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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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BERLUSCONEIDE; FALSO IN BILANCIO NELL’ACQUISTO DEI TERRENI DI MACHERIO – CAPITOLO IV

Posted By Tom on luglio 6th, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle amnistie – capitolo IV

Chiusosi momentaneamente il libro delle prescrizioni, continua la nostra Berlusconeide con il libro delle amnistie. Infatti l’eroe di questa saga ha avuto anche la fortuna di rimanere impunito grazie ad alcune delle numerose leggi di amnistia emanate dal Parlamento italiano; ma d’altronde il numero di reati commessi da Berlusconi è talmente alto e talmente frazionato nel tempo che le probabilità di incappare in qualche amnistia sono vicinissime alla certezza. E di fatti così è stato. Sottolineo inoltre che, come per la prescrizione, il presupposto perché si possa applicare l’amnistia è la commissione del reato. Quindi Berlusconi, nel caso specifico, ha commesso il reato di falso in bilancio, per poi essere prosciolto, appunto, per l’amnistia concessa dal legislatore nel 1992.

L’inchiesta sulle irregolarità nella compravendita dei terreni intorno alla villa di Macherio (quegli stessi, di cui la ex first lady italiana Veronica Lario ha ottenuto l’usufrutto a vita in seguito al divorzio consensuale) partì dal condono tributario del 1992 ottenuto da Agostino Erba, il possidente brianzolo, venditore di tali terreni; questi, per mettersi in regola, denunciò di aver ottenuto 4 miliardi e mezzo di lire in nero per la vendita dei suddetti terreni. Per riportare i terreni al valore reale senza pagare tasse, il Cavaliere e i suoi manager avrebbero sfruttato un’esenzione fiscale introdotta dal Ministro socialista delle Finanze Rino Formica: niente imposte sulla seconda compravendita di quote sociali inferiori al 15%. Una leggina che, secondo l’accusa, sarebbe l’unica giustificazione del passaggio fittizio dei terreni attraverso le due società immobiliari acquirenti, appartenenti al gruppo Fininvest, Idra e Buonaparte II, intestate a due dipendenti e sette prestanome di Berlusconi, ribattezzati dagli inquirenti “i 7 nani”. Di qui l’ipotesi di evasione fiscale, che portò poi il Pm di Milano Margherita Taddei a indagare il nostro eroe per appropriazione indebita, frode fiscale e doppio falso in bilancio (uno per ciascuna delle società immobiliari del gruppo Fininvest). Le prove principali contro Berlusconi consistevano nel fatto che i 4 miliardi e mezzo furono versati a Erba non dalle casse delle società immobiliari, ma dai conti personali di Silvio Berlusconi e che il ricavato del secondo passaggio di quote tornò su un libretto personale (precisamente il numero 1957) del Cavaliere. L’impianto accusatorio della Procura era semplice: “Che ragione c’era per ricorrere a quei marchingegni contabili, se non per nascondere qualcosa, per truffare il fisco?” Così, nella requisitoria del 21 gennaio 1999 il Pubblico ministero Taddei spiegò il semplice impianto accusatorio.

L’ipotesi di appropriazione indebita fu la prima a cadere. Lo stesso Pm Taddei riconobbe nella stessa requisitoria che il Cavaliere non si era arricchito in alcun modo dalla complicata operazione. A marzo arrivò la sentenza del Tribunale: a fronte dei 16 mesi di reclusione chiesti dall’accusa, la sentenza di primo grado assolse con formula piena Berlusconi dalla frode fiscale e dichiarò prescritti i due reati di falso in bilancio (ricordo ancora che presupposto per la prescrizione di un reato è la commissione del reato: la sentenza di primo grado, quindi, accertò che i due reati di falso in bilancio furono commessi, per poi dichiararli prescritti).

In appello, la Procura generale di Milano, tramite il sostituto Edmondo Bruti Liberati, tornò a chiedere la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. Ma la terza Corte d’appello di Milano (presieduta da Renato Caccamo, lo stesso che firmò le sentenze definitive di condanna per Bettino Craxi) ampliò il proscioglimento del primo grado: la sentenza del 29 ottobre 1999 riconfermò l’assoluzione dalla frode fiscale e assolse con formula piena l’imputato anche dal falso in bilancio della società Idra; lo prosciolse, invece, dal reato di falso in bilancio della società immobiliare Buonaparte per l’amnistia intervenuta nel 1992 (invece che per prescrizione, come dichiarò la sentenza di primo grado). I giudici d’appello spiegarono perché quest’ultimo reato non poteva essere punito: il condono tributario del 1992, lo stesso di cui si avvalse Erba, il venditore dei terreni di Macherio, cancellava anche i connessi reati di falso in bilancio.

Paradosso di tutta la vicenda fu che l’unico a dover pagare, rimborsando le spese processuali, fu il Ministero delle Finanze (cioè tutti NOI), che si era costituito parte civile. E non solo. Mentre il Procuratore generale di allora Francesco Saverio Borrelli dichiarava di voler rispettare comunque le sentenze, Silvio Berlusconi, allora semplice parlamentare, commentava: “Mi chiedo in nome di quale giustizia la Procura milanese abbia perseverato con tanta determinazione nel proposito di dipingermi davanti agli Italiani come uno spregiudicato evasore fiscale”. Sfogando tutto il suo timore di essere condannato, l’attuale Presidente del Consiglio metteva in atto la sua tecnica comunicativa e propagandistica di discredito della magistratura che su di lui indagava, per dipingersi di fronte all’elettorato come un eroe, un martire perseguitato per i suoi alti valori politici; ancora una volta, Berlusconi fu visto come innocente agli occhi dell’opinione pubblica e non come un delinquente amnistiato.

P&L
Tom

Ultim’ora; Brancher si dimette e chiede il rito abbreviato. E così l’acqua divenne benzina…

Posted By fred on luglio 5th, 2010

Il ministro Brancher, dopo aver vigorosamente dichiarato per due settimane l’impossibilità delle sue dimissioni, si è oggi dimesso.

Ma non solo, dopo aver rinunciato al legittimo impedimento, dopo aver rinunciato “irrevocabilmente” al suo finto ministero, ha addirittura chiesto di essere processato con il rito abbreviato, ovvero senza appelli e ricorsi. Quando la V sezione penale del Tribunale di Milano emetterà una sentenza sullo scandalo della Banca Antonveneta, inerentemente alla posizione di Brancher, l’0rmai ex Ministro subirà le decisioni dei magistrati senza se e senza ma.

Tutta questa disponibilità, due settimane dopo l’istituzione a Ministro con consegente invocazione del legittimo impedimento, puzza di bruciato. Per l’esattezza di governo che brucia, con un governo tecnico, o a larghe intese, o addirittura nuove elezioni, all’orrizonte.

