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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘intercettazioni’

La democrazia italiana derogata per la 34^ volta – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 9th, 2010

Per la trentaquattresima volta in due anni, il governo pone la fiducia su un disegno di legge.

Qualcuno di voi conoscerà il significato della questione di fiducia, molti no, molti quando sentono parlare della fiducia posta su una legge non capiscono cosa realmente sia successo.

La questione di fiducia è uno strumento, regolamentato dalle Camere, previsto in casi di urgenza e per le questioni più delicate di una legislatura, attraverso il quale il governo “ricatta” in questi termini i suoi componenti: o la legge gravata da fiducia viene approvata dal Parlamento, o il governo cade.

Il voto con fiducia è inoltre nominale, e non segreto come le altre votazioni. Dunque qualsiasi membro della maggioranza deve dichiarare pubblicamente non tanto se sia favorevole o meno alla legge sotto esame, quanto se voglia la caduta o la tenuta del suo governo.

Logicamente, il membro di governo contrario a una legge, vota per la sua approvazione giacchè non vuole perdere la maggioranza e l’incarico.

Quasi tutte le democrazie occidentali consentono questa procedura, affinchè, divisioni interne a una maggioranza, non ne paralizzino quei programmi cardine per i quali questa esiste, per i quali gli elettori le hanno affidato le chiavi di casa. La differenza, rispetto alle altre democrazie occidentali, è che il voto di fiducia viene mediamente adoperato dai governi quattro, cinque volte al massimo, durante le quadriennali, o quinquennali, legislature, mentre in Italia è stato chiamato in causa ben trentaquattro volte in soli due anni, e chissà quante altre nei prossimi tre.

Ma quale disegno di legge è ora onerato dal voto di fiducia? Il ddl sulle intercettazioni.

La scandalosa legge Bavaglio, contestata in più punti da più rami della maggioranza, oltre che dall’opposizione, dalla magistratura, dall’ordine dei giornalisti, e dall’Italia intera.

Nessuno, all’interno della maggioranza, potrà proporre emendamenti al disegno attuale della legge né potrà votarle contro, benchè vi si sia pubblicamente schierato contro.

Penso ai Finiani, per esempio: o la approvano “così come mamma Alfano l’ha fatta”, o votano a favore della caduta del governo, grazie al quale hanno la presidenza della Camera dei deputati.

Questo abuso della Costituzione, alla pari dell’abuso che viene fatto dei decreti legge, è una classica anomalia all’italiana, e solo dagli italiani tollerabile.

Il voto di fiducia è una sorta di deroga alla democrazia parlamentare, per questo le altre nazioni s’astengono dall’abusarne; sempre per questo l’antidemocrazia Berlusconiana continua a farne invece un vergognoso uso.

Quando una democrazia viene derogata trentaquattro volte in due anni, evidentemente diventa lei stessa la deroga, l’eccezione all’assolutismo.

