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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘lega nord’

Ultim’ora – Il TAR ha ammesso i ricorsi contro Cota

Posted By fred on luglio 1st, 2010

Nella giornata di ieri, il Tar del Piemonte ha ammesso i ricorsi sulle elezioni regionali tenutesi sul finire dello scorso marzo.

La discussione e la sentenza sono state tuttavia rimandate al 15 luglio, per la necessità di acquisire ed esaminare ulteriori documentazioni.

Accertata la falsità di tutte le firme della lista “Pensionati per Cota”, per la quale era già prevista una sentenza il 15 luglio, il Tar dovrà esaminare il ricorso dei Verdi, centrosinistra, contro i “Verdi Verdi”, centrodestra, cui contestano oltre 33.000 voti, più altri indefinibili per la quasi omonimia delle liste, che avrebbe tratto in inganno gli elettori, e quello dell’Udc contro la lista “Al centro con Scanderebech”, che dopo la scissione dalla stessa Udc si è aleata con Cota senza raccogliere nuovamente le firme.

La “cadrega” del signor Cota rischia di avere i giorni contati, ma lo scaltro governatore della Regione Piemonte ricorrerà inesorabilmente al Consiglio di Stato, che potrebbe impiegare diversi mesi per sentenziare, congelando nel frattempo il consiglio regionale.

Diciamo dunque, con maggiore esattezza, che la “cadrega” di Cota, “vinta” con soli 9.000 voti di scarto, rischia seriamente di avere i mesi contati.

Intanto i leghisti, dopo un disperato SOS al Quirinale, si sono armati di fiaccole, come le popolazioni dei villaggi settecenteschi che andavano a farsi giustizia con forconi e fiaccole, e hanno comunicato di essere pronti ad armare i fucili contro le istituzioni.

Qualcuno nota una forte deficienza di coerenza?

Francesco Woolftail Dal Moro

Accertata falsità nelle liste elettorali: la “cadrega” di Cota seriamente in bilico – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 29th, 2010

Pericolose somiglianze

Ieri sera a Torino si è tenuta una fiaccolata a sostegno del governatore leghista della Regione Piemonte, Roberto Cota da Novara (genitori foggiani), ultimamente al centro del tormentone elettorale piemontese.

Come in quasi tutta Italia, il 28 Marzo c.a., la coalizione di centro(di centrista c’è ben poco)-destra piemontese strappò le redini della regione dalle mani del centro-sinistra(di sinistra c’è ben poco), che candidavano la discussa Mercedes Bresso, governatore allora in carica.

La vittoria tuttavia, differentemente da quasi tutta Italia, arrivò al termine di un sudato “tète à tète” e fu sancita da soli 9.000 voti.

Alcune forze dell’opposizione, Udc, Verdi, Consumatori e “Pensionati e invalidi”, sentendo odore di bruciato, presentarono ricorso al Tar, per un’attenta analisi delle firme delle liste del centrodestra “Verdi Verdi”,”Consumatori per Cota”, i “Pensionati per Cota”.

Gli ultimi risvolti vedono l’accertamento, da parte dei Pm Torinesi, di 18 firme su 19 falsate nella lista “Pensionati per Cota”, guidata da Michele Giovine, e dal padre Carlo. Non solo. Quegli stessi Pm stanno preparando le carte per agire immediatamente in sede penale contro la “premiata ditta” Giovine&Son.

Ma ciò che sferra un colpo letale alla “cadreghina” del Presidente leghista Roberto Cota, è il numero di voti che detta lista ha recato alla causa cotiana, pari a 27.000, ben più dei 9.000 che gli hanno consegnato le chiavi della regione in cui nacque l’Italia.

Prossimamente, entro una decina di giorni, il Tar si esprimerà ed emetterà un verdetto. Verdetto che potrebbe essere l’invalidazione delle elezioni, o la semplice sanzione delle liste irregolari, lasciando, in quest’ultima ipotesi, il Consiglio regionale intatto, così come Cota l’ha fatto.

L’unico precedente recente risale al 2001, quando nel 2001 il Consiglio di Stato, per alcune irregolarità dei Verdi e dei Comunisti, fece ripetere il voto in Molise

Il modestissimo governatore del Piemonte, dal canto suo, ha già organizzato una fiaccolata a suo sostegno, così da esercitare le consuete pressioni sulla magistratura, ha cercato disperati sostegni persino in Quirinale, e ha pubblicamente dichiarato, a proposito di un eventuale ritorno alle urne “sarebbe un golpe, perché vorrebbe dire violare la prima regola e cioè che la sovranità appartiene al popolo”

Comodo il pensiero al popolo, scomode le regole. Peccato che le seconde siano da rispettarsi per il primo, anche per la casta che crede di non farne parte.

Renata Polverini, Pdl, Presidente Regione Lazio

Irregolarità nelle liste, d’altronde, erano state rinvenute ancor prima delle regionali, nel Lazio e nella Lombardia. Nel primo caso il Pdl fu estromesso da Roma, salvo ripresentarsi in toto sotto falsa veste di lista civica, nel secondo scagionato dal Tar. Ora si scoprono nuovi trucchetti anche per il Piemonte, e chissà, magari domani troviamo qualcosa anche in Campania e così via.

L’allergia alle regole e al rispetto delle stesse e delle istituzioni, non contagia più solo i politici della destra italiana, ma interi liste e partiti.

Come in ogni fatto attuale, oramai, l’aspetto più sconcertante è l’assordante silenzio della stampa. Oltre alla redazione di Sky e pochi blog indipendenti, nessun altro s’è degnato di raccontare questa notizia con i dettagli e gli aggiornamenti di cui sopra. Siamo ben felici di essere tra i pochi, e che non sia la prima volta che accade, vedi l’emergenza rifiuti a palermo, il processo per estorsione a carico di Dell’Utri, il caso Favata-Berlusconi, le Ronde nere e così via….

Tuttavia, come conclusi un vecchio post, è un amaro compiacersi.

WOOLFTAIL

Un delinquente “low cost”: l’ennesima presa in giro del governo sul federalismo – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 19th, 2010

Il governo delle mille promesse, per ora, non ne ha mantenuta una.

In questi due anni di gran parlare di certi argomenti, tutt’altri sono stati affrontati.

