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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Manovre sotto l’ombrellone – di Emilio Fusari

Posted By fred on agosto 13th, 2010

I patti col diavolo puzzano di zolfo e lasciano scottature indelebili. Dovrebbe saperlo Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla camera, quando venderebbe l’anima a Casini e Fini pur di mandare a casa Berlusconi. Assistiamo ad inconsuete manovre estive, da qualche settimana la maggioranza di governo traballa vistosamente a colpi di proprietà rinfacciate e anonimi parlamentari che, approfittando del momento, fanno gli occhi dolci un po’ qua ed un po’ la, ancora increduli di essere loro l’ago della bilancia di un governo fino ad un momento fa invincibile, e decisi a vendersi nel migliore dei modi.

Sembra una vita che il Cavaliere con una sonora pedata ha cacciato Fini ed i suoi dal Pdl, tante sono le cose  successe,eppure non sono ancora quindici giorni. Come era facile immaginare i “quattro gatti” non erano così soli ed hanno cominciato a miagolare un po’ su tutti i piani dando decisamente fastidio al signore di Arcore.Cominciamo con ordine.

L’artiglio lungo del Cavaliere si sa, arriva anche dove il talento politico difetta, e così,non riuscendo nelle sedi istituzionali ad ottenere la testa di Fini, da una settimana lo fa manganellare dai  suoi giornali di famiglia a colpi di un presunto scandalo immobiliare,ovvero una casa a Montecarlo intestata ad Alleanza Nazionale ed ora finita nella disponibilità del cognato di Fini. Il presidente della camera, seppur parzialmente, ha spiegato la vicenda e per il resto si dice sicuro che la magistratura chiarirà tutto. Da notare la distanza siderale di chi urla al complotto dei giudici comunisti e di chi accetta serenamente il giudizio che la magistratura riterrà opportuno dare. Nel frattempo i manganellati, che nell’ attitudine e nella loro ragione sociale hanno il manganello ma non certamente nel senso del prenderlo, hanno reagito all’offensiva con una palla avvelenata di identica specie ma con proporzioni decisamente maggiori: il contratto di vendita di villa S. Martino ad Arcore di cui Berlusconi è proprietario. Non c’è partita: la professionalità degli ex-picchiatori  missini nonché l’ennesimo scheletro nell’armadio del Cavaliere lo hanno costretto alla resa facendogli dichiarare che “sarà possibile ritrovare l’unità se vi sarà lo spirito costruttivo“. Deposte le armi per la tregua ferragostana  fra Berlusconi e Fini quindi.

Nel campo avversario si fanno le prove generali per le elezioni. Parola d’ordine: modificare la legge elettorale con un governo tecnico e poi procedere al voto non si sa con quale leader, alleati e programma. Per non parlare della stessa legge elettorale cui tutto  ciò  è propedeutico. Insomma, l’armata Brancaleone si è rimessa in moto, ma risulta davvero difficile immaginare un governo tecnico, guidato magari da Pisanu, che abbia al suo interno Pd, Idv, Udc, Fli, Vendola Ferrero, Diliberto, Rutelli e i Verdi discutere qualcosa. Provare per credere: sarebbe divertente, una volta riuniti, buttare in mezzo al branco l’osso del porcellum ed osservare come si sbranano a vicenda a colpi di sistema francese, tedesco o misto. Chi scrive crede che la riforma elettorale sia giustamente la questione prioritaria di cui occuparsi, dato che è all’origine dello sbilanciamento dei poteri con l’annullamento della funzione parlamentare (prima ancora della legge bavaglio che i giornali,anche vedendo i propri interessi,dipingevano come l’arma fine di mondo dell’artiglio berlusconiano dimenticando che la bomba era già esplosa), crede meno che possano essere gli stessi soggetti che, per loro volere o per inerzia, hanno fatto si che questo sistema sia vigente oggi in Italia a cambiarla. E poi, anche ipotizzando che ci si riesca,come si può credere che cambiando la legge elettorale si elimini Berlusconi e vent’anni di dominio incontrastato sul piano politico economico e soprattutto culturale? Davvero a nessuno viene in mente che lo sradicamento dalle coscienze di questo frutto mediatico avvelenato non se ne va dall’oggi al domani con un colpo di spazzola ed una legge,seppur giusta che sia? Ritornare ad una forma di partito più tradizionale, radicato nel territorio e che ascolta la gente (la lega in questo caso insegna), avere un programma non troppo ambizioso ma che sia di vitale importanza la sua attuazione, questa si sarebbe la rivoluzione più innovativa per partire dai cocci berlusconiani e creare una classe dirigente almeno un poco più credibile. Abbiamo passato vent’anni a guardare la luna ed avere anche l’illusione di averla, non credo sia sbagliato ora assicurarci di possedere almeno quel dito che la indica.

