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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘manovra’

Manovra e trasporti pubblici: ecco come il governo mette le mani nelle tasche degli italiani

Posted By fred on luglio 23rd, 2010

“La Manovra non tocca le tasche degli italiani”. Questo il motto, tutt’altro è il fatto.

Oggi analizziamo nello specifico l’incidenza della manovra finanziaria sui trasporti pubblici, stanziati per il 65% dalle risorse pubbliche in dotazione di Comuni, Province, e Regioni, e per il restante 35% dagli introiti delle tariffe.

Il governo, con la finanziaria, taglierà nel prossimo biennio 8,5 miliardi di euro per le regioni a statuto ordinario (4 nel 2011, 4,5 nel 2012) e 1,5 a quelle con statuto autonomo (500 milioni nel 2010, 1 miliardo nel 2012); le province, anziché essere abolite, conserveranno le loro competenze con 800 milioni in meno (300 nel 2011 e 500 nel 2012), mentre i comuni, principali erogatori di servizi al cittadino, saranno impoveriti di 4 miliardi (1.500 nel primo anno, 2.500 nel secondo).

Questi tagli colpiscono la spesa corrente, ossia i servizi pubblici di qualsiasi genere esclusa la sanità, e la spesa per investimenti pubblici, ovvero la produttività economica di Regioni, Province, e Comuni.

Per fronteggiare queste notevoli perdite di capitali, gli amministratori incaricati della gestione delle risorse hanno poche alternative di azione; possono eliminare i servizi, o rivalersi sui redditi dei cittadini aumentando le imposte, o direttamente sui portafogli dei cittadini aumentando i costi dei servizi pubblici, come i ticket o i parcheggi ad ore.

Considerate le impossibilità delle prime due ipotesi, in quanto un paese assistenzialista e “welfarista” come l’Italia non è nelle condizioni di eliminare i servizi dall’oggi al domani, mentre sul diretto e impopolare aumento delle imposte il governo ha posto un categorico veto, resta per esclusione solo la terza, ovvero l’incremento dei costi della vita pubblica.

Così, nel settore trasporti, la conseguenza inevitabile sarà l’aumento delle tariffe di metropolitane, pullman, tram e treni etc.

Secondo le prime stime delle amministrazioni regionali, il TPL (Trasporto Pubblico Locale, l’insieme delle diverse modalità di spostamento su scala locale, urbana ed extraurbana) subirà tagli di 1.680 milioni, il trasporto a lunga percorrenza circa la metà.

Come abbiamo accennato prima, i trasporti pubblici sono finanziati dalle risorse pubbliche per il 65%, mentre il restante 35 è coperto dagli introiti delle tariffe.

Se la matematica non è un’opinione, diminuendo le risorse, per mantenere invariata la già disastrata qualità dei trasporti pubblici italiani, dovranno aumentare in egual proporzione gli introiti delle tariffe, dunque le tariffe stesse.

A risentirne, dunque, i passeggeri, e soprattutto i pendolari, che in Italia, secondo il Censis, sono addirittura 13 milioni, il 22% della popolazione.

Dunque un italiano su quattro dovrà quotidianamente spendere di più per recarsi al lavoro o all’università; l’alternativa è lasciare invariate le tariffe e sopprimere la corse in determinate fasce della giornata, licenziare del personale incrementando la disoccupazione, riempire ulteriormente di macchine le città etc.

La soluzione più credibile, è la via di mezzo: minor riduzione dei servizi, e minor incremento delle tariffe.

In ogni caso ci rimette il cittadino; oggi ci siamo soffermati sui trasporti, ma qualsivoglia servizio pubblico in competenza agli enti locali andrà incontro al medesimo dilemma e il cittadino, impotente, verserà somme maggiori per servizi qualitativamente e quantitativamente inferiori.

Differentemente dalla versione edulcorata della manovra, servita ancora calda dal Presidente del consiglio, e dai media, sui piatti sempre più vuoti degli italiani, emerge, dall’analisi della reale manovra, come le tasche degli italiani siano in realtà il bersaglio principe degli arcieri di governo, in particolare di “Tremot Hood”, il manovratore per eccellenza, l’uomo che ruba ai cittadini onesti per dare agli evasori fiscali.

FRANCESCO WOOLFTAIL DAL MORO

Il governo taglia e gli investimenti crollano. Ma la crisi è finita…

Posted By fred on luglio 2nd, 2010

Oggi l’Istat ha pubblicato dei dati che dovranno suscitare, nei ministeri competenti, immediate, seppur tardive, riflessioni.

Berlusconi, dopo due anni di ostinata negazione della crisi, dopo aver decantato la tenuta italiana grazie ai movimenti del “governo del malaffare”, ha dovuto recentemente guardare in faccia la realtà, e ammettere l’oscurità incombente sulle teste degli italiani.

Ecco allora risvegliarsi il ministero dell’economia, fin qui sonnecchiante nonostante la necessità di un suo intervento, che con una manovra da 24 miliardi pretende di risolvere il più grande tracollo delle economie mondiali dagli anni ‘30 a oggi (guerra mondiale esclusa).

Intendiamoci, il problema non sono i 24 miliardi, ma le modalità con le quali si cerca di ottenerli.