Così, ad esempio, quando il cavallo di battaglia era la sicurezza pubblica, Berlusconi provvedeva alla sicurezza personale con il lodo Alfano. Il “repressivissimo” pacchetto-sicurezza presentato lo scorso Giugno, e poi fortunatamente emendato da capo a coda durante i lavori parlamentari, non ha risolto i problemi della criminalità di quartiere, né ha regolato efficacemente l’immigrazione e l’integrazione dell’immigrato. Si è limitato a cancellare un po’ di diritti umani, attirando su di sé le critiche di ogni associazione internazionale che, questi diritti, li difende, dallo Zimbabwe all’Italia.

La legge 124/2008, in arte lodo Alfano, in compenso, sebbene successivamente, e tardivamente, stangato con sprezzo dalla Consulta e dal buon senso, ha dato al Processo Mills una notevole spinta verso l’oblio della prescrizione, durante il suo relativamente breve esistere. (Ahimè, al libro delle prescrizioni della nostra Berlusconeide, si aggiungerà presto un nuovo capitolo)

Oggi, invece, i consensi li ricercano con le promesse federaliste, temi tanto cari ai leghisti, e altrettanti pretesi dai loro elettori, ma nel frattempo provvedono a legare le mani ai magistrati, e a tappare la bocca ai giornalisti, con il tanto discusso “bavaglio”.

Il Federalismo fiscale viene indicato come lo strumento che, attraverso la gestione finanziaria su base territoriale, slegherà il nord dalle briglie di bilancio del sud, e che consentirà a quest’ultimo, staccandosi dallo Stato, di aggiustare i propri conti.

Credibile e fattibile, non fosse per il fatto che oltre a una legge delega, che indica semplicemente i principi e le linee guida che il governo dovrà seguire nei successivi decreti legislativi delegati, non c’è stato nient’altro utile in questa direzione. Nemmeno i necessari decreti legislativi delegati che regolamentino il passaggio di cariche dallo Stato alle Regioni.

In compenso, la famigerata manovra finanziaria relativa ai bilanci dei prossimi due anni, taglierà nei prossimi due anni circa 8 miliardi di euro alle regioni, le quali, se responsabilzzate della gestione fiscale dal federalismo, dovranno, per funzionare e garantire i servizi al cittadino, rivalersi necessariamente sulle sue tasche, attraverso un aumento delle imposte. Ma la manovra, allo stesso tempo, vieta ogni forma e modalità di aumento delle tasse, giacché sarebbe uno smacco alla politica “mangiaconsensi” del Capo dei Capi.

Riassumendo: ti taglio i fondi e servizi, ma tu devi mantenere i servizi al cittadino inalterati, e senza alzare le tasse, ovvero senza recuperare i soldi che ti ho tagliato; devi continuare a funzionare allo stesso modo, sebbene con 8 miliardi in meno.

Nella società capitalista è evidentemente impossibile, ragion per cui i 20 Presidenti di Regione all’unanimità, per altro quasi tutti appartenenti al partito della maggioranza, hanno firmato un documento di protesta contro la manovra, e di invito, al governo, di apportare le necessarie modifiche che non ostacolino la realizzazione del federalismo fiscale, considerato la priorità.

Il governo, di tutta risposta, per placare gli animi, ha nominato un ministro senza portafoglio, Aldo Brancher, rivestito del simbolico incarico di attuare il federalismo fiscale.

“Un ministero low cost” l’ha definito Tremonti. Un “low cost” sfacciatamente inutile ai fini pratici, comodo solo per un governo in crisi, che promettendo ciò che non è in grado di, o non vuole, realizzare, necessita di slogan e segnali che mantengano gli animi tranquilli e sereni. In questo momento, politicamente ed economicamente delicato, il malcontento popolare sarebbe letale per la bisca verde-azzurra.

L’auspicio, è che gli italiani siano abbastanza furbi da capire cbe non un ministero apposito, ma specifici decreti legislativi delegati, che solo e soltanto il governo può fare, daranno realizzazione alle promesse federaliste.

Aldo Brancher

Un ulteriore, sconcertante, aspetto della vicenda, è il curriculum del neo ministro.

Costui infatti, dopo aver scontato 3 mesi di reclusione a seguito dell’inchiesta mani pulite, è stato condannato in primo grado per finanziamenti illeciti, reato poi prescritto, e per falso in bilancio, che da reato è degradato a peccato veniale dal governo Berlusconi di cui faceva immancabilmente parte. Attualmente è sotto processo a Milano per ricettazione nell’ambito dell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta, e il legittimo impedimento spedirà tal processo dritto dritto nel freezer.

Così, finalmente, i conti tornano definitivamente.

Beh, con un un governo che non può proprio fare a meno di troie, indagati, e condannati, non possiamo che ringraziare il Padre Eterno, al secolo Silvio Berlusconi, che almeno questo ce l’ha mandato “Low Cost”!

WOOLFTAIL

Degenero di una Chiesa leghista – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on giugno 10th, 2010

La Lega Nord si è sdoppiata. È un partito a due facce. Esiste la efficiente Lega di governo; la Lega del laborioso Maroni, che vanta l’alto numero di mafiosi arrestati, vanta l’istituzione dell’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali (senza poi adottare gli strumenti necessari per neutralizzare la mafia); e mentre Maroni si occupa minuziosamente del suo dicastero, Bossi e Calderoli guidano una Lega come un partito di governo nazionale, che convive in una coalizione sempre meno unita, scende ai dovuti compromessi, vota insieme all’alleato qualsiasi tipo di provvedimento capiti loro sotto gli occhi e ripete costantemente che l’Italia ha bisogno di federalismo fiscale, senza poi realizzarlo. E poi esiste un’altra Lega, quella dei Comuni, delle Province e delle Regioni; il partito della protesta che da anni lamenta le ruberie di “Roma ladrona”, come se i “ladri” di Roma (quelli che siedono in Parlamento) non fossero anche leghisti; è nel profondo e nebbioso Nord che salta fuori la vera faccia di una Lega reazionaria e xenofoba: ed è con le varie e ripetute discriminatorie operazioni di “White Christmas” o togliendo il cibo a bambini, i cui genitori non possono permettersi la mensa scolastica, che il Carroccio è penetrato nella mentalità delle persone ed è diventato elemento di una cultura chiusa e conservatrice.

