia.

È tuttavia indiscutibile l’inevitabile pericolosità di un sistema presidenziale o semipresidenziale disciplinato da un uomo di già grande potere politico, e padrone della maggioranza delle possibilità di informazione italiane, anzichè da un Parlamento che avverta la necessità di rinnovare le istituzioni dello Stato.

WOOLFTAIL

Crimen sollicitationis – di Tommaso Petrucci

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Il Crimen sollicitationis indica le procedure da adottare, secondo diritto canonico, nei casi in cui qualche servo di Dio, perduta la retta via, commetta abusi sessuali o atti pedofili, pudicamente definiti “crimini di adescamento o provocazione”. E tale pudicizia nei termini non è affatto casuale: il timore che il prete non riesca a controllare i propri bollenti spiriti e a rispettare uno dei precetti comportamentali fondante di questa figura spirituale è davvero alto, almeno dal Concilio di Trento; d’altronde questo timore è comprensibile, dal momento che la sessualità fa parte della natura umana e i preti, è bene ricordarlo, sono semplici esseri umani e non super-uomini. Ma la Chiesa, ostinata nel ribadire i propri dogmi e dimentica del proprio passato peccaminoso, continua a predicare la castità come valore fondamentale, valore, per altro, che discende dalla biblica illazione che la carne, altro modo pudico per riferirsi al sesso della donna, sia una diabolica tentazione per sviare l’uomo pio dalla contemplazione divina e per portarlo sulla via del male; una tale repressione psico-fisica, nei soggetti più deboli, può sfociare in incontrollati e vergognosi comportamenti.

Il documento vaticano, approvato da papa Giovanni XXIII nel 1962, indica, inoltre, quali pene comminare nei casi in cui il crimine viene commesso: si parte dalla sospensione a divinis, cioè la sospensione dalla celebrazione dei sacramenti, per arrivare alla privazione di tutti i benefici e, nei casi più gravi, le dimissioni dallo stato clericale. Ma se tali sanzioni hanno natura, per così dire, pubblica, il regime di segretezza e riservatezza è sancito nel documento stesso con ferma convinzione non soltanto per gli atti del procedimento, ma anche per la sentenza definitiva del tribunale diocesano. È chiara la politica della Chiesa al riguardo: assoluto occultamento dei fatti per salvaguardare la reputazione del reo, ma soprattutto per evitare che si gridi allo scandalo, tant’è che chiunque venga a conoscenza dei fatti, è tenuto a mantenere il segreto, pena la scomunica. E questa politica settaria è stata ribadita nel 2001 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, il quale, nella lettera “De delictis gravioribus”, attribuì una speciale giurisdizione, in sostanza maggiore controllo, alla Congregazione della Dottrina della Fede (di cui Ratzinger era prefetto) per, appunto, i reati più gravi, tra cui anche i crimina sollicitationis; e l’allora segretario della Congregazione, il cardinale Tarcisio Bertone, affermò spavaldamente che un sacerdote, venuto a conoscenza del fatto che un suo “collega” abbia commesso uno dei più gravi delitti, non è tenuto a comunicarlo alle autorità civili, in virtù di un millantato “segreto professionale”. Evidentemente la politica dell’occultamento permette di fare carriera, dato che il primo è diventato papa e il secondo è segretario di Stato Vaticano e Camerlengo. E ci tengo anche a precisare che, per tutti questi documenti, Joseph Ratzinger, dal gennaio del 2005, è imputato nella corte distrettuale di Harris County in Texas per ostruzione alla giustizia, cioè per aver coperto abusi sessuali perpetrati da alcuni preti statunitensi; peccato che poi è sopraggiunta l’immunità diplomatica, in quanto è diventato capo di uno stato sovrano.