WOOLFTAIL

Silenzio, si truffa! – di Federica Berra

Posted By grim on maggio 24th, 2010

Martedì 18 maggio la Commissione Giustizia del Senato ha dato il via libera alle norme che acuiscono le pene per quei giornalisti che pubblicano “atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione” o “intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche”; i tapini potrebbero rischiare addirittura il carcere, mentre a quegli sconsiderati editori che decidano di pubblicarli toccherebbe una multa per un’irrisoria cifra che andrà da 64.500 a 464.700 euro.
Il disegno di legge-bavaglio sta quindi marciando a passo spedito verso la sua metamorfosi in legge vera e propria, nonostante la mole di opposizioni che arrivano da ogni direzione. Dagli editori (tranne significativamente Einaudi e Mondadori), che si schierano nettamente contro quella che tirando le somme, non potrebbe che diventare una forma di censura preventiva; all’Anpf, l’Associazione nazionale dei funzionari di polizia, il cui segretario Enzo Letizia dichiara che “il decreto Alfano produce effetti ben più devastanti del male che vuole prevenire.” . Infatti a causa della durata massima delle intercettazioni, ovvero 75 giorni, diventano “a rischio le indagini sulla criminalità predatoria, economica, e sui reati contro la pubblica amministrazione. Tale limite renderà quasi impossibile catturare pericolosi latitanti e difficilissime le indagini per omicidio.” Anche il governo americano aggrotta le sopracciglia di fronte all’indebolimento che questa legge causerà al lavoro dei magistrati; Lanny Breuer, vice-sottosegretario del Dipartimento Penale Usa con delega per la lotta alla criminalità organizzata, nel corso di un incontro con la stampa all’ambasciata americana a Roma prende posizione sulle intercettazioni, definite “strumento essenziale delle indagini”. Alla Fiera Internazionale del Libro da poco svoltasi a Torino numerosi sono stati i personaggi di rilievo nel panorama pubblico a schierarsi contro l’annichilimento che si vorrebbe imporre ai media italiani: dai giornalisti-scrittori Peter Gomez e Marco Travaglio, alla giornalista Barbara Spinelli, al Procuratore Generale di Caltanissetta Roberto Scarpinato, all’avvocato Katia Malavenda, all’ex-presidente della Corte Costituzionale  Gustavo Zagrebelsky; personaggi provenienti da ambienti differenti, uniti nel nome della libertà e del buon senso. Addirittura Feltri, il direttore de “Il Giornale”, parla di legge liberticida! E poi Italia Dei Valori, Sinistra Ecologia e libertà, i Verdi, uniti venerdì 21 in un sit-in davanti alla Camera insieme alle associazioni Popolo Viola, Articolo 21, Valigia Blu, in protesta contro quello che Stefano Rodotà, ex-garante della privacy definisce “un cambiamento di regime”.
Facciamo un attimo il punto della situazione: cosa dice questo contestatissimo disegno di legge?
In breve, per quanto riguarda le indagini dei magistrati:
- le intercettazioni diventano possibili sono in presenza di gravi indizi (ed  è così anche ora) ma solo se assolutamente indispensabili alle indagini. Ciò significa che il Pm dovrà avere prove contro l’indagato prima di richiedere l’intercettazione; peccato che l’intercettazione era proprio il modo per avere quelle prove di colpevolezza irreperibili in altri modi. E tutto ciò anche nei confronti dei tabulati (documentazione che non viola certo la privacy)e delle microspie. I nostri Pm per fare un’indagine attraverso un’intercettazione dovranno avere prove pre-prova e dovranno essere sicuri che in quel luogo si stia commettendo un reato. E’ davvero un peccato che Nostradamus non sia vivo ai giorni nostri;
- l’intercettazione sarà possibile solo con l’autorizzazione del Tribunale collegiale, per cui non basterà più il pronunciamento del giudice per le indagini preliminari, ma occorrerà il parere di tre giudici riuniti. Quindi, basta il Gip per autorizzare un atto come l’arresto, ma ce ne vorranno ben tre per mettere un telefono sotto controllo, per sistemare una microspia o per richiedere un tabulato.  Inoltre ogni richiesta dovrà essere vagliata dal tribunale del distretto competente, per cui a prendere la decisione non saranno i magistrati dello stesso ufficio giudiziario, ma dovranno pronunciarsi quelli del capoluogo distrettuale. Una norma come questa determinerà un aumento di costi di proporzioni non trascurabili viste le carte che dovranno essere trasportate avanti e indietro da un tribunale all’altro. Una giustizia ed una nazione senza soldi dettano una legge che produrrà inevitabilmente ed ovviamente altri inutili e pesanti costi. Tutto torna in quest’Italia al contrario;
- per quanto riguarda le intercettazioni ai parlamentari, l’autorizzazione alle Camere va chiesta anche se il politico parla sull’utenza di terzi; quando si ascolta la voce di un parlamentare durante la conversazione di un indagato, ogni atto deve essere secretato e custodito in archivio e per proseguire nell’ascolto ci vuole l’ok delle Camere;
- diventa impossibile intercettare un sacerdote senza avvertire l’autorità ecclesiale. Sentivamo proprio il bisogno di difendere quella vita privata dei nostri preti che negli ultimi mesi si è dimostrata davvero irreprensibile.
Per quanto riguarda invece la stampa:
- è vietato dare notizie su qualsiasi atto anche non segreto fino alla fine dell’udienza preliminare. Dunque fino al rinvio a giudizio, cioè al processo, sarà impossibile per gli organi di informazione mettere il lettore al corrente delle inchieste giudiziarie fino alla loro conclusione. Non si potrà scrivere su casi giudiziari scottanti come quelli che coinvolgono politici e pubblici funzionari disonesti. Ad oggi noi non sapremmo nulla dei vari accadimenti che hanno visti coinvolti l’ormai ex-ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola, il direttore del dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei ministri Guido Bertolaso e l’imprenditore Diego Anemone, il coordinatore nazionale del Popolo Delle Libertà Denis Verdini e chi più ne ha più ne metta;
- niente riprese durante i processi senza il consenso di tutte le parti (vietate anche le immagini);
- sono vietate registrazioni e riprese senza l’autorizzazione preventiva dell’interessato (la cosiddetta “Norma D’Addario”); si rischia fino a 4 anni di carcere. Si farà eccezione nei casi in cui le registrazioni verranno fatte per la sicurezza dello Stato, o per dirimere una controversia giudiziaria o amministrativa.
- non è perseguibile il giornalista autore di registrazioni o riprese video all’insaputa dell’interessato. L’eccezione è finalizzata a garantire ai professionisti il diritto all’informazione sancito dall’articolo 21 della Costituzione. L’unica condizione posta, naturalmente, è che le riprese vengano utilizzate davvero a fini di cronaca.
Qualcosa ovviamente non torna. Metaforizziamo la situazione: una legge può essere paragonabile a quel tutore che viene inserito quando ci si rende conto che c’è una frattura da curare. In questo caso, giuridicamente, qual è questa frattura?
La privacy, è la risposta. La privacy che non è stata opportunamente rispettata da questi incoscienti giornalisti che si rifanno alla tradizione sensazionalistica di una penny press americana di oltre cent’anni fa.
Quindi tutto questo viene fatto per noi cittadini, perché dopotutto siamo in una democrazia in cui i nostri rappresentanti lavorano affinché i nostri diritti vengano rispettati.
Curioso, perché le ultime notizie pubblicate ricavate da intercettazioni non raccontavano della signora Rossi che svela all’amica Marietta il segreto della sua ricetta per la Tarte Tatin; erano invece storie sulla corruzione della nostra classe dirigente, quella stessa classe dirigente che oggi si batte per la nostra privacy. Quella stessa classe dirigente di cui fa parte Daniela Santanchè, sottosegretario per l’Attuazione del programma di governo, che nel corso della trasmissione Mattino Cinque ha dichiarato: “Che senso ha intercettare un mafioso mentre parla con la madre? E’ un abuso”.
E’ giusto che la privacy non venga violata, ma una legge come questa vuole semplicemente togliere ai magistrati uno strumento per scoprire le malefatte delle “bande della corruzione”. Per proteggere la privacy, si poteva restringere la possibilità di fare intercettazioni o imporre ai Pm regole più rigide nella gestione degli atti (verbali, registrazioni di telefonate, perizie, dati di sequestri), nella distinzione tra quelli necessari e quelli non necessari o riguardanti terze persone solo casualmente finite nell’inchiesta e solo allora punire con maggior rigore chi avesse violato, talpa o giornalista, l’archivio riservato.
Poche settimane fa Freedom House (l’associazione che ha come obiettivo la promozione della democrazia liberale nel mondo) ha significativamente pubblicato il suo rapporto annuale, che classifica l’Italia, per quanto riguarda il livello di libertà democratica, al settantaduesimo posto, insieme a Benin, Hong Kong e India. Alcuni dei paesi che ci precedono sono Tonga, la Slovenia, il Mali, l’Uruguay, la Lettonia, il Cile. Nell’Europa Occidentale l’Italia è al ventiquattresimo posto, seguita solo dalla Turchia.
Siamo evidentemente di fronte all’ennesima legge ad personam, ad un vero e proprio embargo sull’informazione; se dovesse passare (viste le incredibili multe che nessun giornalista o editore sarà in grado di sostenere) non sapremmo più nulla della vita pubblica, di quella Res Publica che ci appartiene di diritto.
Votare non è l’unico modo per esercitare la democrazia; è giusto che la popolazione italiana sappia chi ha messo a sua rappresentanza. Un politico è solo una persona a cui il popolo affida un determinato potere di modo che egli protegga gli interessi dei cittadini; per essere scelto deve possedere caratteristiche particolari, deve spiccare in mezzo agli altri per moralità e capacità, deve essere un esempio.
Visto che però non siamo nel mondo fatato di Utopia in cui tutto è come dovrebbe essere, dobbiamo poter controllare che chi abbiamo sistemato al governo faccia ciò per cui è stato scelto. Nel momento in cui egli invece di fare i nostri interessi fa i propri, la suddetta persona smette di rappresentarci. Nel momento in cui smette di rappresentarci non hai più il diritto di essere al governo e scaduto il suo mandato deve essere votato un politico migliore che lo sostituisca. Per poter agire in questo modo però, dobbiamo poter valutare l’opportunità politica di un parlamentare, dobbiamo poter selezionare i nostri rappresentanti sulle basi del rischio “corruzione e malaffare”. Dobbiamo sapere se coloro che dovrebbero fare gli interessi della popolazione italiana sono effettivamente in grado di farlo.
Se questa legge passerà tutto questo non sarà più possibile.
Tocqueville nel suo “Democrazia in America” (1835-1840) affermava che “in un paese in cui regni apertamente il dogma della sovranità del popolo, la censura non è solo un pericolo, ma anche una grande assurdità. […] Sovranità del popolo e libertà di stampa sono due cose interamente correlate.”
E’ giusto allora, caro Alexis, che ci venga tolta la seconda, visto che quella sovranità con cui va di pari passo l’abbiamo persa ormai da un pezzo.
Fred

