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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘giustizia’

Berlusconeide; processi pendenti: Processo Mills

Posted By fred on maggio 13th, 2011

Il cd processo Mills è uno dei cinque procedimenti penali che i giornali riportano in corso per Silvio Berlusconi. In realtà un vero e proprio processo l’ha subito proprio lui, David Mills e, attraverso la trafila di sentenze ed impugnazioni giunta

S.Berlusconi/D.Mills

fino in Cassazione lo scorso 25 febbraio 2010, è stato definito in modo terminativo. Come, giustamente, i giornali ci ricordano il “processo Mills” per Silvio Berlusconi va ancora avanti ad oggi ma poiché si può dire che i due procedimenti (quello in cui era imputato Mills e che è stato chiuso e quello in cui è tutt’ora imputato il Cavaliere) sono “gemelli” e strettamente correlati credo sia utile per una migliore comprensione della situazione capire cosa è successo all’avvocato Mills. La sentenza è di media lunghezza ma in ogni caso 40 pagine di linguaggio giuridico sono piuttosto pesanti da “smazzare”, cercherò quindi di delinearne i punti principali e controversi. Preliminarmente è però necessario dire quali sono i fatti contestati e lo svolgimento del processo ovviamente semplificandolo.

Il fatto di reato contestato a David Mills era CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI, è l’articolo 319-bis in combinato con l’articolo 319 del Codice Penale che si possono così riassumere :

Il pubblico ufficiale, che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito (…) Se tali fatti illeciti sono commessi per favorire o danneggiare una parte in un processo civile, penale o amministrativo, si applica la pena della reclusione da tre a otto anni.

Un primo problema da chiarire è perché Mills sia stato considerato un pubblico ufficiale dato che è un avvocato privato? La risposta non è difficile: quando si rende una testimonianza sotto giuramento si diviene pubblici ufficiali a tutti gli effetti.

Un secondo problema è capire cosa, in concreto, asi accusava avesse fatto David Mills?

La risposta è un po’ meno semplice di prima, ma fondamentalmente (ed è quello che ci interessa) gli era stato contestato di aver accettato di ricevere (ed effettivamente ricevuto) dei soldi (ben 600.000 euro) da Carlo Bernasconi, su disposizione di Silvio Berlusconi, per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio del testimone ed, in particolare, di affermare il falso e tacere delle informazioni allo scopo di favorire lo stesso Berlusconi in due procedimenti in cui era imputato: i c.d. Arcers, relativo a reati di corruzione nei confronti di militari della GdF (omettendo, in particolare, di dichiarare, pur specificamente interrogato, che la proprietà delle società offshore del Fininvest B Group faceva capo a Silvio Berlusconi ) ed All Iberian, relativo a falso in bilancio della Fininvest spa e finanziamento illegale di partiti politici (10 miliardi a Bettino Craxi). Il denaro fu pagato ed, in seguito, occultato presso conti bancari esteri.

Citando la Cassazione che riassume i fatti del primo grado “al fine di favorire Silvio Berlusconi, e per effetto della retribuzione promessa, affermava il falso e taceva ciò che era a sua conoscenza in ordine al ruolo dello stesso Berlusconi nella struttura di trust, società offshore e fondi extra bilancio creata dallo stesso MILLS alla fine degli anni ’80 e convenzionalmente denominata “Fininvest B Group”, utilizzata nel corso del tempo per attività illegali e operazioni riservate del Gruppo Fininvest”.

Seguono nella sentenza tutte le specifiche affermazioni mancanti o false, tutte provate pienamente tant’è che Mills venne dichiarato colpevole e condannato in primo grado a pena principale di 4 anni e 6 mesi di reclusione, a quella accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni, nonché al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile, Presidenza del Consiglio dei Ministri, liquidato in complessivi euro 250.000,00, oltre che alla rifusione delle spese di costituzione e patrocinio. Quindi, in poche parole, si sancisce che Mills è stato corrotto da Berlusconi affinchè lo favorisse, attraverso le sue testimonianze false e reticenti, in due processi contro di lui aperti.

Gli avvocati di Mills ,impugnarono la sentenza in secondo grado, ma la Corte di Appello di Milano confermava la sentenza di primo grado il 27 Ottobre 2009. Vi furono in secondo grado alcuni sviluppi processuali interessanti riguardo a vari profili, tra cui la qualificazione giuridica del fatto, l’impugnazione di numerose ordinanze del Tribunale di primo grado e una richiesta di rinnovazione parziale del giudizio, sui quali però è superfluo soffermarsi avendo presente che tali richieste vennero tutte rigettate in appello.

Il punto più controverso ed interessante riguardò la prescrizione: il Tribunale aveva fissato il momento di consumazione del reato al 29 febbraio 2000, data in cui la somma promessa era passata nella disponibilità personale di Mills. Quest’ultimo era stato messo al corrente di una disponibilità in suo favore di una somma di quote azionarie nell’ottobre del 1999 tuttavia tale somma “era passata, attraverso una serie vorticosa di movimenti, dal patrimonio indistinto gestito da MILLS in Struie per tutta una serie di clienti, al suo patrimonio personale solo in data 29 febbraio 2000: questo era dunque il momento da cui far decorrere, contrariamente a quanto opinato dalla difesa, il termine per la prescrizione. ” Mills poi monetizzò le quote in somma di valore di 600000 euro solo nell’ottobre 2000 ma questa successiva data è irrilevante: il reato era già perfettamente e completamente consumato. La difesa di Mills aveva tentato di convincere la Corte che il reato fosse stato compiuto prima e quindi che fosse già prescritto, in altre parole volevano evitare che l’imputato fosse condannato anche in secondo grado.

Il momento di consumazione del reato è molto importante in quanto è da qui che inizia a decorrere il termine per la prescrizione dello stesso che oggi, dopo la modifica in RIDUZIONE DEI TEMPI avvenuta nel 2005 per opera di una legge controversa (ex Cirielli) varata dal governo Berlusconi ter, corrisponde nel nostro caso a 10 anni. Prima del 2005 il reato per cui Mills è stato condannato si sarebbe prescritto in 15 anni, quindi nel 2014!

Individuato dunque il momento di consumazione il 29 febbraio 2009 il termine di prescrizione di 10 anni non era ancora trascorso, secondo la Corte d’Appello, alla data del 27 ottobre 2009 quando confermò in piena linea la condanna per corruzione dell’avvocato Mills, senza accogliere nessuna delle eccezioni difensive nel merito.

Ovviamente (non per ottenere una sentenza più giusta ma solo per allungare i tempi del processo) i difensori di Mills fecero ricorso per Cassazione avverso la sentenza di Appello, riproponendo sostanzialmente le varie censure che erano già state respinte nei due gradi precedenti. Plurimi motivi sono addotti dalla difesa ed è superfluo riportarli, basti sottolineare che vennero impugnate ben 6 ordinanze del Tribunale di primo grado e sono denunciati altri 10 punti controversi. Pazientemente la Cassazione procede, punto per punto, per pagine e pagine a “condividere” le argomentazioni dei giudici di merito, a ritenere “infondate” o “prive di pregio” o “lacunose” le doglianze della difesa. Così fino all’ultima questione, fondamentale: il momento consumativo del reato. La corte d’Appello l’aveva fissato il 29 febbraio 2000, la difesa lo chiedeva

nell’ottobre del 1999 e invece la Cassazione, argomentando diffusamente, lo fissa al “momento in cui MILLS si comportò uti dominus nei confronti della somma che prima era gestita indistintamente in Struie. ” e ciò avvenne il 11 novembre del 1999. Lo spostamento di circa 6 mesi indietro operato è piuttosto significativo: se consideriamo che la prescrizione del reato di Mills è maturata il 23 dicembre 2009 e la sentenza di Cassazione che lo statuisce (ma che avrebbe pronunciato probabilmente condanna in caso contrario) è del 25 febbraio 2010. In ogni caso i tempi erano davvero risicati e ciò a causa della legge del 2005 che li ha ridotti in modo poco razionale se rapportato alla ratio dell’istituto prescrizione (e la Cassazione non manca di notarlo!)