Ma oramai il Vaticano è in piena crisi: il numero di sacerdoti assoldati cala di anno in anno, molti dei precetti ecclesiastici sono pressoché disobbediti dagli stessi cattolici e il consenso di questo papa conservatore e tradizionalista è bassissimo, per lo meno se comparato a quello che ottenevano i suoi più “riformisti” tre predecessori. In più lo scandalo pedofilia, scoppiato circa dieci anni fa negli USA, è dilagato, nelle ultime settimane, anche in Irlanda, Austria, Germania, con accuse di complicità diretta rivolte allo stesso Pontefice. Il quale, ovviamente, nega tutto. Addirittura Padre Cantalamessa a San Pietro ha tuonato minaccioso, riportando le parole di un suo amico ebreo, che si tratta di “attacchi violenti che ricordano l’antisemitismo”, scordandosi che questi “attacchi violenti” provengono semplicemente da persone che hanno subito la violenza sulla loro pelle.

Sbraitano in questo modo, perché sanno benissimo che la posta in gioco è la pretesa superiorità morale, di cui si sono sempre fatti portatori e che i fedeli non hanno mai messo in discussione. La parola di Dio come potrà essere diffusa e interpretata da uomini improbi e turpi? Ma la questione è che dietro alle prediche della domenica, si nascondono organismi economici e finanziari che muovono e gestiscono l’intero flusso dei capitali che passano e sono passati da San Pietro: basti ricordare lo scandalo del Banco Ambrosiano e le implicazioni al riguardo dello Ior, la banca vaticana che oggi detiene ben 5 miliardi di depositi, basti ricordare che il PIL pro capite della Città del Vaticano ammonta a 407 mila dollari, basti ricordare che solo negli USA la Chiesa cattolica possiede 298 milioni di dollari in titoli, 273 milioni di dollari in joint venture, 195 milioni di dollari in azioni, 102 milioni di dollari in obbligazioni a lungo termine, basti ricordare che solo l’8,6% dei contributi dell’8 per mille, che garantisce alla curia romana circa un miliardo di euro all’anno, è destinato al terzo mondo, mentre il resto rimane saldo in Italia, basti ricordare che in Italia la Chiesa gode di una serie infinita di vantaggi fiscali (esenzione dall’Ici, dall’Irap e dall’Ires, più tutte le elusioni consentite per le attività turistiche e commerciali) e possiede ben 49.982 strutture ecclesiastiche per un valore di circa 30 miliardi di euro. La potente lobby vaticana non può certamente permettersi che i propri dirigenti finiscano sotto inchiesta con il rischio di veder andare in fumo tutti questi privilegi.

In tutto questo, le vittime degli abusi sono totalmente dimenticate e in nessun documento ufficiale la Chiesa mostra interesse per tutelare l’integrità fisica e psicologica di queste persone. La fratellanza e l’amore cristiani scompaiono d’improvviso per loro, e non certo per chi commette questi reati, che invece da circa 50 anni la fa franca. L’autorevole ruolo sociale dei preti e il conseguente affidamento cieco e incondizionato che i fedeli ripongono in loro, dovrebbe essere rimesso in discussione, non certo per un sano anticlericalismo di principio, ma perché semplici esseri umani abusano della loro posizione di guida spirituale per commettere violenze su, per lo più, donne e bambini, che dovranno poi subire il trauma della vergogna.

La soluzione è semplice: abolizione della castità per i preti. Ma per ora non se ne parla neanche. Che Dio ci soccorra. Amen