Firma la petizione contro la legge
http://nobavaglio.adds.it/

La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 24th, 2010


Giustizia. Una parola che racchiude in sé una miriade di significati e accezioni. Una parola che nella storia dell’uomo ha suscitato dibattiti e discussioni e che sempre ne susciterà. Cosa è giusto? Chi lo decide? “Giustizia” è un concetto assoluto? O relativo? La giustizia è naturale? Divina? O umana? L’unica certezza risiede nel fatto che questi quesiti sono nati in base a un’esigenza umana, quella della pacifica convivenza sociale. Ed è proprio in virtù di questo bisogno che dalla rivoluzione illuministica e borghese sorge, per la prima volta nella storia, il concetto che sia l’uomo stesso a determinare cosa sia giusto o meno, per mezzo dei propri rappresentanti democraticamente eletti. Fuori, allora, la divinità, la natura o qualsiasi entità trascendente che detti la retta via da seguire. La giustizia passa ora per il diritto, inteso come legge formale, cioè come prodotto della volontà popolare, il diritto torna ad essere “ars boni et aequi”, il diritto è prodotto dello stato: costituzione, leggi e decreti ministeriali diventano così i provvedimenti legittimati a definire la giustizia.

Non si può, allora, non considerare che, oggi, il termine “giustizia” è altamente abusato: se si parla di giustizia istituzionale, bisogna riferirsi alla magistratura, deputata a far rispettare la legge, e al Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dell’ordine giudiziario; il diritto processuale definisce le modalità di svolgimento del processo, strumento necessario al conseguimento di una sentenza, il provvedimento principe per l’applicazione della legge; e infine vi è l’aspetto organizzativo delle sedi giudiziarie, dai tribunali, alle cancellerie, dalle carceri, alle procure. Più propriamente allora bisogna discutere di amministrazione della giustizia, o meglio, amministrazione degli organi istituzionali, degli strumenti processuali e delle sedi giudiziarie, volti al rispetto della legge. E non è solamente una questione terminologica, non si tratta semplicemente di separare i concetti filosofici di giustizia dai tentativi umani di raggiungere un’equa e pacifica convivenza sociale; c’è, invece, molto di più: parlando di “amministrazione” si comprende molto meglio che in ballo ci sono persone che attendono speranzose il risarcimento per un danno sofferto, imputati innocenti che rischiano il carcere, dipendenti pubblici sotto stipendiati, detenuti che attendono condizioni migliori di vita carceraria. Per tutte queste ragioni, la cautela dev’essere massima quando si parla di “riforma della giustizia”; ed è anche per tutte queste ragioni che le riforme che questo governo intende attuare sono lontanissime dal risolvere i problemi che il sistema giudiziario italiano si trascina dietro da anni.

I tre punti cardine della riforma della giustizia sono la riforma costituzionale della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura, il disegno di legge sulle intercettazioni e quello sul cosiddetto “processo breve”.

