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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘italia’

La Fiat dopo Cristo – di Emilio Fusari

Posted By fred on luglio 29th, 2010

Fra le leggende più o meno vere riguardanti la figura del camaleontico Ad di Fiat Sergio Marchionne, c’è anche quella che vuole che lui, chietino emigrato in Canada con la sua famiglia da bambino, pensi e scriva in inglese per poi tradurlo in italiano, automaticamente quando si tratta di lingua parlata e con l’aiuto di traduttori per quanto riguarda documenti scritti. Si tratta quindi di un uomo che pensa ed agisce “all’americana” quello che oggi si trova a prendere decisioni di vitale importanza per la parte dell’azienda da lui amministrata che opera in Italia, a scapito di decenni di lotte e conquiste nell’ambito del welfare in Europa. E’ forse per questo motivo che, all’ alba del 22 giugno e dell’ esito molto negativo per Fiat del “referendum” nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, il quale obbligava i lavoratori ad accettare condizioni contrattuali precolombiane, pena la fuoriuscita dal paese della produzione (il 36% dei lavoratori ha votato no,nonostante si trattasse di una minaccia),il nostro plaudeva la posizione dei sindacati americani a lui decisamente più accomodanti , ignorando o facendo finta di ignorare che l’America non è l’Europa e non è l’Italia, e che in una realtà con la religione dell’avere e non dell’essere,del turbo capitalismo che mangia tutti e allo stesso tempo a tutti dà la Grande Illusione, un sindacato può, al limite, essere uno scendiletto un po’ meno caldo di altri.

Certamente prevale la sua parte italiana in questi giorni che, una dopo l’altra, sta sganciando le sue bombe sugli operai e sul contratto nazionale del lavoro. Ispirandosi alla vicenda Alitalia di non lontana memoria,ha pensato bene che ciò che non entra dalla porta potrà certamente passare dalla finestra. Ed eccolo, il 19 luglio, registrare alla camera di commercio di Torino la “Fabbrica Italia Pomigliano”,una nuova azienda controllata al 100% da Fiat alla quale affidare tutta la produzione del sito campano, con l’unica differenza che la “newco” non lo accetta quel contratto di lavoro nazionale e quindi può liberarsi finalmente della Fiom e degli ingrati che hanno osato mettersi di traverso sulla higway dell’amministratore delegato. Chiamarlo escamotage è un eufemismo.

Sistemati i riottosi è arrivata l’ora di dare il benservito anche alla rappresentanza delle imprese, ossia a quella Confindustria di cui John Elkan è vicepresidente. Sarà messa all’ordine del giorno di domani la disdetta da parte di Fiat del contratto nazionale dei metalmeccanici con la conseguente uscita obbligata dalla confederazione degli industriali, che obbligano tutte le loro imprese a rispettarlo,pena l’espulsione.

Dopo questo bombardamento ai lavoratori,ai sindacati, alla politica latitante e all’idea stessa dello stato sociale e del suo funzionamento, l’epoca dopo Cristo di Marchionne assomiglierà piuttosto ad un’epoca antidiluviana del caos,in cui gli uomini non avranno più armi per difendersi e si nasconderanno all’arrivo dei dinosauri predatori. Emigreranno in Serbia, dove si dice che i pascoli siano più verdi e le sorgenti più fresche, baratteranno il cibo oltre che con il lavoro anche con la dignità e si accorgeranno, con somma gioia dei cultori hollywoodiani di casa nostra, che le sponde dell’atlantico si sono terribilmente assottigliate: benvenuta America.

Emilio Fusari

Piovono euro – di Emilio Fusari

Posted By fred on luglio 10th, 2010

Come nel film Magnolia in cui piovono rane,o nei promessi sposi, dove la pioggia purificatrice lava la peste, alla fine del grande spettacolo italiano scritto, diretto ed interpretato da Silvio Berlusconi accade l’imponderabile: un furgone portavalori, incidentato sull’A 14, rovescia sull’ autostrada tutto il suo carico di monete da uno e due euro per un valore di due milioni e mezzo; gli automobilisti increduli rischiano la vita per racimolarli. A volte è un particolare,un’istantanea, che invece di scivolare nel calderone delle notizie lette e già dimenticate, continua a ronzarti intorno come una mosca nell’immobilità estiva, finché non capisci cosa è: il dettaglio rivelatore, l’emblema di una condizione politica e sociale allo sbando in cui ai più resta la speranza di incappare in portavalori incidentato, agli altri resta invece quella di non essere investiti mentre raccattano gli spiccioli.

Figurarsi quale speranza potevano avere i 235 eritrei che, dopo essere stati respinti dai pattugliamenti congiunti italiani e libici senza la possibilità di far valere il loro diritto di richiedenti asilo politico, si sentivano dire dal ministro dell’interno Maroni( o sarebbe meglio dell’espulsione, e si badi che questo e solo l’inizio delle epurazioni che negli intenti padani cominciano dai nemici più lontani) che “è assolutamente indimostrato che i cittadini eritrei di Braq siano stati respinti in Italia”.Come in ogni giallo che si rispetti l’assassino si crea l’alibi. Peccato che in questa anomala versione italiana non si possa indagare, perché poliziotto e assassino sono la stessa persona.

Oppure i terremotati,che, arrivati fin sotto palazzo Chigi, scoprivano con qualche manganellata ben assestata, che le loro richieste non erano diritti avanzati in nome di un’appartenenza ad uno stato sociale, ma offese ed ingratitudine verso un padre generoso, che cristianamente usa la verga con il figlio scapestrato. Mentre ancora erano sotto la finestra a contarsi le teste spaccate ed aspettare che magari il padrone sazio buttasse un osso rosicchiato,dall’interno del palazzo giuravano che “ si sentivano solo un po’ di fischi ma niente di più…”Per fortuna c’era l’aria condizionata e le finestre erano chiuse anche con quella canicola.