P&L
Tom

Foibe: Per non dimenticare – di Fabrizio Calandra

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

E’ perlomeno fuorviante, speculare sulla morte e sulle sofferenze subite dalle popolazioni (da tutte le popolazioni) durante un conflitto. E’ indubbio che la vicenda delle foibe sia qualcosa di umanamente inaccettabile che parte da una precisa volontà di dominio del governo di Tito sulle regioni dell’Istria, della Dalmazia e perfino sulla Venezia Giulia. Ma la vicenda non è lineare, ne per nulla riducibile al semplice fatto che coloro che sono stati uccisi lo sono stati perché “italiani”. Questo è un altro clamoroso falso ideologico che viene utilizzato da ambienti di ambigua connotazione politico-sociale come argomento in chiave anticomunista e fa il paio col negazionismo sui campi di sterminio, marcia di pari passo con la demonizzazione del movimento Partigiano della Resistenza italiana e si inquadra nella stessa logica che cita gli anni ’70 solo come gli “anni di piombo” dimenticando che sono stati gli anni delle grandi conquiste politiche e sociali. Si cerca così attraverso un’operazione di revisione storica di minimizzare gli eccidi ed i soprusi compiuti dai nazifascisti mettendo sul piatto della bilancia altrettanti misfatti orditi dai “perfidi comunisti”. Ma la verità (quella storica) è un po’ diversa.
Ciò che comunemente passa nei testi di storia usati a scuola è il concetto di “Italiani brava gente”, ovvero il fatto che l’Esercito Italiano sia stato solo vittima durante la Seconda Guerra Mondiale. Ciò è un falso storico e la scusa con cui viene denunciata ogni sorta di nefandezze (soprattutto compiute da parte dei nazisti e delle Armate Rosse Jugoslava e Sovietica) verso le truppe Italiane – colpevoli a detta di alcuni solo di combattere una guerra che non volevano – e verso le popolazioni inermi di origine italiana. Ciò risponde spesso a verità, soprattutto nel caso delle SS e dell’esercito Tedesco, ma quello che non è vero è che gli Italiani siano completamente innocenti.
Non si vuole ovviamente giustificare ciò che gli Italiani subirono passandolo come ritorsione da parte di altri, ma ribadire il concetto di guerra come cosa negativa, dove gli innocenti purtroppo si trasformano a volte in carnefici, dove gli istinti più bassi prendono il sopravvento. Ma andiamo con ordine.
A partire dalle guerre di conquista dell’Impero cominciate sul finire del XIX° secolo e proseguite fino all’inizio della II° G.M. gli Italiani si sono spesso comportati in maniera tutt’altro che onorevole. Veniamo a cosa avvenne prima delle foibe.

Gia’ dopo la fine delle I° G.M. L’Italia aspirava all’espansione sull’Istria e sulla Slovenia, ma furono soprattutto Gran Bretagna e Francia ( a causa dell’ altissimo numero di caduti e del grande sforzo nel conflitto mondiale ) a spartirsi l’impero Austro – Ungarico e la Germania; comunque la presenza Italiana in quei luoghi è grande e la convivenza sotto l’Impero Austro-ungarico civile.
Molte amministrazioni erano di composizione mista e le camere di commercio erano rappresentative degli interessi sia dell’etnia italiana che di quella slava.
Cio’ che ruppe questa convivenza fu dapprima la propaganda sulla cosiddetta “vittoria mutilata” (secondo cui l’Italia doveva esigere maggiori guadagni per la vittoria nel Primo conflitto), poi la propaganda fascista che sfocio’ nelle Leggi Razziali del ‘38.
Allo scoppio della II°G.M. le prime richieste di territori da parte di Mussolini sono rivolte proprio all’Istria, alla Dalmazia, al sud della Grecia ed al sud della Francia.
Nel nord dei territori slavi due alleati gli danno manforte: gli Ustascia croati (da sempre più vicini alla Germania) ed i Cetnici dalmati, antico popolo di pastori montani da tempo nemici delle popolazioni slave. Questi saranno, insieme agli Italiani, protagonisti di azioni di vera e propria pulizia etnica, ma al contrario di Libia ed Eritrea o delle altre zone Slave, dove alle popolazioni del luogo venivano demandate le azioni più efferate, in Slovenia il lavoro sporco lo fanno interamente gli Italiani stessi.
Operazioni che per ferocia e per numero non sono seconde a quelle delle SS, in Russia o nella stessa Italia, contornate da azioni di razzia ed appropriazione di beni delle popolazioni. Gli strumenti di morte impiegati sono molteplici: sentenze dei tribunali straordinari, stragi durante i rastrellamenti, episodi di torture, deportazioni nei campi di concentramento e numerose altre forme di repressione. In sostanza noi, un popolo di inventori, siamo anche gli inventori della cosiddetta pulizia etnica e questa macchia ce la porteremo dietro per il resto della storia.