E allora il Presidente Pompiere sacrifica l’ultimo arrivato, il più classico delle vittime, per gettare acqua sul fuoco.

Speriamo sia oramai troppo tardi, e l’acqua diventi benzina. L’ultimo miracolo di Berlusconi, a suo dire il Gesù del 2000.

Francesco Woolftail Dal Moro

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO III – CASO LENTINI

Posted By fred on giugno 23rd, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle prescrizioni; capitolo III

La nostra Berlusconeide continua oggi con la terza e, momentaneamente, ultima, puntata del libro delle prescrizioni. È doveroso evidenziare la momentaneità di detta conclusione, in quanto processi tuttora pendenti (vedi Mills) non potranno che risolversi con la prescrizione.

Attualmente, l’ultimo processo a carico del Premier estinto con prescrizione, è quello relativo all’acquisto, da parte della società Ac Milan nel 1995, delle prestazioni del giocatore Gianluigi Lentini, all’epoca in forza alla Torino granata.

Berlusconi, presidente, e Galliani, amministratore delegato, furono accusati di aver versato nelle casse del Torino 10 miliardi di lire in nero, solo 18 alla luce del sole, e di aver falsato fraudolentemente i bilanci della società rossonera negli anni solari ‘93-’94. La procura di Milano, ossia l’accusa, estese poi dal ‘91 al ‘97 l’arco temporale in cui i falsi di bilancio erano avvenuti, imbattendosi in nuovi rilevantissimi elementi: una buona parte degli introiti conseguiti con la cessione dei diritti d’immagine delle star rossonere, furono girati a una società offshore affiliata alla Fininvest, la New Sport Time, affinchè il rapporto ricavi/indebitamenti non superasse il quoziente massimo (di tre unità percentuali) consentito per l’iscrizione ai campionati di Serie A. Ma non solo. Sempre secondo l’accusa, vennero create delle società intermediarie tra i giocatori e la società pagante, pubblicamente spacciate per società di amministrazione dei diritti d’immagine, attraverso le quali il Milan pagava altri profumatissimi miliardi sottobanco ai suoi campioni, tra i quali Van Basten, Gullit, Rijkaard, Baresi, lo stesso Lentini, Maldini (attualmente indagato per truffa allo Stato, ma questa è un’altra storia), Savicevic e Panucci. Si va dai 48 miliardi a Van Basten, ai 4 a Maldini.

Per i calciatori si sarebbe aperto un ulteriore processo, se non si fosse prescritto il reato principale, nelle modalità che ora vedremo.

Accertati questi fatti, i due “Capoccia” di via Turati furono iscritti nel registro degli indagati, e rinviati a giudizio nel Maggio ‘98, presso il Tribunale di Milano. Il Presidente del Torino, invece Gianmauro Borsano, per questo e altri reati, quale ad esempio la bancarotta fraudolenta, fu giudicato dal Tribunale di Torino, e patteggiò la pena.

Tornando alle alte cariche del club “più titolato” al mondo, che proprio in quegli anni costruiva le sue fortune sportive in Europa e nel mondo, i due erano in attesa delle sentenza di primo grado nel Luglio ‘99, ma ecco il primo colpo di scena (nessun capitolo della Berlusconeide ne sarà privo): uno sciopero degli avvocati, protrattosi per un mese e a cui presero scaltramente parte i legali della difesa, fece slittare l’inizio delle udienze, l’apertura delle danze,  fino al Giugno del 2000, un anno dopo. I penalisti chiedevano al Parlamento che il “Giusto Processo” (insieme di vari principi, quali la presunzione di innocenza, diritto alla difesa, processi in tempi ragionevoli…) diritto della persona riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, fosse inserito nella Costituzione italiana. Cosa, per altro, non avvenuta.

Nella primavera del 2001 Berlusconi ottenne per la seconda volta la Presidenza del Consiglio, e nel Gennaio 2002 il secondo colpo di scena del processo: il governo, su delega parlamentare, riformò le leggi in materia di diritto societario (escamotage con il quale risolverà svariati processi: depenalizzare o modificare i termini di un reato per il quale è in giudizio), riducendo, da sette e mezzo a quattro, gli anni necessari alla prescrizione del reato di falso in bilancio non querelato da terzi, ovvero perseguito d’ufficio dalla magistratura.

Il 4 Luglio 2002 il giudice Fabio Paparella dichiara il reato inevitabilmente estinto per prescrizione, con buona pace del Pm Gherardo Colombo che aveva cercato, in extremis ed inutilmente, di mandare le nuove riforme ad personam dritte dritte nelle fauci della Corte Costituzionale.

“Per quanto sgradite, i magistrati debbono fare rispettare le leggi vigenti, non smontarle” commentò Amodio, il furbo e viscido legale di Berlusconi, l’avo di Niccolò Ghedini, il “sir Bis” di sua maestà.

Risultato: Il Torino Calcio e il suo Presidente hanno pagato per questi illeciti, il Milan e i suoi dirigenti sono rimasti impuniti.

Come inizia a trasparire in maniera cristallina dalla nostra Berlusconeide, l’uso strumentale delle Istituzioni è proprio il signorotto d’Arcore a farlo; quando Berlusconi accusa i magistrati di usare la Giustizia per fare politica, in realtà è lui stesso a usare la politica per farsi giustizia.

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Si conclude così, seppur momentaneamente, come ricordato sopra, il libro delle prescrizioni; proseguiremo nei prossimi giorni con il libro delle amnistie.

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO II: LODO MONDADORI

Posted By Tom on giugno 20th, 2010

Berlusconeide – Libro delle prescrizioni – Capitolo II

Il secondo capitolo della Berlusconeide tratta di quello che oggi viene genericamente definito “lodo Mondadori”, cioè la lunga e complessa vicenda che ha visto e vede tutt’oggi scontrarsi due big della imprenditoria italiana: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti.

Berlusconi e De Benedetti

Per ricostruire tale vicenda è necessario, prima di tutto, contestualizzarla: siamo negli anni Ottanta, quando Berlusconi già stava costruendo il suo impero televisivo grazie alle tangenti versate al PSI di Bettino Craxi, che di fatto agevolò le reti Mediaset, come d’altronde accertato dal processo All Iberian I. Certamente, l’imprenditore milanese aveva compreso bene che la televisione, dopo l’abbattimento del monopolio statale, sarebbe stata un’ottima fonte di guadagno e successo, dal momento che lui avrebbe detenuto un vero e proprio monopolio privato sul sistema radiotelevisivo. Ma questa corsa all’oro può essere ben configurata se viene considerata solo come una componente di un disegno ben più ampio: la conquista dei grandi mezzi di comunicazione italiani.