Riporto la conclusione della vicenda penale: “… il delitto per il quale si procede, punito con pena edittale massima di anni otto, è estinto per prescrizione ai sensi dei vigenti artt. 157, comma 1, e 161, comma 2 – prima parte, cod. pen., come sostituiti dalla legge Cirielli del 2005 (anteriormente a tale legge, invece, la prescrizione massima era fissata in 15 e non in 10 anni).

La sentenza impugnata, in conclusione, deve esere annullata senza rinvio, perché il

reato è estinto per prescrizione, maturata il 23 dicembre 2009. “

La prescrizione comporta che non si possa infliggere nessuna sanzione penale al soggetto, ma, nel caso in cui si certo che il reo abbia commesso il reato, si può ben infliggere la sanzione civile del risarcimento del danno. E’ questo il nostro caso in cui la Cassazione riconosce che “ alla stregua delle valutazioni dianzi effettuate, risulta verificata la sussistenza degli estremi del reato di corruzione in atti giudiziari, dal quale discende il diritto al risarcimento della parte civile ” e quindi rimane ferma la condanna di Mills a 250 000 euro di risarcimento nei confronti dello Stato, alla quale si aggiunge quella di 10 000 euro per le spese processuali. Qualcosa “passa” quindi anche se c’è la prescrizione e questo è importante sottolinearlo. Una condanna, anche se non penale, c’è ed in essa si riconosce sostanzialmente che Mills è stato corrotto.

Ora, per concludere, dove c’è un corrotto ci deve essere anche un corruttore. E il sospetto forte è che questi sia in ultima analisi il nostro Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il processo Mills per Berlusconi è iniziato nello stesso momento di quello del signor David. E’ infatti coimputato in concorso per il medesimo reato, ma è ancora in attesa della sentenza di primo grado dopo che il processo è stato sospeso prima a causa del Lodo Alfano, poi bocciato dalla Corte Costituzionale, e, successivamente, a causa della legge sul legittimo impedimento poi annullata parzialmente ancora dalla Consulta. Entrambe le leggi sono state approvate durante il governo Berlusconi IV . Ad oggi il processo è in svolgimento.

Nell’ultimo mese il Premier si è presentato a ben 4 udienze in tribunale (una sola per il caso Mills, le altre per i suoi numerosi altri procedimenti in corso) cosa che non faceva dal 2003. In queste occasioni ha attaccato la magistratura, definendola “brigatista”, e ha trasformato le uscite dal palazzo di giustizia in dei comizi esagerati ed enfatici, stile talk-show comico.

Tra l’altro il ddl in esame al Parlamento, cd sulla prescrizione breve, avrà l’effetto, se approvato, di ridurre i tempi di prescrizione del processo Mills per il premier. Oggi il termine dovrebbe essere nel gennaio 2012, mentre con la nuova legge si sposterebbe a settembre 2010. Si dice in giro quindi che per Berlusconi non fa differenza: il reato sarebbe comunque prescritto prima di una eventuale sentenza di terzo grado: vero (i tempi della giustizia fisiologicamente non lo permetterebbero). Quello che non si dice invece è che, come ho evidenziato sopra, anche se il reato si prescrive, qualcosa può “passare” in caso di condanna in primo grado (la quale potrebbe benissimo esserci nel avendo tempo fino al 2012 mentre è molto più difficile che intervenga entro l’estate!). Cosa passerebbe eventualmente? Beh, oltre al risarcimento del danno economico, la soddisfazione di tutti coloro che si sentono presi in giro dalle continue leggi ad personam!

L’autore preferisce restare anonimo.

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO I: ALL IBERIAN

Posted By fred on giugno 15th, 2010

La Berlusconeide, l’antologia giudiziaria del Presidente del Consiglio, dell’uomo che dopo aver fondato Milano2, partì alla conquista di Roma, spicca oggi il volo dai suoi processi conclusi con prescrizione. Seguiranno le amnistie, le assoluzioni grazie a leggi ad personam o in formula dubitativa, le più scandalose archiviazioni e i processi tuttora pendenti.

Lo scopo di questa epopea è raccontare al lettore chi è il Presidente del Consiglio, come ha costruito il suo impero, con chi ha lavorato e che uso ha fatto dello Stato e della politica.

Sono esclusi i processi in cui è collegato indirettamente (ad esempio quelli a carico di Dell’Utri, di Paolo Berlusconi, e di molti altri personaggi collegati al premier).

BERLUSCONEIDE, libro delle prescrizioni – CAPITOLO I

In un tempo non molto lontano, in un terra non certo sconosciuta, un intraprendente imprenditore del milanese si rese protagonista di una importante scalata al successo, alla ricchezza, alla fama e al potere. Un escalation che è attualmente in essere, o forse in declino, ma questa è un’altra storia.

Quest’uomo rivoluzionò l’Italia degli anni 80, cambiò il sistema televisivo, con canali trasmittenti argomenti nuovi e in tutte le fasce della giornata, con sommo gaudio di pensionati e casalinghe, regalò una grande passione agli sportivi, costruì oltre 30,000 posti di lavoro, istituì una banca dai tassi agevolati, si appropriò di case editrici, giornali e molto altro, fondò un partito, e infine divenne Presidente del Consiglio svariate volte.

Da oltre un trentennio il suo nome è sulla bocca degli italiani e sulle pagine di tutti i giornali.

Silvio Berlusconi, il punto di raccordo tra la prima e la seconda Repubblica, l’anello mancante in numerosi misteri, il vate di questa yuppie Italietta, è l’indiscusso protagonista degli ultimi trent’anni di cronaca, politica, indagini e inchieste.

Ma chi è, dietro alla maschera dei sorrisi, del lifting e del successo, Silvio Berlusconi? E come è riuscito a conquistare tutto e tutti, e a diventare uno degli uomini più ricchi al mondo?

Questi quesiti non verranno probabilmente mai appagati, nè la Storia rivelerà mai fino in fondo certi misteri; tuttavia molte questioni sono note, e la magistratura vi si imbattè, vi si imbatte, e continuerà ad imbattervisi.

Diversi fatti vennero accertati, e svariati reati denunziati e provati, ma prescrizioni, amnistie, leggi ad personam, errori della magistratura inquirente, ed altri escamotage, furono più efficaci di qualsiasi avvocato e pm.

La nostra storia comincia con il processo All Iberian, in cui Silvio Berlusconi fu imputato per finanziamenti illeciti al PSI di Craxi e falso in bilancio della sua società, la Fininvest.

I fatti risalgono all’arco temporale intercorso tra gennaio ‘91 e novembre ‘92, quando 22 miliardi di lire defluirono gradualmente dai fondi neri della All Iberian, società offshore della Fininvest, alle casse del PSI, tramite il conto svizzero di un prestanome del Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

L’imprenditore versava tangenti, e il partito sfornava in risposta leggi, quali la “Mammì” e il “decreto Berlusconi”, mirate alla crescita economica di quell’imprenditore, o alla distruzione della sua concorrenza; nella fattispecie il PSI agevolò notevolmente Mediaset, consegnando alla Fininvest, sebbene contro qualsiasi direttiva europea vigente, un quasi monopolio dei canali televisivi nazionali, e bloccando le azioni della magistratura contro questo incalzante e illegittimo monopolio.