L’epilogo di questa storia tutta italiana avrà ovviamente un finale tutto italiano: i soliti topi abbandoneranno anche questa nave che affonda e già dopo un minuto,quando ancora la chiglia non sarà scomparsa sott’ acqua, strizzeranno l’occhio ad un nuovo padrone. Noi dalla riva guarderemo l’immenso barcone portarsi nelle profondità marine un altro pezzo d’Italia,aspettando l’ora del prossimo spettacolo.

Emilio Fusari

Castellamare di Stabia fa gli onori a Quagliarella. E la Germania batte i Red Lions 4-1 – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 30th, 2010

C’erano almeno un migliaio di persone ad accogliere, con striscioni e applausi, Quagliarella, unico azzurro a non aver deluso le aspettative. Sugli striscioni, le scritte “Sei l’unico vincente” e “Lippi non merita le tue lacrime”.

Incredibile! Eroicizzato a furor di popolo solo perché ha fatto il suo dovere! Ma così è l’Italia: in un gruppo di lavativi, colui che non lo è salta subito all’occhio e si guadagna la medaglietta d’oro o addirittura il titolo di Cavaliere del Lavoro.

Ora aspettiamo il nuovo CT Prandelli e speriamo che porti in maglia azzurra, permanentemente, oltre al sunnominato Quagliarella (che si è guadagnato i gradi sul campo), forti individualità del rango di Balotelli e Cassano. E io sarei anche per dare fiducia a Santon, “il nuovo Facchetti”.
Però bisogna fare giocare questi ragazzi insieme, giocare, giocare. In qualche modo, occorre trovare il sistema per organizzare più partite della Nazionale.

Intanto, la truppa multiculti di J. Löw (“Löw” significa “leone”) ha umiliato gli sdentati Red Lions di F. Capello.

Thomas Müller, autore di una doppietta contro l’Inghilterra

Il coach italiano è tra i più pagati al mondo e i tabloid inglesi si sono scatenati contro di lui, dopo che, alla vigilia del match, avevano alzato i toni contro la Germania (“Panzer”… “Vi schiacceremo come nella Seconda Guerra Mondiale…” e tutti gli altri slogan volgari e fuori luogo che sempre accompagnano questa storica sfida).
Dopo il 4-1 dei tedeschi, ho letto i commenti scritti dai cybernavigatori nostri connazionali. Non pochi di essi sono di questo tenore: “Capello, ben ti sta!” “Dove va un italiano, distrugge tutto quanto”… ecc.
Le critiche a Capello in effetti non sono ingiustificate. Guadagna 6 milioni di sterline all’anno ma propone un inflessibile 4-4-2, come se il 4-4-2 fosse una gran trovata in grado di sorprendere e stupire gli avversari. Il calcio moderno è fatto di ben altro: scambi di posizioni, terzini ed ali fluidificanti (a proposito: perché fare uscire Milner, che per 45 minuti è stata la spina nel fianco della difesa tedesca, e mettere sulla stessa fascia J. Cole, dai cui piedi non è mai partito alcun suggerimento per le punte?) e due centrali mobili in grado di fare non solo da suggeritori ma anche di interdire le azioni d’attacco degli avversari.
“Dove va un italiano, distrugge tutto quanto.” Beh, forse non è proprio così (vedi l’ottimo lavoro di Trapattoni+Tardelli in Irlanda), ma certo i coach nostrani devono fare un update cognitivo e mettersi finalmente in testa che il catenaccio è un sistema improponibile. Basta con l’anti-calcio e le partite che fanno morire dal sonno!

Il sogno assurdo – di Peter Parisius

Posted By fred on giugno 25th, 2010

Ho fatto un sogno assurdo.

Ho sognato che era il 2010, al governo c’era ancora Berlusconi e la nostra Nazionale di calcio veniva eliminata da Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia.

Ahahahah! Immagina un po’ tu!

Ora accendo il computer e… ehi, ma cosa scrivono i giornali?

Italia, che vergogna! Fuori e ultima nel girone. Azzurri battuti 3-2 dalla Slovacchia: non uscivano al primo turno dal ‘74

Mafia pizza e mandolino

Johannesburg, ieri sera alle 18:30. “Mi assumo completamente le responsabilità di tutto, delle scelte e di come ho schierato questa squadra in queste tre partite.”
A pronunciare tali parole è Marcello Lippi, CT (ormai ex) della Nazionale italiana di calcio e padre di Davide.
Vabbe’, Lippi,
ora parli così; ma che ce ne facciamo noi delle tue scuse? Te lo avevamo detto, no, che dovevi portare in Sudafrica ben altri giocatori e non questi nonnetti cotti e questi quattro giovani raccomandati? Invece hai voluto fare il testardo, te ne sei fregato dei numerosi tifosi (molti dei quali lavorano per 1000 euro al mese o anche meno e avrebbero dunque se non altro il diritto di divertirsi guardando le partite degli Azzurri) e hai colto l’occasione per regalare una lussuosa vacanza-premio ai protegé del tuo spermium.
Lippi, ascolta il consiglio che ti dà un tuo connazionale: prendi il primo aereo per gli Emirati Arabi (oppure vacci con il tuo yacht) e non farti vedere mai più in Italia. Il tuo nome ormai è divenuto sinonimo di
esimia testa di cazzo. Non ci credi? Fatti un girettino per i bar o per le websites in cui si parla la lingua di Dante…

Scrive Fabrizio Bocca su La Repubblica: “Peggio della Corea. La più brutta Nazionale di sempre”.