Berlusconi puntava, quindi, anche all’editoria. A metà degli anni Ottanta, infatti, iniziò ad acquistare massicciamente quote della Mondadori, la storica casa editrice fondata nel 1907 da Arnoldo Mondadori. Ma solo alla morte del presidente Mario Formenton nel 1987, si aprì la cosiddetta “guerra di Segrate” (il paese milanese dove ha sede la casa editrice), una vera e propria lotta di successione alla gestione dell’azienda. In quel momento i soggetti che avevano in mano la Mondadori erano, appunto, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR dell’ingegner Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton, la quale, però, non era interessata alla gestione dell’azienda. Rimanevano, dunque, Berlusconi e De Benedetti a contendersi il controllo sull’impresa e, soprattutto, a ingraziarsi la famiglia Formenton: il soggetto che sarebbe riuscito a comprare le loro azioni sarebbe diventato il socio di maggioranza e avrebbe così ottenuto il controllo dell’azienda. Nonostante il contratto di vendita stipulato con Carlo De Benedetti, per cui la CIR avrebbe ottenuto tali azioni entro gennaio 1991, la famiglia Formenton, nel 1989, favorì Berlusconi che si insediò, nel 1990, come nuovo presidente.

Questi gli antefatti che portarono al ricorso a un lodo arbitrale, l’effettivo “lodo Mondadori” (termine utilizzato impropriamente anche per le successive vicende giudiziarie). Il collegio di arbitri si espresse a favore di De Benedetti: il contratto era ancora valido, le azioni dovevano tornare all’ingegnere, che così ottenne il legittimo controllo dell’azienda e divenne presidente della Mondadori.

Ma la sete di potere di Berlusconi non poteva così facilmente essere eliminata. Impugnò il lodo davanti alla Corte d’appello di Roma, presieduta da Arnoldo Valente, giudice relatore: Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991 viene emessa la sentenza per cui parte del contratto De Benedetti-Formenton contrastava con il diritto societario: il contratto era da considerarsi nullo e così anche il lodo arbitrale. La Mondadori tornò così alla Fininvest. Ma parte dei dipendenti e dei direttori non tollerarono il nuovo proprietario. Ed è a questo punto che, con l’intervento dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti e del suo fedele Giuseppe Ciarrapico, viene raggiunto un accordo: La Repubblica e L’Espresso passano alla CIR, mentre il resto della Mondadori rimane nelle mani di Berlusconi. Da questo momento in poi Berlusconi teme la concorrenza del gruppo Espresso, a tal punto che, una volta “sceso in campo”, strumentalizzerà proprio la politica per gettare discredito sull’unico concorrente che davvero riesce a tenergli testa imprenditorialmente. Berlusconi, da Presidente del Consiglio, accusa La Repubblica di faziosità, in quanto di sinistra, sperando così di batterla sul mercato con le armi della piccola politica: e questo è solo uno dei tanti aspetti del gigantesco conflitto d’interessi in capo al premier.

La seconda parte della vicenda ci rimanda al 1995, quando Stefania Ariosto, compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, sconosciuta al grande pubblico ma nota nella mondanità milanese, si presenta alla Procura a Milano e racconta ciò che sa da mesi, dopo assidua frequentazione a Roma degli ambienti vicini a Silvio Berlusconi e Cesare Previti, legale della Fininvest. La Ariosto raccontò non solo che Previti era amico dei magistrati

Cesare Previti

Arnoldo Valente e Vittorio Metta, quei giudici che qualche anno prima dichiararono nullo il contratto di vendita delle azioni Mondadori a De Benedetti, ma anche di averlo sentito parlare di tangenti ai giudici stessi: il risultato fu che il pool di Mani pulite riuscì a scovare sospettosi movimenti di denaro da All Iberian, la società off-shore dietro cui si celava la Fininvest ai conti esteri degli stessi legali Fininvest e da questi ai conti del giudice Metta.

I magistrati inquirenti, allora, richiedono al giudice per l’udienza preliminare Rosario Lupo il rinvio a giudizio per corruzione di Berlusconi, dei tre avvocati Fininvest Previti, Pacifico e Acampora, e del giudice Metta (dimessosi poi dalla magistratura e assunto, guarda caso, nello studio legale di Previti). Il gup, però, proscioglie gli indagati. La procura impugna il proscioglimento. Il 25 giugno 2001 la Corte d’Appello rovescia la sentenza del gup Lupo e rinvia a giudizio tutti gli indagati, tranne Berlusconi, il cui reato, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, viene dichiarato prescritto. La Cassazione conferma il proscioglimento per prescrizione. Silvio Berlusconi scampa in questo modo al processo: il ladro scappa e la fa franca.

La Corte di Cassazione non solo respinse il ricorso della Procura contro la sentenza della Corte d’Appello che proscioglieva, appunto, Berlusconi per prescrizione (confermando quindi la sentenza della Corte d’Appello), ma respinse anche le richieste della difesa, la quale non si accontentava del proscioglimento per prescrizione, ma pretendeva la piena assoluzione per Berlusconi. Anche se il risultato tra piena assoluzione e proscioglimento per prescrizione è lo stesso, la sostanza è totalmente differente: mentre nel primo caso viene dichiarato che l’imputato non ha commesso il fatto incriminato, nel secondo si accerta che il reato è caduto in prescrizione e la prescrizione soggiunge per un reato, se tale reato, ovviamente, è stato commesso. In sostanza, quindi: è accertato che Berlusconi abbia corrotto il giudice Metta, affinché sentenziasse a suo favore, annullando il contratto (in realtà legittimo) De Benedetti-Formenton e di conseguenza il successivo lodo arbitrale. Le azioni della Mondadori sono state, quindi, ottenute illecitamente tramite la corruzione, metodo principe di scalata al successo mediatico editoriale e radiotelevisivo dell’attuale premier.

Come succederà anche in altri processi, lo vedremo nel seguito della Berlusconeide, ironia vuole che Berlusconi riesca a salvarsi, mentre i suoi “compagni di merende” subiscano il processo. Un processo molto lungo che si chiuderà nel 2007 con la sentenza della Corte di Cassazione di condanna per corruzione in atti giudiziari per i tre legali Fininvest a 1 anno e 6 mesi di reclusione e per l’ormai ex giudice Metta a 2 anni e 9 mesi di reclusione.