Nel febbraio 1945 la Commissione di Stato della Jugoslavia presieduta dal Dottor Dusan Nedeljkovic stila per la United Nations War Crimes Commission di Londra, le prime 4 relazioni sui crimini di guerra Italiani. L’incipit della quarta (dedicata alla Slovenia) è agghiacciante e di seguito riportata:

Durante l’occupazione dall’11-IV-‘41 all’08-IX-‘43 gli invasori italiani, nella sola provincia di Lubiana (nel ’41 330.000 abitanti), hanno fucilato 1.000 ostaggi, ammazzato proditoriamente 8.000 persone, fra le quali alcune erano state prosciolte dal famigerato tribunale militare di guerra di Lubiana; incendiarono 3.000 case, deportarono nei vari campi di concentramento in Italia oltre 35.000 persone, uomini, donne e bambini e devastarono complessivamente 800 villaggi. Attraverso la Questura di Lubiana passarono decine di migliaia di sloveni. Là furono sottoposti alle più orrende torture, donne vennero violentate e maltrattate a morte. Il tribunale militare di Lubiana pronunciò molte condanne all’ergastolo e alla reclusione, cosicchè nel solo campo di Arbe (isola dalmata) perirono di fame più di 4.500 persone (le razioni alimentari erano ridotte alla metà delle calorie di sopravvivenza).

Che nella provincia di Lubiana si sia tentata, più che un’italianizzazione rapida e forzata, un’operazione di autentica bonifica etnica, non è soltanto confermato dall’altissimo numero degli uccisi e dei deportati ma dalle stesse dichiarazioni di alcuni alti ufficiali (Robotti: “Si ammazza troppo poco!”, maggiore Agueci: “Gli Sloveni dovrebbero essere ammazzati tutti come cani e senza alcuna pietà”).
Alla fine della guerra la Iugoslavia compila un elenco di criminali di guerra in cui figurano ben 1200 nomi di militari e civili, poi ridotti a 729, ma nessuno di loro verrà processato ne in patria, ne altrove. In seguito, la guerra fredda stenderà un velo su questi crimini e soprattutto su quelli commessi dai nazifascisti nei nostri territori. Si arriverà alla completa dimenticanza, facilitata dai governi succedutisi in Italia ed al famoso episodio dell’”Armadio della Vergogna” in cui verranno sepolti per decenni i nomi dei criminali nazisti e fascisti, in cambio di cui ci si dimenticherà degli italiani nei territori occupati, ed un processo ai criminali italiani non fu mai svolto, come accadde invece per alcuni nazisti col processo di Norimberga del’45. L’uscita di Tito dall’orbita dell’Unione Sovietica cancellò per decenni, per volontà degli Alleati e con la complicità italiana, anche la storia che va sotto il nome di Foibe, accomunando nell’ingiustizia vincitori e vinti in un iniquo baratto delle colpe.
Per quello che concerne i morti Sloveni possiamo senza dubbio affermare che furono uccisi o deportati solo perché Sloveni ed oppositori all’occupante fascista. Va da se che il sentimento della popolazione nei confronti degli Italiani, che venivano percepiti tutti come “fascisti”, fosse di odio e che quindi dopo l’8 settembre si scatenò un’orrenda sete di rivalsa: gli episodi più feroci si ebbero nella primavera/estate del 1945, quando le truppe di Tito occuparono Trieste prima dell’arrivo degli anglo-americani scatenando una repressione brutale, a questo fece riscontro una caccia generalizzata ai fascisti nella quale giocarono una parte anche vendette personali e criminalità .
Anche sui numeri si compie un’operazione molto ambigua per cercare di avvicinarli a quelli delle stragi nazifasciste. Dopo l’istituzione di una commissione Italo-Slovena le cifre si attestano tra gli 8000 ed i 12000, alcune fonti si spingono fino ai 16500, comprendendo anche i dispersi ed i caduti in azione, altre scendono a meno di 4000. E’ difficile quantificare in maniera completa quella che comunque è una strage di notevoli proporzioni, ma il problema non è solo legato ai numeri, importanti certo, ma ancora una volta al concetto di guerra, di occupazione, di pulizia etnica e di non convivenza. Questa deve essere la vera lezione che le vicende Slovene e Giuliano-dalmate che sono avvenute tra il 1941 ed il 1945 devono insegnarci. La guerra è veicolo di lutti, di odio, di disperazione e rabbia che inevitabilmente esplode e genera altro odio, per questo la guerra va sempre e comunque ripudiata a favore dello spirito di confronto, di comprensione e di convivenza. Chi specula sulle vicende e sui dolori che si sono svolti allora di sicuro non è animato da questo spirito.