Nel girone più facile dei mondiali sudafricani abbiamo ottenuto due pareggi con Paraguay e Nuova Zelanda e perso con la Slovacchia. Chiudiamo dunque ultimi in classifica. Non è un fallimento, è uno sprofondo azzurro imputabile a tanti. In questi casi non deve pagare una sola persona, il ct nella fattispecie, devono dimettersi tutti: a cominciare dai vertici della federazione, primo fra tutti il presidente Abete, che questa spedizione ha guidato. E’ stata una delle più brutte nazionali di sempre. Anzi la più brutta.” (Link all’articolo)

Disunione europea – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 26th, 2010

Storia di un’integrazione mancata

Le elezioni europee sono sempre state prese poco seriamente. Per i governanti di turno si è sempre trattato semplicemente di una prova, di un sondaggio sul proprio operato; per l’elettorato, poi, votare per il Parlamento europeo è un’azione quasi meccanica, dettata da inerzia civica: a malapena è davvero cosciente delle sue funzioni. Anche perché le istituzioni europee vengono percepite come le più distanti dalla vita del cittadino. Basti considerare le elezioni in Italia del 2009: l’ennesimo referendum personale su Berlusconi, il quale ha semplicemente testato se il proprio consenso era stato intaccato dagli scandali sulle notti trascorse con prostitute di alto borgo, unico argomento di discussione politica di quella inconcludente campagna elettorale. Improvvisamente la crisi greca ha puntato i riflettori sulle istituzioni europee, alla ricerca di responsabilità, colpe, rimedi e soluzioni. Soltanto ripercorrendo le dinamiche complessive che hanno portato alla nascita dell’Unione europea e dell’euro, sarà possibile comprendere appieno la debolezza strutturale della Ue e dell’Euro-zona e la portata della finzione europea.

Un’Europa unita è stata immaginata ed agognata da numerosi intellettuali ben prima dell’inizio del ventesimo secolo. Ma solo dopo il dramma della seconda guerra mondiale le guide politiche nazionali diedero inizio al progetto di un’Europa pacificata: Italia, Francia, Germania dell’Ovest e gli stati del Benelux non volevano più che si ripetesse all’interno del vecchio continente la crisi umanitaria della guerra. Ovviamente i maggiori timori riguardavano l’assetto economico europeo, totalmente dissestato dopo lo scontro bellico. Ciò portò alla nascita, con il trattato di Parigi del 1951, della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), entrata in vigore nel 1952: tale trattato istituì un mercato comune del carbone e dell’acciaio e soppresse i diritti di dogana nazionali e tutte le restrizioni che non permettevano la libera circolazione delle due merci in questione. Fu scelto proprio il settore carbo-siderurgico, per prima cosa, perché i relativi giacimenti si trovano principalmente nel bacino della Ruhr, in Alsazia e in Lorena, aree di storica contesa tra Francia e Germania, e la contesa si sarebbe così spenta tra i due Stati; in secondo luogo, ed è questa la adeguata chiave di lettura dell’accordo, il trattato di Parigi comportava un controllo reciproco di fatto tra Francia e Germania sull’utilizzo di carbone e acciaio, materiale fondamentale per la produzione di materiale bellico; il riarmo segreto veniva così reso impossibile. Il Benelux, da parte sua, aveva tutti gli interessi per tale “pacificazione”, essendo situato geograficamente tra le due potenze; l’Italia, invece, vi aderì per strategia politica: De Gasperi voleva un’Italia ancora protagonista nella scena internazionale, riscattandola dallo sfacelo fascista. Un accordo che nasce, quindi, sugli interessi dell’asse franco-tedesco. E che rimarrà tale anche nelle sue successive evoluzioni. Così, il trattato di Roma del 1957 diede vita alla CEE, la Comunità economica europea, nata con l’obbiettivo di creare un’unione economica dei Paesi membri. E nel 1985 gli accordi di Schengen sancirono la libera circolazione dei cittadini dei Paesi che presero parte agli accordi, i quali vennero, poi, recepiti nel trattato di Maastricht del 1992, che ha dato vita all’Unione europea: l’istituzione che rappresenta il primo passo del lungo progetto di integrazione europea. (Stati membri della comunità europea dal 1957 ad oggi).

Progetto totalmente fallito, rispetto alle iniziali aspettative. Fino alla crisi greca, l’Unione europea è rimasta un organismo di carattere sovranazionale, che, però, non ha mai inciso significativamente sulla vita dei propri cittadini. E in questi ultimi diciotto anni, lo scopo principale, l’integrazione europea, non solo è stato totalmente ignorato, ma addirittura la tendenza è stata opposta: è tutt’ora socialmente e culturalmente impensabile accomunare un Portoghese a un Finlandese, un Irlandese a un Cipriota o un Olandese a un Lettone; emblematico, poi, è il modo in cui gli Stati membri stanno da tempo affrontando la questione dei rom, per la maggior parte cittadini europei: sgomberi e intolleranza svelano l’ignoranza e l’impazienza dell’Europa occidentale di fronte a un tema che necessita coscienza e calma e che costituisce un banco di prova per le istituzioni per serie capacità integrative non solo nei confronti dei rom, ma anche nei confronti degli altri popoli europei. So bene che un processo integrativo può essere analizzato in tempi storici e che diciotto anni sono troppo pochi per considerazioni di questo tipo; il punto che intendo, con questo, sottolineare sta nel fatto che tanto gli Stati membri si sono dimostrati incapaci di intraprendere tale percorso integrativo, quanto gli Europei si sono dimostrati intolleranti e ottusi nei confronti di tale percorso; indicativo di ciò è l’aumento dei partiti xenofobi ed euroscettici: la Lega Nord in Italia, il FPÖ in Austria, Jobbik in Ungheria, i Conservatori inglesi, il PVV nei Paesi Bassi, il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, l’Attacco Unione Nazionale in Bulgaria hanno tutti vissuto un sensibile aumento percentuale del proprio consenso, complice anche la crisi, proprio grazie a demagogici attacchi alla diversità culturale, non solo nei confronti dei popoli “extracomunitari”, ma anche nei confronti delle nazionalità “comunitarie”, quali i Rumeni.

Istituzioni “lentocratiche”

Nulla di nuovo, dopo tutto. A Bruxelles non esistono interessi europei, ma soltanto gli interessi delle singole nazioni. A conferma di ciò, è sufficiente considerare l’assetto giuridico-istituzionale, che è stato volutamente strutturato in modo tale da apparire particolarmente articolato e complesso, per celare, in realtà, l’inconcludenza delle sue operazioni.