Ma la vicenda non finisce qui. Esistono altri due elementi giudiziari che confermano non soltanto l’illiceità dell’acquisizione della Mondadori da parte della holding di Berlusconi, ma anche la responsabilità dello stesso negli atti corruttivi. In particolare Cesare Previti, legale della Fininvest, già senatore dal 1994 al 1996 e Ministro della difesa nel primo Governo Berlusconi, eletto poi deputato nella XIII, XIV e XV legislatura e poi dimessosi da parlamentare nel 2007 in seguito alla sentenza di condanna, aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sostenendo che gli era stato negato il diritto a un equo processo, a non essere punito in assenza di legge e alla privacy, in relazione al processo sul lodo Mondadori, che, dal 2002, tra l’altro, era stato unificato al processo Imi-Sir (è la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano, che vide soccombere quest’ultimo all’accusa da parte del primo di avergli negato un credito promesso. Ma la successiva ricostruzione degli inquirenti milanesi Gherardo Colombo e Ilda Boccassini spiega che la famiglia Rovelli comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle dando incarico agli avvocati romani Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora di corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde. Nel 2006 la Cassazione condannerà Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione in atti giudiziari e assolverà Squillante e Verde). La Corte europea ha respinto lo scorso gennaio il ricorso di Previti, smontando punto per punto le sue teorie di persecuzione dei magistrati nei suoi confronti.

Il secondo elemento riguarda invece la causa esperita dalla CIR per ottenere il risarcimento per il danno economico, dovuto alla mancata acquisizione della Mondadori; mancata, dato che la sentenza del 1991 che dichiara la nullità del lodo arbitrale era viziata da corruzione, come accertano le sentenze di condanna del 2007 per, appunto, Metta, e i legali Fininvest e di prescrizione per Berlusconi. Non centrano quindi tangenti e corruzione, si tratta di una causa civile e non di un procedimento penale. Il 3 ottobre 2009 il Tribunale di Milano condanna la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro in favore della CIR di De Benedetti: logica conseguenza, accertata la corruzione nella sentenza della Cassazione del 2007. Ma non solo. Il giudice Raimondo Mesiano (quel Mesiano vittima di un servizio vergognoso di Brachino su Mediaset che lo ritraeva come “stravagante”) scrive nelle motivazioni che “Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest” e tale corresponsabilità comporta “come logica conseguenza la responsabilità della stessa Fininvest, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”. In sostanza scrive che non è pensabile che un bonifico di circa 3 miliardi delle vecchie lire (la tangente per gli avvocati Previti e per il giudice Metta) fosse effettuato dalla società, senza che Berlusconi lo sapesse. Ovviamente i legali della Fininvest hanno richiesto la sospensione dell’esecutività di tale sentenza, ottenendola, e hanno fatto ricorso in Appello.

La guerra tra Berlusconi e De Benedetti non sarà ancora del tutto conclusa. Ma sicuramente questo, insieme alla vicenda All Iberian, è già sufficiente per capire che l’attuale Presidente del Consiglio controlla i principali media italiani grazie alla corruzione, che non ha mai pagato per tale corruzione e che tipo di persona governa l’Italia.

Siamo noi tutti eversori comunisti a parlare delle sue “fortune”? No, è lui un abile corruttore, bugiardo e mistificatore.

P&L
Tom

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO I: ALL IBERIAN

Posted By fred on giugno 15th, 2010

La Berlusconeide, l’antologia giudiziaria del Presidente del Consiglio, dell’uomo che dopo aver fondato Milano2, partì alla conquista di Roma, spicca oggi il volo dai suoi processi conclusi con prescrizione. Seguiranno le amnistie, le assoluzioni grazie a leggi ad personam o in formula dubitativa, le più scandalose archiviazioni e i processi tuttora pendenti.

Lo scopo di questa epopea è raccontare al lettore chi è il Presidente del Consiglio, come ha costruito il suo impero, con chi ha lavorato e che uso ha fatto dello Stato e della politica.

Sono esclusi i processi in cui è collegato indirettamente (ad esempio quelli a carico di Dell’Utri, di Paolo Berlusconi, e di molti altri personaggi collegati al premier).

BERLUSCONEIDE, libro delle prescrizioni – CAPITOLO I

In un tempo non molto lontano, in un terra non certo sconosciuta, un intraprendente imprenditore del milanese si rese protagonista di una importante scalata al successo, alla ricchezza, alla fama e al potere. Un escalation che è attualmente in essere, o forse in declino, ma questa è un’altra storia.

Quest’uomo rivoluzionò l’Italia degli anni 80, cambiò il sistema televisivo, con canali trasmittenti argomenti nuovi e in tutte le fasce della giornata, con sommo gaudio di pensionati e casalinghe, regalò una grande passione agli sportivi, costruì oltre 30,000 posti di lavoro, istituì una banca dai tassi agevolati, si appropriò di case editrici, giornali e molto altro, fondò un partito, e infine divenne Presidente del Consiglio svariate volte.

Da oltre un trentennio il suo nome è sulla bocca degli italiani e sulle pagine di tutti i giornali.

Silvio Berlusconi, il punto di raccordo tra la prima e la seconda Repubblica, l’anello mancante in numerosi misteri, il vate di questa yuppie Italietta, è l’indiscusso protagonista degli ultimi trent’anni di cronaca, politica, indagini e inchieste.

Ma chi è, dietro alla maschera dei sorrisi, del lifting e del successo, Silvio Berlusconi? E come è riuscito a conquistare tutto e tutti, e a diventare uno degli uomini più ricchi al mondo?

Questi quesiti non verranno probabilmente mai appagati, nè la Storia rivelerà mai fino in fondo certi misteri; tuttavia molte questioni sono note, e la magistratura vi si imbattè, vi si imbatte, e continuerà ad imbattervisi.

Diversi fatti vennero accertati, e svariati reati denunziati e provati, ma prescrizioni, amnistie, leggi ad personam, errori della magistratura inquirente, ed altri escamotage, furono più efficaci di qualsiasi avvocato e pm.

La nostra storia comincia con il processo All Iberian, in cui Silvio Berlusconi fu imputato per finanziamenti illeciti al PSI di Craxi e falso in bilancio della sua società, la Fininvest.

I fatti risalgono all’arco temporale intercorso tra gennaio ‘91 e novembre ‘92, quando 22 miliardi di lire defluirono gradualmente dai fondi neri della All Iberian, società offshore della Fininvest, alle casse del PSI, tramite il conto svizzero di un prestanome del Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

L’imprenditore versava tangenti, e il partito sfornava in risposta leggi, quali la “Mammì” e il “decreto Berlusconi”, mirate alla crescita economica di quell’imprenditore, o alla distruzione della sua concorrenza; nella fattispecie il PSI agevolò notevolmente Mediaset, consegnando alla Fininvest, sebbene contro qualsiasi direttiva europea vigente, un quasi monopolio dei canali televisivi nazionali, e bloccando le azioni della magistratura contro questo incalzante e illegittimo monopolio.