ALCUNE FONTI

Gianni Oliva –“Si ammazza troppo poco” (titolo identico al libro di Ferenc) in appendice- Oscar Mondadori Storia n° 443, Mondadori Milano, 2006.
Foibe, pag. 159 e segg.- Oscar Mondadori Storia n° 314, Mondadori Milano 2002.

Angelo Del Boca – “Italiani, brava gente?” – cap 11, pag 237 e segg.- Biblioteca Neri Pozza, Vicenza, 2005

Tone Ferenc – “Si ammazza troppo poco! Condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana, 1941/1943 “- Istituto per la storia moderna di Lubiana e Società degli scrittori della storia della lotta di liberazione, Ljubljana 1999

Franco Giustolisi –“L’Armadio della Vergogna”- Nutrimenti, Roma 2004

Repressione e Civilità (scritto in giugno 2009, in occasione del dibattito sulle ronde nere)

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

C’è chi le chiama ronde, chi li considera semplici volontari e chi li definisce guardie. Io le chiamo squadroni. Qualunque nome vogliamo dargli, loro si sono nominati Guardia Nazionale Italiana, GNI, e in applicazione del disegno legge sulla sicurezza approvato alla Camera il 14 maggio 2009, pattuglieranno il territorio nazionale alla sua entrata in vigore. L’inaugurazione è avvenuta il 13 Giugno a Milano durante un convegno dell’MSI e ad oggi vantano oltre duemila adesioni. Il comandante sarà Augusto Calzetta, carabiniere pensionato con precedenti penali per storie di lucro su certe cremazioni. Come molti di voi, evidentemente non abbastanza, già sanno, in questi tempi di libertà e democrazia va formandosi un nuovo partito, il Partito Nazionalista Italiano, di carattere nostalgico-fascista e ricco di “nuovissime” idee per l’Italia del futuro. Leggendo alcuni di questi moderni e sani principi innovatori che il PNI porterà in parlamento, come la “pena di morte per usurai, profittatori e politicanti”, o la creazione di “un forte potere centrale dello Stato” e di “camere sindacali e professionali”, per non dimenticare il diritto di cittadinanza in esclusiva ai “purosangue” italiani, l’espulsione immediata di qualsiasi individuo immigrato dopo il 1977 (!) e l’abolizione di quelle forme di stampa che contrastano con il bene della comunità, balzano all’occhio ricordi di un passato non troppo lontano, e mai stato così vicino. Sarà la somiglianza fonetica tra PNI e PNF che trae in inganno, ma a me pare di sentire una storia già raccontata novant’anni fa, quando la minaccia pubblica non erano gli immigrati, bensì i “rossi”. Questo novello partito, i cui portavoce hanno già chiarito di essere in buoni rapporti con il PdL, non pago delle sue vedute ideologiche, è a capo della sopracitata GNI, quindi non sarà difficile supporre quali siano i compiti e gli obbiettivi di questa “associazione di cittadini non armati”. Alla Guardia Nazionale può accedere volontariamente qualsiasi cittadino maggiorenne intento a servire la Patria (termine a mio avviso ampiamente obsoleto per quelli che dovrebbero essere i nostri intenti europei); nei fatti le maggiori adesioni provengono da ex appartenenti alle forze armate (circa il 30% sul totale), dove certe ideologie non è un mistero che siano sovrane. Questi patriottici volontari indosseranno uniformi con camice e pantaloni grigi (un leggero schiarimento delle camice e dei pantaloni neri), con spille e stemmi accessori raffiguranti il loro (o meglio anche loro) simbolo, ovvero l’aquila romana imperiale, anfibi, cintura e cravatta neri, per concludere