Emilio Fusari

C’eravamo tanto amati…

Posted By fred on agosto 3rd, 2010

Tutto ebbe inizio nel lontano autunno del 1993.

Il segretario del MSI, Gianfranco Fini, sfidava Rutelli per le comunali di Roma, in un clima di transizione politica nazionale; fu allora che Silvio Berlusconi, non ancora “sceso in campo” ma già predestinato destinatario del nuovo scenario politico italiano, lanciò il primo messaggio di intesa al suo futuro alleato principale.

“Se votassi a Roma la mia preferenza andrebbe a Fini” Silvio dixit.

Fini, in quell’occasione, condusse il suo Movimento Sociale fino al ballottaggio, un risultato storico a Roma, dove fino ad allora il partito delle nostalgie era rimasto ai margini delle dinamiche amministrative.

Il tanto chiacchierato imprenditore milanese, rimase folgorato dal polso e dalla dialettica del segretario dell Msi, capace di mantenere il rigore nel partito e di raccogliere consensi tra la gente; fondata Forza Italia, tralasciando come, si presentò immediatamente alle elezioni del 1994, le prime dopo il governo tecnico guidato da Ciampi che condusse la Repubblica nella seconda fase della sua storia.

E l’amore sbocciò. Berlusconi e Fini, Forza Italia e il Movimento Sociale Italiano, alleati per nuove frontiere politche.

Ma non erano i soli: un terzo incomodo s’accomodò nelle stanze della Casa delle Libertà, quel terzo incomodo che, 17 anni dopo, sarà causa di separazione e divorzio.

Parliamo ovviamente della folkloristica e secessionista Lega Nord di Umberto Bossi.

Marito, moglie, ed amante vinsero le elezioni, e nell’impasto del governo il partito “portatore sano” di ideologie proibite costituzionalmente ottenne poltrone ministeriali, quattro più la vice-Presidenza del Consiglio, per la prima volta nella storia; la prima volta nella storia Repubblicana, per lo meno.

Ma il secessionismo leghista e il nazionalismo del MSI non sarebbero potute convivere a lungo: la moglie e l’amante non potevano condividere più lo stesso letto, non certo con il primo Berlusconi, ancora non in grado di unire il nero con il bianco per formare un unico grigio politico, marito incapace di soddisfare entrambe le donne.

Il governo cadde, dopo appena sei mesi dal suo insediamento, e Bossi, Fini e Berlusconi dovettero far posto all’ennesimo governo tecnico, guidato da Dini.

Il Senatùr definì “mafioso” l’uno, e “fascista” l’altro. Si chiamò ufficialmente fuori dai loro loschi giochi di potere, e annunciò di non volerci avere niente a che fare “mai più” (ipse dixit).

Berlusconi, in tutta risposta, disse che sarebbe stato un “coglione” (ipse dixit) se in futuro avesse riallacciato i rapporti con i leghisti.

Invece, il Gianfranco, oramai, nazionale sentì l’esigenza di lavare via dal suo partito l’oscura macchia del fascismo, e nel celebre Congresso di Fiuggi, avvenuto nel Gennaio 1995, prese ufficialmente le distanze dalle ideologie che già una volta avevano annientato l’Italia.

Il Movimento Sociale Italiano fu rinominato Alleanza Nazionale, e camerati di partito quali Ignazio Benito Maria La Russa e Giovanni Alemanno furono ridipinti come semplici politici di destra.

Altri camerati, scontenti per la svolta verso le Istituzioni, si distaccarono da Fini e fondarono il MS Fiamma Tricolore.

Le carriere parlamentari di Fini e Berlusconi erano ben avviate e nel 1996, anno di nuove elezioni, la rinnovata alleanza tra i due, il rinnovato sposalizio, era cosa oramai scontata.

Nella Casa delle Libertà vi entrò questa volta Pier Ferdinando Casini, la nuova amante alla ricerca delle grazie del Sultano, con il partito Cristiani Democratici Uniti del “filosofo” (le virgolette sono d’obbligo) Rocco Buttiglione.

Marito, moglie, e nuova amante furono stavolta sconfitti dal Centro Sinistra, e si ritrovarono relegati all’opposizione per cinque anni.

La convivenza fu molto più pacifica rispetto alla precedente -del resto l’unione contro i “comunisti” pare far la forza- e nel 2001 il trio si ripresentò compatto per le prime elezioni del nuovo millennio.