La manovra taglia, non produce, dunque i 24 miliardi saranno un risparmio, per altro non strutturale (proviene infatti dalla finanziaria biennale 2011-2012, non da modifiche degli apparati statali), e non una produzione.

I tagli sono leciti e doverosi, ma andrebbero applicati agli sprechi più sfrenati, non già ai punti nevralgici dello Stato, e più in generale della democrazia, quali la sanità e l’istruzione. (Per vedere come il governo avrebbe potuto risparmiare di più, colpendo di meno, vi rimando a questo post → Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi)

Quindi, non solo il governo si limita a tagliare, per altro nei punti peggiori, ma addirittura non batte ciglio per stimolare la ripresa della produzione, ergo dei consumi.

Qualcuno di voi ha avuto forse il piacere di imbattersi in una strategia economica programmata ed organica?

Incentivi all’investimento e ai consumi, stimoli economico-finanziari alla ripresa della produzione, assistenza ai lavoratori, bonus agli imprenditori più produttivi, finanziamenti a ricercatori (per trattenere i “cervelli” italiani) e a studenti stranieri (per attirare “cervelli” dall’estero), agevolazioni fiscali per i meno abbienti e ulteriori sforzi da parte dei patrimoni più grandi, ad oggi gli unici completamente intatti.

Nessuno, purtroppo, ha potuto apprezzare tutto ciò, nonostante il crack economico sia in corso dal 2008, esattamente l’anno in cui la Banda dei Banditi subentrò al governo.

Tagli e solo tagli, purchè diretti al comune cittadino, e mai sia che tocchino la Casta.

Ma i nodi vengono inesorabilmente al pettine.

Oggi, dicevamo in apertura, l’Istat ha fornito i dati, dell’anno passato, relativi alla spesa per investimento in Italia, e questa ammonta a un totale di 231.000.000 di euro, 12 punti percentuali in meno rispetto al 2008. Nel 1999 (in un mercato più chiuso per l’esistenza delle valute nazionali) la spesa per investimento era di 227.000.000 di euro, pressapoco equivalente a quella del 2009.

Tradotto, la crescita produttiva italiana degli ultimi dieci anni è svanita in uno solo.

Un tracollo del 12% in un anno, è record assoluto, mai registrato sin dal 1970, anno in cui si cominciò la raccolta dei dati sugli investimenti.

A tutto ciò s’aggiunge il solito debito pubblico al 116%, da podio in Europa, mentre investimenti e produzione giacciono inerti nella parte opposta della classifica, e una pressione fiscale sul cittadino con il primato europeo.

Tuttavia, non più tardi di due giorni fa, il premier gridava a tutti i mondi conosciuti di aver risolto la crisi una volta per tutte.

Che dite, demagogia o asineria in economia?

Francesco WOOLFTAIL Dal Moro

Per vedere come il governo avrebbe potuto risparmiare di più, colpendo di meno, vi rimando a questo post → Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi

Per vedere la manovra punto per punto → Dalla retro alla quinta, ecco la manovra del governo

Un delinquente “low cost”: l’ennesima presa in giro del governo sul federalismo – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 19th, 2010

Il governo delle mille promesse, per ora, non ne ha mantenuta una.

In questi due anni di gran parlare di certi argomenti, tutt’altri sono stati affrontati.

Così, ad esempio, quando il cavallo di battaglia era la sicurezza pubblica, Berlusconi provvedeva alla sicurezza personale con il lodo Alfano. Il “repressivissimo” pacchetto-sicurezza presentato lo scorso Giugno, e poi fortunatamente emendato da capo a coda durante i lavori parlamentari, non ha risolto i problemi della criminalità di quartiere, né ha regolato efficacemente l’immigrazione e l’integrazione dell’immigrato. Si è limitato a cancellare un po’ di diritti umani, attirando su di sé le critiche di ogni associazione internazionale che, questi diritti, li difende, dallo Zimbabwe all’Italia.

La legge 124/2008, in arte lodo Alfano, in compenso, sebbene successivamente, e tardivamente, stangato con sprezzo dalla Consulta e dal buon senso, ha dato al Processo Mills una notevole spinta verso l’oblio della prescrizione, durante il suo relativamente breve esistere. (Ahimè, al libro delle prescrizioni della nostra Berlusconeide, si aggiungerà presto un nuovo capitolo)

Oggi, invece, i consensi li ricercano con le promesse federaliste, temi tanto cari ai leghisti, e altrettanti pretesi dai loro elettori, ma nel frattempo provvedono a legare le mani ai magistrati, e a tappare la bocca ai giornalisti, con il tanto discusso “bavaglio”.

Il Federalismo fiscale viene indicato come lo strumento che, attraverso la gestione finanziaria su base territoriale, slegherà il nord dalle briglie di bilancio del sud, e che consentirà a quest’ultimo, staccandosi dallo Stato, di aggiustare i propri conti.

Credibile e fattibile, non fosse per il fatto che oltre a una legge delega, che indica semplicemente i principi e le linee guida che il governo dovrà seguire nei successivi decreti legislativi delegati, non c’è stato nient’altro utile in questa direzione. Nemmeno i necessari decreti legislativi delegati che regolamentino il passaggio di cariche dallo Stato alle Regioni.

