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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Manovre sotto l’ombrellone – di Emilio Fusari

Posted By fred on agosto 13th, 2010

I patti col diavolo puzzano di zolfo e lasciano scottature indelebili. Dovrebbe saperlo Massimo Donadi, capogruppo dell’Idv alla camera, quando venderebbe l’anima a Casini e Fini pur di mandare a casa Berlusconi. Assistiamo ad inconsuete manovre estive, da qualche settimana la maggioranza di governo traballa vistosamente a colpi di proprietà rinfacciate e anonimi parlamentari che, approfittando del momento, fanno gli occhi dolci un po’ qua ed un po’ la, ancora increduli di essere loro l’ago della bilancia di un governo fino ad un momento fa invincibile, e decisi a vendersi nel migliore dei modi.

Sembra una vita che il Cavaliere con una sonora pedata ha cacciato Fini ed i suoi dal Pdl, tante sono le cose  successe,eppure non sono ancora quindici giorni. Come era facile immaginare i “quattro gatti” non erano così soli ed hanno cominciato a miagolare un po’ su tutti i piani dando decisamente fastidio al signore di Arcore.Cominciamo con ordine.

L’artiglio lungo del Cavaliere si sa, arriva anche dove il talento politico difetta, e così,non riuscendo nelle sedi istituzionali ad ottenere la testa di Fini, da una settimana lo fa manganellare dai  suoi giornali di famiglia a colpi di un presunto scandalo immobiliare,ovvero una casa a Montecarlo intestata ad Alleanza Nazionale ed ora finita nella disponibilità del cognato di Fini. Il presidente della camera, seppur parzialmente, ha spiegato la vicenda e per il resto si dice sicuro che la magistratura chiarirà tutto. Da notare la distanza siderale di chi urla al complotto dei giudici comunisti e di chi accetta serenamente il giudizio che la magistratura riterrà opportuno dare. Nel frattempo i manganellati, che nell’ attitudine e nella loro ragione sociale hanno il manganello ma non certamente nel senso del prenderlo, hanno reagito all’offensiva con una palla avvelenata di identica specie ma con proporzioni decisamente maggiori: il contratto di vendita di villa S. Martino ad Arcore di cui Berlusconi è proprietario. Non c’è partita: la professionalità degli ex-picchiatori  missini nonché l’ennesimo scheletro nell’armadio del Cavaliere lo hanno costretto alla resa facendogli dichiarare che “sarà possibile ritrovare l’unità se vi sarà lo spirito costruttivo“. Deposte le armi per la tregua ferragostana  fra Berlusconi e Fini quindi.

Nel campo avversario si fanno le prove generali per le elezioni. Parola d’ordine: modificare la legge elettorale con un governo tecnico e poi procedere al voto non si sa con quale leader, alleati e programma. Per non parlare della stessa legge elettorale cui tutto  ciò  è propedeutico. Insomma, l’armata Brancaleone si è rimessa in moto, ma risulta davvero difficile immaginare un governo tecnico, guidato magari da Pisanu, che abbia al suo interno Pd, Idv, Udc, Fli, Vendola Ferrero, Diliberto, Rutelli e i Verdi discutere qualcosa. Provare per credere: sarebbe divertente, una volta riuniti, buttare in mezzo al branco l’osso del porcellum ed osservare come si sbranano a vicenda a colpi di sistema francese, tedesco o misto. Chi scrive crede che la riforma elettorale sia giustamente la questione prioritaria di cui occuparsi, dato che è all’origine dello sbilanciamento dei poteri con l’annullamento della funzione parlamentare (prima ancora della legge bavaglio che i giornali,anche vedendo i propri interessi,dipingevano come l’arma fine di mondo dell’artiglio berlusconiano dimenticando che la bomba era già esplosa), crede meno che possano essere gli stessi soggetti che, per loro volere o per inerzia, hanno fatto si che questo sistema sia vigente oggi in Italia a cambiarla. E poi, anche ipotizzando che ci si riesca,come si può credere che cambiando la legge elettorale si elimini Berlusconi e vent’anni di dominio incontrastato sul piano politico economico e soprattutto culturale? Davvero a nessuno viene in mente che lo sradicamento dalle coscienze di questo frutto mediatico avvelenato non se ne va dall’oggi al domani con un colpo di spazzola ed una legge,seppur giusta che sia? Ritornare ad una forma di partito più tradizionale, radicato nel territorio e che ascolta la gente (la lega in questo caso insegna), avere un programma non troppo ambizioso ma che sia di vitale importanza la sua attuazione, questa si sarebbe la rivoluzione più innovativa per partire dai cocci berlusconiani e creare una classe dirigente almeno un poco più credibile. Abbiamo passato vent’anni a guardare la luna ed avere anche l’illusione di averla, non credo sia sbagliato ora assicurarci di possedere almeno quel dito che la indica.