La magistratura è politicizzata, arbitraria, ingiusta e gli organi giudicanti sono spesso in combutta con il pubblico ministero, il quale lancia accuse contro chiunque gli sia politicamente inviso. “Riequilibrare” il rapporto tra magistratura e politica ed eliminare le temute toghe rosse. Questi i motivi ufficiali che hanno spinto l’attuale maggioranza di governo a volere una riforma costituzionale. Riforma che, quindi, nasce già per motivi assurdi, dato che, anche se ogni singolo magistrato seguisse il proprio orientamento politico per emettere le proprie sentenze, il problema riguarderebbe, comunque, i parlamentari e i membri del governo, gli unici di cui è noto l’orientamento politico, ovvero una piccolissima parte della popolazione, la casta: nessun magistrato potrebbe mai conoscere le opinioni politiche delle parti in causa. Primo punto della riforma costituzionale atterrebbe alla separazione delle carriere di giudice e PM, i quali, oggi, fanno parimenti parte dell’ordine della magistratura, godendo, quindi, delle stesse garanzie di autonomia, indipendenza e imparzialità. La separazione delle carriere, quindi, vieterebbe il passaggio da PM a giudice e viceversa, garantendo, a detta dei sostenitori della riforma, parità tra accusa e difesa, la quale, attualmente, sarebbe svantaggiata dalla complicità tra l’accusa e il giudice. Questa teoria denota tutta la malizia dei sostenitori della riforma, secondo i quali la semplice amicizia personale inficia necessariamente il ruolo professionale e induce al non rispetto della relativa deontologia; anzi, proprio in funzione di tutti questi sospetti di favoreggiamenti nei confronti del PM (non si capisce bene quale beneficio ne trarrebbe, dato che l’avanzamento di carriera non è conseguente al numero di sentenze di condanna), spesso i giudici sono più rigorosi e severi nei confronti dell’accusa. Basta, comunque, osservare la realtà, che ci mostra che le assoluzioni sono in media le stesse degli altri Paesi, in cui vige un sistema di separazione delle carriere; secondo questa logica, allora, dovrebbero essere considerati tutti i rapporti di colleganza e bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici per le indagini preliminari (GIP), dei giudici di primo grado, dei giudici d’appello, dei giudici di cassazione e così via. Il dibattito è totalmente inutile: di fatti, attualmente, ai fini del passaggio di funzione, la legge prescrive già il trasferimento di regione, rigorosa condizione, studiata per evitare combutta tra i colleghi magistrati. Il punto è che, separando le carriere, si vuole svantaggiare la figura del PM, il quale verrebbe ridotto, in questo modo, a semplice avvocato d’accusa e perderebbe tutte le garanzie, di cui oggi gode, in quanto magistrato. Mi spiego. Oggi il PM, in quanto magistrato, dev’essere imparziale di fronte ai soggetti che indaga: quindi, nel momento in cui trova prove che inchiodano l’imputato, dovrà sostenere l’accusa davanti all’organo giudicante; se, invece, trova prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, dovrà chiedere l’archiviazione del processo. Insomma, deve compiere le stesse imparziali valutazioni che compie il giudice; l’unica sostanziale differenza è che quest’ultimo ha il dovere di valutare anche le prove e le testimonianze della difesa, ponendosi come terzo di fronte a questa. Con la separazione delle carriere, il PM, come già detto, diventerebbe un semplice avvocato dell’accusa: dovrebbe cioè esclusivamente sostenere una linea accusatoria, senza l’obbligo di valutare eventuali prove scagionanti e scegliendo, quindi, arbitrariamente gli elementi utili alle sue congetture. Altro che parità tra accusa e difesa: quest’ultima non avrebbe sicuramente a disposizione gli stessi mezzi e risorse della pubblica accusa e sarebbe così svantaggiata. Queste le conseguenze della separazione delle