Degenero. Questo sta succedendo in Veneto, dove la Lega regna incontrastata. Sandro Sandri, l’assessore alla Sanità, padano naturalmente, della precedente giunta Galan ha dettato nel marzo del 2009 le linee guida ai medici delle strutture sanitarie venete: non si dovranno trapiantare organi a coloro il cui quoziente intellettivo non supera il punteggio di 50, a chi ha tentato da poco il suicidio e alle persone con danni cerebrali irreversibili. “Controindicazioni assolute” le definisce l’allegato A delle “linee guida per la valutazione e l’assistenza psicologica in area donazione-trapianto”. Solamente dopo la segnalazione di questo caso al prestigioso “American Jorunal of Transplantation” e le proteste di medici, consiglieri dell’opposizione, Radicali e associazioni di famigliari di portatori di handicap psico-fisici, l’attuale assessore, leghista anche questo, Luca Coletto è stato costretto a riparare al danno e fare marcia indietro; la giunta Zaia ha, così, approvato il 3 giugno una “circolare applicativa” di quell’allegato A, il quale sarebbe “fondamentalmente rivolto a garantire, in ogni possibile condizione, il più alto livello assistenziale possibile”. Si suppone, quindi, che per un anno le “controindicazioni assolute” siano state applicate nel più totale silenzio mediatico e civile. Oltre a non esserci nessun riscontro scientifico che giustifichi l’utilizzo del Q.I. come misura per stabilire l’esclusione al trapianto di organi e oltre al contrasto giuridico di merito di tale provvedimento con la Costituzione e con la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità, è il messaggio che viene lanciato alla comunità che più spaventa: perché sprecare organi sani per persone che potrebbero suicidarsi, per bambini down o per persone affette da deficienze intellettuali? Per persone, insomma, “inferiori” e non utili? Un provvedimento, come questo, che annulla così brutalmente il disagio psicologico, il malessere interiore, la dignità della vita di chi soffre di handicap e menomazioni fa ribrezzo. E a pensarci bene la degenerazione reazionaria di un partito di estrema destra come la Lega è insita nell’approccio con il diverso. Chi non rientra in determinati standard di “normalità” non può avere diritti. Prima era il “terrone”, ora l’immigrato e in Veneto pure il “non-intelligente” a dare fastidio, a risultare come un peso, un onere insopportabile da eliminare.

E se tutto questo è avvenuto nel silenzio mediatico e popolare, il silenzio delle associazioni cattoliche e della Chiesa è stato davvero il più assordante. Come scordarsi delle battaglie di tali associazioni per la sopravvivenza vegetale di Eluana? Come potrà dimenticarsi Beppino Englaro di essere stato definito un assassino? E che dire della battaglia padana per mantenere il crocifisso nelle aule scolastiche contro la sentenza europea, che affermava il fondamentale principio della laicità dello Stato? E che dire, invece, della campagna politica della Chiesa contro il referendum del 2005 sulla procreazione assistita? E come capacitarsi del consiglio della CEI, pochi giorni prima delle ultime regionali, di votare per il candidato contrario all’aborto, quando poi, di fronte a un provvedimento, che nega arbitrariamente il diritto alla salute ai più deboli e che avrebbe addirittura unito le voci di cattolici e atei per abolirlo, la Santa Sede sta zitta? Si potrebbe urlare all’ipocrisia e all’incoerenza. Ma certamente non si può ignorare il sospetto che il sacro patto tra una Lega sempre più potente e i vertici ecclesiastici sia stato sancito; d’altronde l’unico ostacolo per le politiche discriminatorie dei Lumbard è proprio la Chiesa, storica nemica di Bossi. Ma le crociate a favore del crocifisso e i propagandistici attacchi alla pillola abortiva di Cota fanno pensare a un cambiamento di rotta. E la Chiesa sembrerebbe aver abboccato, considerati le recenti dichiarazioni di favore rispetto al federalismo e il silenzio su questa vicenda e sul respingimento dell’Italia delle raccomandazioni del Consiglio dell’Onu per i diritti umani, che prevedevano la revisione del pacchetto sicurezza e l’inserimento del reato di tortura.

In questi ultimi 18 anni la Lega Nord ha raccolto lo smarrimento politico derivato dall’epoca di Tangentopoli e della caduta dei blocchi contrapposti e lo ha trasformato in rivendicazione di un’identità culturale totalmente fittizia e inesistente per dare alle persone un’apparente senso di sicurezza e in potere politico ed economico per le sue gerarchie. Rivendicazione avvenuta tramite il razzismo, la discriminazione, la xenofobia, il becero turpiloquio e l’ignoranza. Rivendicazione che ha portato a una cultura dell’altro e del diverso come il nemico da abbattere.

E che oggi, in Veneto, ricorda la hitleriana follia della selezione della razza.

P&L
Tom

Il declino di un re – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 29th, 2010

Silvio Berlusconi sta arrivando al capolinea e il suo potere è ormai al tramonto. Stiamo vivendo un periodo politico di transizione. L’impero monarchico creato da Berlusconi sta crollando pezzo dopo pezzo. Le alleanze si stanno sfaldando. La gente è stufa. E proprio in un periodo di transizione come questo è necessario essere più attenti: quando il drago riceve gli ultimi attacchi mortali, inizia rabbioso a sferzare alla cieca possenti colpi con la sua coda, che possono rivelarsi i più micidiali, in quanto incontrollati e indiscriminati. E così la manovra finanziaria varata martedì ha svelato le vere manovre e i veri retroscena che stanno avvenendo dietro le spalle del premier, ha svelato, insomma, chi sta ferendo mortalmente il drago. Vi avverto. Stiamo per entrare nel contorto e distorto mondo delle dietrologie e dei complottismi.