Nel Luglio del 1996 Berlusconi fu rinviato a giudizio dal gip Maurizio Grigo con i capi di accusa di finanziamenti illeciti e falsi in bilancio, e con Craxi, allora già rintanatosi ad Hammamet, coimputato.

“Usano la giustizia per altri fini” commentò lo scatenatissimo Silvio. Frase destinata a diventare il leit-motiv di questa Odissea giudiziaria.

Ma ecco il primo colpo di scena della storia: un mese prima della sentenza di primo grado, il 17 Giugno 1998, la Fininvest, che era direttamente collegata alla All Iberian, reclamò di non essere stata invitata al processo, e dunque di non potersi costituire come parte civile nel processo a carico del suo azionista di maggioranza, per quello che riguarda esclusivamente i falsi in bilancio.

La magistratura inquirente fu costretta ad ammettere l’errore, sancendo una prima incredibile vittoria di Berlusconi, sellando per lui il cavallo della “magistratura politicizzata”, delle “toghe rosse”, che cavalcherà fino ai giorni d’oggi.

Il processo fu diviso in due tronconi, che presero il nome di All Iberian 1, relativo ai finanziamenti illeciti, e All Iberian 2, inerente ai falsi in bilancio, del quale parleremo più avanti nella nostra antologia, quando tratteremo dei processi risolti con assoluzione grazie a leggi ad personam.

Fintanto che i due capi d’accusa erano unitariamente giudicati, i termini di prescrizione decorrevano dal 1996, anno in cui fu constatato l’ultimo falso in bilancio. La prescrizione per l’accusa di finanziamenti illeciti decorreva invero dal 1992, con una durata di sette anni e mezzo, ma allora era possibile la richiesta di continuazione del processo al fine di una sentenza. Con la separazione dei processi, non ci fu modo di prorogare la prescrizione dell’accusa di finanziamenti illeciti.

La sentenza di primo grado arrivò velocemente, considerata la corsa contro il tempo, e inflisse a Silvio Berlusconi due anni e quattro mesi di reclusione, e 10 miliardi di lire di ammenda, e 20 miliardi di lire d’ammenda nonché quattro anni di reclusione all’ormai egiziano Craxi.

Nell’Ottobre 1999, tuttavia, la Corte d’Appello dichiarò prescritti i reati a carico degli imputati, e l’anno dopo la Cassazione non potè fare altro che confermare questi verdetti.

Berlusconi vinse una delle tante battaglie, una delle poche per demeriti di disattenti magistrati, e non grazie a immunità, impunità, lodi e impedimenti.

Il Berlusconi nemico dei giudici trasse linfa vitale da questa vittoria, e soprattutto credibilità e perenne e incondizionata presunzione di innocenza, mentre la magistratura, a causa dei suoi stessi errori e delle false verità perpetrate dalle televisioni dell’imputato, dovette aprire l’ombrello per coprirsi dall’acquazzone di fango.

All Iberian fu uno dei processi simbolo dell’epoca di Tangentopoli, i cui imputati Craxi e Berlusconi, il secondo legittimo erede del

Silvio e Bettino, in una foto storica

primo, sono l’incarnazione umana rispettivamente della prima e della seconda Repubblica, accomunate dalla dilagante corruzione in ogni settore della “cosa pubblica”.

Ed è da ricercarsi in questa constatazione il vero motivo per il quale una condanna definitiva sarebbe stata impensabile: essa avrebbe rappresentato la condanna del sistema Italia.

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Il disinformatore – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 5th, 2010

Nella giornata di ieri mi sono imbattuto in una interessante pagina di facebook, http://www.facebook.com/pages/La-fionda-durto/116386241715095?ref=ts#!/pages/RADIAMO-VITTORIO-FELTRI-dallORDINE-dei-GIORNALISTI/131350553547514?ref=mf, che auspica una pronta radiazione, una volta per tutte, di Vittorio Feltri dall’Ordine dei Giornalisti, a seguito della stomachevole prima pagina de “il Giornale”di Martedì 1 Giugno.

“ISRAELE HA FATTO BENE A SPARARE” recitava l’apertura a caratteri cubitali.

Mentre il mondo intero si raccapriccia dell’accaduto, quando lo stesso governo Israeliano se ne rammarica, pur con riserve, solamente Feltri osa ostentare pubblico gaudio, in lui suscitato dalla morte gratuita di diciannove esseri umani. Ma come, condanna l’aborto in quanto omicidio, mentre gode dei massacri e degli omicidi perpetrati da azioni di squadriglia?

Bastoni contro mitraglie, membri dell’ONG per la pace supini nei bagni, con la nuca forata dal piombo. Le informazioni che ci pervengono ufficialmente sono ancora confuse, impietose immagini in un quadro inorganico; ma Feltri c’era, era su quella nave, dunque sa, e quindi può.

Può usare il giocattolo della famiglia Berlusconi per calpestare la morte, e con essa la sua inseparabile compagna vita; può gioire della morte dei pacifisti, mentre piange per i soldati che cadono in guerra; semplicemente può attirare su di sé le attenzioni mentre il Governo si rotola nella melma come un suino.

Feltri, da buon giornalista com’è, infine, non racconta un fatto, ma la sua opinione su quel fatto; al di là della scabrosità della stessa, le opinioni del direttore andrebbero riservate per l’editoriale, non certo per l’apertura della prima pagina. Giornalismo, cronaca, informazione, tutti vocaboli assenti nel personalissimo Devoto-Oli di Vittorio Feltri.

Vittorio Feltri, il manichino dell’anti-politica italiana, il sommo non-giornalista, il disinformatore, uomo completamente asservito al potere, viene talvolta spacciato per l’Indro Montanelli dei giorni odierni. Al di là della scarsa stima che lo stesso Montanelli nutriva per il Vittorio delle Libertà, la prova dell’oceanica distanza che li divide è data dalle dinamiche che portarono il secondo alla successione del primo nella direzione de il Giornale. Montanelli fu cacciato perchè non asservibile, e sostituito proprio da Feltri, in quanto dalla facile addomesticabilità.

Cos’altro attendersi, d’altra parte, dall’avvocato mediatico di un uomo che, noncurante della sua carica Istituzionale, a più riprese giustifica l’evasione fiscale (il video dell’intervista in cui si sente “moralmente autorizzato ad evadere” http://tv.repubblica.it/piu-visti/settimana/mi-sento-moralmente-autorizzato-ad-evadere/48181?video&pagefrom=1), salvo poi smentire, in preda di un attacco di schizofrenia o panico, di aver mai esternato certe assurdità; quello stesso uomo che replica a un sondaggio con un altro sondaggio, e dopo aver chiamato menzognero uno, e baro l’altro, riaggancia il telefono, senza attender replica, in diretta televisiva nazionale; un Presidente del Consiglio che attacca il telefono in faccia a tutti i suoi cittadini, è uno dei tanti emblemi di questi anni di democrazia malsana, insieme a tutti i Vittorio Feltri del caso e del momento.