  • Il Consiglio europeo è composto dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi membri e formula in termini generali le linee di indirizzo per la politica e lo sviluppo dell’Unione.
  • La Commissione è composta da un Presidente, designato dagli Stati membri e approvato dal Parlamento, e da diciannove commissari, scelti dal Presidente e approvati dal Parlamento. La Commissione è l’esclusivo titolare dell’iniziativa legislativa, ovvero è l’unico organo che può proporre quegli atti che nell’ordinamento giuridico italiano vengono definiti “disegni di legge”. Al tempo stesso, la Commissione è l’organo esecutivo: provvede, infatti, ad applicare le norme stabilite dagli organi legislativi.
  • Il Consiglio dell’Unione europea è composto dai ministri rappresentanti gli Stati membri, il cui rispettivo voto è ponderato pressapoco in rapporto alla dimensione degli Stati stessi; questo organo approva i regolamenti (gli atti normativi equivalenti delle nostre leggi, quindi immediatamente vincolanti) e le direttive (atti che vincolano gli Stati membri al solo raggiungimento degli scopi, per i quali tali direttive sono state emanate; la scelta degli strumenti giuridici più idonei a raggiungere tali scopi è lasciata ai singoli Stati).
  • Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto direttamente dai cittadini degli Stati membri. Svolge una funzione di controllo sull’operato della Commissione e ha un potere di “co-decisione” nell’approvazione degli atti legislativi (regolamenti e direttive), che si sostanzia in un potere di veto.

Prima considerazione è lo stravolgimento o innovazione (dipende dai punti di vista) della divisione dei poteri non solo nei confronti di quella classica liberale, ma anche nei confronti dell’evoluzione che quest’ultima ha subito con il passaggio da Stato liberale e assenteista a Stato democratico-sociale e interventista. Il potere governante, cioè quello che detiene la funzione di indirizzo politico, che nelle attuali democrazie occidentali è in mano al Governo e alle maggioranze parlamentari che lo sostengono, è in mano al Consiglio europeo e alla Commissione, la quale detiene anche la funzione esecutivo-amministrativa. La funzione legislativa, di cui, nelle attuali democrazie, sono titolari le assemblee parlamentari, invece, è frazionata in più organi: l’iniziativa spetta solamente alla Commissione, l’approvazione, invece, al Consiglio dell’Unione europea e, marginalmente, al Parlamento europeo: sono queste le due Camere legislative europee. Tutte queste similitudini tra la divisione dei poteri nei singoli Stati e la ripartizione di questi all’interno delle istituzioni europee, però, sono mera forma. Questi meccanismi sono stati voluti perché essi siano, come di fatto avviene, dominati dalla preponderante volontà dei singoli Stati, il cui accordo è necessario in qualsiasi ganglio del sistema. Non a caso l’organo che stabilisce l’indirizzo politico della Ue è composto semplicemente dai capi di stato o di governo dei singoli Paesi, nel quale organo ognuno di questi si fa portatore dei propri interessi nazionali; e non a caso l’unico organo eletto direttamente dai cittadini è quello che detiene meno poteri: se in tal modo fossero composti i principali organi, questi, teoricamente, si caricherebbero di una maggiore responsabilità di cui oggi fanno tranquillamente a meno, cioè quella politica nei confronti dei propri elettori. La complessità del funzionamento delle istituzioni europee ha portato necessariamente a una vera e propria “lentocrazia”: Consiglio europeo e Commissione non sono in grado di assumere decisioni rapide e tempestive rispetto ai problemi del continente e il legislativo comunitario blocca le iniziative della Commissione con una frequenza e una persistenza non ravvisabili in nessun altro legislativo nazionale. Certo è che ai capi di stato e governo tale lentezza non fa certo dispiacere, anzi. Istituzioni-scatoloni che non contengono niente, insomma. Tutta forma e niente sostanza. E lo stesso vale per le competenze attribuite all’Unione europea. Nella storia dei processi federativi (cioè quei processi che portano più Stati indipendenti a unirsi in confederazione prima e federazione poi, per dare vita, in virtù di analoghi interessi e politiche, a un unico Stato), i punti di saldatura fra i vari Stati indipendenti riguardano la politica economica e la politica estera e militare; ed è logico che sia così: sono questi i due settori su cui si misura la supremazia di uno Stato. Le nazioni europee sono state capaci di rinunciare totalmente alla loro sovranità solamente nei settori di commercio, pesca e agricoltura: semplicemente una presa in giro.