Ma ecco il colpo di scena: il marito, eterno insoddisfatto, non s’accontentava di moglie e amante, no, lui volle riprendersi con sé anche la ex.

Oltre a essersi dato del coglione da solo, Berlusconi richiamò dunque nella grande Casa delle Libertà e dell’Amore i leghisti, i quali si accomodarono sul divano con tanto di piedi sul tavolino ancor prima di sentirsi dire “Benvenuti”.

Il Bigotto, il Secessionista, il Mafioso e il Fascista; non è il titolo di un Western, ma la composizione della XIV legislatura della Repubblica Italiana.

Il quartetto vinse le elezioni e si ritrovò al governo con una larga maggioranza.

Fini ottenne la Vice Presidenza del consiglio -la moglie che fa le veci del marito- e la legislatura scorse serenamente; i conti pubblici italiani venivano devastati, l’Unione Europea mandava continui moniti e minacce di espulsione a pena di una mancata inversione di rotta, Berlusconi violentava le Istituzioni ingombrando il Parlamento di leggi ad personam volte a depenalizzare i suoi reati, vedi falso in bilancio, o a garantire l’impunità per reati che non poteva depenalizzare, vedi lodo Schifani, o a legittimare una volta per tutte il suo conflitto di interessi, vedi leggi Gasparri -e la lista si fa lunga-, proibizionismo e repressione dilagavano, il tutto con l’impassibile benestare, se non con la partecipazione diretta, del Vice Presidente del Consiglio.

Fini e Bossi, storicamente acerrimi nemici e rivali per le grazie del caudillo, trovarono anche diversi punti di incontro, tra cui la famigerata legge 189 del 30 Luglio 2002, al secolo la legge “Bossi-Fini” che, tra le varie, prevede l’espulsione immediata degli immigrati rimasti senza regolare lavoro da sei mesi, in quanto non portatori, sebbene momentaneamente, di entrate fiscali per l’erario pubblico.

Un feroce governo senza opposizioni interne: tutti i remanti sincronizzati verso lo stesso orizzonte; marito, moglie e amanti uniti nell’orgia di potere.

Alla resa dei conti, nel 2006, anno di scadenza della legislatura, gli assi politici della destra erano ancora stabili, ma le nefandezze compiute dal quartetto di governo portarono al crollo della fiducia negli elettori.

I sondaggi li davano per spacciati, le incalzanti elezioni sembravano una formalità; ma il colpo di coda di Caimano non si è fatto attendere. Alla vigilia del Natale 2005, pochi mesi prima della tornata elettorale, Berlusconi si appropria indebitamente di un’intercettazione secretata (è il più grande abuso fatto di un’intercettazione, proprio quel genere di abusi che il ddl voleva impedire) che vede protagonista un Fassino entusiasta per essere riuscito a mettere le mani nelle Banca del Lavoro.

Il Giornale, l’organo di regime per antonomasia, pubblicò agli inizi di Gennaio l’intercettazione, e i Ds persero tutta la fiducia accumulata nei 5 anni di non governo.

Così, la Casa delle Libertà al gran completo, sfiorò la rimonta, e perse di pochissimi punti percentuali che sancirono l’insediamento del governo Prodi.

Fini e Silvio si ritrovarono così di nuovo all’opposizione, sulle poltrone più scomode del Parlamento, sempre accompagnati dai Centristi e dai Leghisti.

Ed è proprio in quei due anni di opposizione che emersero le prime frizioni tra i “coniugi”; Fini dissentì dai suoi alleati su temi delicati quali la fecondazione assistita e le coppie di fatto, mostrando più segnali di apertura in netta controtendenza rispetto alle direttive cattolico-conservatrici della Casa e del suo stesso partito.

Nel frattempo, Casini iniziava ad organizzarsi in proprio, distanziandosi gradualmente dalla coalizione.

Con la caduta dell’ingovernabile maggioranza prodiana, si iniziarono a preparare nuove elezioni, e l’astuto Fini, rimangiandosi le sue prime timide prese di posizione manifestate negli anni di opposizione, approfittò del congedo di Casini e fuse il suo partito con Forza Italia, fondando l’ormai arcinoto Popolo delle Libertà: la moglie credeva di incastrare così il marito con la comunione dei beni.

Alle elezioni del 2008 la coalizione era composta da Pdl e Lega Nord, e l’elettorato li premiò abbondantemente.