Tornando allo scopo della pagina facebook di cui sopra, la radiazione di Feltri è dovuta per questo, e altri episodi che hanno costellato la sua comoda carriera. Non è più tollerabile uno sparviero che si serve di un giornale per dare in pasto al pubblico inferocito tutti i nemici del presidente, tutti gli oppositori; l’attacco personale, lo sputtanamento privato, rappresentano il suo unico modus operandi. Tutto ciò che è contrario alla pratica del giornalismo, Feltri puntualmente lo fa.

Diciamo che Feltri sta al Giornalismo, come Berlusconi sta alla Giustizia.

Ovvero, quando la Giustizia ci libererà da Berlusconi, il Giornalismo ci libererà da Feltri.

Allora cominciamo il conto alla rovescia, e aspettiamo il grande giorno.

WOOOLFTAIL

La macelleria messicana – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 19th, 2010

Dopo i sanguinosi fatti occorsi nel 2001 alla Caserma di Bolzaneto e alla scuola Diaz, dove le forze del disordine seviziarono manifestanti prelevati a caso tra una folla in delirio, la Giustizia condannò, seppur lievemente, alcuni degli autori di quel macello.

Li picchiarono, umiliarono, misero a carponi per farli abbaiare come cani, li costrinsero a stare ore su una gamba sola e poi sull’altra, li sfregiarono, stuprarono, raparono, e ricoprirono di sputi e torture………………………………….

Tuttavia la sentenza fu ancora più orrida dell’accaduto; i condannati furono solo alcuni funzionari della polizia, mentre i vertici della stessa vennero assolti. 13 condannati su 27, per un totale di 35 anni di carcere.

Successivamente sembrò opportuno premiare i macellai condannati, ricompensarli dell’onta subita dalla magistratura. Facciamo qualche esempio.

Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni per i massacri alla Diaz e è stato promosso Questore e ufficiale di collegamento dell’Interpol all’Ambasciata di Bucarest italiana. Michelangelo Fournier, che collaborò con gli inquirenti e ammise di aver partecipato a una macelleria messicana, vergognandosi di quello che era successo, benchè reo confesso e condannato a 2 anni, è ora ai vertici della direzione centrale antidroga della Polizia di Stato.

Alessandro Perugini, famoso per avere preso a calci in faccia un ragazzo di 15 anni e condannato a due anni e 4 mesi per le sevizie di Bolzaneto e a due anni e 3 mesi per altri arresti illegali, è diventato capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente della Questura di Alessandria.

Oggi è arrivata la sentenza di secondo grado che ha appesantito, benchè non ancora sufficientemente, la pena. Un solo secolo di carcere per 25 imputati su 27, tra funzionari e vertici della Polizia, che firmarono ed eseguirono l’azione squadrista. Le condanne sono per falso ideologico e lesioni gravi.

Il reato di tortura non esiste nel codice penale italiano, e questo li salva da condanne più aspre.

Gli imputati sono stati condannati anche all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, e in qualsiasi altro paese democratico l’interdizione sarebbe stata a vita.

Gli agenti delle forze del Terrore già condannati in primo grado, e promossi dai loro capi, han visto inasprirsi le loro pene. Così ad esempio il citato Vincenzo Canterelli, s’è beccato un anno aggiuntivo di reclusione, rispetto ai quattro del primo grado.

E ora, in attesa del prossimo e ultimo step processuale, questi 25 uomini cosa faranno? Ce lo dice il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano che ha così replicato a chi richiedeva le dovute e immediate dimissioni degli agenti condannati: «Questi uomini hanno e continuano ad avere la piena fiducia del sistema sicurezza e del ministero dell’Interno. Quella della corte d’Appello di Genova, è una sentenza che non dice l’ultima parola, in quanto afferma l’esatto contrario di quanto era stato stabilito in primo grado e quindi ora andrà al vaglio della Corte di Cassazione. Questo non significa che alla Diaz non sia successo nulla, ma la sentenza di primo grado aveva individuato delle responsabilità e distinto le varie posizioni».

Dunque in primo grado sono stati condannati solo alcuni, nel secondo quasi tutti, quindi anche alcuni precedentemente assolti; per sicurezza di non toccare chi potrebbe essere in realtà innocente, il Ministero dell’Interno non sospende nessuno e consente il regolare svolgimento dell’attività lavorativa di ciascuno.

Magari adesso, come accaduto dopo la prima sentenza, verranno pure elargite ulteriori promozioni.

In uno stato di diritto non solo sadici e accertati torturatori sono a piede libero, ma addirittura sono i tutori di questo finto stato di diritto.

Woolftail

ps ascoltate la Canzone del Maggio di Fabrizio De Andrè

pps È di seguito riportata una petizione da firmare assolutamente, affinchè venga introdotto il reato di tortura nel codice penale italiano; dovesse aver successo questa petizione, i macellai della Diaz e di Bolzaneto ne saranno comunque immuni per l’irretroattività delle leggi penali, ma futuri macellai ci penseranno su due volte prima di lasciar sfogo ai loro sadici divertimenti. Quindi firmate.

Presidente del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi
Palazzo Chigi
Piazza Colonna 370
00187 Roma
Fax (+39) 06 6794569

Egregio Presidente Berlusconi,

dando seguito alle raccomandazioni presentate in occasione della Giornata internazionale per le vittime della tortura, desidero chiederLe di ribadire pubblicamente la natura assoluta del divieto di tortura e mi permetto di ricordarLe gli obblighi del governo italiano:

1. introdurre nel codice penale il reato di tortura e ratificare il Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura;

2. condannare pubblicamente le rendition, accertare il coinvolgimento dell’Italia in tali pratiche illegali, collaborare alle inchieste e ai procedimenti giudiziari in corso e alle indagini internazionali;

3. non fare affidamento sulle “assicurazioni diplomatiche” fornite da altri governi, secondo le quali le persone espulse dall’Italia non saranno torturate dopo l’arrivo;

4. rendere le norme del c.d. decreto Pisanu sulle espulsioni conformi agli standard internazionali sui diritti umani in materia di tortura e annullare le espulsioni già effettuate in assenza di tali garanzie;

5. assicurare che l’applicazione delle norme sull’effetto sospensivo nei casi di ricorso contro il diniego dello status di rifugiato, previste dalla legislazione sull’asilo entrata in vigore il 5 novembre 2008, costituisca una effettiva garanzia contro il refoulement e contro la tortura.

Distinti saluti.

http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/187 clicca qui per firmare la petizione

La Trilogia dell’Impunità – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on aprile 29th, 2010

Era il 2003 quando il lodo Schifani entrò in vigore. Berlusconi si avvicinava alla sentenza del processo SME, e le aspettative dei suoi avvocati non erano delle più rosee. Ma tutti noi sappiamo quanto il Premier sia restio alle condanne, è una questione di allergia. Ecco allora il lodo Antistaminico, anziché Schifani, che prevedeva, tra le varie, la seguente disposizione: “Non possono essere sottoposti a processi penali, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione fino alla cessazione delle medesime, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato, il Presidente della Camera dei Deputati, il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Presidente della Corte Costituzionale“. A qualcuno di voi tale norma suonerà alquanto familiare, poiché non più tardi di sette mesi fa, una sua famosa e stretta “parente” venne bocciata con tanto clamore dalla Corte Costituzionale.