Nel Luglio del 1996 Berlusconi fu rinviato a giudizio dal gip Maurizio Grigo con i capi di accusa di finanziamenti illeciti e falsi in bilancio, e con Craxi, allora già rintanatosi ad Hammamet, coimputato.

“Usano la giustizia per altri fini” commentò lo scatenatissimo Silvio. Frase destinata a diventare il leit-motiv di questa Odissea giudiziaria.

Ma ecco il primo colpo di scena della storia: un mese prima della sentenza di primo grado, il 17 Giugno 1998, la Fininvest, che era direttamente collegata alla All Iberian, reclamò di non essere stata invitata al processo, e dunque di non potersi costituire come parte civile nel processo a carico del suo azionista di maggioranza, per quello che riguarda esclusivamente i falsi in bilancio.

La magistratura inquirente fu costretta ad ammettere l’errore, sancendo una prima incredibile vittoria di Berlusconi, sellando per lui il cavallo della “magistratura politicizzata”, delle “toghe rosse”, che cavalcherà fino ai giorni d’oggi.

Il processo fu diviso in due tronconi, che presero il nome di All Iberian 1, relativo ai finanziamenti illeciti, e All Iberian 2, inerente ai falsi in bilancio, del quale parleremo più avanti nella nostra antologia, quando tratteremo dei processi risolti con assoluzione grazie a leggi ad personam.

Fintanto che i due capi d’accusa erano unitariamente giudicati, i termini di prescrizione decorrevano dal 1996, anno in cui fu constatato l’ultimo falso in bilancio. La prescrizione per l’accusa di finanziamenti illeciti decorreva invero dal 1992, con una durata di sette anni e mezzo, ma allora era possibile la richiesta di continuazione del processo al fine di una sentenza. Con la separazione dei processi, non ci fu modo di prorogare la prescrizione dell’accusa di finanziamenti illeciti.

La sentenza di primo grado arrivò velocemente, considerata la corsa contro il tempo, e inflisse a Silvio Berlusconi due anni e quattro mesi di reclusione, e 10 miliardi di lire di ammenda, e 20 miliardi di lire d’ammenda nonché quattro anni di reclusione all’ormai egiziano Craxi.

Nell’Ottobre 1999, tuttavia, la Corte d’Appello dichiarò prescritti i reati a carico degli imputati, e l’anno dopo la Cassazione non potè fare altro che confermare questi verdetti.

Berlusconi vinse una delle tante battaglie, una delle poche per demeriti di disattenti magistrati, e non grazie a immunità, impunità, lodi e impedimenti.

Il Berlusconi nemico dei giudici trasse linfa vitale da questa vittoria, e soprattutto credibilità e perenne e incondizionata presunzione di innocenza, mentre la magistratura, a causa dei suoi stessi errori e delle false verità perpetrate dalle televisioni dell’imputato, dovette aprire l’ombrello per coprirsi dall’acquazzone di fango.

All Iberian fu uno dei processi simbolo dell’epoca di Tangentopoli, i cui imputati Craxi e Berlusconi, il secondo legittimo erede del

Silvio e Bettino, in una foto storica

primo, sono l’incarnazione umana rispettivamente della prima e della seconda Repubblica, accomunate dalla dilagante corruzione in ogni settore della “cosa pubblica”.

Ed è da ricercarsi in questa constatazione il vero motivo per il quale una condanna definitiva sarebbe stata impensabile: essa avrebbe rappresentato la condanna del sistema Italia.

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Inchiesta commissione Grandi Rischi – di Emilio Fusari

Posted By fred on giugno 11th, 2010

Emilio Fusari, un uomo abruzzese, colpito un anno fa dal dramma del terremoto, e ora dalla scandalosa mancata esenzione fiscale, ha scritto un interessante intervento per la Fionda e i suoi lettori, che vi invitiamo a leggere con attenzione. Rivogliamo ad Emilio i nostri più sinceri ringraziamenti e i più affettuosi auguri per il futuro.

Quando, l’altra sera a Ballarò, ho sentito Pierluigi Battista dire che i magistrati aquilani pretendevano doti divinatorie dalla Protezione Civile, e che la stessa è indagata per non aver “previsto” il terremoto, credevo di avere le traveggole.

Ora, si fosse trattato, che so, di un Belpietro qualunque, non mi sarei stupito più di tanto di una tale distorsione della realtà.

Il problema però sorge nel momento in cui lo fa un editorialista di punta del Corriere della sera, che è, come si sa, il più noto giornale terzista campione assoluto di cerchiobottismo in Italia; al che mi sorge il dubbio che davvero non sia il merito dell’affermazione ad essere sbagliato, ma che ci sia un vero e proprio metodo di disinformazione generalizzato sulla questione terremoto in Abruzzo.
IL 3 giugno si sono concluse le indagini preliminari volte ad accertare le responsabilità della Commissione Grandi Rischi -e non della Protezione Civile- per la mancata prevenzione -e non previsione- dalla catastrofe.

Sono stati inviati 7 avvisi di garanzia ai vertici della Commissione stessa per omicidio colposo.

Immediata difesa della Protezione Civile(come se fosse essa stessa indagata) e di tutti gli organi filo-governativi che a voce unica rivendicavano l’impossibilità di prevedere un terremoto.

Il problema però è che nessuno ha chiesto alla Commissione di prevedere nulla ma semplicemente di predisporre la popolazione all’eventualità di un possibile terremoto.

6 giorni prima, il 31 marzo, in una riunione durata si e no un ora, si stilò un documento rassicurante sullo sviluppo dello sciame sismico che da mesi interessava tutta l’area aquilana. E allora, come si fa a dire che non ci sarà un terremoto se non è, come ci si è affannati a ripetere, un evento prevedibile? Come ha potuto, l’organo che deve garantire la sicurezza dei cittadini,garantire che non ci sarebbero stati rischi per la popolazione e quindi invitarli a restare comodamente nelle proprie abitazioni?

Perché nei mesi precedenti,in cui già si avvertivano innumerevoli scosse(seppur di lieve e media entità) la Protezione Civile non ha preposto piani per eventuali evacuazioni e la verifica, non dico di tutti gli edifici, ma almeno di quelli giudicati più fatiscenti?

Queste sono le domande, e non altre, a cui la magistratura sta tentando di dare una risposta. Certamente raccontarla in altri modi è nocivo solo nei confronti della verità e di chi a quella verità sta appeso e tenta con tutte le forze di non cadere nel vuoto.

Di nuovo.