Fini era convinto di aver finalmente conquistato un potere di governo superiore a quello dei semplici alleati, e, ottenuta la Presidenza della Camera, si è reso conto di aver fatto male i calcoli: il crescente consenso della Lega Nord tiene sotto scacco l’intero Pdl, e innalza i “lùmbard” ad ago della bilancia.

Bossi è diventato il principale interlocutore per il Presidente del Consiglio, mentre Fini si è ritrovato in disparte ad occuparsi di un ruolo più istituzionale che politico.

Così, mentre la Lega avanza pretese di ogni sorta sul governo e viene interpellata dallo stesso per ogni decisione, il povero Gianfranco disilluso si è ritrovato a calendarizzare le discussioni dell’Aula.

Dal 2008 ad oggi Berlusconi e Fini hanno condotto la loro alleanza da separati in casa, con il Presidente della Camera nelle vesti di primo oppositore del governo; ha contestato la legittimità costituzionale del pacchetto sicurezza in tema di immigrazione, nonché le feroci propagande della paura e della sicurezza dell’asse La Russa – Maroni – Bossi; ha espresso pubblico dissenso per le modalità poco istituzionali con cui il governo tende a legiferare, quale l’abuso della questione di fiducia (siamo a 36 in 2 anni, contro la media europea di 1-2 all’anno); ha contestato la continua ricerca dell’impunità nella fila del Pdl, in particolare al suo leader; ha contribuito ai più notevoli emendamenti al ddl intercettazioni, provocandone lo slittamento dell’esamina a settembre; il 22 Aprile di quest’anno, alla direzione nazionale del Pdl, è arrivato allo scontro frontale con Berlusconi; i suoi uomini più fidati sono in continuo battibecco con gli uomini del presidente; insomma, quando ha potuto, ha sempre messo i bastoni fra le ruote a Berlusconi, richiamandosi alla legalità e al rispetto delle Istituzioni.

L’incipt alla svolta istituzionale di Fini non è partito certo dalla passione per le regole e la legalità, non capiremmo altrimenti dove fosse questa civica passione quando il premier “stuprava” la legalità dal 2001 al 2006, ma dall’invidia della moglie messa in disparte a favore della più focosa concubina verde.

Ora che la stabilità politica della banda berlusconiana vacilla, i topi hanno il coraggio di abbandonare la nave e si consuma lo scontro finale.

Fini ha ottenuto ufficialmente il divorzio pochi giorni fa, e con la separazione dei beni ha recuperato per il suo gruppo parlamentare indipendente, Futuro e Libertà per l’Italia, 33 parlamentari, numero sufficiente a tenere in pugno la maggioranza, esattamente come la concubina focosa di cui sopra.

Quello che accadrà nei prossimi mesi non è dato saperlo con esattezza, ma quel che è certo, è che la parola fine è stata posta definitivamente sull’idillio politico più celebre delle seconda Repubblica.

Opportunismo, invidia o rinnovazione personale, qualunque sia la causa scatenante, rivolgo ai lettori un invito alla diffidenza da chi ha sostenuto un regime, ed è stato complice principale di un altro.

Francesco Woolftail Dal Moro

Per rivedere gli strappi dei mesi scorsi raccontati dalla fionda clicca qui

Navigatori a vista

Posted By fred on agosto 2nd, 2010

Il redde rationem è arrivato giovedì scorso,quando Silvio Berlusconi, con un documento politico di inaudito spirito antidemocratico, ha di fatto defenestrato il suo cofondatore dal partito, ed ora le carte sono di nuovo in attesa di essere ridistribuite. Con un problema non da poco: la scelta del mazziere. Dopo mesi di continuo logorio interno al partito,messa in sicurezza la manovra economica, il Cavaliere è tornato a rivestire il suo ruolo migliore,quello del padrone, e con risultati da far impallidire il vecchio Pci della scomunica alla Rossanda e soci del Manifesto. Come ricorda su “la Repubblica” Valentino Parlato, ex direttore del quotidiano comunista e scomunicato,ci fu una differenza abissale nel metodo di espulsione dal partito a loro riservata e il trattamento inflitto ai finiani.Nel Pci furono convocati due comitati centrali e si discusse lungamente all’interno di tutto il partito la fuoriuscita dei “ribelli”.Ci fu quella che si può propriamente definire una consultazione interna a 360°, che investì tutti gli organi del partito per la rilevanza che avevano e, per giusta o sbagliata che sia stata, è indubbio il valore democratico di tale scelta. Tutt’altra musica invece nel Pdl, dove,come è solito fare il suo padrone,ha sputato dalle segrete di Palazzo Grazioli un documento di sei pagine in cui era condensato tutto il suo odio per il dissenso e, se vogliamo, la conferma regina della sua visione autoritaria del partito e delle istituzioni.”Le posizioni di Fini -si legge nel documento- si sono manifestate sempre di più come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo”.Sembra una confessione, viene da domandarsi se al di là di quello ufficiale ce ne fosse uno segreto di programma in cui,invece della ormai mitologica equazione del benessere,che voleva meno tasse per più consumi e conseguenti più entrate per lo stato,avesse nel suo punto principale l’impunità assoluta per i propri rappresentanti e la sottomissione senza diritto di replica al suo leader. E’tardi ormai per suonarne la marcia funebre, tanto più che prima di tutti,a partito ancora in fasce, fu lo stesso Fini a recitarne la disfatta. E’ nato male e finito peggio questo Pdl che dalle ceneri di Forza Italia e Alleanza Nazionale, uniti nella benedizione delle comiche finali,fu annunciato in pompa magna dal predellino della sua auto da Berlusconi in una trepidante Piazza S.Babila a Milano due anni e otto mesi or sono.