Al lodo Schifani era toccata la medesima sorte, la Consulta lo dichiarò difatti incostituzionale per davvero moltissimi motivi, che un qualunque studente di Legge senza alcuna esperienza saprebbe cogliere istintivamente. Per citarne alcuni tra i più clamorosi: contrasto con gli articoli della Costituzione 3 (principio di uguaglianza sia formale che sostanziale), 24 (diritto di azione in giudizio), e 138 (modalità per la revisione costituzionale, unica via per modificare articoli costituzionali)

E’ proprio quest’ultimo punto inerente al contrasto con l’articolo 138 che reca le maggiori perplessità, poiché non lascia scampo a interpretazioni. Il Lodo Schifani poteva essere sviluppato solo con la succitata procedura di revisione costituzionale, e non, come invece accadde, attraverso la più semplice via ordinaria. Il motivo è da ricercarsi proprio nelle modalità della revisione costituzionale: essa richiede l’approvazione dei 2/3 di entrambe le Camere, e non una semplice maggioranza, poiché i contenuti della Costituzione stanno alla base dell’ordinamento giuridico-legale di uno Stato, e devono essere dunque frutto della più ampia condivisione possibile, e non del consenso della maggioranza di turno. Mi domando allora, come è possibile che la maggioranza di allora, nonostante vantasse tra le proprie fila un numero infinito di avvocati e giuristi, non sia accorta della palese incostituzionalità del lodo? La domanda ahimè è retorica, poiché la risposta è evidente: la legge fu votata con la consapevolezza della sua scarsa durata, ma anche della sua grande utilità. Sapevano infatti che la Consulta, non avrebbe avuto il tempo materiale di caducare il lodo entro la sentenza del processo SME, il quale difatti si risolse con l’assoluzione del Premier per amnistia intervenuta, per disposizione del lodo Antistaminico. Ad Personam.

Nel 2008, cinque anni dopo, al premier è tornata quella fastidiosa allergia che è l’imminente sentenza di condanna di un suo processo. Nella fattispecie il processo Mills, in cui l’effettiva corruzione dell’avvocato inglese, da parte di Fininvest nella persona di Berlusconi, è stata accertata (si pensi alla condanna dello stesso Mills, o al risarcimento di 700 milioni di euro imposto alla Mondadori a favori di De Benedetti, l’originario proprietario). Il vecchio antistaminico era scaduto, ne serviva uno nuovo.

Forte ancora una volta della maggioranza parlamentare, la banda Berlusconi, stavolta nel nome del Guardasigilli Angelino Alfano, ha partorito la nuova legge dell’impunità, in tutto e per tutto simile al lodo Schifani. L’unica differenza è che nel precedente lodo l’impunità era garantita anche al Presidente della Corte Costituzionale, nel nuovo questi è stato escluso. Processi dunque sospesi al Premier (oltre a quello Mills, anche quello Mediaset) fino all’ottobre 2009, un anno dopo, quando la Consulta bocciò inesorabilmente il lodo Alfano, con le medesime motivazioni addotte quattro anni prima. Una decisione tanto sacrosanta quanto clamorosa, a prestare attenzione ai media. I giudici della corte erano tutti comunisti, poco conta il fatto che la sera prima della votazione uno dei giudici comunisti è uscito a cena con Berlusconi e Alfano, poco contano gli articoli 3 e 138.

Ma la prescrizione è un valore fondamentale per i politici italiani, specialmente Sivlio, ecco allora legittimo impedimento approvato e processo breve in fase di approvazione.

Ed è finita qui?

No signori, il lodo Schifani o Alfano che dir si voglia, è la garanzia suprema della prescrizione processuale per le alte cariche dello stato che abbiano commesso qualche “marachella”.

Dunque è pronto il nuovo lodo Antistaminico, la nuova legge dell’impunità, chiamato lodo Alfano bis, ancora una volta uguale nei contenuti ai precedenti, ma finalmente diverso nell’elaborazione.

È un disegno di legge costituzionale, e non di legge ordinaria, come avvenuto con gli altri due. Finalmente la schiera di giuristi del Pdl è andato a leggersi l’articolo 138 della Costituzione, verrebbe da dire. Peccato che ancora una volta abbiano saltato un articoletto di scarsa importanza come il 3, appartenente a quel gruppo di 12 articoli immodificabili (non si possono modificare né con revisione costituzionale, né con norma europea, né con trattati internazionali) che predono il nome di Principi fondamentali.

La discussione e la votazione di un disegno di legge costituzionale, inoltre, occuperò molto tempo per gli addetti ai lavori, dalle Commissioni Parlamentari alle Camere, con l’effetto di congelare ulteriormente le riforme per l’Italia, a favore di riforme per Berlusconi.

Berlusconi potrà anche scampare dalla condanna in tribunale, ma nessuna legge, nessun lodo, lo salverà dalla condanna della Storia. L’unica magra consolazione che ci resta.

WOOOLFTAIL

La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 24th, 2010


Giustizia. Una parola che racchiude in sé una miriade di significati e accezioni. Una parola che nella storia dell’uomo ha suscitato dibattiti e discussioni e che sempre ne susciterà. Cosa è giusto? Chi lo decide? “Giustizia” è un concetto assoluto? O relativo? La giustizia è naturale? Divina? O umana? L’unica certezza risiede nel fatto che questi quesiti sono nati in base a un’esigenza umana, quella della pacifica convivenza sociale. Ed è proprio in virtù di questo bisogno che dalla rivoluzione illuministica e borghese sorge, per la prima volta nella storia, il concetto che sia l’uomo stesso a determinare cosa sia giusto o meno, per mezzo dei propri rappresentanti democraticamente eletti. Fuori, allora, la divinità, la natura o qualsiasi entità trascendente che detti la retta via da seguire. La giustizia passa ora per il diritto, inteso come legge formale, cioè come prodotto della volontà popolare, il diritto torna ad essere “ars boni et aequi”, il diritto è prodotto dello stato: costituzione, leggi e decreti ministeriali diventano così i provvedimenti legittimati a definire la giustizia.

Non si può, allora, non considerare che, oggi, il termine “giustizia” è altamente abusato: se si parla di giustizia istituzionale, bisogna riferirsi alla magistratura, deputata a far rispettare la legge, e al Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dell’ordine giudiziario; il diritto processuale definisce le modalità di svolgimento del processo, strumento necessario al conseguimento di una sentenza, il provvedimento principe per l’applicazione della legge; e infine vi è l’aspetto organizzativo delle sedi giudiziarie, dai tribunali, alle cancellerie, dalle carceri, alle procure. Più propriamente allora bisogna discutere di amministrazione della giustizia, o meglio, amministrazione degli organi istituzionali, degli strumenti processuali e delle sedi giudiziarie, volti al rispetto della legge. E non è solamente una questione terminologica, non si tratta semplicemente di separare i concetti filosofici di giustizia dai tentativi umani di raggiungere un’equa e pacifica convivenza sociale; c’è, invece, molto di più: parlando di “amministrazione” si comprende molto meglio che in ballo ci sono persone che attendono speranzose il risarcimento per un danno sofferto, imputati innocenti che rischiano il carcere, dipendenti pubblici sotto stipendiati, detenuti che attendono condizioni migliori di vita carceraria. Per tutte queste ragioni, la cautela dev’essere massima quando si parla di “riforma della giustizia”; ed è anche per tutte queste ragioni che le riforme che questo governo intende attuare sono lontanissime dal risolvere i problemi che il sistema giudiziario italiano si trascina dietro da anni.

I tre punti cardine della riforma della giustizia sono la riforma costituzionale della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura, il disegno di legge sulle intercettazioni e quello sul cosiddetto “processo breve”.