Emilio

La riforma dell’ingiustizia – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on aprile 24th, 2010


Giustizia. Una parola che racchiude in sé una miriade di significati e accezioni. Una parola che nella storia dell’uomo ha suscitato dibattiti e discussioni e che sempre ne susciterà. Cosa è giusto? Chi lo decide? “Giustizia” è un concetto assoluto? O relativo? La giustizia è naturale? Divina? O umana? L’unica certezza risiede nel fatto che questi quesiti sono nati in base a un’esigenza umana, quella della pacifica convivenza sociale. Ed è proprio in virtù di questo bisogno che dalla rivoluzione illuministica e borghese sorge, per la prima volta nella storia, il concetto che sia l’uomo stesso a determinare cosa sia giusto o meno, per mezzo dei propri rappresentanti democraticamente eletti. Fuori, allora, la divinità, la natura o qualsiasi entità trascendente che detti la retta via da seguire. La giustizia passa ora per il diritto, inteso come legge formale, cioè come prodotto della volontà popolare, il diritto torna ad essere “ars boni et aequi”, il diritto è prodotto dello stato: costituzione, leggi e decreti ministeriali diventano così i provvedimenti legittimati a definire la giustizia.

Non si può, allora, non considerare che, oggi, il termine “giustizia” è altamente abusato: se si parla di giustizia istituzionale, bisogna riferirsi alla magistratura, deputata a far rispettare la legge, e al Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno dell’ordine giudiziario; il diritto processuale definisce le modalità di svolgimento del processo, strumento necessario al conseguimento di una sentenza, il provvedimento principe per l’applicazione della legge; e infine vi è l’aspetto organizzativo delle sedi giudiziarie, dai tribunali, alle cancellerie, dalle carceri, alle procure. Più propriamente allora bisogna discutere di amministrazione della giustizia, o meglio, amministrazione degli organi istituzionali, degli strumenti processuali e delle sedi giudiziarie, volti al rispetto della legge. E non è solamente una questione terminologica, non si tratta semplicemente di separare i concetti filosofici di giustizia dai tentativi umani di raggiungere un’equa e pacifica convivenza sociale; c’è, invece, molto di più: parlando di “amministrazione” si comprende molto meglio che in ballo ci sono persone che attendono speranzose il risarcimento per un danno sofferto, imputati innocenti che rischiano il carcere, dipendenti pubblici sotto stipendiati, detenuti che attendono condizioni migliori di vita carceraria. Per tutte queste ragioni, la cautela dev’essere massima quando si parla di “riforma della giustizia”; ed è anche per tutte queste ragioni che le riforme che questo governo intende attuare sono lontanissime dal risolvere i problemi che il sistema giudiziario italiano si trascina dietro da anni.

I tre punti cardine della riforma della giustizia sono la riforma costituzionale della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura, il disegno di legge sulle intercettazioni e quello sul cosiddetto “processo breve”.

La magistratura è politicizzata, arbitraria, ingiusta e gli organi giudicanti sono spesso in combutta con il pubblico ministero, il quale lancia accuse contro chiunque gli sia politicamente inviso. “Riequilibrare” il rapporto tra magistratura e politica ed eliminare le temute toghe rosse. Questi i motivi ufficiali che hanno spinto l’attuale maggioranza di governo a volere una riforma costituzionale. Riforma che, quindi, nasce già per motivi assurdi, dato che, anche se ogni singolo magistrato seguisse il proprio orientamento politico per emettere le proprie sentenze, il problema riguarderebbe, comunque, i parlamentari e i membri del governo, gli unici di cui è noto l’orientamento politico, ovvero una piccolissima parte della popolazione, la casta: nessun magistrato potrebbe mai conoscere le opinioni politiche delle parti in causa. Primo punto della riforma costituzionale atterrebbe alla separazione delle carriere di giudice e PM, i quali, oggi, fanno parimenti parte dell’ordine della magistratura, godendo, quindi, delle stesse garanzie di autonomia, indipendenza e imparzialità. La separazione delle carriere, quindi, vieterebbe il passaggio da PM a giudice e viceversa, garantendo, a detta dei sostenitori della riforma, parità tra accusa e difesa, la quale, attualmente, sarebbe svantaggiata dalla complicità tra l’accusa e il giudice. Questa teoria denota tutta la malizia dei sostenitori della riforma, secondo i quali la semplice amicizia personale inficia necessariamente il ruolo professionale e induce al non rispetto della relativa deontologia; anzi, proprio in funzione di tutti questi sospetti di favoreggiamenti nei confronti del PM (non si capisce bene quale beneficio ne trarrebbe, dato che l’avanzamento di carriera non è conseguente al numero di sentenze di condanna), spesso i giudici sono più rigorosi e severi nei confronti dell’accusa. Basta, comunque, osservare la realtà, che ci mostra che le assoluzioni sono in media le stesse degli altri Paesi, in cui vige un sistema di separazione delle carriere; secondo questa logica, allora, dovrebbero essere considerati tutti i rapporti di colleganza e bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici per le indagini preliminari (GIP), dei giudici di primo grado, dei giudici d’appello, dei giudici di cassazione e così via. Il dibattito è totalmente inutile: di fatti, attualmente, ai fini del passaggio di funzione, la legge prescrive già il trasferimento di regione, rigorosa condizione, studiata per evitare combutta tra i colleghi magistrati. Il punto è che, separando le carriere, si vuole svantaggiare la figura del PM, il quale verrebbe ridotto, in questo modo, a semplice avvocato d’accusa e perderebbe tutte le garanzie, di cui oggi gode, in quanto magistrato. Mi spiego. Oggi il PM, in quanto magistrato, dev’essere imparziale di fronte ai soggetti che indaga: quindi, nel momento in cui trova prove che inchiodano l’imputato, dovrà sostenere l’accusa davanti all’organo giudicante; se, invece, trova prove che dimostrano l’innocenza dell’imputato, dovrà chiedere l’archiviazione del processo. Insomma, deve compiere le stesse imparziali valutazioni che compie il giudice; l’unica sostanziale differenza è che quest’ultimo ha il dovere di valutare anche le prove e le testimonianze della difesa, ponendosi come terzo di fronte a questa. Con la separazione delle carriere, il PM, come già detto, diventerebbe un semplice avvocato dell’accusa: dovrebbe cioè esclusivamente sostenere una linea accusatoria, senza l’obbligo di valutare eventuali prove scagionanti e scegliendo, quindi, arbitrariamente gli elementi utili alle sue congetture. Altro che parità tra accusa e difesa: quest’ultima non avrebbe sicuramente a disposizione gli stessi mezzi e risorse della pubblica accusa e sarebbe così svantaggiata. Queste le conseguenze della separazione delle carriere. E le si possono capire, considerando che lo scopo reale di tutto questo consiste nell’evitare il controllo giudiziario sugli esponenti politici, che non si accontentano della poltrona, ma pretendono anche l’impunità. Lo dimostra bene il fatto che alla separazione delle carriere seguirebbe lo sdoppiamento del CSM; il Consiglio Superiore della Magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura, cui, ai sensi dell’art. 105 della Costituzione, spettano le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati: è, quindi, l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati da ogni interferenza esterna e soprattutto dal potere esecutivo, storico nemico dell’indipendenza della magistratura. L’intento del governo è la creazione di due CSM, uno competente per i magistrati giudicanti, del tutto simile a quello attualmente esistente e un altro competente per i pubblici ministeri e la polizia giudiziaria; il problema, oltre all’inutilità di creare un ulteriore organo amministrativo e burocratico, consiste nel fatto che questo CSM sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia: siamo allo stravolgimento delle fondamenta delle attuali democrazie occidentali, in quanto l’esecutivo controllerebbe gli organi giurisdizionali, sovvertendo il principio della separazione dei poteri. A tutto questo si aggiunge altro: il progetto di revisione costituzionale vorrebbe introdurre la discrezionalità dell’azione penale, sostituendola all’obbligatorietà della stessa, sancita all’art. 112 della Costituzione; nonostante le apparenze, la ratio dell’obbligo dell’azione penale è uno strumento fondamentale per garantire l’uguaglianza tra i cittadini: il pubblico ministero, di fronte a una notizia di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al riguardo, indipendentemente dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dall’etnia, dall’orientamento politico o dalla condizione sociale dell’indagato. Invece, con la discrezionalità dell’azione penale, si darebbe priorità all’indagine di certi tipi di reato rispetto ad altri; e tale discrezionalità, sempre secondo i progetti di riforma, non spetterebbe al PM, cosa già di per sé deplorevole, ma al Parlamento, il quale, per legge, stabilirebbe le priorità che la pubblica accusa dovrebbe seguire nelle indagini; non solo, quindi, violazione del principio di uguaglianza, ma anche violazione del principio della separazione dei poteri. Quindi, ad esempio, il legislatore potrebbe stabilire che, in caso di notizia di reato commesso da un parlamentare, da un membro del governo o da un qualsiasi pubblico ufficiale, l’indagine dovrebbe aspettare che il soggetto si spogli delle vesti dell’incarico che ricopre, prima di poter essere aperta. E infine tale riforma costituzionale toccherebbe, persino, la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente, ai sensi dell’art. 104 della Costituzione, tale organo è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto, di diritto, dal primo presidente e dal procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri sono eletti, per due terzi, da tutti i magistrati ordinari e per un terzo dal Parlamento. In questo modo, il CSM è effettivamente rappresentativo dei magistrati e allo stesso tempo, per la presenza di membri laici, cioè non togati, non rischia di diventare un organo corporativo ed auto-referenziale dell’ordine giudiziario. La riforma introdurrebbe un sorteggio preventivo all’elezione dei membri eletti, poi, dai magistrati, per, così si dice, stroncare il correntismo all’interno della magistratura, ritenuto la vera causa della politicizzazione della stessa. Il che risulta palesemente incostituzionale, dato che la Costituzione parla espressamente di “elezione” e quindi di pieni diritti all’elettorato attivo (poter scegliere liberamente i propri rappresentanti) e all’elettorato passivo (libertà individuale di candidarsi).