Silvio lo ha già capito. La lotta per la successione è iniziata. Ed è iniziata ufficialmente il 22 aprile quando Gianfranco Fini ha formalizzato all’interno del partito lo strappo con la politica del Presidente del Consiglio. Le frizioni, in realtà, sono iniziate ben prima, ma quando il Presidente della Camera si è reso conto della compattezza della stragrande maggioranza del PDL intorno a Berlusconi, ha avuto paura e ha deciso di fare i conti e reclutare i “finiani”, prima che altri, oltre ai suoi ex-colonnelli, gli voltassero le spalle. Da questo punto di vista la creazione del Popolo della Libertà è stata sicuramente un danno per l’ex-leader di AN: il suo peso politico all’interno della coalizione di governo era molto maggiore quando guidava Alleanza Nazionale, in quanto leader di un proprio partito. A quei tempi Berlusconi si poneva come mediatore tra i vari partiti che facevano parte delle sue coalizioni, cercando di accontentare le pretese di tutti. Ma ora, accettando la fusione Forza Italia-Alleanza Nazionale, Fini è diventato semplice membro del nuovo partito, un semplice subordinato al capo. O meglio: lo sarebbe dovuto diventare secondo la visione padronale di Berlusconi. Ma un governo a trazione leghista non va proprio giù a Fini, il quale, tramite lo strappo, ha voluto riaffermare la propria importanza e riprendersi quel potere, di cui disponeva prima. I media raccontano la situazione solo fino a questo punto. Fini, in realtà, sta mettendo in atto la sua strategia politica. Forte del fatto di non poter essere sfiduciato in quanto Presidente della Camera e, quindi, di poter esprimersi senza rischiare la poltrona e la visibilità per i prossimi tre anni, lui guarda al dopo-Berlusconi e punta alla leadership: conscio del fatto che la politica dei sondaggi del suo leader non può portare lontano, si è preso la propria autonomia politica, sperando che, un giorno, gli elettori lo premieranno per questa scelta.

Per scovare il secondo scenario di guerra, bisogna guardare allo storico scontro fra Tremonti, l’eccentrico ministro del Tesoro italiano, e Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nonché cuore pulsante della forza berlusconiana. Il primo è sostenuto dalla Lega, da alcune banche del nord, da Ettore Gotti Tedeschi, presidente del potentissimo Ior ed esponente di spicco della finanza cattolica e da alcuni ambienti del centro-sinistra. Il secondo è sostenuto da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e influente finanziere italiano, da una parte della gerarchia ecclesiastica e dai vari giornali d’area. Tra questi due titani, Berlusconi si è posto finora come arbitro. Ma ora sembra più l’oggetto degli attacchi dei potenti del mondo tremontiano. I colpi più incisivi sono stati lanciati nei giorni antecedenti al varo della manovra finanziaria; le risposte, però, sono sembrate i capricci di un bambino: “Giulio ha costruito la manovra come se volesse smentire tutto quello che ho fatto in questi anni” il premier lamenta così tutta la sua insofferenza. Ma soprattutto: “Hanno calcato la mano per mettere al riparo il federalismo fiscale. Pensano che l’Ue non accetterebbe la riforma federalista se prima non diamo garanzie sui conti. Ma i progetti della Lega non possono venire prima di tutto il resto”. Berlusconi non ha sopportato che il decreto-legge sia stato scritto solo con i Lumbard nella più totale noncuranza degli altri dicasteri. Ma si sa. La Lega farebbe di tutto


    per realizzare i propri progetti e ora che Bossi è riuscito a crearsi la propria signoria personale al Nord, la sua voce nel Governo è diventata più strillante e rumorosa: d’altronde, senza il Senatur, come lui stesso ricorda in ogni intervista, il Governo cadrebbe. Ingenuo Silvio che credeva in un’autentica amicizia con Umberto. All’impavido condottiero padano, è chiaro, importa solo degli interessi della sua terra e, non appena ha trovato un più fidato garante (Tremonti) per i suoi interessi, ha mollato Berlusconi. Non a caso, quando il ministro del Tesoro, a ottobre dell’anno scorso, suscitò le ire dei suoi colleghi per l’esagerato rigore nei conti pubblici, l’unico a sostenere tale politica fu proprio Bossi, il quale lo propose come candidato alla vicepresidenza del Consiglio.
    Insomma, nel momento in cui il Governo mette in campo provvedimenti che, come la manovra, si occupano davvero dell’economia italiana, nemmeno Berlusconi riesce a contemperare i vari interessi in gioco. Questi, in sostanza, teme che Tremonti, in realtà, abbia provveduto a creare un tesoretto da utilizzare come risorsa per il federalismo fiscale, che, alla luce della manovra, risulta inattuabile, dato che 11 miliardi dei 24 che si vogliono risparmiare vengono prelevati dalle Regioni. E allora ecco che Silvio ritorna da Fini e cerca di ricucire la ferita per fermare l’ondata padana: in cambio, il retro-front del Governo sul ddl intercettazioni, che verrà emendato esattamente come lo avevano redatto i finiani.Si evocano i poteri forti. Si evocano le potenti lobby. Quel mondo oscuro e tenebroso che giace dietro alla politica e che si muove nell’ombra per rovesciare i loro avversari, coloro che non rappresentano e tutelano più i loro interessi. Quel mondo, fatto di finanza, di alta imprenditoria, di mafia e di gerarchie ecclesiastiche, in grado di scoperchiare a proprio piacimento quegli scandali giudiziari che possono davvero compromettere la carriera di numerosi politici. “C’è qualcuno che stavolta sta giocando davvero contro di me, per farmi fuori, per preparare un altro governo, per profilare un’emergenza nazionale”. Anche di questo Berlusconi ha paura, perché sa che neanche lui può sconfiggere quei poteri forti. Ed ecco allora che improvvisamente e stranamente sbucano fuori, dopo circa un anno e mezzo dal loro reperimento nei computer del gruppo Anemone, le famose “liste dei favori e dei lavori”, su cui l’imprenditore annotava i nomi di coloro a cui elargiva i propri doni: politici, direttori generali dei ministeri (coloro che detengono davvero il potere, in quanto sopravvivono alle maggioranze), il Vaticano, registi e produttori. Ma soprattutto Palazzo Chigi e Bertolaso, che, concedendo indiscretamente grandi appalti, appunto, ad Anemone per opere di dubbia competenza della Protezione civile, è stato il primo a essere travolto dalle indagini. Non a caso, la Protezione civile: la roccaforte del potere di re Silvio nelle istituzioni. Ma che “qualcuno” stia cercando di minare al potere del re, lo si è capito anche dalla vicenda di Scajola. Maria Teresa Verda, moglie dell’ex-ministro dello Sviluppo economico, ha confermato che il marito “non parla ancora per non creare problemi a persone più coinvolte di lui in questa vicenda”. E c’è chi dice che, in realtà, l’obiettivo finale fosse Gianni Letta, il sacro consigliere reale di sua maestà, la cui integrità politica è necessaria affinché il Governo rimanga in carica. In ogni caso è chiaro che Scajola è stata la vittima sacrificale di una strategia più complessa.