La magistratura è politicizzata, arbitraria, ingiusta e gli organi giudicanti sono spesso in combutta con il pubblico ministero, il quale lancia accuse contro chiunque gli sia politicamente inviso. “Riequilibrare” il rapporto tra magistratura e politica ed eliminare le temute toghe rosse. Questi i motivi ufficiali che hanno spinto l’attuale maggioranza di governo a volere una riforma costituzionale. Riforma che, quindi, nasce già per motivi assurdi, dato che, anche se ogni singolo magistrato seguisse il proprio orientamento politico per emettere le proprie sentenze, il problema riguarderebbe, comunque, i parlamentari e i membri del governo, gli unici di cui è noto l’orientamento politico, ovvero una piccolissima parte della popolazione, la casta: nessun magistrato potrebbe mai conoscere le opinioni politiche delle parti in causa. Primo punto della riforma costituzionale atterrebbe alla separazione delle carriere di giudice e PM, i quali, oggi, fanno parimenti parte dell’ordine della magistratura, godendo, quindi, delle stesse garanzie di autonomia, indipendenza e imparzialità. La separazione delle carriere, quindi, vieterebbe il passaggio da PM a giudice e viceversa, garantendo, a detta dei sostenitori della riforma, parità tra accusa e difesa, la quale, attualmente, sarebbe svantaggiata dalla complicità tra l’accusa e il giudice. Questa teoria denota tutta la malizia dei sostenitori della riforma, secondo i quali la semplice amicizia personale inficia necessariamente il ruolo professionale e induce al non rispetto della relativa deontologia; anzi, proprio in funzione di tutti questi sospetti di favoreggiamenti nei confronti del PM (non si capisce bene quale beneficio ne trarrebbe, dato che l’avanzamento di carriera non è conseguente al numero di sentenze di condanna), spesso i giudici sono più rigorosi e severi nei confronti dell’accusa. Basta, comunque, osservare la realtà, che ci mostra che le assoluzioni sono in media le stesse degli altri Paesi, in cui vige un sistema di separazione delle carriere; secondo questa logica, allora, dovrebbero essere considerati tutti i rapporti di colleganza e bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici per le indagini preliminari (GIP), dei giudici di primo grado, dei giudici d’appello, dei giudici di cassazione e così via. Il dibattito è totalmente inutile: di fatti, attualmente, ai fini del passaggio di funzione, la legge prescrive già il trasferimento di regione, rigorosa condizione, studiata per evitare combutta tra i colleghi magistrati. Il punto è che, separando le carriere, si vuole svantaggiare la figura del PM, il quale verrebbe ridotto, in questo modo, a semplice avvocato d’accusa e perderebbe tutte le garanzie, di cui oggi gode, in quanto magistrato. Mi spiego. Oggi il PM, in quanto magistrato, dev’essere imparziale di fronte ai soggetti che indaga: quindi, nel momento in cui trova prove che inchiodano l’imputato, dovrà sostenere l’accusa davanti all’organo giudicante; se, invece, trova prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, dovrà chiedere l’archiviazione del processo. Insomma, deve compiere le stesse imparziali valutazioni che compie il giudice; l’unica sostanziale differenza è che quest’ultimo ha il dovere di valutare anche le prove e le testimonianze della difesa, ponendosi come terzo di fronte a questa. Con la separazione delle carriere, il PM, come già detto, diventerebbe un semplice avvocato dell’accusa: dovrebbe cioè esclusivamente sostenere una linea accusatoria, senza l’obbligo di valutare eventuali prove scagionanti e scegliendo, quindi, arbitrariamente gli elementi utili alle sue congetture. Altro che parità tra accusa e difesa: quest’ultima non avrebbe sicuramente a disposizione gli stessi mezzi e risorse della pubblica accusa e sarebbe così svantaggiata. Queste le conseguenze della separazione delle carriere. E le si possono capire, considerando che lo scopo reale di tutto questo consiste nell’evitare il controllo giudiziario sugli esponenti politici, che non si accontentano della poltrona, ma pretendono anche l’impunità. Lo dimostra bene il fatto che alla separazione delle carriere seguirebbe lo sdoppiamento del CSM; il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura, cui, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, spettano le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati: è, quindi, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da ogni interferenza esterna e soprattutto dal potere esecutivo, storico nemico dell’indipendenza della magistratura. L’intento del governo è la creazione di due CSM, uno competente per i magistrati giudicanti, del tutto simile a quello attualmente esistente e un altro competente per i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria; il problema, oltre all’inutilità di creare un ulteriore organo amministrativo e burocratico, consiste nel fatto che questo CSM sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia: siamo allo stravolgimento delle fondamenta delle attuali democrazie occidentali, in quanto l’esecutivo controllerebbe gli organi giurisdizionali, sovvertendo il principio della separazione dei poteri. A tutto questo si aggiunge altro: il progetto di revisione costituzionale vorrebbe introdurre la discrezionalità dell’azione penale, sostituendola all’obbligatorietà della stessa, sancita all’art. 112 della Costituzione; nonostante le apparenze, la ratio dell’obbligo dell’azione penale è uno strumento fondamentale per garantire l’uguaglianza tra i cittadini: il pubblico ministero, di fronte a una notizia di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al riguardo, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, dall’orientamento politico o dalla condizione sociale dell’indagato. Invece, con la discrezionalità dell’azione penale, si darebbe priorità all’indagine di certi tipi di reato rispetto ad altri; e tale discrezionalità, sempre secondo i progetti di riforma, non spetterebbe al PM, cosa già di per sé deplorevole, ma al Parlamento, il quale, per legge, stabilirebbe le priorità che la pubblica accusa dovrebbe seguire nelle indagini; non solo, quindi, violazione del principio di uguaglianza, ma anche violazione del principio della separazione dei poteri. Quindi, ad esempio, il legislatore potrebbe stabilire che, in caso di notizia di reato commesso da un parlamentare, da un membro del governo o da un qualsiasi pubblico ufficiale, l’indagine dovrebbe aspettare che il soggetto si spogli delle vesti dell’incarico che ricopre, prima di poter essere aperta. E infine tale riforma costituzionale toccherebbe, persino, la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente, ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, tale organo è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto, di diritto, dal primo presidente e dal procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri sono eletti, per due terzi, da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento. In questo modo, il CSM è effettivamente rappresentativo dei magistrati e allo stesso tempo, per la presenza di membri laici, cioè non togati, non rischia di diventare un organo corporativo ed auto-referenziale dell’ordine giudiziario. La riforma introdurrebbe un sorteggio preventivo all’elezione dei membri eletti, poi, dai magistrati, per, così si dice, stroncare il correntismo all’interno della magistratura, ritenuto la vera causa della politicizzazione della stessa. Il che risulta palesemente incostituzionale, dato che la Costituzione parla espressamente di “elezione” e quindi di pieni diritti all’elettorato attivo (poter scegliere liberamente i propri rappresentanti) e all’elettorato passivo (libertà individuale di candidarsi).

Uno stravolgimento costituzionale, volto all’annichilimento della magistratura. Lungi da me una mitizzazione giustizialista della magistratura, che costituisce anch’essa una casta comunque privilegiata della società; basti pensare a tutti gli avanzamenti di carriera dei magistrati, se pur in aspettativa, cioè sollevati dal loro incarico, in quanto candidati a una carica politica. Ma certamente ciò non giustifica la follia in atto. E comunque se il tendenziale corporativismo dell’ordine giudiziario è il prezzo da pagare per autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, allora ci si convive senza troppe riserve, dato che il magistrato è la persona che ha il potere giuridico e la legittimazione sociale di disporre delle sorti delle persone.