Si naviga a vista quindi, in queste giornate convulse di ricollocazione politica. Certo di non avere più la maggioranza in parlamento per quei provvedimenti che non sono contenuti nel programma ufficiale ma che sono in cima ai suoi interessi- si parla ovviamente del lodo che gli dovrebbe consentire l’impunità per via costituzionale- Berlusconi è seriamente intenzionato a sparigliare il tavolo pur di salvare la pelle. Come al solito, quando è messo alle strette, riesce con l’improvvisazione, una delle sue doti migliori, a ribaltare le situazioni in suo favore, e, c’è da scommettere, che da qui a settembre ogni occasione sarà buona per stanare, su proposte parlamentari, il gruppo dei finiani ed andare nuovamente ad elezioni. Certo che l’opposizione perderà anche quel treno e sperando che Napolitano non si metta di nuovo di traverso con governi tecnici di pubblica salute. Opzione questa da scongiurare come la peste,tanto che i suoi cannoni mediatici già sparano le palle della delegittimazione democratica del popolo e il giornale di famiglia,avallato ufficialmente dall’on. Stracquadanio, scava nell’albero genealogico del presidente della camera in cerca di nuovi casi Boffo.

La lunga estate calda della politica sembra non volersi fermare neanche in agosto, e sono lontani i tempi delle scorribande sarde del premier. La stella polare,come da sempre in Italia, è quella ereditata da Andreotti e dalla Dc di qualche repubblica fa, quel tirare a campare oltre ogni logica,quell’arte della sopravvivenza personale, e che vada a rotoli tutto purché ci si salvi. Come sempre, tutto cambi perché nulla cambi.

Emilio Fusari

Ultim’ora/Anteprima Post Viola; Governo “bocciato” sul bavaglio: rimandato a settembre!

Posted By fred on luglio 29th, 2010

Il bavaglio è finito ko al primo round.

Il Presidente del Consiglio, nascondendosi dietro l’urgente e presunta volontà degli elettori italiani, aveva imposto l’approvazione del ddl intercettazioni entro la fine di Luglio.

Doveva infatti approdare alla camera il 29 Luglio, per essere votato in via definitiva, dopo il voto, con fiducia, dello scorso Giugno in Senato.

Poi lo slittamento: la banda finiana aveva emendato la legge fino a svuotarla in più punti, con conseguente invalidamento dell’approvazione al Senato. (per tutte queste vicende vedi questi 3 articoli –> http://lafiondadurto.altervista.org/blog/?s=democrazia+italiana+derogata)

Oggi la decisione del definitivo slittamento: Berlusconi, come un qualsiasi studente universitario, dovrà preparsela meglio e tornare a Settembre, sempre che il caldo agostino non faccia prima evaporare questa maggioranza alla frutta.

Tutto da rifare, duqune, tutto da capo; due anni di invenzioni giuridiche al limite del legale, partorite da un team di “prim’ordine” composto da scaltri giuristi quali Alfano e Ghedini, abortiti per i “capricci” di Fini.

La maggioranza è sempre più instabile; i parlamentari finora immacolati inziano a prendere le distanze, mentre a restare sono quelli dichiaratamente corrotti ed indagati, stranamente bersagliati dalla stampa.

Gli ultimi colpi di coda del vecchio caimano, il Presidenzialismo e il Bavaglio su stampa e magistratura, sono periti sotto i colpi di opposizioni, stampa, e membri della maggioranza; sotto i colpi dei suoi più classici alleati, insomma.