Emilio Fusari

C’eravamo tanto amati…

Posted By fred on agosto 3rd, 2010

Tutto ebbe inizio nel lontano autunno del 1993.

Il segretario del MSI, Gianfranco Fini, sfidava Rutelli per le comunali di Roma, in un clima di transizione politica nazionale; fu allora che Silvio Berlusconi, non ancora “sceso in campo” ma già predestinato destinatario del nuovo scenario politico italiano, lanciò il primo messaggio di intesa al suo futuro alleato principale.

“Se votassi a Roma la mia preferenza andrebbe a Fini” Silvio dixit.

Fini, in quell’occasione, condusse il suo Movimento Sociale fino al ballottaggio, un risultato storico a Roma, dove fino ad allora il partito delle nostalgie era rimasto ai margini delle dinamiche amministrative.

Il tanto chiacchierato imprenditore milanese, rimase folgorato dal polso e dalla dialettica del segretario dell Msi, capace di mantenere il rigore nel partito e di raccogliere consensi tra la gente; fondata Forza Italia, tralasciando come, si presentò immediatamente alle elezioni del 1994, le prime dopo il governo tecnico guidato da Ciampi che condusse la Repubblica nella seconda fase della sua storia.

E l’amore sbocciò. Berlusconi e Fini, Forza Italia e il Movimento Sociale Italiano, alleati per nuove frontiere politche.

Ma non erano i soli: un terzo incomodo s’accomodò nelle stanze della Casa delle Libertà, quel terzo incomodo che, 17 anni dopo, sarà causa di separazione e divorzio.

Parliamo ovviamente della folkloristica e secessionista Lega Nord di Umberto Bossi.

Marito, moglie, ed amante vinsero le elezioni, e nell’impasto del governo il partito “portatore sano” di ideologie proibite costituzionalmente ottenne poltrone ministeriali, quattro più la vice-Presidenza del Consiglio, per la prima volta nella storia; la prima volta nella storia Repubblicana, per lo meno.

Ma il secessionismo leghista e il nazionalismo del MSI non sarebbero potute convivere a lungo: la moglie e l’amante non potevano condividere più lo stesso letto, non certo con il primo Berlusconi, ancora non in grado di unire il nero con il bianco per formare un unico grigio politico, marito incapace di soddisfare entrambe le donne.

Il governo cadde, dopo appena sei mesi dal suo insediamento, e Bossi, Fini e Berlusconi dovettero far posto all’ennesimo governo tecnico, guidato da Dini.

Il Senatùr definì “mafioso” l’uno, e “fascista” l’altro. Si chiamò ufficialmente fuori dai loro loschi giochi di potere, e annunciò di non volerci avere niente a che fare “mai più” (ipse dixit).

Berlusconi, in tutta risposta, disse che sarebbe stato un “coglione” (ipse dixit) se in futuro avesse riallacciato i rapporti con i leghisti.

Invece, il Gianfranco, oramai, nazionale sentì l’esigenza di lavare via dal suo partito l’oscura macchia del fascismo, e nel celebre Congresso di Fiuggi, avvenuto nel Gennaio 1995, prese ufficialmente le distanze dalle ideologie che già una volta avevano annientato l’Italia.

Il Movimento Sociale Italiano fu rinominato Alleanza Nazionale, e camerati di partito quali Ignazio Benito Maria La Russa e Giovanni Alemanno furono ridipinti come semplici politici di destra.

Altri camerati, scontenti per la svolta verso le Istituzioni, si distaccarono da Fini e fondarono il MS Fiamma Tricolore.

Le carriere parlamentari di Fini e Berlusconi erano ben avviate e nel 1996, anno di nuove elezioni, la rinnovata alleanza tra i due, il rinnovato sposalizio, era cosa oramai scontata.