Ma le aspirazioni dell’attuale maggioranza di governo vanno ben oltre allo stravolgimento istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, presentato dal governo il 30 giugno 2008 e approvato alla Camera dei Deputati il 11 giugno 2009, è fermo al Senato. Il testo è stato ideato ufficialmente per porre fine all’abuso da parte delle magistratura delle intercettazioni e per evitare che la privacy dei cittadini venga continuamente violata. Anche in questo caso si tratta di menzogne o comunque di parole dettate da ignoranza. In realtà, ogni anno, vengono emessi circa 75.000 decreti per intercettare apparecchi telefonici appartenenti anche alla stessa persona: abbondando, le persone davvero intercettate sono circa 80.000. I magistrati ne calcolano, invece, 20-30.000; in ogni caso, un’esigua minoranza della popolazione. Le varie disposizioni del ddl regolamentano l’utilizzo delle intercettazioni, in modo da renderle praticamente inutili. Per prima cosa non si potrà più intercettare per reati puniti con meno di 10 anni di reclusione, salvo quelli contro la pubblica amministrazione: truffa, furto, rapina, reati economico-finanziari, reati ambientali, associazione per delinquere, sequestri di persona, sfruttamento di prostituzione, estorsione, reati ambientali sono solo alcuni dei tanti reati che, in questo modo, non potranno più essere scoperti tramite le intercettazioni. Altro punto forte del ddl sta nel fatto che le intercettazioni non potranno essere utilizzate per più di tre mesi l’anno: ai criminali servirà semplicemente aspettare il novantesimo giorno, per poi continuare a delinquere tranquillamente con la certezza di non essere più beccati, almeno non al telefono. Ma la genialità di Alfano raggiunge il suo massimo con la disposizione, per cui l’intercettazione potrà essere utilizzata solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: un non-senso, dato che l’intercettazione è lo strumento principe per ottenere un indizio di colpevolezza e nel momento in cui il PM detiene già indizi di colpevolezza, l’intercettazione gli sarà inutile. In poche parole i criminali rimarranno impuniti. E non solo: chiunque pubblicherà atti giudiziari, atti pubblici, rischia l’arresto fino a due mesi o un’ammenda fino a dieci mila euro. Il diritto a informare e ad essere informati viene così soppresso. Ma questo ddl non sfascerebbe il sistema giudiziario. Ci pensa, allora, quello sul cosiddetto “processo breve”, già approvato al Senato il 20 gennaio 2010 e ora all’esame alla Camera. La ratio di tale riforma del processo penale consiste nel garantire tempi certi della durata dei processi. Si sono stabiliti dei tetti massimi: per i reati con pena inferiore ai 10 anni, 3 anni in primo grado, 2 anni per il secondo grado e un anno e 6 mesi per la Cassazione; per i reati con pene pari o superiori ai 10 anni, 4 anni in primo grado, 2 anni in secondo grado e un anno e 6 mesi in Cassazione; per i reati di mafia e terrorismo, 5 anni per il primo grado, 3 in secondo grado e 2 anni in Cassazione. Non si capisce, però, come può far abbreviare i tempi dei processi scrivere in una legge che devono durare meno di quanto durino attualmente: non serve l’erogazione di mezzi, risorse e uomini per farli durare meno; basta semplicemente scriverlo sulla Gazzetta Ufficiale. Logico ed efficace.


Tutte queste riforme nascono per porre fine non ai problemi degli Italiani, ma ai problemi di Silvio Berlusconi. Tutti questi progetti sono miserabili tentativi di fare in modo che il premier eviti la condanna e che non si gridi allo scandalo. Solo alla luce di queste considerazioni, si comprendono appieno i motivi di tutte questi progetti, la cui oggettiva utilità potrebbe essere sostenuta solo da un pazzo: la revisione costituzionale serve a zittire la magistratura e assoggettarla alle volontà degli organi politici, ovvero Governo e Parlamento; il ddl sulle intercettazioni è stato scritto per evitare scandali sessuali, dopo le voci sulle intercettazioni piccanti tra Silvio e il suo passatempo del momento, la ministra velina, ed è stato rievocato dopo lo scandalo delle intercettazioni di Trani; il processo breve, oltre che costituire un ottimo sonnifero per l’opinione pubblica, cancella tutti i processi in corso a carico del premier e verrà utilizzato come minaccia alle opposizioni, se queste non accetteranno un lodo Alfano costituzionale. L’intera macchina statale è bloccata e asservita a Berlusconi.

Il sistema giudiziario ha ben altri problemi da affrontare: la esasperante lunghezza dei processi, la carenza di risorse e uomini, la esagerata estensione della giurisdizione penale anche per ambiti di scarsa offensività sociale, esigue garanzie di difesa per le fasce più deboli e meno abbienti della popolazione. E le risposte a tali problemi non sono neanche così complicate da trovare: riorganizzazione sistematica degli organici, adeguamento delle risorse alla domanda effettiva di giustizia, depenalizzazione di ciò che non ha più bisogno di tutela penale, rafforzamento della magistratura onoraria. Senza poi considerare un altro grandissimo problema: quello relativo al continuo e costante disinteresse per i diritti calpestati dei carcerati che, in Italia, vengono trattati come bestie, come rifiuti umani.

Inutile discutere di tutto questo, quando Berlusconi ha i suoi problemi cui pensare. Quando l’imperatore ha i suoi crucci, la priorità per tutti dev’essere parargli il culo.

Altro che riforma della giustizia. Qua c’è solo ingiustizia. È una riforma dell’ingiustizia.

P&L
Tom

Ultim’ora

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Berlusconi in Tribunale durante un processo per mafia.

Ultim’ora – Il Presidente Berlusconi è stato stamattina rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta Mediatrade-Rti. Nuovo processo dunque, con l’accusa di evasione per 8 milioni di euro e appropriazione indebita di 34 milioni di dollari. Tuttavia il leggitimo impedimento sospenderà il nuovo processo per 18 mesi, scaduti i quali ne resteranno sei per emettere una sentenza, nel caso non certo improbabile in cui il processo breve, già approvato in Senato, venga approvato anche alla Camera. Chi consosce un minimo i tempi della macchina giudiziaria italiana converrà nell’impossibilità di istruire un processo e giungere fino alla sentenza in sei miseri mesi. nO WaY

Francesco Dal Moro

Nuovi processi, nuove scappatoie – di Francesco Dal Moro

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Oggi il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, o Ponzio Pilato come suole definirlo Di Pietro, ha firmato l’ennesimo atto di un governo che lavora per una singola persona molto più che per gli altri 59.999.999. Il legittimo impedimento è stato dunque promulgato. Questo consente ai componenti del Consiglio dei ministri di sospendere processi pendenti per 18 mesi. Decontestualizzando, questa norma avrebbe un senso. È nei diritti della persona la possibilità di seguire e organizzare la propria difesa, e questa tesi decontestualizzata è quella fornita dagli avvocati del premier. Peccato che ogni circostanza richieda il contesto, e il contesto, tanto per cambiare, è opaco e gremito di ipocrisie. Tralasciamo il fatto che ministri e premier, in uno Stato funzionante, dovrebbero essere immacolati, e non di certo inquisiti o condannati. Così non è, e non solo in Italia, e non possiamo che prenderne atto. Concentriamoci piuttosto sul caso specifico, sul contesto per l’appunto. Il presidente del Consiglio è imputato in diversi processi, in nessuno dei quali si è mai degnato di presentarsi. Il lodo Alfano sembrava avergli fornito l’ennesima via di fuga, non fosse per la bocciatura occorsa in Ottobre con sentenza della Consulta, con sei voti incredibilmente contrari alla stangata e un giudice della Corte Costituzionale a cena con il premier la sera prima delle votazioni, a dimostrazione che anche i successi della democrazia, in Italia, portano inesorabilmente delle macchie.