Uno stravolgimento costituzionale, volto all’annichilimento della magistratura. Lungi da me una mitizzazione giustizialista della magistratura, che costituisce anch’essa una casta comunque privilegiata della società; basti pensare a tutti gli avanzamenti di carriera dei magistrati, se pur in aspettativa, cioè sollevati dal loro incarico, in quanto candidati a una carica politica. Ma certamente ciò non giustifica la follia in atto. E comunque se il tendenziale corporativismo dell’ordine giudiziario è il prezzo da pagare per autonomia, indipendenza e imparzialità della magistratura, allora ci si convive senza troppe riserve, dato che il magistrato è la persona che ha il potere giuridico e la legittimazione sociale di disporre delle sorti delle persone.

Ma le aspirazioni dell’attuale maggioranza di governo vanno ben oltre allo stravolgimento istituzionale. Il disegno di legge sulle intercettazioni, presentato dal governo il 30 giugno 2008 e approvato alla Camera dei Deputati il 11 giugno 2009, è fermo al Senato. Il testo è stato ideato ufficialmente per porre fine all’abuso da parte delle magistratura delle intercettazioni e per evitare che la privacy dei cittadini venga continuamente violata. Anche in questo caso si tratta di menzogne o comunque di parole dettate da ignoranza. In realtà, ogni anno, vengono emessi circa 75.000 decreti per intercettare apparecchi telefonici appartenenti anche alla stessa persona: abbondando, le persone davvero intercettate sono circa 80.000. I magistrati ne calcolano, invece, 20-30.000; in ogni caso, un’esigua minoranza della popolazione. Le varie disposizioni del ddl regolamentano l’utilizzo delle intercettazioni, in modo da renderle praticamente inutili. Per prima cosa non si potrà più intercettare per reati puniti con meno di 10 anni di reclusione, salvo quelli contro la pubblica amministrazione: truffa, furto, rapina, reati economico-finanziari, reati ambientali, associazione per delinquere, sequestri di persona, sfruttamento di prostituzione, estorsione, reati ambientali sono solo alcuni dei tanti reati che, in questo modo, non potranno più essere scoperti tramite le intercettazioni. Altro punto forte del ddl sta nel fatto che le intercettazioni non potranno essere utilizzate per più di tre mesi l’anno: ai criminali servirà semplicemente aspettare il novantesimo giorno, per poi continuare a delinquere tranquillamente con la certezza di non essere più beccati, almeno non al telefono. Ma la genialità di Alfano raggiunge il suo massimo con la disposizione, per cui l’intercettazione potrà essere utilizzata solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza: un non-senso, dato che l’intercettazione è lo strumento principe per ottenere un indizio di colpevolezza e nel momento in cui il PM detiene già indizi di colpevolezza, l’intercettazione gli sarà inutile. In poche parole i criminali rimarranno impuniti. E non solo: chiunque pubblicherà atti giudiziari, atti pubblici, rischia l’arresto fino a due mesi o un’ammenda fino a dieci mila euro. Il diritto a informare e ad essere informati viene così soppresso. Ma questo ddl non sfascerebbe il sistema giudiziario. Ci pensa, allora, quello sul cosiddetto “processo breve”, già approvato al Senato il 20 gennaio 2010 e ora all’esame alla Camera. La ratio di tale riforma del processo penale consiste nel garantire tempi certi della durata dei processi. Si sono stabiliti dei tetti massimi: per i reati con pena inferiore ai 10 anni, 3 anni in primo grado, 2 anni per il secondo grado e un anno e 6 mesi per la Cassazione; per i reati con pene pari o superiori ai 10 anni, 4 anni in primo grado, 2 anni in secondo grado e un anno e 6 mesi in Cassazione; per i reati di mafia e terrorismo, 5 anni per il primo grado, 3 in secondo grado e 2 anni in Cassazione. Non si capisce, però, come può far abbreviare i tempi dei processi scrivere in una legge che devono durare meno di quanto durino attualmente: non serve l’erogazione di mezzi, risorse e uomini per farli durare meno; basta semplicemente scriverlo sulla Gazzetta Ufficiale. Logico ed efficace.