Nella Casa delle Libertà vi entrò questa volta Pier Ferdinando Casini, la nuova amante alla ricerca delle grazie del Sultano, con il partito Cristiani Democratici Uniti del “filosofo” (le virgolette sono d’obbligo) Rocco Buttiglione.

Marito, moglie, e nuova amante furono stavolta sconfitti dal Centro Sinistra, e si ritrovarono relegati all’opposizione per cinque anni.

La convivenza fu molto più pacifica rispetto alla precedente -del resto l’unione contro i “comunisti” pare far la forza- e nel 2001 il trio si ripresentò compatto per le prime elezioni del nuovo millennio.

Ma ecco il colpo di scena: il marito, eterno insoddisfatto, non s’accontentava di moglie e amante, no, lui volle riprendersi con sé anche la ex.

Oltre a essersi dato del coglione da solo, Berlusconi richiamò dunque nella grande Casa delle Libertà e dell’Amore i leghisti, i quali si accomodarono sul divano con tanto di piedi sul tavolino ancor prima di sentirsi dire “Benvenuti”.

Il Bigotto, il Secessionista, il Mafioso e il Fascista; non è il titolo di un Western, ma la composizione della XIV legislatura della Repubblica Italiana.

Il quartetto vinse le elezioni e si ritrovò al governo con una larga maggioranza.

Fini ottenne la Vice Presidenza del consiglio -la moglie che fa le veci del marito- e la legislatura scorse serenamente; i conti pubblici italiani venivano devastati, l’Unione Europea mandava continui moniti e minacce di espulsione a pena di una mancata inversione di rotta, Berlusconi violentava le Istituzioni ingombrando il Parlamento di leggi ad personam volte a depenalizzare i suoi reati, vedi falso in bilancio, o a garantire l’impunità per reati che non poteva depenalizzare, vedi lodo Schifani, o a legittimare una volta per tutte il suo conflitto di interessi, vedi leggi Gasparri -e la lista si fa lunga-, proibizionismo e repressione dilagavano, il tutto con l’impassibile benestare, se non con la partecipazione diretta, del Vice Presidente del Consiglio.

Fini e Bossi, storicamente acerrimi nemici e rivali per le grazie del caudillo, trovarono anche diversi punti di incontro, tra cui la famigerata legge 189 del 30 Luglio 2002, al secolo la legge “Bossi-Fini” che, tra le varie, prevede l’espulsione immediata degli immigrati rimasti senza regolare lavoro da sei mesi, in quanto non portatori, sebbene momentaneamente, di entrate fiscali per l’erario pubblico.

Un feroce governo senza opposizioni interne: tutti i remanti sincronizzati verso lo stesso orizzonte; marito, moglie e amanti uniti nell’orgia di potere.

Alla resa dei conti, nel 2006, anno di scadenza della legislatura, gli assi politici della destra erano ancora stabili, ma le nefandezze compiute dal quartetto di governo portarono al crollo della fiducia negli elettori.

I sondaggi li davano per spacciati, le incalzanti elezioni sembravano una formalità; ma il colpo di coda di Caimano non si è fatto attendere. Alla vigilia del Natale 2005, pochi mesi prima della tornata elettorale, Berlusconi si appropria indebitamente di un’intercettazione secretata (è il più grande abuso fatto di un’intercettazione, proprio quel genere di abusi che il ddl voleva impedire) che vede protagonista un Fassino entusiasta per essere riuscito a mettere le mani nelle Banca del Lavoro.

Il Giornale, l’organo di regime per antonomasia, pubblicò agli inizi di Gennaio l’intercettazione, e i Ds persero tutta la fiducia accumulata nei 5 anni di non governo.

Così, la Casa delle Libertà al gran completo, sfiorò la rimonta, e perse di pochissimi punti percentuali che sancirono l’insediamento del governo Prodi.

Fini e Silvio si ritrovarono così di nuovo all’opposizione, sulle poltrone più scomode del Parlamento, sempre accompagnati dai Centristi e dai Leghisti.

Ed è proprio in quei due anni di opposizione che emersero le prime frizioni tra i “coniugi”; Fini dissentì dai suoi alleati su temi delicati quali la fecondazione assistita e le coppie di fatto, mostrando più segnali di apertura in netta controtendenza rispetto alle direttive cattolico-conservatrici della Casa e del suo stesso partito.