un elmo simile a quelli antisommossa in dotazione alle forze dell’ordine (o il basco militare) e una grossa torcia-manganello elettrica in metallo; la ciliegina sulla torta del completo è la fascia che porteranno al braccio: a sfondo nero e raffigurante lo “Schwarze Sonne”, ovvero il sole nero, simbolo germanico che adorna il castello di Wewelsburg, ex quartiere generale delle SS, che venne ripreso appunto nel contesto dell’esoterismo nazista. Molte polemiche sono seguite alla scoperta di questo particolare, e la GNI, tramite il proprio sito ufficiale, guardianazionaleitaliana.org, ha precisato, con un rapido copia e incolla da Wikipedia, che “l’esposizione del Sole Nero non ha finalità politiche ma assolve alla sua funzione rituale legata alla dottrina e al simbolismo cosmologico dell’Odinismo”; sbagliamo dunque a considerarla una ripresa di simbolismi nazisti, in realtà loro sono semplici seguaci di Odino, e non c’è dunque motivo di dubitare che il loro compito di ronda sarà di raccontare del panteismo e non di rappresentare il braccio di un partito neo-fascista.
In realtà, stando a ciò che sostiene il loro sito, sempre attraverso un veloce copia e incolla, ma questa volta dallo Statuto della Guardia Nazionale Padana (avete mai notato che sono riusciti a introdurre un ossimoro in una sigla?), il loro ruolo sarà “promuovere e coordinare iniziative di responsabilizzazione civica, di moralizzazione, di tolleranza e pacifica convivenza tra gli uomini, indipendentemente da diversità di opinioni, ideologie, lingua, cultura e razza, anche prestando la propria assistenza ai cittadini al fine di garantire agli stessi la possibilità di partecipazione democratica a manifestazioni pubbliche, convegni e congressi organizzati da movimenti ed associazioni”. Questi nobili obbiettivi stonano quel tanto che basta innanzitutto con gli slogan del loro partito capo, come l’espulsione immediata di immigrati anche regolari e radicati in Italia da decenni e l’abolizione di testate giornalistiche che nuotano contro corrente, e secondariamente con il loro compito di vigilanza, avete mai visto un carabiniere o un poliziotto promuovere forme di democrazia o tolleranza? Io no. Se quelle fossero le loro reali mansioni previste, allora dovremmo chiamarli animatori anziché vigilanti o squadristi. Chiaramente in Italia, paese che grazie alla legge Scelba vieta l’apologia e la formazione di gruppi fascisti, certi pensieri vanno mascherati per essere accettati e poter prendere piede nella società; poi c’è chi è abile nel farlo, e chi non lo è, ma poco conta poichè in un governo così profondamente anticostituzionale spesso i reati sono Legge.

Per concludere, mi sembra corretto citare alcune frasi, tratte dal suo blog personale, di Gaetano Saya (nella foto accanto), ex massone e 007 della NATO, indagato sulla vicenda dei “servizi paralleli”, e rinviato a giudizio per diffusione di “idee fondate sulla superiorità e l’odio razziale”, che è considerato ideatore ed ispiratore della GNI. “L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri e le autorità costituite. (…) A noi il dovere di reprimere, la repressione è il nostro credo. Repressione e Civiltà. (…) Noi vogliamo ripulire l’Italia dal marcio che vi si annida, vogliamo riportare una ferrea disciplina in tutta la Nazione.” Parole che smentiscono i doveri da loro stessi dichiarati e sopra riportati. Parole chiare.

Francesco Dal Moro