Fallito il lodo Alfano, dicevamo, si è tentato con una riforma della giustizia ad ampio raggio, comprendente, tra le varie, la separazione delle carriere di PM e giudici – rendendo i pubblici ministeri autonomi dal CSM senza tuttavia collegarli ad altri organi indipendenti, li pone di fatto in subordinazione alla Polizia, e quindi al Ministero dell’interno, dunque all’esecutivo -, e il processo breve già approvato in Senato. Quest’ultimo pretende di accorciare i processi penali abbassando i limiti della prescrizione per grado e non riorganizzando le scarse risorse a disposizione della magistratura, vera causa dell’apocalittica attesa di una sentenza, con un po’ di tagli al sistema giudiziario di contorno, il che porterà inevitabilmente a prescrizioni su prescrizioni, ovvero non-sentenze, migliaia di condanne mancate a evasori, corruttori, ma anche assassini o rapinatori (casualmente due processi del premier finirebbero immediatamente in prescrizione, insieme ai processi Cirio e Parmalat su tutti, in cui milioni di italiani hanno perso i loro risparmi). È dunque di facile intuizione quale sia lo scopo di tutte queste riforme e controriforme, in cui rientra il legittimo impedimento che oggi è divenuto legge. L’imputato non si presenta mai ai processi, ma ne chiede ugualmente la sospensione perchè non può presentarsi a causa di impegni politici! Il paradosso è evidente.

Magari qualcuno spera che, prescritti questi due processi grazie al legittimo impedimento, Berlusconi si dia pace e ricominci a condurre i lavori di governo, e del parlamento, in una direzione utile al paese e non a sé, risparmiando magari la macchina giudiziaria da tagli e riforme salva criminali. Chi vi scrive nutre seri dubbi a riguardo, perchè il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nuovi processi, nuove scappatoie.

WOOOLFTAIL

Sul piatto della bilancia

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

I giudici sono soggetti soltanto alla legge. L’art. 101 comma bis della costituzione italiana, così recitando, non ha bisogno di ulteriori chiarimenti, e di questo ringraziamo sentitamente l’Assemblea Costituente. Da un po’ di tempo a questa parte, per l’esattezza da ottobre 2009, in concomitanza con la stangata del lodo Alfano, sono ricominciate a piovere in testa ai magistrati italiani aspre critiche di violazione del sopracitato art. 101.2. Se in passato l’indice d’accusa puntava contro singoli giudici, o categoria di giudici, oggi l’indice, quello di Berlusconi e discepoli, indica la magistratura, e la ritrae come un unico ente politicizzato e contro di lui. I termini si sono sprecati: “eversivi”, “golpisti”, “estremisti di sinistra” (chiedere a Nicoletta Gandus, giudice che ha osato presiedere il collegio giudicante del processo Mills). L’accusa non si limita alla magistratura (nel cui calderone sono inclusi tutti, giudici della Consulta, ordinari, chissà, magari anche quelli amministrativi) ma si propaga come un’epidemia tra un’Istituzione e l’altra, tra cui quella del Presidente della Repubblica. Insomma, Berlusconi propone una legge di vitale importanza, e la consulta gliela boccia; non fa in tempo a salvarsi in corner con la prescrizione, che nuovi processi con lui imputato vengono istruiti, sme, Mills, Mediatrade per citare i più freschi. Ciò non bastasse, spuntano collaboratori di giustizia (i volgarmente chiamati pentiti, vedi Ciancimino jr.,o lo stesso Riina) che iniziano a fare i nomi delle controparti nelle trattative tra mafia e Stato nei primi anni 90, e, considerando che la parte mafiosa è già stata condannata, i nomi che scottano sono proprio quelli trattavano come nunzi dello Stato, e guarda a caso al premier fischiano sempre di più le orecchie. All’alba dell’anno giudiziario, sui piatti della bilancia, immagine tanto cara proprio alla Giustizia, stanno Berlusconi sul primo, e più ampiamente il sistema politico da lui creato, e il sistema giudziario sul secondo. Se, la bilancia pendesse verso il primo piatto, allora non solo il comma due, ma l’intero 101, che prevede al primo comma l’amministrazione della giustizia in nome del popolo, sarebbe screditato, e più generalmente gli interi titoli II, IV, e VI della costituzione, relativi a Presidente della Repubblica, Magistratura e Garanzie costituzionali in generale. Insomma, un intero ordinamento fallito, i cittadini non potrebbero contare sulla giustizia, e sulla garanzie poste su di essa. D’altro canto, se tutte le azioni intraprese dalla magistratura italiana verso, e non contro, Berlusconi, fossero lecite e fondate, allora, sarebbe lecito aspettarsi una devastazione politica senza precedenti, dove una terza Repubblica non sarebbe sufficiente a guarire un sistema lacerato dalle prime due, prospettando scenari a dir poco inquietanti, in quanto non un uomo verrebbe condannato, ma un intero sistema politico, mediatico, finanziario e quant’altro. La realtà è che di fatti la magistratura ne ha accertati, ma prescrizione e leggi mirate hanno mantenuto la fedina penale del Presidente-imprenditore-operaio-editore-giornalista-e così via, intonsa come una vergine sacrificale, salvando, fino ad ora, quella grossa fetta di società che verrebbe meno con la sua carica. Senza riprendere avvenimenti, giudiziari e non, che non appartengono più alla cronaca ma alla Storia, (o all’oblio) guardiamo ai giorni d’oggi e cosa vediamo? Legittimo impedimento e processo breve, con contorno di accuse d’ogni sorta ai magistrati nel piatto di Berlusconi, e aspre critiche a questi provvedimenti, nonché alle diffamazioni subite sul secondo piatto. Il legittimo impedimento suscita in me alcuni dubbi, per il semplice fatto che Berlusconi non ha mai presenziato ai suoi processi, e la difesa è organizzata dalla suo stormo di avvocati, capeggiati da Ghedini. Quindi ha poco senso lamentare di non poter essere presente a un’udienza, chiedendone il rinvio, a causa di impegni politici. Quelli, ahimè, li avrà sempre, e continui rinvi, come ben sa, possono aiutarlo a raggiungere la prescrizione. Quanto al processo breve, approvato al Senato, e congelato alla Camera fino a primavera, si presenta come una legge salva Silvio attraverso le parole del suo stesso entourage, oltre che attraverso le svariate considerazione già dibattute dagli stessi politici. Gasparri, per esempio, in risposta alla critica della conseguente prescrizione di processi come Cirio e Parmalat e altri simili, sostiene convintamente che solo l’1% dei processi penali subirà tale conseguenza. 1% in cui, casualmente, rientrano i processi pendenti a carico Berlusconi. Forse Gasparri non ha ben chiaro, che non è del tutto opportuno, o perchè no, costituzionale, passare mesi di lavori alle Camere per una legge che riguardi l’1%, sia esso dei cittadini o dei processi penali. Legge ad personam dunque. La naturale conclusione, è che tale sequenza di leggi ad personam, ripartita dal fallito lodo Alfano e che finirà solo quando Silvio avrà sistemato tutti i suoi guai, se ma vi riuscirà, non sia altro che la prova di una colpevolezza inammissibile e inaccettabile, e che ingiustamente la Giustizia è passata da bilancia a peso da bilanciare, alla pari di un singolo uomo, e di quello che ha creato.