In compenso, la famigerata manovra finanziaria relativa ai bilanci dei prossimi due anni, taglierà nei prossimi due anni circa 8 miliardi di euro alle regioni, le quali, se responsabilzzate della gestione fiscale dal federalismo, dovranno, per funzionare e garantire i servizi al cittadino, rivalersi necessariamente sulle sue tasche, attraverso un aumento delle imposte. Ma la manovra, allo stesso tempo, vieta ogni forma e modalità di aumento delle tasse, giacché sarebbe uno smacco alla politica “mangiaconsensi” del Capo dei Capi.

Riassumendo: ti taglio i fondi e servizi, ma tu devi mantenere i servizi al cittadino inalterati, e senza alzare le tasse, ovvero senza recuperare i soldi che ti ho tagliato; devi continuare a funzionare allo stesso modo, sebbene con 8 miliardi in meno.

Nella società capitalista è evidentemente impossibile, ragion per cui i 20 Presidenti di Regione all’unanimità, per altro quasi tutti appartenenti al partito della maggioranza, hanno firmato un documento di protesta contro la manovra, e di invito, al governo, di apportare le necessarie modifiche che non ostacolino la realizzazione del federalismo fiscale, considerato la priorità.

Il governo, di tutta risposta, per placare gli animi, ha nominato un ministro senza portafoglio, Aldo Brancher, rivestito del simbolico incarico di attuare il federalismo fiscale.

“Un ministero low cost” l’ha definito Tremonti. Un “low cost” sfacciatamente inutile ai fini pratici, comodo solo per un governo in crisi, che promettendo ciò che non è in grado di, o non vuole, realizzare, necessita di slogan e segnali che mantengano gli animi tranquilli e sereni. In questo momento, politicamente ed economicamente delicato, il malcontento popolare sarebbe letale per la bisca verde-azzurra.

L’auspicio, è che gli italiani siano abbastanza furbi da capire cbe non un ministero apposito, ma specifici decreti legislativi delegati, che solo e soltanto il governo può fare, daranno realizzazione alle promesse federaliste.

Aldo Brancher

Un ulteriore, sconcertante, aspetto della vicenda, è il curriculum del neo ministro.

Costui infatti, dopo aver scontato 3 mesi di reclusione a seguito dell’inchiesta mani pulite, è stato condannato in primo grado per finanziamenti illeciti, reato poi prescritto, e per falso in bilancio, che da reato è degradato a peccato veniale dal governo Berlusconi di cui faceva immancabilmente parte. Attualmente è sotto processo a Milano per ricettazione nell’ambito dell’indagine sullo scandalo della Banca Antonveneta, e il legittimo impedimento spedirà tal processo dritto dritto nel freezer.

Così, finalmente, i conti tornano definitivamente.

Beh, con un un governo che non può proprio fare a meno di troie, indagati, e condannati, non possiamo che ringraziare il Padre Eterno, al secolo Silvio Berlusconi, che almeno questo ce l’ha mandato “Low Cost”!

WOOLFTAIL

Risparmio all’italiana, rubare ai poveri per dare ai ricchi – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on giugno 1st, 2010

Oggi il Presidente Napolitano ha firmato la fatidica manovra finanziaria; l’ammontare definitivo del risparmio previsto, nei bilanci dell’anno venturo, è di 24,9 miliardi;

Questi venticinque miliardi risparmiati, ahimè, sono alquanto esigui; e lo sono ulteriormente se rapportati ai sacrifici cui gli italiani onesti, fiscalmente trasparenti, saranno sottoposti.

Facciamoci due conti, ma questa volta non nelle tasche nostre, come è abitudine dei nostri politici, bensì nelle loro, e in quelle delle nostre Istituzioni.

Per iniziare consideriamo quegli enti locali chiamati province; alla viglia delle elezioni politiche del 2008, uno dei grandi motti leghisti fu, oltre al famoso indiano relegato nelle riserve, l’abolizione delle province, considerate enti inutili e dispendiosi. L’argomento fu accantonato fino ai giorni recenti, quando il Ministro Tremonti ha proposto l’abolizione di quelle province aventi un numero di abitanti inferiore a 220.000, ovvero 9 su 110 totali; ma proprio la Lega Nord si è opposta a tale disposizione, imponendo la clausola che una provincia confinante con un paese straniero non possa essere abolita; praticamente una clausola salva-province del Nord, guarda a caso, poiché nel Centro e Sud Italia non ci sono confini con l’estero.

Questa disparità di trattamento non è andata giù alle altre amministrazioni discriminate fino al punto in cui la disposizione stessa ha fatto la fine riservata alle province: abolita. Le province sono 110 e restano tali, per un costo di 13 miliardi all’anno per lo Stato.

Ovvero, un’abolizione complessiva delle province italiane comporterebbe un risparmio strutturale, ossia annuo, e non isolato; in due anni lo Stato risparmierebbe più di quanto mira a risparmiare con la manovra finanziaria appena promulgata. Le province sono dotate di scarsissime competenze; i funzionari provinciali sarebbero stati quindi collocati, insieme a dette competenze, nelle Regioni e nei Comuni.

Ma cosa ha fatto cambiare idea alla Lega Nord in merito a quest’argomento? Semplicemente gli esiti elettorali delle elezioni provinciali, che hanno conferito un gran numero di province del Nord alla bisca di Pontida.

Come rinunciare a tutte quelle poltrone?

D’altronde, che i culi dei nostri parlamentari siano ben saldati a ogni sorta di poltrona non è un mistero.