Nel frattempo, Casini iniziava ad organizzarsi in proprio, distanziandosi gradualmente dalla coalizione.

Con la caduta dell’ingovernabile maggioranza prodiana, si iniziarono a preparare nuove elezioni, e l’astuto Fini, rimangiandosi le sue prime timide prese di posizione manifestate negli anni di opposizione, approfittò del congedo di Casini e fuse il suo partito con Forza Italia, fondando l’ormai arcinoto Popolo delle Libertà: la moglie credeva di incastrare così il marito con la comunione dei beni.

Alle elezioni del 2008 la coalizione era composta da Pdl e Lega Nord, e l’elettorato li premiò abbondantemente.

Fini era convinto di aver finalmente conquistato un potere di governo superiore a quello dei semplici alleati, e, ottenuta la Presidenza della Camera, si è reso conto di aver fatto male i calcoli: il crescente consenso della Lega Nord tiene sotto scacco l’intero Pdl, e innalza i “lùmbard” ad ago della bilancia.

Bossi è diventato il principale interlocutore per il Presidente del Consiglio, mentre Fini si è ritrovato in disparte ad occuparsi di un ruolo più istituzionale che politico.

Così, mentre la Lega avanza pretese di ogni sorta sul governo e viene interpellata dallo stesso per ogni decisione, il povero Gianfranco disilluso si è ritrovato a calendarizzare le discussioni dell’Aula.

Dal 2008 ad oggi Berlusconi e Fini hanno condotto la loro alleanza da separati in casa, con il Presidente della Camera nelle vesti di primo oppositore del governo; ha contestato la legittimità costituzionale del pacchetto sicurezza in tema di immigrazione, nonché le feroci propagande della paura e della sicurezza dell’asse La Russa – Maroni – Bossi; ha espresso pubblico dissenso per le modalità poco istituzionali con cui il governo tende a legiferare, quale l’abuso della questione di fiducia (siamo a 36 in 2 anni, contro la media europea di 1-2 all’anno); ha contestato la continua ricerca dell’impunità nella fila del Pdl, in particolare al suo leader; ha contribuito ai più notevoli emendamenti al ddl intercettazioni, provocandone lo slittamento dell’esamina a settembre; il 22 Aprile di quest’anno, alla direzione nazionale del Pdl, è arrivato allo scontro frontale con Berlusconi; i suoi uomini più fidati sono in continuo battibecco con gli uomini del presidente; insomma, quando ha potuto, ha sempre messo i bastoni fra le ruote a Berlusconi, richiamandosi alla legalità e al rispetto delle Istituzioni.

L’incipt alla svolta istituzionale di Fini non è partito certo dalla passione per le regole e la legalità, non capiremmo altrimenti dove fosse questa civica passione quando il premier “stuprava” la legalità dal 2001 al 2006, ma dall’invidia della moglie messa in disparte a favore della più focosa concubina verde.

Ora che la stabilità politica della banda berlusconiana vacilla, i topi hanno il coraggio di abbandonare la nave e si consuma lo scontro finale.

Fini ha ottenuto ufficialmente il divorzio pochi giorni fa, e con la separazione dei beni ha recuperato per il suo gruppo parlamentare indipendente, Futuro e Libertà per l’Italia, 33 parlamentari, numero sufficiente a tenere in pugno la maggioranza, esattamente come la concubina focosa di cui sopra.

Quello che accadrà nei prossimi mesi non è dato saperlo con esattezza, ma quel che è certo, è che la parola fine è stata posta definitivamente sull’idillio politico più celebre delle seconda Repubblica.

Opportunismo, invidia o rinnovazione personale, qualunque sia la causa scatenante, rivolgo ai lettori un invito alla diffidenza da chi ha sostenuto un regime, ed è stato complice principale di un altro.