    Inoltre, gli ultimi sviluppi delle inchieste sul Watergate italiano, totalmente ignorato da quasi tutti i mass media, mostrano un Silvio marginale e ininfluente. Il 25 maggio è stato arrestato per l’accusa di estorsione l’imprenditore Fabrizio Favata, uno dei protagonisti dell’inchiesta che da dicembre ha come indagati cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio ed estorsione. Gli altri protagonisti sono Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs, società incaricata dalla procura di Milano di eseguire e custodire le intercettazioni, e Paolo Berlusconi (nella foto qui sotto), il fratello del premier e socio di Favata in un’impresa di telefonia, ormai fallita. Nell’ordinanza di arresto del gip di Milano è accertato che “Raffaelli Roberto […] si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 […] e, insieme a Favata, offre una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici, tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione”. Proprio mentre il Parlamento, su ordine del capo del Governo, discute su un disegno di legge che mira ad eliminare gli abusi sull’utilizzo delle intercettazioni, viene verificato che il capo del Governo stesso ne abusa. La vicenda nasce quando gli interessi di questi personaggi convergono: Raffaelli intende aprire un centro di ascolto in Romania, per cui gli è necessaria la sponsorizzazione di Palazzo Chigi, Favata e Paolo Berlusconi decidono di fare da tramite a Raffaelli per giocare una carta preziosa: la famosa intercettazione, ottenuta da Raffaelli stesso, in cui Consorte, ex amministratore delegato di Unipol, dice a Fassino: “Abbiamo una banca”. Intercettazione, che segnò fortemente l’esito delle elezioni politiche del 2006. Non solo. È Favata colui che detiene l’arma del ricatto, cioè denunciare tutto ai magistrati: per questo Raffaelli gli versa 300 mila euro. Ma perché Raffaelli paga così caro il silenzio di Favata? Questo non ci è dato ancora saperlo. Fatto sta che Silvio Berlusconi, il quale non è neanche iscritto nel registro degli indagati in questa inchiesta, è la figura più marginale in questo complicato affare di discredito e di calunnia degli oppositori politici. Al gip non è servito neanche interrogarlo come testimone, per ricostruire la vicenda. Il convitato di pietra, insomma.

    Se, oltre a tutto questo, si considera che Massimo Ciancimino ha recentemente affermato che per suo padre, Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, “Berlusconi è una vittima della mafia, forse il più grosso imprenditore sotto ricatto della mafia”, mafia che lo avrebbe aiutato a creare Forza Italia tra il ‘92 e il ‘93, e che Confindustria, i cui interessi erano rappresentati nella prima Repubblica dalla DC e dal PSI craxiano, non intende più assecondare Berlusconi e credere a tutte le sue promesse mai mantenute e che è alla ricerca del suo nuovo rappresentante politico, si delinea un quadro in cui il Presidente del Consiglio in carica è la pedina di un sistema molto più profondo.

    Rivedere la gerarchia delle alleanze? Riformulare le amicizie dentro il governo? No. A Berlusconi non basterà più questo. Ormai Silvio è vecchio. E solo. E soprattutto è vittima del potere che lui stesso ha messo in piedi. È vittima del berlusconismo stesso. Oggi, il re è attaccato dai suoi stessi vassalli, quei vassalli, che, lui pensava, avrebbero dato la vita per lui. Un uomo venduto. Venduto al sistema, in cambio della libertà di approfittarsi della macchina statale per il soddisfacimento degli interessi suoi, della sua famiglia e della sua azienda e per sfuggire alla galera.

    Negli ultimi sedici anni abbiamo conosciuto un Berlusconi animatore da spiaggia, imprenditore e politico, un Berlusconi indagato, corruttore e mafioso, un Berlusconi narcisista, osannato e odiato. Ma mai abbiamo visto il Berlusconi di questi giorni. Un Berlusconi stanco (esordisce all’incontro con Confindustria di mercoledì: “Cara Emma, sono vecchio, non riesco a seguire bene le immagini”). Un Berlusconi impaurito, che, citando Mussolini, dice: “Io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i miei gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro”.

    E come un duce vecchio, solo, stanco e impaurito, Berlusconi è sospettoso verso i propri alleati, manda a quel paese i propri ministri e, ossessionato dall’ombra del sospetto, trema. L’atmosfera nella capitale è quella da ultima seduta del Gran Consiglio Fascista. E l’unica certezza per questo duce è la sua capacità di creare consenso. Capacità che lo salverà fintantoché questo consenso non lo abbandonerà. E con una manovra che farà sudare lacrime e sangue, non è irreale pensare che la sua immagine, a breve, non ingannerà più la gente. Un declino annunciato. E la tanto agognata fine di un uomo che ha portato a picco un’intera società e che ha paralizzato un pezzo di storia italiana. Ma la storia ha ricominciato a scorrere e la storia, ora, si prepara ad affossarlo. Finalmente.

    P&L
    Tom

Ultim’ora – Giunta comunale cade grazie a Facebook

Posted By grim on aprile 27th, 2010

Ricordate il post WEB 2.0 e Rivoluzione Digitale? Si parlava dell’effetto devastante che il Web 2.0 ha impresso nella società del terzo millennio, nonchè nella sua poltica.

Oggi è caduta la prima giunta comunale per “colpa” di Facebook. E’ avvenuto nel Comune di San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo, dove il sindaco e la maggioranza leghista, che da due anni amministravano il piccolo paese, si sono dimessi da tutte le cariche, a causa di un gesto sconsiderato di uno dei suoi esponenti, Iuri Milesi, nella foto accanto.

Come potete vedere dalla foto, (questa è solo una delle foto incriminate) il giovane consigliere comunale si fotografa con un bel braccio teso, dietro alla scritta “Fascismo e libertà” o altri cimeli nazisti.

A tal riguardo è intervenuto il segretario provinciale della Lega Nord Christian Invernizzi, che ha dichiarato che “è giusto prendersi le proprie responsabilita’ nei confronti degli elettori: quest’episodio e’ la goccia che fa traboccare il vaso”.

Dimissioni dunque rassegnate. Se da un lato è apprezzabile il fatto che, come avviene nel resto d’Europa a fronte di vicende delicate, una maggioranza politica rassegni la proprie dimissioni, dall’altro è impossibile non notare come ideologie sempre più radicate negli italiani, tendano ad amalgamarsi con pericolose ideologie che dovrebbero appartenere soltanto al baratro.