Si consideri il numero dei nostri Parlamentari: 650 alla Camera, 315 al Senato. Per intenderci, nei ben più vasti Stati Uniti d’America sono 535, quasi la metà rispetto ai 945 italiani. D’altronde, negli Usa, il Presidente Obama guadagna meno del Presidente della Regione Molise…

Eppure, nella solita campagna elettorale del 2008, e in molti altri frangenti, la coalizione di Centro Destra ha promesso la drastica riduzione di questo abnorme numero di parlamentari; esiste una bozza di legge, mai votata, chiamata bozza Violante, dal nome del Senatore del Pd che la propose, che periodicamente viene pubblicamente rispolverata dal politico desideroso di fare demagogia, e puntualmente riposta nel cassetto. Questo disegno di legge prevede, tra le varie, la riduzione del numero dei deputati; è dunque spiegato perchè al politico vien comodo prometterla prima, e ritirarla poi.

Il super-trio Tremonti, Bossi e Calderoli.

Lo stipendio medio di un singolo parlamentare è di 16.000 euro all’anno, privilegi e benefici esclusi; in questi recenti tempi di crisi, di “lacrime e sangue”, s’è parlato anche della riduzione di questi salari, attraverso la bozza Calderoli; ordunque, il caro ministro Calderoli di quanto vorrà tagliarsi lo stipendio attraverso la sua bozza? Del 5%, ovvero 800 euro. Dicono che è una cifra simbolica. Io la reputo semplicemente offensiva. E se proprio deve simboleggiare qualcosa, simboleggia la costante demagogia, l’interminabile presa in giro, e l’insaziabile fame degli squali. Giusto risparmiare, purchè i sacrificati siano gli onesti cittadini. Questo l’imperituro messaggio.

Già, proprio gli onesti cittadini; ricordate lo scudo fiscale, ossia la “pulizia”, lo “sbiancamento” del denaro sporco? Questa “brillante” manovra dispose che chi avesse depositato illegalmente dei fondi all’estero, potesse anonimamente rimpatriarli e versarne il 5% di tasse allo Stato. 100 miliardi sono ritornati in Italia, e solo 5 sono finiti nell’erario pubblico; i rimanenti 95, frutti di operazioni e transazioni illecite e illegali, sono ora legalmente a disposizione di chi, quelle operazioni vietate, le ha commesse. Perchè mai, mi domando, in questa manovra finanziaria non si sono tassati ulteriormente questi capitali? Bastava una tassa anche del 10%, per recuperare quasi la metà dei 25 miliardi perseguiti dalla manovra; inoltre l’aliquota fiscale massima applicabile ai grandi patrimoni arriva fino al 43%; il 10 mi sembra quindi ragionevole anche per chi deve esborsare, visto che sarebbe tenuto a pagare ben di più.

Ma come abbiamo detto, non sono evasori, riciclatori e mafiosi a pagare la crisi, ma i soliti, onesti, cittadini.

L’evasione fiscale porta una perdita di 120 miliardi netti all’anno; di manovre ne escono cinque con questi soldi; tuttavia nessuna specifica disposizione, salvo la tracciabilità e il tetto di 5.000 euro per i pagamenti in contanti (tenuta appositamente alta per il pagamento delle “mignotte”, cui il premier non può proprio fare a meno), viene presa in considerazione dai nostri politicanti. Tra condizionale e attenuanti, l’evasore fiscale non rischia un giorno di carcere una volta scoperta la sua truffa.

Forse perchè sono loro, i nostri fantastici politicanti, i primi evasori?

Forse; sicuramente è più facile richiedere soldi e far pagare il dazio della crisi al cittadino corretto, che all’evasore e al disonesto, per altro causa stessa dell’abnorme debito pubblico (114-116% del Pil Nazionale)

E così la forbice si allarga, e si allarga. Questa è la maniera italiana;  questa era, è, e sempre sarà l’Italia

WOOLFTAIL

Il declino di un re – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 29th, 2010

Silvio Berlusconi sta arrivando al capolinea e il suo potere è ormai al tramonto. Stiamo vivendo un periodo politico di transizione. L’impero monarchico creato da Berlusconi sta crollando pezzo dopo pezzo. Le alleanze si stanno sfaldando. La gente è stufa. E proprio in un periodo di transizione come questo è necessario essere più attenti: quando il drago riceve gli ultimi attacchi mortali, inizia rabbioso a sferzare alla cieca possenti colpi con la sua coda, che possono rivelarsi i più micidiali, in quanto incontrollati e indiscriminati. E così la manovra finanziaria varata martedì ha svelato le vere manovre e i veri retroscena che stanno avvenendo dietro le spalle del premier, ha svelato, insomma, chi sta ferendo mortalmente il drago. Vi avverto. Stiamo per entrare nel contorto e distorto mondo delle dietrologie e dei complottismi.