Francesco Woolftail Dal Moro

Per rivedere gli strappi dei mesi scorsi raccontati dalla fionda clicca qui

Navigatori a vista

Posted By fred on agosto 2nd, 2010

Il redde rationem è arrivato giovedì scorso,quando Silvio Berlusconi, con un documento politico di inaudito spirito antidemocratico, ha di fatto defenestrato il suo cofondatore dal partito, ed ora le carte sono di nuovo in attesa di essere ridistribuite. Con un problema non da poco: la scelta del mazziere. Dopo mesi di continuo logorio interno al partito,messa in sicurezza la manovra economica, il Cavaliere è tornato a rivestire il suo ruolo migliore,quello del padrone, e con risultati da far impallidire il vecchio Pci della scomunica alla Rossanda e soci del Manifesto. Come ricorda su “la Repubblica” Valentino Parlato, ex direttore del quotidiano comunista e scomunicato,ci fu una differenza abissale nel metodo di espulsione dal partito a loro riservata e il trattamento inflitto ai finiani.Nel Pci furono convocati due comitati centrali e si discusse lungamente all’interno di tutto il partito la fuoriuscita dei “ribelli”.Ci fu quella che si può propriamente definire una consultazione interna a 360°, che investì tutti gli organi del partito per la rilevanza che avevano e, per giusta o sbagliata che sia stata, è indubbio il valore democratico di tale scelta. Tutt’altra musica invece nel Pdl, dove,come è solito fare il suo padrone,ha sputato dalle segrete di Palazzo Grazioli un documento di sei pagine in cui era condensato tutto il suo odio per il dissenso e, se vogliamo, la conferma regina della sua visione autoritaria del partito e delle istituzioni.”Le posizioni di Fini -si legge nel documento- si sono manifestate sempre di più come uno stillicidio di distinguo o contrarietà nei confronti del programma di governo”.Sembra una confessione, viene da domandarsi se al di là di quello ufficiale ce ne fosse uno segreto di programma in cui,invece della ormai mitologica equazione del benessere,che voleva meno tasse per più consumi e conseguenti più entrate per lo stato,avesse nel suo punto principale l’impunità assoluta per i propri rappresentanti e la sottomissione senza diritto di replica al suo leader. E’tardi ormai per suonarne la marcia funebre, tanto più che prima di tutti,a partito ancora in fasce, fu lo stesso Fini a recitarne la disfatta. E’ nato male e finito peggio questo Pdl che dalle ceneri di Forza Italia e Alleanza Nazionale, uniti nella benedizione delle comiche finali,fu annunciato in pompa magna dal predellino della sua auto da Berlusconi in una trepidante Piazza S.Babila a Milano due anni e otto mesi or sono.

Si naviga a vista quindi, in queste giornate convulse di ricollocazione politica. Certo di non avere più la maggioranza in parlamento per quei provvedimenti che non sono contenuti nel programma ufficiale ma che sono in cima ai suoi interessi- si parla ovviamente del lodo che gli dovrebbe consentire l’impunità per via costituzionale- Berlusconi è seriamente intenzionato a sparigliare il tavolo pur di salvare la pelle. Come al solito, quando è messo alle strette, riesce con l’improvvisazione, una delle sue doti migliori, a ribaltare le situazioni in suo favore, e, c’è da scommettere, che da qui a settembre ogni occasione sarà buona per stanare, su proposte parlamentari, il gruppo dei finiani ed andare nuovamente ad elezioni. Certo che l’opposizione perderà anche quel treno e sperando che Napolitano non si metta di nuovo di traverso con governi tecnici di pubblica salute. Opzione questa da scongiurare come la peste,tanto che i suoi cannoni mediatici già sparano le palle della delegittimazione democratica del popolo e il giornale di famiglia,avallato ufficialmente dall’on. Stracquadanio, scava nell’albero genealogico del presidente della camera in cerca di nuovi casi Boffo.

La lunga estate calda della politica sembra non volersi fermare neanche in agosto, e sono lontani i tempi delle scorribande sarde del premier. La stella polare,come da sempre in Italia, è quella ereditata da Andreotti e dalla Dc di qualche repubblica fa, quel tirare a campare oltre ogni logica,quell’arte della sopravvivenza personale, e che vada a rotoli tutto purché ci si salvi. Come sempre, tutto cambi perché nulla cambi.

Emilio Fusari

Ultim’ora; Zaccai, dall’MSI ai Trans, passando per il Pdl!

Posted By fred on luglio 1st, 2010

Pier Paolo Zaccai, consigliere provinciale di Roma, tesserato nelle fila del “Popolo dei Libertini”, è stato ricoverato, nella mattinata di oggi, in stato confusionale, presso l’ospedale Grassi di Ostia.