carriere. E le si possono capire, considerando che lo scopo reale di tutto questo consiste nell’evitare il controllo giudiziario sugli esponenti politici, che non si accontentano della poltrona, ma pretendono anche l’impunità. Lo dimostra bene il fatto che alla separazione delle carriere seguirebbe lo sdoppiamento del CSM; il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura, cui, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, spettano le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati: è, quindi, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da ogni interferenza esterna e soprattutto dal potere esecutivo, storico nemico dell’indipendenza della magistratura. L’intento del governo è la creazione di due CSM, uno competente per i magistrati giudicanti, del tutto simile a quello attualmente esistente e un altro competente per i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria; il problema, oltre all’inutilità di creare un ulteriore organo amministrativo e burocratico, consiste nel fatto che questo CSM sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia: siamo allo stravolgimento delle fondamenta delle attuali democrazie occidentali, in quanto l’esecutivo controllerebbe gli organi giurisdizionali, sovvertendo il principio della separazione dei poteri. A tutto questo si aggiunge altro: il progetto di revisione costituzionale vorrebbe introdurre la discrezionalità dell’azione penale, sostituendola all’obbligatorietà della stessa, sancita all’art. 112 della Costituzione; nonostante le apparenze, la ratio dell’obbligo dell’azione penale è uno strumento fondamentale per garantire l’uguaglianza tra i cittadini: il pubblico ministero, di fronte a una notizia di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al riguardo, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, dall’orientamento politico o dalla condizione sociale dell’indagato. Invece, con la discrezionalità dell’azione penale, si darebbe priorità all’indagine di certi tipi di reato rispetto ad altri; e tale discrezionalità, sempre secondo i progetti di riforma, non spetterebbe al PM, cosa già di per sé deplorevole, ma al Parlamento, il quale, per legge, stabilirebbe le priorità che la pubblica accusa dovrebbe seguire nelle indagini; non solo, quindi, violazione del principio di uguaglianza, ma anche violazione del principio della separazione dei poteri. Quindi, ad esempio, il legislatore potrebbe stabilire che, in caso di notizia di reato commesso da un parlamentare, da un membro del governo o da un qualsiasi pubblico ufficiale, l’indagine dovrebbe aspettare che il soggetto si spogli delle vesti dell’incarico che ricopre, prima di poter essere aperta. E infine tale riforma costituzionale toccherebbe, persino, la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente, ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, tale organo è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto, di diritto, dal primo presidente e dal procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri sono eletti, per due terzi, da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento. In questo modo, il CSM è effettivamente rappresentativo dei magistrati e allo stesso tempo, per la presenza di membri laici, cioè non togati, non rischia di diventare un organo corporativo ed auto-referenziale dell’ordine giudiziario. La riforma introdurrebbe un sorteggio preventivo all’elezione dei membri eletti, poi, dai magistrati, per, così si dice, stroncare il correntismo all’interno della magistratura, ritenuto la vera causa della politicizzazione della stessa. Il che risulta palesemente incostituzionale, dato che la Costituzione parla espressamente di “elezione” e quindi di pieni diritti all’elettorato attivo (poter scegliere liberamente i propri rappresentanti) e all’elettorato passivo (libertà individuale di candidarsi).