Silvio lo ha già capito. La lotta per la successione è iniziata. Ed è iniziata ufficialmente il 22 aprile quando Gianfranco Fini ha formalizzato all’interno del partito lo strappo con la politica del Presidente del Consiglio. Le frizioni, in realtà, sono iniziate ben prima, ma quando il Presidente della Camera si è reso conto della compattezza della stragrande maggioranza del PDL intorno a Berlusconi, ha avuto paura e ha deciso di fare i conti e reclutare i “finiani”, prima che altri, oltre ai suoi ex-colonnelli, gli voltassero le spalle. Da questo punto di vista la creazione del Popolo della Libertà è stata sicuramente un danno per l’ex-leader di AN: il suo peso politico all’interno della coalizione di governo era molto maggiore quando guidava Alleanza Nazionale, in quanto leader di un proprio partito. A quei tempi Berlusconi si poneva come mediatore tra i vari partiti che facevano parte delle sue coalizioni, cercando di accontentare le pretese di tutti. Ma ora, accettando la fusione Forza Italia-Alleanza Nazionale, Fini è diventato semplice membro del nuovo partito, un semplice subordinato al capo. O meglio: lo sarebbe dovuto diventare secondo la visione padronale di Berlusconi. Ma un governo a trazione leghista non va proprio giù a Fini, il quale, tramite lo strappo, ha voluto riaffermare la propria importanza e riprendersi quel potere, di cui disponeva prima. I media raccontano la situazione solo fino a questo punto. Fini, in realtà, sta mettendo in atto la sua strategia politica. Forte del fatto di non poter essere sfiduciato in quanto Presidente della Camera e, quindi, di poter esprimersi senza rischiare la poltrona e la visibilità per i prossimi tre anni, lui guarda al dopo-Berlusconi e punta alla leadership: conscio del fatto che la politica dei sondaggi del suo leader non può portare lontano, si è preso la propria autonomia politica, sperando che, un giorno, gli elettori lo premieranno per questa scelta.

Per scovare il secondo scenario di guerra, bisogna guardare allo storico scontro fra Tremonti, l’eccentrico ministro del Tesoro italiano, e Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nonché cuore pulsante della forza berlusconiana. Il primo è sostenuto dalla Lega, da alcune banche del nord, da Ettore Gotti Tedeschi, presidente del potentissimo Ior ed esponente di spicco della finanza cattolica e da alcuni ambienti del centro-sinistra. Il secondo è sostenuto da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e influente finanziere italiano, da una parte della gerarchia ecclesiastica e dai vari giornali d’area. Tra questi due titani, Berlusconi si è posto finora come arbitro. Ma ora sembra più l’oggetto degli attacchi dei potenti del mondo tremontiano. I colpi più incisivi sono stati lanciati nei giorni antecedenti al varo della manovra finanziaria; le risposte, però, sono sembrate i capricci di un bambino: “Giulio ha costruito la manovra come se volesse smentire tutto quello che ho fatto in questi anni” il premier lamenta così tutta la sua insofferenza. Ma soprattutto: “Hanno calcato la mano per mettere al riparo il federalismo fiscale. Pensano che l’Ue non accetterebbe la riforma federalista se prima non diamo garanzie sui conti. Ma i progetti della Lega non possono venire prima di tutto il resto”. Berlusconi non ha sopportato che il decreto-legge sia stato scritto solo con i Lumbard nella più totale noncuranza degli altri dicasteri. Ma si sa. La Lega farebbe di tutto


    per realizzare i propri progetti e ora che Bossi è riuscito a crearsi la propria signoria personale al Nord, la sua voce nel Governo è diventata più strillante e rumorosa: d’altronde, senza il Senatur, come lui stesso ricorda in ogni intervista, il Governo cadrebbe. Ingenuo Silvio che credeva in un’autentica amicizia con Umberto. All’impavido condottiero padano, è chiaro, importa solo degli interessi della sua terra e, non appena ha trovato un più fidato garante (Tremonti) per i suoi interessi, ha mollato Berlusconi. Non a caso, quando il ministro del Tesoro, a ottobre dell’anno scorso, suscitò le ire dei suoi colleghi per l’esagerato rigore nei conti pubblici, l’unico a sostenere tale politica fu proprio Bossi, il quale lo propose come candidato alla vicepresidenza del Consiglio.
    Insomma, nel momento in cui il Governo mette in campo provvedimenti che, come la manovra, si occupano davvero dell’economia italiana, nemmeno Berlusconi riesce a contemperare i vari interessi in gioco. Questi, in sostanza, teme che Tremonti, in realtà, abbia provveduto a creare un tesoretto da utilizzare come risorsa per il federalismo fiscale, che, alla luce della manovra, risulta inattuabile, dato che 11 miliardi dei 24 che si vogliono risparmiare vengono prelevati dalle Regioni. E allora ecco che Silvio ritorna da Fini e cerca di ricucire la ferita per fermare l’ondata padana: in cambio, il retro-front del Governo sul ddl intercettazioni, che verrà emendato esattamente come lo avevano redatto i finiani.Si evocano i poteri forti. Si evocano le potenti lobby. Quel mondo oscuro e tenebroso che giace dietro alla politica e che si muove nell’ombra per rovesciare i loro avversari, coloro che non rappresentano e tutelano più i loro interessi. Quel mondo, fatto di finanza, di alta imprenditoria, di mafia e di gerarchie ecclesiastiche, in grado di scoperchiare a proprio piacimento quegli scandali giudiziari che possono davvero compromettere la carriera di numerosi politici. “C’è qualcuno che stavolta sta giocando davvero contro di me, per farmi fuori, per preparare un altro governo, per profilare un’emergenza nazionale”. Anche di questo Berlusconi ha paura, perché sa che neanche lui può sconfiggere quei poteri forti. Ed ecco allora che improvvisamente e stranamente sbucano fuori, dopo circa un anno e mezzo dal loro reperimento nei computer del gruppo Anemone, le famose “liste dei favori e dei lavori”, su cui l’imprenditore annotava i nomi di coloro a cui elargiva i propri doni: politici, direttori generali dei ministeri (coloro che detengono davvero il potere, in quanto sopravvivono alle maggioranze), il Vaticano, registi e produttori. Ma soprattutto Palazzo Chigi e Bertolaso, che, concedendo indiscretamente grandi appalti, appunto, ad Anemone per opere di dubbia competenza della Protezione civile, è stato il primo a essere travolto dalle indagini. Non a caso, la Protezione civile: la roccaforte del potere di re Silvio nelle istituzioni. Ma che “qualcuno” stia cercando di minare al potere del re, lo si è capito anche dalla vicenda di Scajola. Maria Teresa Verda, moglie dell’ex-ministro dello Sviluppo economico, ha confermato che il marito “non parla ancora per non creare problemi a persone più coinvolte di lui in questa vicenda”. E c’è chi dice che, in realtà, l’obiettivo finale fosse Gianni Letta, il sacro consigliere reale di sua maestà, la cui integrità politica è necessaria affinché il Governo rimanga in carica. In ogni caso è chiaro che Scajola è stata la vittima sacrificale di una strategia più complessa.