A condurlo sulla barella, una nottata da un amico transessuale, all’insegna delle piste, non da ballo ma da sballo, e del sesso con più trans; d’altronde, il partito dell’amore ama tutti indiscriminatamente.

Poco prima del suo prelievo da parte dei paramedici, giunti in ambulanza, si è messo, da buon “ducetto” svarionato e indolenzito, a tenere un comizio pseudopolitico, ululando, si presume acutamente, discorsi sprovvisti di giunture logiche.

La sua carriera politica iniziò nel Fronte della Gioventù, proseguì nel Movimento Sociale Italiano (MSI) di Almirante, “camerato” dei vari Fini e Alemanno, per poi confluire in Alleanza Nazionale e sfociare definitivamente nel Pdl, partito con il quale si è conquistato l’ultima poltrona provinciale romana. Insomma, il classico fascistello privo di coerenza, pubblica e morale.

I festini con cocaina e trans stanno diventando un “habitude” per politici e Vip, si pensi a Ronaldo, Lapo Elkann, o Marrazzo; un tempo, quando il Pdl “si chiamava” ancora “Dc”, preferivano la compagnia delle giovanissime, oltre all’immancabile polverina magica dell’esaltazione.

Tuttavia, qualcuno della vecchia scuola è rimasto, “conservatore” anche in questo ambito.

Provate un po’ a indovinare di sarà mai.

Francesco Woolftail Dal Moro

Il governo del fare che non fa: emergenza rifiuti a Palermo – di Francesco Dal Moro

Posted By fred on giugno 14th, 2010

Il 16 Gennaio 2009 fu dichiarato, a Palermo, lo stato di emergenza per i rifiuti.

Oggi, un anno e mezzo dopo, lo stato di emergenza è ancora in corso e sta raggiungendo i picchi massimi.

Nel frattempo sono state chiuse delle scuole per lunghi periodi, bruciati ogni notte quintali di spazzatura ammassata in strada, barricate le finestre per due estati consecutive, e promossi in Senato i responsabili.

Non solo l’emergenza sembra alquanto distante da una via in di risoluzione, dopo un anno e mezzo, ma addirittura sembra aggravarsi, a causa di diversi nodi inevitabilmente giunti al pettine.

Il primo di questi nodi riguarda il notevole buco nel bilancio dell’Amia, l’azienda municipalizzata incaricata della raccolta e dello smalitmento della spazzatura; lo scorso anno l’Amia ha registrato un disavanzo di 180 milioni di euro, non certo noccioline per una società di riufiuti, e nonostante il governo abbia successivamente stanziato per la stessa 230 milioni di euro -ed ecco il secondo nodo- persiste ancor oggi, nei bilanci della municipalizzata, una voragine di 80 milioni.

Sullo sfondo, dipendenti con diverse mensilità non retribuite, e dirigenti in continui viaggi d’oro a Dubai. Il classico “magna-magna” all’italiana? Lo è ancor di più se si pensa che Enzio Galioto, l’uomo che guidava l’Amia di Palermo lo scorso anno, è oggi Senatore dell’immancabile Pdl.

Il terzo nodo, in cui s’è imbattuto quel comunista “pettinaccio”, riguarda le vasche di contenimento e smaltimento rifiuti, dislocate sulla collina di Bellolampo nel palermitano.

Queste sono attualmente quattro, e sono destinate a rimanere tali in quanto una è in fase di dismissione e un’altra sta per entrare in funzione. Ed è proprio questa nuova vasca a rappresentare il terzo nodo, in quanto fu dichiarata per essa una capienza di 700.000 tonnellate, ridottesi a 147.000 dopo le valutazioni e i controlli dei commissari dell’Amia e dell’Università di Catania.

Questa drastica differenza tra necessità e realtà, tra aspettative e fatto compiuto, comporterà l’ulteriore inondazione di rifiuti nel palermitano, entro uno o massimo due mesi, spazzando via quell’attesa boccata di ossigeno, in senso letterale.

Infine un ulteriore problema non indifferente riguarda l’effettiva quantità di percolato (liquido che trae origine dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi) sotto i rifiuti della discarica di Bellolampo.