Uno stravolgimento costituzionale, volto all’annichilimento della magistratura. Lungi da me una mitizzazione giustizialista della magistratura, che costituisce anch’essa una casta comunque privilegiata della società; basti pensare a tutti gli avanzamenti di carriera dei magistrati, se pur in aspettativa, cioè sollevati dal loro incarico, in quanto candidati a una carica politica. Ma certamente ciò non giustifica la follia in atto. E comunque se il tendenziale corporativismo dell’ordine giudiziario è il prezzo da pagare per autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, allora ci si convive senza troppe riserve, dato che il magistrato è la persona che ha il potere giuridico e la legittimazione sociale di disporre delle sorti delle persone.

Ma le aspirazioni dell’attuale maggioranza di governo vanno ben oltre allo stravolgimento istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, presentato dal governo il 30 giugno 2008 e approvato alla Camera dei Deputati il 11 giugno 2009, è fermo al Senato. Il testo è stato ideato ufficialmente per porre fine all’abuso da parte delle magistratura delle intercettazioni e per evitare che la privacy dei cittadini venga continuamente violata. Anche in questo caso si tratta di menzogne o comunque di parole dettate da ignoranza. In realtà, ogni anno, vengono emessi circa 75.000 decreti per intercettare apparecchi telefonici appartenenti anche alla stessa persona: abbondando, le persone davvero intercettate sono circa 80.000. I magistrati ne calcolano, invece, 20-30.000; in ogni caso, un’esigua minoranza della popolazione. Le varie disposizioni del ddl regolamentano l’utilizzo delle intercettazioni, in modo da renderle praticamente inutili. Per prima cosa non si potrà più intercettare per reati puniti con meno di 10 anni di reclusione, salvo quelli contro la pubblica amministrazione: truffa, furto, rapina, reati economico-finanziari, reati ambientali, associazione per delinquere, sequestri di persona, sfruttamento di prostituzione, estorsione, reati ambientali sono solo alcuni dei tanti reati che, in questo modo, non potranno più essere scoperti tramite le intercettazioni. Altro punto forte del ddl sta nel fatto che le intercettazioni non potranno essere utilizzate per più di tre mesi l’anno: ai criminali servirà semplicemente aspettare il novantesimo giorno, per poi continuare a delinquere tranquillamente con la certezza di non essere più beccati, almeno non al telefono. Ma la genialità di Alfano raggiunge il suo massimo con la disposizione, per cui l’intercettazione potrà essere utilizzata solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: un non-senso, dato che l’intercettazione è lo strumento principe per ottenere un indizio di colpevolezza e nel momento in cui il PM detiene già indizi di colpevolezza, l’intercettazione gli sarà inutile. In poche parole i criminali rimarranno impuniti. E non solo: chiunque pubblicherà atti giudiziari, atti pubblici, rischia l’arresto fino a due mesi o un’ammenda fino a dieci mila euro. Il diritto a informare e ad essere informati viene così soppresso. Ma questo ddl non sfascerebbe il sistema giudiziario. Ci pensa, allora, quello sul cosiddetto “processo breve”, già approvato al Senato il 20 gennaio 2010 e ora all’esame alla Camera. La ratio di tale riforma del processo penale consiste nel garantire tempi certi della durata dei processi. Si sono stabiliti dei tetti massimi: per i reati con pena inferiore ai 10 anni, 3 anni in primo grado, 2 anni per il secondo grado e un anno e 6 mesi per la Cassazione; per i reati con pene pari o superiori ai 10 anni, 4 anni in primo grado, 2 anni in secondo grado e un anno e 6 mesi in Cassazione; per i reati di mafia e terrorismo, 5 anni per il primo grado, 3 in secondo grado e 2 anni in Cassazione. Non si capisce, però, come può far abbreviare i tempi dei processi scrivere in una legge che devono durare meno di quanto durino attualmente: non serve l’erogazione di mezzi, risorse e uomini per farli durare meno; basta semplicemente scriverlo sulla Gazzetta Ufficiale. Logico ed efficace.


Tutte queste riforme nascono per porre fine non ai problemi degli Italiani, ma ai problemi di Silvio Berlusconi. Tutti questi progetti sono miserabili tentativi di fare in modo che il premier eviti la condanna e che non si gridi allo scandalo. Solo alla luce di queste considerazioni, si comprendono appieno i motivi di tutte questi progetti, la cui oggettiva utilità potrebbe essere sostenuta solo da un pazzo: la revisione costituzionale serve a zittire la magistratura e assoggettarla alle volontà degli organi politici, ovvero Governo e Parlamento; il ddl sulle intercettazioni è stato scritto per evitare scandali sessuali, dopo le voci sulle intercettazioni piccanti tra Silvio e il suo passatempo del momento, la ministra velina, ed è stato rievocato dopo lo scandalo delle intercettazioni di Trani; il processo breve, oltre che costituire un ottimo sonnifero per l’opinione pubblica, cancella tutti i processi in corso a carico del premier e verrà utilizzato come minaccia alle opposizioni, se queste non accetteranno un lodo Alfano costituzionale. L’intera macchina statale è bloccata e asservita a Berlusconi.

Il sistema giudiziario ha ben altri problemi da affrontare: la esasperante lunghezza dei processi, la carenza di risorse e uomini, la esagerata estensione della giurisdizione penale anche per ambiti di scarsa offensività sociale, esigue garanzie di difesa per le fasce più deboli e meno abbienti della popolazione. E le risposte a tali problemi non sono neanche così complicate da trovare: riorganizzazione sistematica degli organici, adeguamento delle risorse alla domanda effettiva di giustizia, depenalizzazione di ciò che non ha più bisogno di tutela penale, rafforzamento della magistratura onoraria. Senza poi considerare un altro grandissimo problema: quello relativo al continuo e costante disinteresse per i diritti calpestati dei carcerati che, in Italia, vengono trattati come bestie, come rifiuti umani.