Francesco Dal Moro

Soap opera – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 27th, 2010


La saga dello scontro tra Berlusconi e Fini continua. Giovedì 22 aprile può considerarsi la data ufficiale dello strappo tra berluscones e finiani. Nella Direzione nazionale, organo mai convocato finora del Popolo delle libertà, il Presidente della Camera si è sfogato e ha sbraitato tutto quello che si era tenuto dentro in questi mesi. Chiede una riequilibrazione del rapporto PDL-Lega, maggior dialogo con l’opposizione, riforme condivise, democrazia interna al partito, laicità dello stato, maggiori diritti per gli immigrati. Tutto questo in nome dei valori del Partito Popolare Europeo, di cui il PDL fa parte. Insomma, la crociata della destra europea, cosiddetta “moderna” e “liberale” stile Sarkozy e Merkel.

Berlusconi e Fini ai tempi dell'idillio d'amore

Vedere Fini ribellarsi alla visione padronale di Berlusconi e dei suoi fa ridere. È lui ad aver sciolto Alleanza Nazionale, ben consapevole di cosa sarebbe significata la convivenza con il capo; d’altronde è da quindici anni che il suo partito vota tutte le leggi vergogna dei vari governi Berlusconi. Mi chiedo poi su quale pianeta abbia vissuto in tutti questi anni: si lamenta del fuoco amico di Feltri e di Belpietro. Complimenti al signore. Si è accorto solo ora del conflitto d’interessi!Certamente, Fini rimugina e manovra. Sa benissimo che la monarchia sta volgendo al termine. E guarda al futuro senza il re, mentre tutti gli altri gli scodinzolano ancora attorno in cambio di una poltrona.

Ma per mantenersela questa poltrona, i pitbull fanno la guardia alle spalle di Silvio, mentre a lui saltano i nervi nell’ascoltare qualcuno che osa parlare e mettere in discussione il suo progetto politico di impunità. Prontamente, fa redigere agli scribacchini della Direzione nazionale un documento in cui si sostiene che “quando gli italiani che amano la libertà, che vogliono restare liberi, che non si riconoscono nella sinistra, si riunirono sotto un solo simbolo e una sola bandiera, scelsero che su quel simbolo e su quella bandiera ci fosse scritto “Popolo della Libertà” e non  “Partito della libertà”” e che, per questo, “le “correnti” o “componenti” negano la natura stessa del Popolo della Libertà ponendosi in contraddizione con il suo programma”. La santa alleanza col suo popolo viene prima di tutto. E non solo quella; di fatti, il suo patto con Bossi tiene: la Lega fedele alle volontà del padrone, in cambio di Piemonte e Veneto e dell’egemonia culturale nel Nord. Più che di patto, si tratta di ricatto del senatur, che continua ad avvertire, tramite la bocca di Calderoli, che l’interlocutore dev’essere uno e che i ribelli non saranno tollerati, altrimenti si va alle urne.

È proprio periodo di manovra e i complotti vanno elaborati a sangue freddo; l’asse Berlusconi-Bossi intende cacciare i traditori. Consegnando una proposta di riforma costituzionale direttamente a Napolitano, tramite la mano di Calderoli, i due leader hanno acceso l’esplosione. Si tolgono la spina nel fianco, Bossi si crea la propria signoria personale al Nord e Berlusconi porta a termine il suo scopo: ora utilizza il legittimo impedimento, mentre i suoi lavorano al lodo Alfano costituzionale e per questa legislatura è a posto. Per quella successiva, progetta un presidenzialismo ad personam, così da avere il controllo totale. E magari nel frattempo, forte e sicuro del suo consenso, fa cadere governo e si fa rieleggere, così si allunga di qualche annetto l’impunità.

Già, ma allora Bersani ha pure ragione quando su Repubblica sostiene che Berlusconi vuole lo strappo e le elezioni. E sa che la sua mano tesa, lanciata il giorno della festa della liberazione, per un progetto condiviso di riforma è una trappola per addolcirli e per tirare su qualche voto in più; e di fatti ha subito rifiutato il dialogo. Peccato, però, che il PD, oltre a stare fermo a non dialogare con nessuno, non riesce a fare altro. Cosa aspetta a divaricare la crepa, che si è formata nel bastione dell’avversario? Al contrario, Bersani prontamente ha affermato, appena scoppiata la lite, che non si deve tornare alle urne, perché c’è la crisi. Ma proprio perché c’è la tanto citata e strumentalizzata crisi, l’opposizione, se si ritiene tale, dovrebbe essere pronta a proporre una gestione della crisi, opposta all’assenteismo dell’attuale governo. Almeno, per infondere speranza nei suoi elettori. Niente da fare. E allora, per non far dimenticare la propria presenza, il segretario del PD lancia dalemiane idee di patti repubblicani, ammiccando anche a Fini e trattandolo come se stesse per diventare il nuovo leader del centro-sinistra. Il Partito Democratico si è ridotto a essere una variabile dipendente rispetto a quello che succede nel PDL. Hanno trovato la via della sconfitta. E intendono seguirla fino in fondo.

Questa puntata della soap opera è finita. Ora possiamo spegnere la televisione e tornare alla realtà.

P&L
Tom

L’eterno divario – di Gianmarco Mattarella

Posted By grim on aprile 26th, 2010

Il mio intento è intervenire su questo blog con argomenti mirati e dall’immediata comprensione. Non mi ritengo un anarco insurrezionalista, voglio solo conto e ragione di ciò che vedo. E quello che vedo mi lascia sempre più perplesso.
Prima di intervenire riguardo la politica italiana vorrei portare alla vostra conoscenza, cari lettori, un problema di cui non si è mai discusso in 150 anni, un problema che a me sta molto a cuore, avendo vicine origini meridionali. Sto parlando del divario nord sud. Sud arretrato, sud mangiasoldi, sud ladro…è così che qualcuno ci descrive. Ebbene, l’ignoranza di questi signori, la stupidità, la barbaria, arriva ben oltre l’umana comprensione. Ciò consta peraltro di un’ignoranza storica  abissale. Ma torniamo indietro al 1861, Unità di Italia…agognata da quasi un secolo.