Fino a qualche mese fa era mal stimata intorno alle 10.000 tonnellate, ora, dopo valutazioni più attente e complete, s’aggira sulle 200.000, venti volte di più, con possibili pericoli futuri per le falde acquifere. Nel Celona, un torrente che lambisce quelle zone, sono già presenti quantitativi di percolato, e non in tracce.

In questo panorama, dal 16 Gennaio 2009 a oggi, il sindaco Cammarata (sempre Pdl) è indagato, e 105 persone sono state arrestate nella Provincia di Palermo.

Ma i rifiuti restano, il puzzo e la scarsa igiene anche, e anzi crescono.

Il governo del fare, nel frattempo, non fa, e le telecamere si tengono alla distanza di sicurezza prescritta dal codice del silenzio.

Seguiranno aggiornamenti, si spera.

WOOLFTAIL

Ultim’ora; Tra il Pd e il Pdl, la differenza è solo di una L

Posted By fred on giugno 10th, 2010

Il ddl sulle intercettazioni è stato oggi approvato al Senato. Nessun senatore del Pdl, benchè contrario alla norma, ha potuto votarvi contro, in quanto ricattato dalla questione di fiducia.

La cosa più sconcertante, oltre ai contenuti della legge stessa, oltre alla trentaquattresima questione di fiducia in due anni, è l’assenza dei senatori del Pd alle votazioni.

Non è mia abitudine “torpiloquiare” (passatemi il termine) nei post di questo blog, ma un bello “Stronzi di merda”, o un sonoro “Coglioni del cazzo” non glielo nega nessuno, a questi finti politicanti “democratici”.

Mentre una delle più scandalose leggi dell’occidente democratico viene votata, l’opposizione che rappresenta il 30% degli elettori non partecipa alle votazioni. Risultato finale: 164 voti favorevoli, 24 contrari (provenienti da Udc e Idv). Il cittadino si aspettava, s’auspicava, una forte battaglia, invece ha potuto constatare che il Pd, ancora una volta, s’è chinato a 90 gradi e s’è (o meglio, ci ha) spalancato le natiche.

Considerata la loro più totale inutilità, è giunta l’ora in cui gli elettori di sinistra comincino a negare il voto a questi concubini del governo più anti-istituzionale dell’occidente, compiacenti e soggiacenti alla dittatura di Berlusconi, complici e co-artefici dei più grandi soprusi che la nostra Costituzione abbia mai subito.

Cari elettori di sinistra, questa sinistra, cercatela altrove, perchè tra Pdl e Pd c’è solo una L di differenza.

FRANCESCO woolftail DAL MORO

Si torna a scuola il 30 settembre? Ecco perchè no! – dal blog Noipensiamo.com

Posted By fred on giugno 8th, 2010

Articolo tratto dal blog amico noipensiamo.com

In classe il 30 Settembre?? Certo che agli studenti di elementari, medie e superiori non deve sembrare tanto brutta questa idea, avanzata da alcuni parlamentari del PdL e subito proposta al tavolo del Ministro Gelmini; due o tre settimane di posticipo per il rientro dalle vacanze estive è una vera e propria pacchia per gli studenti, ma vediamo le ragioni di questa proposta, pro e contro di questa contrastante iniziativa.

Innanzi tutto, bisogna mettere in chiaro che questa è solo l’idea di un singolo parlamentare PdL, non un’idea di progetto condiviso, e molto probabilmente è una proposta che non avrà alcuna risonanza nelle camere, al contrario del solito putiferio di maggioranza e opposizione che si scatena su ogni affermazione di un esponente governativo (viva la democrazia).

L’idea era nata da questo presupposto, un’idea condivisibile e assolutamente sensata, checché incompleta: i genitori hanno bisogno di fare le vacanze, e avere l’opportunità di scegliere periodi meno affollati e più accessibili per raggiungere le proprie mete preferite, senza l’intoppo dell’inizio delle scuole, potrebbe avere delle conseguenze positive sul turismo, sull’umore dei genitori e sulla stabilità delle famiglie, che almeno passerebbero le vacanze insieme e in momenti dell’anno non proibitivi per i prezzi, magari allungando la permanenza.

Fin qua niente da dire; famiglie più unite, costi meno ingenti, studenti felici che posticipano di due settimane il rientro; quasi il raggiungimento del Paradiso. Bene, eppure qualche cricca in quest’idea (probabilmente concepita in circa 4 secondi e subito sproloquiata in maniera inopportuna) ce l’ha.