Tutte queste riforme nascono per porre fine non ai problemi degli Italiani, ma ai problemi di Silvio Berlusconi. Tutti questi progetti sono miserabili tentativi di fare in modo che il premier eviti la condanna e che non si gridi allo scandalo. Solo alla luce di queste considerazioni, si comprendono appieno i motivi di tutte questi progetti, la cui oggettiva utilità potrebbe essere sostenuta solo da un pazzo: la revisione costituzionale serve a zittire la magistratura e assoggettarla alle volontà degli organi politici, ovvero Governo e Parlamento; il ddl sulle intercettazioni è stato scritto per evitare scandali sessuali, dopo le voci sulle intercettazioni piccanti tra Silvio e il suo passatempo del momento, la ministra velina, ed è stato rievocato dopo lo scandalo delle intercettazioni di Trani; il processo breve, oltre che costituire un ottimo sonnifero per l’opinione pubblica, cancella tutti i processi in corso a carico del premier e verrà utilizzato come minaccia alle opposizioni, se queste non accetteranno un lodo Alfano costituzionale. L’intera macchina statale è bloccata e asservita a Berlusconi.

Il sistema giudiziario ha ben altri problemi da affrontare: la esasperante lunghezza dei processi, la carenza di risorse e uomini, la esagerata estensione della giurisdizione penale anche per ambiti di scarsa offensività sociale, esigue garanzie di difesa per le fasce più deboli e meno abbienti della popolazione. E le risposte a tali problemi non sono neanche così complicate da trovare: riorganizzazione sistematica degli organici, adeguamento delle risorse alla domanda effettiva di giustizia, depenalizzazione di ciò che non ha più bisogno di tutela penale, rafforzamento della magistratura onoraria. Senza poi considerare un altro grandissimo problema: quello relativo al continuo e costante disinteresse per i diritti calpestati dei carcerati che, in Italia, vengono trattati come bestie, come rifiuti umani.

Inutile discutere di tutto questo, quando Berlusconi ha i suoi problemi cui pensare. Quando l’imperatore ha i suoi crucci, la priorità per tutti dev’essere parargli il culo.

Altro che riforma della giustizia. Qua c’è solo ingiustizia. È una riforma dell’ingiustizia.

P&L
Tom

Nuovi processi, nuove scappatoie – di Francesco Dal Moro

Posted By CodaDiLupo on aprile 10th, 2010

Oggi il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, o Ponzio Pilato come suole definirlo Di Pietro, ha firmato l’ennesimo atto di un governo che lavora per una singola persona molto più che per gli altri 59.999.999. Il legittimo impedimento è stato dunque promulgato. Questo consente ai componenti del Consiglio dei ministri di sospendere processi pendenti per 18 mesi. Decontestualizzando, questa norma avrebbe un senso. È nei diritti della persona la possibilità di seguire e organizzare la propria difesa, e questa tesi decontestualizzata è quella fornita dagli avvocati del premier. Peccato che ogni circostanza richieda il contesto, e il contesto, tanto per cambiare, è opaco e gremito di ipocrisie. Tralasciamo il fatto che ministri e premier, in uno Stato funzionante, dovrebbero essere immacolati, e non di certo inquisiti o condannati. Così non è, e non solo in Italia, e non possiamo che prenderne atto. Concentriamoci piuttosto sul caso specifico, sul contesto per l’appunto. Il presidente del Consiglio è imputato in diversi processi, in nessuno dei quali si è mai degnato di presentarsi. Il lodo Alfano sembrava avergli fornito l’ennesima via di fuga, non fosse per la bocciatura occorsa in Ottobre con sentenza della Consulta, con sei voti incredibilmente contrari alla stangata e un giudice della Corte Costituzionale a cena con il premier la sera prima delle votazioni, a dimostrazione che anche i successi della democrazia, in Italia, portano inesorabilmente delle macchie.

Fallito il lodo Alfano, dicevamo, si è tentato con una riforma della giustizia ad ampio raggio, comprendente, tra le varie, la separazione delle carriere di PM e giudici – rendendo i pubblici ministeri autonomi dal CSM senza tuttavia collegarli ad altri organi indipendenti, li pone di fatto in subordinazione alla Polizia, e quindi al Ministero dell’interno, dunque all’esecutivo -, e il processo breve già approvato in Senato. Quest’ultimo pretende di accorciare i processi penali abbassando i limiti della prescrizione per grado e non riorganizzando le scarse risorse a disposizione della magistratura, vera causa dell’apocalittica attesa di una sentenza, con un po’ di tagli al sistema giudiziario di contorno, il che porterà inevitabilmente a prescrizioni su prescrizioni, ovvero non-sentenze, migliaia di condanne mancate a evasori, corruttori, ma anche assassini o rapinatori (casualmente due processi del premier finirebbero immediatamente in prescrizione, insieme ai processi Cirio e Parmalat su tutti, in cui milioni di italiani hanno perso i loro risparmi). È dunque di facile intuizione quale sia lo scopo di tutte queste riforme e controriforme, in cui rientra il legittimo impedimento che oggi è divenuto legge. L’imputato non si presenta mai ai processi, ma ne chiede ugualmente la sospensione perchè non può presentarsi a causa di impegni politici! Il paradosso è evidente.

Magari qualcuno spera che, prescritti questi due processi grazie al legittimo impedimento, Berlusconi si dia pace e ricominci a condurre i lavori di governo, e del parlamento, in una direzione utile al paese e non a sé, risparmiando magari la macchina giudiziaria da tagli e riforme salva criminali. Chi vi scrive nutre seri dubbi a riguardo, perchè il lupo perde il pelo ma non il vizio. Nuovi processi, nuove scappatoie.

WOOOLFTAIL