Inutile discutere di tutto questo, quando Berlusconi ha i suoi problemi cui pensare. Quando l’imperatore ha i suoi crucci, la priorità per tutti dev’essere parargli il culo.

Altro che riforma della giustizia. Qua c’è solo ingiustizia. È una riforma dell’ingiustizia.

P&L
Tom

Calciopoli bis? Sciocchezze – di Francesco Dal Moro

Posted By Tom on aprile 14th, 2010

In un blog che mira a diffondere informazioni, su argomenti attuali e nella maniera più chiara, come lo è il nostro, mi sembra doveroso spendere due righe sulla presunta riapertura di quello scandalo che, quanto mai annunciato, rivoluzionò nel 2006 il calcio italiano. Parlo ovviamente di Calciopoli e dello squallido tentativo in corso di riabilitare personaggi che andrebbero invece cancellati dalla storia.

Nell’ultimo mese, i legali del signor Luciano Moggi hanno portato alla stampa e in tribunale una serie di intercettazioni, a loro dire inspiegabilmente tralasciate ai tempi del processo sportivo del 2006. Le menzionate intercettazioni riguardano Giacinto Facchetti, ai tempi Presidente della squadra F.C. Inter, e Massimo Moratti, patron della stessa, in conversazioni telefoniche con Paolo Bergamo, designatore arbitrale nell’epoca “moggiana”.

Attorno a queste conversazioni si è sollevato un gran polverone; da calciatori e dirigenza juventini, fino a giornalisti e pseudo-giornalisti di ogni testata e trasmissione, un coro unanime si è levato per la restituzione dei due scudetti revocati al team bianconero, condanne all’Inter, riabilitazione sportiva di Luciano Moggi e altre nefandezze d’ogni sorta. Il tutto ancor prima che un qualsiasi collegio giudicante si esprimesse in merito.

Ebbene, cerchiamo di fare chiarezza. Le clamorose intercettazioni ai danni dei dirigenti nerazzurri, facilmente reperibili nel www (ad esempio http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/calcio/201004articoli/26201girata.asp) , vedono il Presidente Facchetti chiedere al designatore un arbitro come Collina, numero uno al mondo, garanzia di legalità ancor prima che di bravura, e il dottor Moratti, sempre in linea con Bergamo, richiedere quanto meno un arbitro internazionale, e non a inizio carriera, dunque facilmente condizionabile da forze esterne.

Le intercettazioni a carico di Moggi, stavolta in linea con Pairetto, l’altro designatore arbitrale (affiancate da: sim svizzere elargite a designatori ed arbitri, numerose auto blu illegalmente a disposizione, episodi di sequestro di persona, vedi la reclusione negli spogliatoi dell’arbitro Paparesta, e innumerevoli altre sporcizie), sempre a disposizione nel web (tra le tantissime: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Sport/2006/05_Maggio/05/intercettazioni.shtml), svelano minacce, auto promesse e regalate, nomi di giocatori avversari da fare squalificare, e una summa di accordi illeciti, sportivamente e legalmente.

Un sistema, una Cupola come si diceva nel 2006, contro due sciagurati che cercavano di tutelarsi con la richiesta di arbitri  internazionali e affidabili, senza peraltro riuscirvi.

Occorre inoltre sottolineare che, per quanto possa essere di malcostume telefonare ai designatori, allora non era illegale farlo, e tutti i dirigenti di Serie A ne approfittavano per alzare la cornetta.

Dunque nessun tipo di violazione da parte dei dirigenti interisti.

Nonostante tutto ciò, è oggi in corso la riabilitazione di un uomo come Luciano Moggi e del sistema da lui creato, correlata all’infangamento di un uomo leale e sportivo qual’è stato Facchetti, impossibilitato alla difesa causa morte soppraggiunta.

Ma d’altronde, nell’Italia in cui vengono riabilitati personaggi del calibro di Mussolini e Craxi, perchè non farlo anche con Moggi?

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