Una moneta per tutti, tanti interessi per pochi

Ma la contraddizione più evidente riguarda l’aspetto economico-finanziario. Dal 1999 nei mercati mondiali e dal 2002 nella vita quotidiana dei cittadini, l’unione monetaria unisce sotto un unico conio sedici paesi e agisce attivamente nella scena internazionale (l’euro in Europa e l’euro nel mondo). Unione di sedici Paesi disomogenei nelle scelte di politica economica e fiscale, scelte di cui rimangono titolari i singoli Stati e non l’Europa. Questo perché anche l’euro è frutto delle strategie politiche dell’asse franco-tedesco. All’indomani della riunificazione della Germania e della caduta dell’Unione sovietica, gli assetti geopolitici e finanziari nella scena internazionale erano destinati a mutare radicalmente. Mentre gli USA iniziavano la prima guerra del golfo per riaffermarsi militarmente come potenza mondiale, François Mitterrand, Presidente socialista della Repubblica francese dal 1981 al 1995, intendeva imbrigliare alla Francia e all’Europa una Germania che, grazie alla riunificazione, minacciava di imporsi come la prima potenza europea, data l’indiscussa supremazia del marco. Da parte sua, Helmut Kohl, Cancelliere cristiano-democratico della Germania dal 1982 al 1998, era cosciente che solamente un’unica moneta europea sarebbe stata in grado di competere con gli Stati uniti, di cui la Germania era stata succube per tutto il periodo della guerra fredda e da cui la Germania voleva emanciparsi, e con le economie emergenti mondiali: la globalizzazione stava (e sta) portando a un mondo in cui le enormi regioni macroeconomiche sarebbero state i veri protagonisti della scena internazionale (macroregioni economiche); in tal modo, una volta creata la moneta unica, che avrebbe emancipato il mercato europeo dagli USA, sarebbe stata possibile la creazione di un mercato di capitali, volto a finanziare l’industrializzazione dell’Est Europa, ormai liberato dal blocco sovietico. I grandi gruppi finanziari tedeschi guardavano già alle future privatizzazioni, fusioni e acquisizioni che si sarebbero avute: insomma, un Est Europa come una miniera d’oro. La Germania stava bramando la rinascita dell’ottocentesca e ricca Mitteleuropa. Così, nel 1997, i futuri paesi che avrebbero adottato l’euro sottoscrissero il Patto di stabilità e di crescita, con cui i firmatari si impegnarono a rispettare i cosiddetti parametri di Maastricht, cioè quelle condizioni minime sancite nel trattato di Maastricht per poter adottare la moneta unica. E nel 1998 venne istituita la Banca centrale europea, con il compito di controllare l’andamento dei prezzi e mantenere il potere d’acquisto analogo in tutta l’euro-zona: controlla, quindi, l’inflazione, mantenendone il tasso sotto il 2%. Inutile dirlo, anche il funzionamento della BCE è frutto delle dinamiche interne alla politica tedesca. La Germania, gelosa della propria Bundesbank, organo storicamente indipendente, non intendeva assolutamente cedere la propria sovranità per una banca europea che fosse assoggettata alla politica; questo per la tradizionale diffidenza dei ricchi cristiano-sociali bavaresi (i CSU che convivono con i cristiano-democratici) nei confronti del governo centrale e per l’attenzione maniacale all’inflazione, come soluzione agli sprechi di Berlino. Queste dinamiche tedesche si sono tradotte in una politica deflazionistica esageratamente rigida, che non tiene conto delle economie dell’Europa meridionale, storicamente inefficienti e abituate alle svalutazioni monetarie competitive che, in tempi di crisi, invitino gli investitori internazionali. Ma, dimentica della solidarietà internazionale di cui la Germania ha goduto nei decenni scorsi (per la ricostruzione nel dopoguerra e per la riunificazione dopo la caduta del muro), per la Merkel l’Unione è oggi un forum per favorire gli interessi tedeschi, anche se tali interessi viaggiano contro quelli del resto d’Europa.

La crisi dei maiali imbroglioni

“Berlino non intende usare i soldi tedeschi per risolvere i problemi degli altri”. Così, il 2 ottobre 2008, dopo la proposta francese di un fondo europeo di emergenza per le banche in difficoltà, Angela Merkel ha inaugurato la sua nuova politica nazionalista ed euro-scettica. Un anno e mezzo dopo, da quando, a febbraio, il debito pubblico ellenico è diventato oggetto di preoccupazione nei mercati finanziari e nelle istituzioni europee, la Merkel ha tentato di seguire la sua nuova rotta per non perdere consenso, per non rischiare il Land più popoloso, il Nord-Reno Westfalia, piegandosi alle pressioni della crisi, senza agire secondo una linea autonoma e consapevole. La piccola politica. Quella piccola politica che insegue il sondaggio, che rappresenta il malcontento contingente per un consenso altrettanto contingente. Quella piccola politica che guarda solo ai tempi brevi e non ha la lungimiranza di guardare ai propri figli. Quella piccola politica, la cui inerzia ha dato l’euro in pasto alle speculazioni. Solo a maggio la piccola politica è iniziata a correre. Il 2 maggio, i Paesi dell’euro-zona, la Commissione e il Fondo monetario internazionale non hanno fatto nemmeno in tempo ad approvare un piano da 110 miliardi per la Grecia, che già il giorno dopo l’euro ha continuato a deprezzarsi, i tassi di interesse dei titoli di Stato greci sono saliti ancora e le borse sono sprofondate. Tra il 7 e il 9 maggio si è tenuto, allora, il tour de force per un salvataggio last minute, prima della riapertura degli ormai sfiduciati mercati asiatici. Il 10 maggio i ministri economici dell’Unione hanno, così, raggiunto un accordo per un piano da 750 miliardi, di cui 60 dal bilancio Ue, 250 dal Fmi e 440 dalle casse dei singoli Stati. Un piano di emergenza. Un piano per il breve periodo. Una boccata d’ossigeno, per poi subito ritornare in apnea. E mentre l’Europa sta in apnea, i commentatori europei, soprattutto inglesi, sull’onda di un rinnovato nazionalismo, gridano alla pigrizia e agli imbrogli dei Portoghesi, Irlandesi, Italiani, Greci e Spagnoli. I cosiddetti PIIGS. I grassi porci che vivono sulle spalle di tutti gli altri, che se ne approfittano, che bevono birra, mangiano pizza, si godono la corrida e ballano il sirtaki, mentre tutti gli altri lavorano. La stereotipizzazione e le denigrazione diretta di interi popoli europei dimostrano l’ignoranza di fondo di tali affermazioni.