Il primo tricolore italiano

Ma davvero così tanto agognata? Certo! Non siamo qui certo per criticare l’unità del nostro paese, ma per criticare il modo in cui è avvenuta. Una conquista, la riunificazione del sud con il nord si è trattata null’altro che di una conquista.
Il Piemonte, lo stato più indebitato d’Italia, annetteva uno stato, il Regno delle due Sicilie, in cui circolava più di due terzi del denaro contante della penisola. Il sud italia, nel 1861 vantava fabbriche tessili (come Mongiana in Calabria) fra le più grandi del mondo, tanto che furono copiate pari pari, mattone per mattone da stabilimenti inglesi e persino russi! C’è chi potrebbe affermare: “ ma questo è falso…il sud non aveva mezzi di comunicazione, poche strade, ferrovie inesistenti”. Certo, stiamo parlando di un territorio montuoso, ma con un grande vantaggio, lo sbocco sul mare. Il Piemonte, la Lombardia, non hanno accesso al mare, è ovvia la presenza di vie di comunicazione terrestri. Il sud però aveva una grande risorsa…il mare! La flotta mercantile seconda solo nel mediterraneo all’Inghilterra, senza parlare della marina militare di altissimo livello.
Dopo il 1861 improvvisamente le fabbriche vengono chiuse. Tutto finisce, e con quale giustificazione? L’assenza di vie di comunicazione; poco importava che queste esistessero e che le industrie avessero un fatturato alto almeno quanto quello degli stabilimenti del nord. E la gente come reagì? Piuttosto male.
C’è innanzitutto da dire che il sud fu la parte di Italia più colpita dalla guerra civile che portò il nostro paese all’unificazione, molte

Briganti.

persone morirono, e per cosa? Per essere occupate e depauperate dai piemontesi! Ed è proprio da questo che nasce il brigantaggio. Cittadini, industriali, borghesi spinti alla fame, ma anche ex militari borbonici. Si parla di un milione di morti, una macchia vergognosa per il nostro neonato paese. Ma di questo non si parla. E perché? Per il semplice motivo che dopo 150 anni ci portiamo ancora dietro gli strascichi di questa unificazione, sacrosanta per carità, ma portata avanti in modo sbagliato,  penalizzando il sud, e così penalizzando l’Italia intera. Un paese come il nostro, le cui potenzialità sono enormi, le nostre differenze culturali ci arricchiscono, i nostri scienziati e intellettuali sono apprezzati in tutto il mondo.
Come si può spiegare che la cassa a favore del mezzogiorno costi solo dello 0.5 % del Pil. Come spieghiamo che la cassa per le zone disagiate viene utilizzata per l’EXPO e per finanziare alcune società di trasporto sul lago di Garda e sul Maggiore invece che per il rilancio dell’economia del sud? Come spieghiamo il fatto che per costruire l’alta velocità tra Torino e Milano ci sono voluti 50 milioni di euro, senza che si dovessero eseguire lavori così complicati, dato che l’opera è stata realizzata in pianura, e la costruzione del tratto Roma Napoli è costato la metà, in un tratto comunque molto complicato? Domande senza risposta, domande che nessuno si fa. Certo, ormai quando si vede un meridionale lo si addita come ignorante e primitivo, ma chi è che ci ha reso davvero così? Chi è che ci rende ancora così?
Il governo Berlusconi a parole ha fatto molto per il sud, ma i fatti dove sono? Dove sono i fondi per risanare la sanità? Da nessuna parte…bisogna finanziare l’EXPO e un ponte sullo stretto che serve solo alla Mafia. E dove sono le infrastrutture che davvero servirebbero? La Palermo Messina è completa DOPO 40 ANNI solo per un tratto, nonostante il premier abbia fatto finta di inaugurarla. Fumo negli occhi, buttato da lui e da Bossi. Si fa un gran parlare di federalismo fiscale.  Non sono contrario, anzi. Tuttavia voglio far presente che un intervento operato dalla Lega, atto al solo vantaggio dl nord, non farà altro che amplificare ancora di più il divario. Deve essere una riforma studiata, ampiamente condivisa, e solo allora si potrà cominciare a parlarne.
Siamo ormai vicini all’anniversario dell’unità del nostro paese, il  sud questa Unificazione l’aspetta ancora…
Viva l’Italia!

Gianmarco Mattarella

Mogli e buoi dei paesi tuoi – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on aprile 23rd, 2010

Italia e immigrazione, un rapporto non certo facile. È uso comune considerare l’argomento in chiave politica, idealista, sociale, ma raramente, ed erroneamente, se ne pone sotto i riflettori l’aspetto economico.

Così, mentre in comuni come Adro 50.000 euro versati dalla regione sono stati rifiutati, poiché destinati al contributo affitti per gli immigrati, con lo scopo di negar loro il servizio sociale e indurli ad andarsene via, alla ricerca di comuni più ospitali, in Parlamento analoghe operazioni vengono studiate, votate, e presentate al Quirinale. Se l’Italia non ti aiuta, ma ti combatte, ti vuole incentivare ad andare altrove.

Ma i nostri amministratori locali e parlamentari si dimostrano una volta di più completamente ciechi, vuoi per volontà, vuoi per ignoranza, di fronte a un processo in corso (peraltro in tutto il Pianeta) portatore di grandi benefici economici.

Andiamo dunque alla ricerca di questa forza lavoro, citando i dati dell’Inps, ovvero dati relativi a lavoratori regolari.

Da un punto di vista produttivo, nel 2007 i lavoratori stranieri in regola rappresentavano in 7% (2.173.545 persone) della forza lavoro nazionale, e producevano il 9,2% (oltre 122 miliardi di euro) del Prodotto Interno Lordo italiano.

Tradotto, nel 2007 ognuno degli oltre 2 milioni di lavoratori stranieri ha prodotto in media 60.000 euro per lo Stato. I lavoratori italiani (31 milioni), nel medesimo anno, hanno portato al Pil nazionale 1.204.086.956.521 di euro, ossia 39.000 euro a testa in media.

Dal punto di vista contributivo (tasse e contributi), invece, abbiamo dati più recenti, risalenti al 2009. L’unica fonte reperibile online è quella della Banca d’Italia, mostrata da Annozero ieri sera.

Dai menzionati dati si evince che i lavoratori stranieri contribuiscono ai fondi sociali, attraverso tasse e contributi, con 19,5 miliardi di euro, ricevendone indietro, in assistenza sociale, solo la metà, precisamente 10,3 miliardi. Immaginiamo allora che in tale condizione contributiva vi siano i cittadini lombardi: spendono in servizi sociali il doppio di quando gli venga effettivamente erogato. Credo che il primo pensiero di tutti voi sia una campagna leghista contro una simile ingiustizia, un furto a onesti lavoratori, accesa da slogan nobili come “QUANTO DAI, HAI!” e altri meno signorili. Quella stessa Lega Nord che oggi accusa di parassitismo chi produce in media di più e, sempre in media, riceve di meno.