Rendiamo merito al Post Viola per l’anteprima assoluta ottenuta dal capogruppo dell’Idv Massimo Donadi

Francesco Woolftail Dal Moro

Ultim’ora; la Camera esegue gli ordini: il bavaglio approda in aula il 29 luglio.

Posted By Tom on giugno 30th, 2010

“È irragionevole”. Così Fini ha commentato la calendarizzazione del ddl intercettazioni al 29 luglio, decisa, con il voto contrario delle opposizioni, dalla Conferenza dei capigruppo. Insomma, le pressioni sull’approvazione del bavaglio, che ora è all’esame della Commissioni giustizia della Camera, non si sono fatte aspettare; anche perché non solo c’è fretta di mettere fine all’utilizzo delle intercettazioni, lo strumento principe per le indagini, per evitare che le varie “cricche” possano continuare ad operare all’ombra, non solo c’è fretta di zittire i giornalisti e reprimere la libertà di espressione e opinione, la libertà di stampa, il diritto/dovere di cronaca e il diritto a essere informati, ma c’è anche la fretta di approvare un testo che continua a incrinare i rapporti di forza all’interno della maggioranza: se da una parte i berluscones continuano ad eseguire gli ordini liberticidi del padrone e i finiani, invece, vogliono semplicemente ferirla la libertà, e non ucciderla, la Lega si sta stufando di perdere tempo dietro a un testo che, lo sanno bene, protegge solo la casta.

Anche perché in questo stesso periodo c’è una manovra da 24 miliardi di cui occuparsi. Che probabilmente non viene considerata abbastanza prioritaria rispetto alle intercettazioni, o meglio rispetto alla “tutela della privacy”, anche se quello che produrrà tale manovra sarà soltanto diseguaglianza sociale. E in effetti il commento di Fini è azzeccato. Il testo alla Camera subirà sicuramente delle modifiche (da parte dei finiani stessi) e, quindi, dovrà per forza di cose ritornare al Senato, slittando a settembre. Tanto varrebbe rinviare il tutto direttamente all’autunno.

Il sospetto, dunque, è più che legittimo: Berlusconi ha in mente un’altra fiducia per il 29 luglio per chiudere in fretta e furia la questione?

In ogni caso: DISOBBEDIENZA CIVILE

P&L
Tom

La democrazia italiana derogata per la 34^ volta – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 9th, 2010

Per la trentaquattresima volta in due anni, il governo pone la fiducia su un disegno di legge.

Qualcuno di voi conoscerà il significato della questione di fiducia, molti no, molti quando sentono parlare della fiducia posta su una legge non capiscono cosa realmente sia successo.

La questione di fiducia è uno strumento, regolamentato dalle Camere, previsto in casi di urgenza e per le questioni più delicate di una legislatura, attraverso il quale il governo “ricatta” in questi termini i suoi componenti: o la legge gravata da fiducia viene approvata dal Parlamento, o il governo cade.

Il voto con fiducia è inoltre nominale, e non segreto come le altre votazioni. Dunque qualsiasi membro della maggioranza deve dichiarare pubblicamente non tanto se sia favorevole o meno alla legge sotto esame, quanto se voglia la caduta o la tenuta del suo governo.

Logicamente, il membro di governo contrario a una legge, vota per la sua approvazione giacchè non vuole perdere la maggioranza e l’incarico.

Quasi tutte le democrazie occidentali consentono questa procedura, affinchè, divisioni interne a una maggioranza, non ne paralizzino quei programmi cardine per i quali questa esiste, per i quali gli elettori le hanno affidato le chiavi di casa. La differenza, rispetto alle altre democrazie occidentali, è che il voto di fiducia viene mediamente adoperato dai governi quattro, cinque volte al massimo, durante le quadriennali, o quinquennali, legislature, mentre in Italia è stato chiamato in causa ben trentaquattro volte in soli due anni, e chissà quante altre nei prossimi tre.

Ma quale disegno di legge è ora onerato dal voto di fiducia? Il ddl sulle intercettazioni.

La scandalosa legge Bavaglio, contestata in più punti da più rami della maggioranza, oltre che dall’opposizione, dalla magistratura, dall’ordine dei giornalisti, e dall’Italia intera.

Nessuno, all’interno della maggioranza, potrà proporre emendamenti al disegno attuale della legge né potrà votarle contro, benchè vi si sia pubblicamente schierato contro.

Penso ai Finiani, per esempio: o la approvano “così come mamma Alfano l’ha fatta”, o votano a favore della caduta del governo, grazie al quale hanno la presidenza della Camera dei deputati.