Il grafico mostra bene che il debito pubblico di ciascuno dei cinque porci è in mano principalmente a tre soggetti: Regno Unito, Francia e Germania. Sempre loro. Ed è proprio questo il punto: gli Stati europei sono ormai interdipendenti. Se ne crolla uno, l’intera Europa è a rischio: l’insolvenza della Grecia necessariamente ha ripercussioni sulle casse dei propri creditori, ovvero, appunto, Regno Unito, Francia e Germania; ma per far capire tutto questo alla Ue, cioè alla Merkel, è bastata una sbrigativa telefonata di Obama, il quale, evidentemente, non intende preoccuparsi anche dei particolarismi europei, meschini e controproducenti dal suo punto di vista. Il grafico, poi, mostra che fino a poco tempo fa il debito pubblico di Atene era inferiore agli altri quattro Paesi sopra mostrati; nonostante ciò la Grecia, in un paio di mesi, è capitolata. Il motivo risiede nel fatto che, dopo la vittoria di George Papandreou, l’attuale Primo ministro, e dei socialisti, le agenzie di rating hanno ricalcolato la posizione e lo status dei conti pubblici ed è emersa la realtà: il precedente governo di centro-destra di Costas Karamanlis truccava i conti per nascondere il default del suo Paese, perpretando la tradizione del precedente governo socialista, guidato da Costas Simitis, il quale avrebbe mescolato le carte anche per poter rientrare nell’euro-zona. Insomma, l’attenzione per i conti pubblici degli altri Paesi necessita massima vigilanza, dato che nessuno avrebbe le disponibilità economiche e politiche di salvare economie come quella spagnola o quella italiana e dato che una volta falliti questi, verrebbe trascinata a picco l’intera Europa. Quello che spaventa davvero, a questo punto, sono le dichiarazioni dei leader europei: guardandosi ormai in cagnesco l’uno con l’altro, per evitare tensioni e imbarazzi, scaricano la colpa sugli speculatori, fingendo di non sapere che al momento di raccogliere i 440 miliardi, l’Unione dovrà rivolgersi proprio a quei mercati oggi accusati di voler distruggere l’euro. Siamo all’insegna del populismo sfrenato. Gli speculatori hanno sicuramente peggiorato la situazione, ma per affossare una moneta come l’euro, è necessaria anche la grande massa di investitori: banche, assicurazioni, fondi pensione statunitensi, piccoli risparmiatori. Se le assicurazioni, che possiedono enormi quantità di titoli pubblici, temono che la crisi greca possa contagiare il resto d’Europa, sono costrette a vendere i loro patrimoni per proteggere gli assicurati: è in questo modo che la fiducia degli investitori è venuta totalmente meno e la credibilità della Ue è caduta così in basso. Sarkozy e la Merkel lanciano l’idea di un’Agenzia europea di rating: altra propaganda stupida e populista, dato che se il giudizio di tale Agenzia sul debito dei Paesi europei fosse più positivo di quello delle agenzie private, i mercati di certo non lo prenderebbero in considerazione; se, invece, fosse simile, allora nulla cambierebbe.

Un vero primo passo per la stabilizzazione dell’Unione europea e per mettersi al riparo dalle contraddizioni e dalle crisi che il capitalismo democratico comporta, sarebbe la creazione di un meccanismo transnazionale di carattere perequativo basato sul principio del federalismo fiscale: una parte delle risorse fiscali generate dai Paesi più ricchi rispetto alla media europea andrebbe trasferita sul bilancio comunitario, per poi essere utilizzata per gli Stati che si situano sotto la media europea. Ma di riforme di lungo periodo non se ne vuole proprio parlare.

Queste considerazioni d’insieme fanno capire che l’Europa che ci viene raccontata, quella dell’integrazione, è una finzione, non esiste. La vera Europa è quella dell’euro tedesco degli investimenti e delle speculazioni, dell’euro che, pur se comune, ha portato alla disunione e alla disgregazione europea, di una moneta unica che, per essere salvata, sacrifica l’integrità sociale dei suoi popoli e che, dopo i Greci, è pronta a mietere altre vittime.

Per coloro, come chi scrive, che vedono nel progetto delle élites politiche dell’Unione europea la possibilità dell’abolizione teorica e pratica dei confini e delle nazioni, il primo passo non può non partire dal basso verso una comune dignità delle persone, delle comunità e dei popoli in virtù del rispetto e della diversità culturale.

P&L
Tom

Crisi: come si entra e come si esce – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 8th, 2010

Tempi duri in Grecia.

L’imponente crisi finanziaria che ha colpito le economie dei paesi occidentali, miete la sua prima vittima proprio nella culla della civiltà occidentale, laddove nacque la democrazia.

La causa della crisi greca è di ricercarsi nello spropositato debito pubblico, che ad oggi si attesta intorno al 120% del Pil nazionale. L’incremento del debito pubblico ha portato all’inevitabile downgrading da parte delle agenzie di rating, diffondendo quel panico e quel timore che storicamente rappresentano l’innesco di una crisi (così fu agli inizi del ‘900, e successivamente nel big crash del ‘29). I consumatori tagliano le spese, acquistano l’indispensabile e risparmiano sul resto, causando il crollo delle vendite; le imprese dunque chiudono e la disoccupazione lievita aprendo un circolo vizioso nel sistema, in cui vengono a mancare i soldi per acquistare e per produrre.

A fronte di crisi di questo tipo, i paesi che godono di sovranità monetaria svalutano la moneta locale tagliando i tassi di cambio, e stimolano l’inflazione allargando la base monetaria, con l’effetto di attirare capitali stranieri, accrescere il Pil, e dunque incrementare la produttività e i consumi.

Ma la Grecia, come tutti i paesi membri dell’Unione Europea, non dispone della necessaria sovranità monetaria. Tale sovranità è infatti in seno alla Banca Centrale Europea (BCE), che decide l’unico tasso di cambio valido per tutta la zona euro, e la quantità di moneta da immettervi.

Cosa possono dunque fare gli ellenici per risollevare la loro economia? L’Austerity? No di certo.

La realtà è che la Grecia, senza sovranità monetaria, può fare ben poco. Le uniche soluzioni plausibili provengono dunque da fuori, dalla BCE e dai paesi membri dell’Unione Europea.

La prima dovrà incrementare, seppur lievemente, l’offerta di euro in Grecia, per i motivi di cui sopra, i secondi dovranno stanziare fondi atti a ripianare una fetta del debito pubblico, e a sostenere una politica fiscale espansiva, che incrementi la spesa pubblica, i trasferimenti sociali, e riduca le imposte a carico dei cittadini. Solo così l’imprenditore sarà stimolato all’investimento, e il consumatore all’acquisto; solo così verrà spezzato il circolo vizioso e spazzata la crisi.