    Inoltre, gli ultimi sviluppi delle inchieste sul Watergate italiano, totalmente ignorato da quasi tutti i mass media, mostrano un Silvio marginale e ininfluente. Il 25 maggio è stato arrestato per l’accusa di estorsione l’imprenditore Fabrizio Favata, uno dei protagonisti dell’inchiesta che da dicembre ha come indagati cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio ed estorsione. Gli altri protagonisti sono Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs, società incaricata dalla procura di Milano di eseguire e custodire le intercettazioni, e Paolo Berlusconi (nella foto qui sotto), il fratello del premier e socio di Favata in un’impresa di telefonia, ormai fallita. Nell’ordinanza di arresto del gip di Milano è accertato che “Raffaelli Roberto […] si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 […] e, insieme a Favata, offre una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici, tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione”. Proprio mentre il Parlamento, su ordine del capo del Governo, discute su un disegno di legge che mira ad eliminare gli abusi sull’utilizzo delle intercettazioni, viene verificato che il capo del Governo stesso ne abusa. La vicenda nasce quando gli interessi di questi personaggi convergono: Raffaelli intende aprire un centro di ascolto in Romania, per cui gli è necessaria la sponsorizzazione di Palazzo Chigi, Favata e Paolo Berlusconi decidono di fare da tramite a Raffaelli per giocare una carta preziosa: la famosa intercettazione, ottenuta da Raffaelli stesso, in cui Consorte, ex amministratore delegato di Unipol, dice a Fassino: “Abbiamo una banca”. Intercettazione, che segnò fortemente l’esito delle elezioni politiche del 2006. Non solo. È Favata colui che detiene l’arma del ricatto, cioè denunciare tutto ai magistrati: per questo Raffaelli gli versa 300 mila euro. Ma perché Raffaelli paga così caro il silenzio di Favata? Questo non ci è dato ancora saperlo. Fatto sta che Silvio Berlusconi, il quale non è neanche iscritto nel registro degli indagati in questa inchiesta, è la figura più marginale in questo complicato affare di discredito e di calunnia degli oppositori politici. Al gip non è servito neanche interrogarlo come testimone, per ricostruire la vicenda. Il convitato di pietra, insomma.

    Se, oltre a tutto questo, si considera che Massimo Ciancimino ha recentemente affermato che per suo padre, Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, “Berlusconi è una vittima della mafia, forse il più grosso imprenditore sotto ricatto della mafia”, mafia che lo avrebbe aiutato a creare Forza Italia tra il ‘92 e il ‘93, e che Confindustria, i cui interessi erano rappresentati nella prima Repubblica dalla DC e dal PSI craxiano, non intende più assecondare Berlusconi e credere a tutte le sue promesse mai mantenute e che è alla ricerca del suo nuovo rappresentante politico, si delinea un quadro in cui il Presidente del Consiglio in carica è la pedina di un sistema molto più profondo.

    Rivedere la gerarchia delle alleanze? Riformulare le amicizie dentro il governo? No. A Berlusconi non basterà più questo. Ormai Silvio è vecchio. E solo. E soprattutto è vittima del potere che lui stesso ha messo in piedi. È vittima del berlusconismo stesso. Oggi, il re è attaccato dai suoi stessi vassalli, quei vassalli, che, lui pensava, avrebbero dato la vita per lui. Un uomo venduto. Venduto al sistema, in cambio della libertà di approfittarsi della macchina statale per il soddisfacimento degli interessi suoi, della sua famiglia e della sua azienda e per sfuggire alla galera.

    Negli ultimi sedici anni abbiamo conosciuto un Berlusconi animatore da spiaggia, imprenditore e politico, un Berlusconi indagato, corruttore e mafioso, un Berlusconi narcisista, osannato e odiato. Ma mai abbiamo visto il Berlusconi di questi giorni. Un Berlusconi stanco (esordisce all’incontro con Confindustria di mercoledì: “Cara Emma, sono vecchio, non riesco a seguire bene le immagini”). Un Berlusconi impaurito, che, citando Mussolini, dice: “Io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i miei gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro”.