Questo abuso della Costituzione, alla pari dell’abuso che viene fatto dei decreti legge, è una classica anomalia all’italiana, e solo dagli italiani tollerabile.

Il voto di fiducia è una sorta di deroga alla democrazia parlamentare, per questo le altre nazioni s’astengono dall’abusarne; sempre per questo l’antidemocrazia Berlusconiana continua a farne invece un vergognoso uso.

Quando una democrazia viene derogata trentaquattro volte in due anni, evidentemente diventa lei stessa la deroga, l’eccezione all’assolutismo.

WOOLFTAIL

Soap opera – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 27th, 2010


La saga dello scontro tra Berlusconi e Fini continua. Giovedì 22 aprile può considerarsi la data ufficiale dello strappo tra berluscones e finiani. Nella Direzione nazionale, organo mai convocato finora del Popolo delle libertà, il Presidente della Camera si è sfogato e ha sbraitato tutto quello che si era tenuto dentro in questi mesi. Chiede una riequilibrazione del rapporto PDL-Lega, maggior dialogo con l’opposizione, riforme condivise, democrazia interna al partito, laicità dello stato, maggiori diritti per gli immigrati. Tutto questo in nome dei valori del Partito Popolare Europeo, di cui il PDL fa parte. Insomma, la crociata della destra europea, cosiddetta “moderna” e “liberale” stile Sarkozy e Merkel.

Berlusconi e Fini ai tempi dell'idillio d'amore

Vedere Fini ribellarsi alla visione padronale di Berlusconi e dei suoi fa ridere. È lui ad aver sciolto Alleanza Nazionale, ben consapevole di cosa sarebbe significata la convivenza con il capo; d’altronde è da quindici anni che il suo partito vota tutte le leggi vergogna dei vari governi Berlusconi. Mi chiedo poi su quale pianeta abbia vissuto in tutti questi anni: si lamenta del fuoco amico di Feltri e di Belpietro. Complimenti al signore. Si è accorto solo ora del conflitto d’interessi!Certamente, Fini rimugina e manovra. Sa benissimo che la monarchia sta volgendo al termine. E guarda al futuro senza il re, mentre tutti gli altri gli scodinzolano ancora attorno in cambio di una poltrona.

Ma per mantenersela questa poltrona, i pitbull fanno la guardia alle spalle di Silvio, mentre a lui saltano i nervi nell’ascoltare qualcuno che osa parlare e mettere in discussione il suo progetto politico di impunità. Prontamente, fa redigere agli scribacchini della Direzione nazionale un documento in cui si sostiene che “quando gli italiani che amano la libertà, che vogliono restare liberi, che non si riconoscono nella sinistra, si riunirono sotto un solo simbolo e una sola bandiera, scelsero che su quel simbolo e su quella bandiera ci fosse scritto “Popolo della Libertà” e non  “Partito della libertà”” e che, per questo, “le “correnti” o “componenti” negano la natura stessa del Popolo della Libertà ponendosi in contraddizione con il suo programma”. La santa alleanza col suo popolo viene prima di tutto. E non solo quella; di fatti, il suo patto con Bossi tiene: la Lega fedele alle volontà del padrone, in cambio di Piemonte e Veneto e dell’egemonia culturale nel Nord. Più che di patto, si tratta di ricatto del senatur, che continua ad avvertire, tramite la bocca di Calderoli, che l’interlocutore dev’essere uno e che i ribelli non saranno tollerati, altrimenti si va alle urne.

È proprio periodo di manovra e i complotti vanno elaborati a sangue freddo; l’asse Berlusconi-Bossi intende cacciare i traditori. Consegnando una proposta di riforma costituzionale direttamente a Napolitano, tramite la mano di Calderoli, i due leader hanno acceso l’esplosione. Si tolgono la spina nel fianco, Bossi si crea la propria signoria personale al Nord e Berlusconi porta a termine il suo scopo: ora utilizza il legittimo impedimento, mentre i suoi lavorano al lodo Alfano costituzionale e per questa legislatura è a posto. Per quella successiva, progetta un presidenzialismo ad personam, così da avere il controllo totale. E magari nel frattempo, forte e sicuro del suo consenso, fa cadere governo e si fa rieleggere, così si allunga di qualche annetto l’impunità.