Quello che l’opinione pubblica si domanda, è il motivo per il quale dei Paesi a loro volta attanagliati da una, pur minore, crisi debbano destinare preziose risorse a uno Stato che ha nutrito il proprio debito pubblico a forchettate di evasione fiscale, corruzione e sprechi.

Le risposte potrebbero essere svariate; in ambito europeo, ad esempio, la bancarotta greca abbatterebbe la stabilità dell’euro e con essa l’intera unione monetaria; in ambito nazionale occorre invece ricordare il numerino sopracitato, quel 120% di debito pubblico rispetto al Pil che ha portato al downgrading e allo scoppio della crisi, che è attualmente superiore di soli sei punti percentuali rispetto al debito pubblico italiano. Sei anni fa il nostro debito pubblico ammontava al 96% del Pil, oggi tocca il 114%; considerando che ogni anno l’Italia chiude il bilancio in deficit, quel 120% greco non è da reputarsi una lontana realtà nel Belpaese.

Abbandonare alla deriva la patria di Platone e Aristotele sarebbe dunque un suicidio economico, per l’Italia così come per tutti gli altri paesi dell’UE, motivo per il quale tutti i paesi membri, con quote diverse, contribuiranno con 110 mld di euro in tre anni alla ripresa greca.

Quando sentirete parlare di crisi finita, di ripresa, e di Italia sana, ricordate le cause del tracollo greco, e ricordate a cosa può portare un debito pubblico gonfiato dall’evasione fiscale, dagli sprechi e dalla corruzione. I tempi son duri anche in Italia, eccome.

WOOLFTAIL

Foibe: Per non dimenticare – di Fabrizio Calandra

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

E’ perlomeno fuorviante, speculare sulla morte e sulle sofferenze subite dalle popolazioni (da tutte le popolazioni) durante un conflitto. E’ indubbio che la vicenda delle foibe sia qualcosa di umanamente inaccettabile che parte da una precisa volontà di dominio del governo di Tito sulle regioni dell’Istria, della Dalmazia e perfino sulla Venezia Giulia. Ma la vicenda non è lineare, ne per nulla riducibile al semplice fatto che coloro che sono stati uccisi lo sono stati perché “italiani”. Questo è un altro clamoroso falso ideologico che viene utilizzato da ambienti di ambigua connotazione politico-sociale come argomento in chiave anticomunista e fa il paio col negazionismo sui campi di sterminio, marcia di pari passo con la demonizzazione del movimento Partigiano della Resistenza italiana e si inquadra nella stessa logica che cita gli anni ’70 solo come gli “anni di piombo” dimenticando che sono stati gli anni delle grandi conquiste politiche e sociali. Si cerca così attraverso un’operazione di revisione storica di minimizzare gli eccidi ed i soprusi compiuti dai nazifascisti mettendo sul piatto della bilancia altrettanti misfatti orditi dai “perfidi comunisti”. Ma la verità (quella storica) è un po’ diversa.
Ciò che comunemente passa nei testi di storia usati a scuola è il concetto di “Italiani brava gente”, ovvero il fatto che l’Esercito Italiano sia stato solo vittima durante la Seconda Guerra Mondiale. Ciò è un falso storico e la scusa con cui viene denunciata ogni sorta di nefandezze (soprattutto compiute da parte dei nazisti e delle Armate Rosse Jugoslava e Sovietica) verso le truppe Italiane – colpevoli a detta di alcuni solo di combattere una guerra che non volevano – e verso le popolazioni inermi di origine italiana. Ciò risponde spesso a verità, soprattutto nel caso delle SS e dell’esercito Tedesco, ma quello che non è vero è che gli Italiani siano completamente innocenti.
Non si vuole ovviamente giustificare ciò che gli Italiani subirono passandolo come ritorsione da parte di altri, ma ribadire il concetto di guerra come cosa negativa, dove gli innocenti purtroppo si trasformano a volte in carnefici, dove gli istinti più bassi prendono il sopravvento. Ma andiamo con ordine.
A partire dalle guerre di conquista dell’Impero cominciate sul finire del XIX° secolo e proseguite fino all’inizio della II° G.M. gli Italiani si sono spesso comportati in maniera tutt’altro che onorevole. Veniamo a cosa avvenne prima delle foibe.

Gia’ dopo la fine delle I° G.M. L’Italia aspirava all’espansione sull’Istria e sulla Slovenia, ma furono soprattutto Gran Bretagna e Francia ( a causa dell’ altissimo numero di caduti e del grande sforzo nel conflitto mondiale ) a spartirsi l’impero Austro – Ungarico e la Germania; comunque la presenza Italiana in quei luoghi è grande e la convivenza sotto l’Impero Austro-ungarico civile.
Molte amministrazioni erano di composizione mista e le camere di commercio erano rappresentative degli interessi sia dell’etnia italiana che di quella slava.
Cio’ che ruppe questa convivenza fu dapprima la propaganda sulla cosiddetta “vittoria mutilata” (secondo cui l’Italia doveva esigere maggiori guadagni per la vittoria nel Primo conflitto), poi la propaganda fascista che sfocio’ nelle Leggi Razziali del ‘38.
Allo scoppio della II°G.M. le prime richieste di territori da parte di Mussolini sono rivolte proprio all’Istria, alla Dalmazia, al sud della Grecia ed al sud della Francia.
Nel nord dei territori slavi due alleati gli danno manforte: gli Ustascia croati (da sempre più vicini alla Germania) ed i Cetnici dalmati, antico popolo di pastori montani da tempo nemici delle popolazioni slave. Questi saranno, insieme agli Italiani, protagonisti di azioni di vera e propria pulizia etnica, ma al contrario di Libia ed Eritrea o delle altre zone Slave, dove alle popolazioni del luogo venivano demandate le azioni più efferate, in Slovenia il lavoro sporco lo fanno interamente gli Italiani stessi.
Operazioni che per ferocia e per numero non sono seconde a quelle delle SS, in Russia o nella stessa Italia, contornate da azioni di razzia ed appropriazione di beni delle popolazioni. Gli strumenti di morte impiegati sono molteplici: sentenze dei tribunali straordinari, stragi durante i rastrellamenti, episodi di torture, deportazioni nei campi di concentramento e numerose altre forme di repressione. In sostanza noi, un popolo di inventori, siamo anche gli inventori della cosiddetta pulizia etnica e questa macchia ce la porteremo dietro per il resto della storia.