    E come un duce vecchio, solo, stanco e impaurito, Berlusconi è sospettoso verso i propri alleati, manda a quel paese i propri ministri e, ossessionato dall’ombra del sospetto, trema. L’atmosfera nella capitale è quella da ultima seduta del Gran Consiglio Fascista. E l’unica certezza per questo duce è la sua capacità di creare consenso. Capacità che lo salverà fintantoché questo consenso non lo abbandonerà. E con una manovra che farà sudare lacrime e sangue, non è irreale pensare che la sua immagine, a breve, non ingannerà più la gente. Un declino annunciato. E la tanto agognata fine di un uomo che ha portato a picco un’intera società e che ha paralizzato un pezzo di storia italiana. Ma la storia ha ricominciato a scorrere e la storia, ora, si prepara ad affossarlo. Finalmente.

    P&L
    Tom

Aiuto… sono un invalido – dal blog Mondo Libero

Posted By grim on maggio 28th, 2010

Con la tanto discussa manovra economica,della quale tutti i falsi media di parte stanno dando risalto in questi giorni,il governo ancora una volta si attacca dove è più facile attaccarsi ,dicendo che la fetta più grossa della manovra l’avrebbero pagata i falsi invalidi e gli evasori.Ma secondo la mia modesta opinione,la manovra la pagheranno gli invalidi veri,già relegati a livello di straccioni,con un trattamento economico della bella cifra di 254 euri tondi,uno dei trattamenti più basso del mondo.Perchè colpirebbe i veri invalidi?perchè con l’innalzamento della soglia percentuale dall’attuale 74 per cento all’85 per cento,non solo non avrebbe alcuna influenza sui falsi invalidi,ma punirebbe tutte quelle persone che lavorano onestamente,che a causa  di una malattia,vengono espulsi dal mondo del lavoro,e in molti casi non raggiungerebbero la soglia minima,venendo di fatto [..] clicca qui per leggere tutto

Dalla retro alla quinta, ecco la manovra del governo – di Francesco Dal Moro

Posted By grim on maggio 27th, 2010

Dopo due anni di ottimismo e negazione dell’innegabile, il governo ha cominciato, negli ultimi mesi, a scorgere la presenza della crisi. Così, se nell’estate del 2008 il neo eletto Presidente del Consiglio audacemente dichiarava lontana la crisi, definendola un virus americano, non infettivo per un paese giovane e forte come l’Italia, sul finire del 2009 ecco la retromarcia, con la candida ammissione di una lieve crisi economica in essere. L’Italia patisce la crisi per l’inerzia europea, dicevano, ma la nostra ripresa è ai livelli di paesi come Germania o Francia, dicevano.

Da un mese a questa parte, forse dopo avere dato uno sguardo ai conti pubblici, forse dopo aver analizzato i tassi di crescita e di disoccupazione, forse atterrendosi dal capitombolo ellenico, o forse dopo aver scoperto che la condizione italiana è più simile a quella irlandese, spagnola o portoghese, i nostri governatori hanno innescato, dalla retro, la quinta.

Tempi duri, tempi di tagli e sacrifici per tutti, dicono. Per lo meno lo dice Letta, perchè Berlusconi di sacrifici proprio non vuole sentirne parlare. Costano cari in termini di popolarità, gli italiani non sono disposti a fare sacrifici, a vedere tagliate le loro risorse, ha detto.

Orbene, dopo aver palesato una volta di più la propria incoerenza e cecità politica, la nostra classe dirigente è riuscita ad arrivare alle conclusioni dovute. Meglio tardi che mai, nel Paese dove tutto è in ritardo, dai treni alla nube vulcanica islandese.

Tra quinte e retromarce, il ministro Tremonti ha varato la sua Manovra, che a Berlusconi non è piaciuta affatto per il menzionato dazio dell’impopolarità che essa potrebbe trascinar con sè.

Il fatto stesso che un maniaco dei sondaggi e della popolarità come il premier si senta minacciato da tale manovra, conferma la potenziale bontà della stessa. Un governo, in tempo di crisi, deve essere assolutamente pronto e disposto a prendere misure impopolari, atte al bene comune; ma Berlusconi è un demagogo, e la demagogia mira al consenso, non certo al bene comune.

Analizziamo dunque sommariamente questa legge, chiamata Manovra dai media, e divisa in 54 articoli. Occorre premettere che la maggior parte delle disposizioni necessiteranno altri leggi, o regolamenti, che ne specifichino i termini economici e giuridici (ad es. l’ammontare di un taglio) per la effettiva realizzazione, e quindi per un concreto e attendibile giudizio. Da qui la conseguente sommarietà dell’analisi punto per punto:

  • Bloccati gli aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici già a partire da quest’anno. Il congelamento dura per quattro anni, fino al 2013. Primo positivo argine agli sprechi, anche se sarà necessaria una misura più drastica, quale l’abbassamento di diversi stipendi di dipendenti pubblici, dai portaborse ai parlamentari, passando per i funzionari di enti locali (province, comuni) e regioni
  • Taglio del 10% ai ministeri, e riduzione del numero di auto blu. Il taglio è abbastanza contenuto, si ne poteva applicare uno maggiore, considerati quelli fatti all’università e alla ricerca. Per le auto blu dovremo attendere una legge, o un regolamento, che stabilisca numericamente l’effettiva riduzione.
  • Tagli del 10% allo stipendio dei magistrati che ecceda gli 80.000 euro, e per i magistrati del Csm. Positivo il taglio allo stipendio dei magistrati (che comunque rimane, per gli interessati, di 6000 euro lordi mensili), e non alle risorse della giustizia.
  • Tagli ai costi della politica. Le riduzioni di spesa che decideranno il Quirinale, il Senato, la Camera e la Corte Costituzionale, nella loro autonomia, finanzieranno la Cassa Integrazione. L’autonomia lasciata agli organi citati trova fondamento nel criterio di competenza.
  • Tagli a Palazzo Chigi e alla protezione civile. Positivo, non fosse che il premier in persona ne ha imposto la cancellazione. Dunque nessun taglio a Palazzo Chigi e alla Protezione Civile; gli unici tagli e sacrifici cui si è opposto, alla fine, non sono quelli degli italiani ma i suoi (riesce a metterci un “ad personam” dappertutto)
  • Innalzamento all’80% della soglia di invalidità necessaria per ottenere la pensione di invalidità, e maggiori controlli. Positiva la lotta ai finti invalidi, se effettivamente avverrà; decisamente alta la soglia dell’80%.
  • Soppressione di enti inutili, come l’Ice, l’Isae, l’Ipsema etc, e riduzione dei finanziamenti a 72 enti. Non conoscendoli tutti, ente per ente, non posso valutare dettagliatamente questa disposizione; sicuramente però, vige attualmente un sovraffollamento di enti, per lo più inutili, gravosi per le finanze dello Stato.
  • Tagli del 5 e del 10% a manager della pubblica amministrazione con salari oltre i 90.000 euro e i 130.000 euro. Piuttosto esiguo.
  • Accelerazione dei tempi per l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne dipendenti della pubblica amministrazione, prevista entro gennaio 2016. Pagare più tardi la pensione ai cittadini ti fa risparmiare sull’immediato, ma rallenta la ripresa dell’occupazione e il ricambio generazionale nel lavoro.
  • Zone a burocrazia zero, nelle quale per aprire un’attività ci si potrà rivolgere ad un solo soggetto. Progetto interessantissimo, in un paese dove la burocrazia non solo costa cara alle casse pubbliche, ma rallenta anche gli investimenti e quindi la produttività; bisognerà tuttavia valutarne la realizzazione, per dare un giudizio definitivo.
  • Si recuperano risorse attraverso il definanziamento degli stanziamenti improduttivi che saranno successivamente destinate al fondo ammortamento dei titoli Stato. Ovvero si recuperano soldi sprecati in investimenti improduttivi e vengono destinati alla riduzione del debito pubblico. (per la relazione tra titoli di Stato e debito pubblico vedi qui)
  • Condono edilizio e sanatoria per immobili fantasma. Sostanzialmente, si regolarizzano immobili abusivi; una disposizione che stona con le altre, anche se bisognerà, ancora una volta, valutare attentamente le modalità d’esecuzione della stessa, e i limiti giuridici che le verranno posti.
  • Tetto a 5.000 euro per i pagamenti in contanti. Pagamenti superiori richiederanno il bancomat, o la carta di credito, consentando la tracciabilità delle transazioni finanziarie; norma importante per la lotta all’evasione e ai pagamenti in nero; tuttavia in tempi non sospetti, quando il Partito Democratico avanzò una proposta simile, Berlusconi parlò di stato di polizia tributaria…
  • Tassa sugli alberghi di Roma. Arriva un “contributo di soggiorno” fino a 20 euro per i turisti negli alberghi di Roma per appianare il debito della città, con buona pace di Federalberghi che non ha gradito.
  • Aumento tasse sui bonus per banchieri e manager. Più precisamente, per quei bonus che eccedano di un terzo la retribuzione fissa dell’interessato.
  • Pedaggi su raccordi tra autostrade. Al nord è già così in diversi punti, l’auspicio è che ora accada anche al sud (per puro desiderio di uniformità, non certo per sentimenti leghisti)

Come potete apprezzare, il governo ha finalmente preso delle concrete contromisure alla crisi, sebbene non nella persona del suo leader, Berlusconi, ostile a dette disposizioni, da buon demagogo qual’è; si schiera contro i tagli, poi vieta solo quelli che lo riguardano, e addossa le colpe dei futuri sacrifici dei cittadini al Ministro Tremonti.

L’auspicio è che gli addetti ai lavori siano ben consapevoli che questa deve essere solo la prima di una serie infinita di mosse; ulteriori tagli alla pubblica amministrazione saranno necessari, così come importanti incentivi che stimolino la produzione e l’investimento, e concrete contromisure contro l’evasione fiscale e il lavoro in nero. Il debito pubblico italiano previsto per il 2010, infatti, si attesta al 114-116%, di venti punti più alto rispetto a sei anni fa, e quattro punti più basso a quello attuale greco.

Per chi non l’avesse capito, l’Italia è arrivata all’orlo, su quel sottile confine tra finto benessere e vera miseria. Ingraniamo dunque la sesta e scappiamo a tutta velocità da questa frontiera.

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