Già, ma allora Bersani ha pure ragione quando su Repubblica sostiene che Berlusconi vuole lo strappo e le elezioni. E sa che la sua mano tesa, lanciata il giorno della festa della liberazione, per un progetto condiviso di riforma è una trappola per addolcirli e per tirare su qualche voto in più; e di fatti ha subito rifiutato il dialogo. Peccato, però, che il PD, oltre a stare fermo a non dialogare con nessuno, non riesce a fare altro. Cosa aspetta a divaricare la crepa, che si è formata nel bastione dell’avversario? Al contrario, Bersani prontamente ha affermato, appena scoppiata la lite, che non si deve tornare alle urne, perché c’è la crisi. Ma proprio perché c’è la tanto citata e strumentalizzata crisi, l’opposizione, se si ritiene tale, dovrebbe essere pronta a proporre una gestione della crisi, opposta all’assenteismo dell’attuale governo. Almeno, per infondere speranza nei suoi elettori. Niente da fare. E allora, per non far dimenticare la propria presenza, il segretario del PD lancia dalemiane idee di patti repubblicani, ammiccando anche a Fini e trattandolo come se stesse per diventare il nuovo leader del centro-sinistra. Il Partito Democratico si è ridotto a essere una variabile dipendente rispetto a quello che succede nel PDL. Hanno trovato la via della sconfitta. E intendono seguirla fino in fondo.

Questa puntata della soap opera è finita. Ora possiamo spegnere la televisione e tornare alla realtà.

P&L
Tom

La frittata di Fini e la torta di Silvio – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on aprile 18th, 2010

Costola incrinata nel Pdl.
Mentre la coalizione di centro-destra vanta una solidità senza precedenti in Italia, grazie all’asse Lega-Pdl, il partito nato dalla fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale appare come l’epicentro di un terremoto. Le due componenti iniziali, evidentemente mai ben amalgamate, sono arrivate allo scontro frontale, sulla scia di una querelle intestina in corso da mesi, forse da sempre.
Fini ha spiattellato in faccia a Silvio verità che da tempo celava, o meglio mascherava comportandosi da oppositore. Gli ha detto di sentirsi escluso dai giochini di potere con la lega, di non apprezzare il fatto di essere sempre l’ultimo a sapere le cose, di non essere mai consultato sulle decisioni importanti; caspita, lui è il Presidente della Camera, ci vuole più rispetto!
Minaccia dunque di far su armi e bagagli e creare un gruppo parlamentare indipendente, privando le forze di maggioranza della nutrita truppa ex-An.
In ottica di riforme istituzionali, passanti per la revisione costituzionale (di cui si è parlato qui: Presidenzialismo: descrizione e scenari), la perdita di numerose poltrone rappresenta un handicap di partenza, e frena ogni ambizione di premierato forte, semipresidenzialismo alla francese, federalismo fiscale (quest’ultimo passante per la revisione dell’articolo 119 della Costituzione).

Berlusconi proverà, con i suoi potenti mezzi e i fidi collaboratori, due strategie in ordine di tempo per non trovarsi Fini e seguaci tra gli oppositori nel momento clou della sua legislatura. Dapprima si cercheranno incarichi e poltrone invitanti per i parlamentari di matrice finiana, così da isolare il povero Gianfranco e renderne vana ogni tentata ostruzione.
Se i princìpi, o il cuore, dei seguaci di Fini avranno la meglio sulle dolci tentazioni del Popolo delle Lusinghe, allora si rivelerà necessario il piano B, molto gettonato negli ultimi tempi.
Il piano B consta nel feroce attacco mediatico agli indirizzi dell’attuale presidente della Camera e del neo partito che porta in grembo. Molti di voi avranno a conoscenza l’individuo di Vittorio Feltri, direttore del quotidiano della famiglia Berlusconi, e le sue intemperanze quando si tratta di attaccare i nemici del Capo.


Chiaramente Feltri e il Giornale sono solo una piccola grande fetta della torta mediatica che il pasticcere Silvio ha preparato per gli italiani. Dalla Rai a Mediaset, dal Giornale a Libero, dalla bocca dei leghisti e da quella dei membri del Popolo delle Linciate, solo parole di attacco e d’accusa saranno riservate al Gianfranco ribelle, con il tentativo di distruggere un pericoloso oppositore, rendendolo impotente ancor prima di concepire un degno partito d’opposizione. Verrebbe da pensare a un suicidio di Fini, verrebbe da credere che il Gianfranco lesionista abbia fatto la “frittata”, tuttavia, dovesse soppravvivere alle frecce avvelenate che gli spareranno contro, allora sì che il Presidente Mago dovrebbe tirar fuori dal cilindro una magia degna di Mago Merlino per portare a termine i suoi progetti (anti)istituzionali
Sullo sfondo, una Lega Nord sempre più grande e influente alla maggioranza, e un Partito Democratico sempre più piccolo e inerme all’opposizione.

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