Nel febbraio 1945 la Commissione di Stato della Jugoslavia presieduta dal Dottor Dusan Nedeljkovic stila per la United Nations War Crimes Commission di Londra, le prime 4 relazioni sui crimini di guerra Italiani. L’incipit della quarta (dedicata alla Slovenia) è agghiacciante e di seguito riportata:

Durante l’occupazione dall’11-IV-‘41 all’08-IX-‘43 gli invasori italiani, nella sola provincia di Lubiana (nel ’41 330.000 abitanti), hanno fucilato 1.000 ostaggi, ammazzato proditoriamente 8.000 persone, fra le quali alcune erano state prosciolte dal famigerato tribunale militare di guerra di Lubiana; incendiarono 3.000 case, deportarono nei vari campi di concentramento in Italia oltre 35.000 persone, uomini, donne e bambini e devastarono complessivamente 800 villaggi. Attraverso la Questura di Lubiana passarono decine di migliaia di sloveni. Là furono sottoposti alle più orrende torture, donne vennero violentate e maltrattate a morte. Il tribunale militare di Lubiana pronunciò molte condanne all’ergastolo e alla reclusione, cosicchè nel solo campo di Arbe (isola dalmata) perirono di fame più di 4.500 persone (le razioni alimentari erano ridotte alla metà delle calorie di sopravvivenza).

Che nella provincia di Lubiana si sia tentata, più che un’italianizzazione rapida e forzata, un’operazione di autentica bonifica etnica, non è soltanto confermato dall’altissimo numero degli uccisi e dei deportati ma dalle stesse dichiarazioni di alcuni alti ufficiali (Robotti: “Si ammazza troppo poco!”, maggiore Agueci: “Gli Sloveni dovrebbero essere ammazzati tutti come cani e senza alcuna pietà”).
Alla fine della guerra la Iugoslavia compila un elenco di criminali di guerra in cui figurano ben 1200 nomi di militari e civili, poi ridotti a 729, ma nessuno di loro verrà processato ne in patria, ne altrove. In seguito, la guerra fredda stenderà un velo su questi crimini e soprattutto su quelli commessi dai nazifascisti nei nostri territori. Si arriverà alla completa dimenticanza, facilitata dai governi succedutisi in Italia ed al famoso episodio dell’”Armadio della Vergogna” in cui verranno sepolti per decenni i nomi dei criminali nazisti e fascisti, in cambio di cui ci si dimenticherà degli italiani nei territori occupati, ed un processo ai criminali italiani non fu mai svolto, come accadde invece per alcuni nazisti col processo di Norimberga del’45. L’uscita di Tito dall’orbita dell’Unione Sovietica cancellò per decenni, per volontà degli Alleati e con la complicità italiana, anche la storia che va sotto il nome di Foibe, accomunando nell’ingiustizia vincitori e vinti in un iniquo baratto delle colpe.
Per quello che concerne i morti Sloveni possiamo senza dubbio affermare che furono uccisi o deportati solo perché Sloveni ed oppositori all’occupante fascista. Va da se che il sentimento della popolazione nei confronti degli Italiani, che venivano percepiti tutti come “fascisti”, fosse di odio e che quindi dopo l’8 settembre si scatenò un’orrenda sete di rivalsa: gli episodi più feroci si ebbero nella primavera/estate del 1945, quando le truppe di Tito occuparono Trieste prima dell’arrivo degli anglo-americani scatenando una repressione brutale, a questo fece riscontro una caccia generalizzata ai fascisti nella quale giocarono una parte anche vendette personali e criminalità .
Anche sui numeri si compie un’operazione molto ambigua per cercare di avvicinarli a quelli delle stragi nazifasciste. Dopo l’istituzione di una commissione Italo-Slovena le cifre si attestano tra gli 8000 ed i 12000, alcune fonti si spingono fino ai 16500, comprendendo anche i dispersi ed i caduti in azione, altre scendono a meno di 4000. E’ difficile quantificare in maniera completa quella che comunque è una strage di notevoli proporzioni, ma il problema non è solo legato ai numeri, importanti certo, ma ancora una volta al concetto di guerra, di occupazione, di pulizia etnica e di non convivenza. Questa deve essere la vera lezione che le vicende Slovene e Giuliano-dalmate che sono avvenute tra il 1941 ed il 1945 devono insegnarci. La guerra è veicolo di lutti, di odio, di disperazione e rabbia che inevitabilmente esplode e genera altro odio, per questo la guerra va sempre e comunque ripudiata a favore dello spirito di confronto, di comprensione e di convivenza. Chi specula sulle vicende e sui dolori che si sono svolti allora di sicuro non è animato da questo spirito.

ALCUNE FONTI

Gianni Oliva –“Si ammazza troppo poco” (titolo identico al libro di Ferenc) in appendice- Oscar Mondadori Storia n° 443, Mondadori Milano, 2006.
Foibe, pag. 159 e segg.- Oscar Mondadori Storia n° 314, Mondadori Milano 2002.

Angelo Del Boca – “Italiani, brava gente?” – cap 11, pag 237 e segg.- Biblioteca Neri Pozza, Vicenza, 2005

Tone Ferenc – “Si ammazza troppo poco! Condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana, 1941/1943 “- Istituto per la storia moderna di Lubiana e Società degli scrittori della storia della lotta di liberazione, Ljubljana 1999

Franco Giustolisi –“L’Armadio della Vergogna”- Nutrimenti, Roma 2004