Forse politici verdi nella bandiera e neri nell’ideologia, e sindaci che amano ancor oggi calarsi nei panni di prefetti dell’antica Roma, dovrebbero prendere la calcolatrice prima di certe folli decisioni.

WOOOLFTAIL

Aborto Leghista – di Tommaso Petrucci

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Il 28 e 29 di marzo si sono tenute le elezioni regionali, tanto aspettate e anche tanto temute. E il risultato è evidente agli occhi di tutti, al di là delle varie interpretazioni in “politichese”: la destra ha vinto e la sinistra ha perso; da un 11-2 si è passati a un 7-6 per Bersani, con un ribaltone significativo delle aspettative e dei sondaggi che davano per vittorioso il Partito Democratico. Certo, considerati i voti ai singoli partiti, il divario (attenuatosi) tra schieramenti opposti e tra forze politiche alleate, non si può parlare né di una vittoria schiacciante per le coalizioni di destra, né di una sconfitta clamorosa per le coalizioni di sinistra; anzi, potremmo dire che con questa tornata elettorale ha perso la politica tutta: l’astensionismo ha toccato i massimi record, dimostrando che questa classe dirigente è in grado di diffondere disinteresse per le sorti del Paese in modo molto più incisivo rispetto a quanto consenso riesca ad ottenere: il che è molto grave visto che la capacità di un politico risiede proprio nel saper ottenere consenso! Ma che i nostri politici non sapessero fare i politici, lo vediamo da ben quindici anni e ormai ci abbiamo fatto il callo…

Le astensioni, comunque hanno colpito tutti i partiti, persino la tanto acclamata Lega Nord! Sfatiamo questo mito e tranquillizziamoci, perché Bossi non sta prendendo affatto più voti: in valore assoluto, rispetto alle europee del 2009, ne ha persi 147.305; le percentuali di voto, invece, indicano una crescita del partito (dall’11,2 % al 12,3 %), ma questo grazie all’astensione generale al voto e alla buona tenuta dell’elettorato leghista, non colpito così fortemente da tale astensione: in poche parole, essendoci meno elettori in generale, il risultato della Lega sale in percentuale, perché la percentuale esprime il rapporto anche con gli altri partiti, i quali hanno perso molto più sensibilmente voti dal proprio elettorato. Non consoliamoci troppo, però, dal momento che, comunque, la Lega Nord, il partito più reazionario, xenofobo e razzista che l’Italia abbia avuto, dopo il Partito Nazionale Fascista, ha incrementato il suo peso politico, sociale e culturale: ora ha in scacco Berlusconi, a cui potrà imporre i propri comodi, le sue politiche creeranno sempre più tensione sociale fra poveri e poverissimi, “polentoni” e “terroni”, immigrati regolari e irregolari e l’idea di poter fare distinzioni su base etnica tra le persone ai fini dell’accesso all’istruzione, al lavoro, alla sanità e ai servizi del welfare si radicherà ancora di più nella testa della gente.

L’asse al nord è ormai consolidato e neppure il Piemonte ha arginato le invasioni barbariche dei Lumbàrd; il PD, poi, proprio non riesce a dimostrare un po’ di strategia politica e se fosse riuscito a scardinare il culo della Bresso dalla poltrona e proporre un candidato più carismatico, Torino, forse, si sarebbe salvata. Un Piemonte diviso in tre: metà dei Piemontesi, cioè Torino e provincia, ancora roccaforte della sinistra, metà, quella delle tipiche cittadinelle di provincia (da Cuneo a Novara, fino ad arrivare a Verbania), ormai fedele al Carroccio, e un diffuso 4% che ha comprensibilmente scelto Beppe Grillo, esprimendo così il proprio disagio politico, destinato ad aumentare. Ad ogni modo, con tutto questo successo, il neo-Presidente Cota non si poteva certamente risparmiare la sua prima cazzata di consiliatura: “la pillola Ru486 resterà nei magazzini!”, magari con un crocifisso in mano e ribadendo la storica tradizione cristiana piemontese! Il nuovo pupillo dalla camicia verde e dal cuore nero, invece di continuare a propagandare la difesa della vita e a pensare all’aborto come a un reato, dovrebbe capire che la pillola abortiva tutela la libera scelta della donna ad abortire, in quanto evita loro il molesto e invasivo intervento chirurgico; di fatto, lui potrebbe benissimo ritardare o impedire la diffusione della pillola sotto un profilo tecnico-economico, non inserendola nel prontuario regionale e impedendo, così, agli ospedali di ordinarla. Cosa conta poi che l’Agenzia italiana del farmaco, organo tecnico e non politico, abbia autorizzato l’immissione in commercio della pillola a livello nazionale?! Ma con questo federalismo nell’aria, ogni regione fa da sé e si fotta l’uniformità della rete sociale su territorio nazionale, che, tradotto, vuol dire: si fottano pari opportunità e uguaglianza sociale per ogni singola persona.

Rimanere fermi su queste polemiche medievali ci farà arretrare e allontanare dall’Europa: tutte questioni inutili che distoglieranno, come al solito, l’attenzione della gente dai lavoratori che protestano sui tetti delle aziende, dall’aumento della disoccupazione giovanile, dalla mafia sempre più potente, dalle università dominate dai baroni, dall’inerzia del Parlamento che si occupa soltanto dei guai dell’imperatore, dai servizi sociali sempre più scadenti e costosi, se non assenti, dalla corruzione dilagante della classe dirigente, dalle ripetute censure alla libera informazione, dalla iniquità sociale.

In quest’Italia dominata dall’ignoranza leghista al nord, dalla mafia al sud, da un cabarettista delinquente a Palazzo Chigi, con tutti i rispettivi giochi di potere, le lobby e gli interessi di palazzo, e da un corpo elettorale assopito, l’unica possibilità di riscatto sta in una violenta scossa che provochi un radicale cambiamento. Un lumino di speranza, però, c’è: Nichi Vendola, che è riuscito a sconfiggere il suo famigerato avversario, D’Alema, ha dimostrato che oggi in Italia, nonostante Berlusconi, la Lega, il berlusconismo, il PD, il fallimento dei sindacati e la disaffezione alla politica, la gente può ancora dare il proprio voto a sinistra con speranza.

E che rivoluzione sia, allora.

P&L
Tom