Se si pensa infatti che le aziende, dove lavorano mamma e papà, siano disposte a cambiare l’organizzazione del lavoro, in modo da posticipare il rientro dalle ferie o traslarle da un periodo praticamente morto a livello commerciale (luglio e agosto) al periodo economicamente più florido (settembre e ottobre) ci si sbaglia di grosso; dunque una banale riforma scolastica che posticipa l’inizio delle scuole di due settimane determinerebbe un colossale progetto di riforma dell’organizzazione del lavoro, dell’istituzione di lavori part-time e dei conti già gravosi in casa dei cittadini; la salute della famiglia verrebbe ulteriormente inguaiata, dato che, non potendo essi chiedere le ferie a settembre, dovrebbero rivolgersi a nonni, baby sitter o mandare i figli nei campi estivi, sborsando un capitale che difficilmente riescono a mettere da parte.

Insomma, questa idea, citando il caro don Abbondio, “non s’ha da fare”; forse prima di uscire con idee strampalate e disastrose, si potrebbe invece pensare a un serio sistema di interventi volti al raggiungimento di una stabilità economica, finanziaria e commerciale, che in Italia, come da quasi qualsiasi altra parte al mondo, ha ben difficoltà ad instaurarsi; un solido sistema di down-sizing del lavoro e una riforma sulla base del job sharing e del part-time sarebbero di sicure proposte ben accette da parte di un popolo che, come il nostro, sta disperatamente cercando un modo per ricominciare a stare bene.

CLAUDIOTTO

“I bambini violentati lievemente” Emendamento agghiacciante sta per essere approvato dal governo – dal blog Mondo libero

Posted By Tom on giugno 6th, 2010

… E non si potrà arrestare chi compie atti di violenza sui minori di lieve entità. Questo hanno scritto alcuni senatori del pdl, nel decreto sulle intercettazioni. Scritto a voce bassa, così bassa che nessuno avrebbe dovuto saperlo e infatti non scritto nemmeno nell’elenco pubblicato sul sito del senato.

Eravamo rimasti alla regola che i bambini non si toccano mai, ora siamo al punto in cui i bambini si possono toccare lievemente. È il concetto di lieve entità applicato alla violenza su minore che mi spiazza. Come se potessero esserci violenze, che come graffi, sono guaribili in sette giorni e un cerotto di Topolino sul ginocchio. Clicca qui per leggere tutto

Il declino di un re – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 29th, 2010

Silvio Berlusconi sta arrivando al capolinea e il suo potere è ormai al tramonto. Stiamo vivendo un periodo politico di transizione. L’impero monarchico creato da Berlusconi sta crollando pezzo dopo pezzo. Le alleanze si stanno sfaldando. La gente è stufa. E proprio in un periodo di transizione come questo è necessario essere più attenti: quando il drago riceve gli ultimi attacchi mortali, inizia rabbioso a sferzare alla cieca possenti colpi con la sua coda, che possono rivelarsi i più micidiali, in quanto incontrollati e indiscriminati. E così la manovra finanziaria varata martedì ha svelato le vere manovre e i veri retroscena che stanno avvenendo dietro le spalle del premier, ha svelato, insomma, chi sta ferendo mortalmente il drago. Vi avverto. Stiamo per entrare nel contorto e distorto mondo delle dietrologie e dei complottismi.

Silvio lo ha già capito. La lotta per la successione è iniziata. Ed è iniziata ufficialmente il 22 aprile quando Gianfranco Fini ha formalizzato all’interno del partito lo strappo con la politica del Presidente del Consiglio. Le frizioni, in realtà, sono iniziate ben prima, ma quando il Presidente della Camera si è reso conto della compattezza della stragrande maggioranza del PDL intorno a Berlusconi, ha avuto paura e ha deciso di fare i conti e reclutare i “finiani”, prima che altri, oltre ai suoi ex-colonnelli, gli voltassero le spalle. Da questo punto di vista la creazione del Popolo della Libertà è stata sicuramente un danno per l’ex-leader di AN: il suo peso politico all’interno della coalizione di governo era molto maggiore quando guidava Alleanza Nazionale, in quanto leader di un proprio partito. A quei tempi Berlusconi si poneva come mediatore tra i vari partiti che facevano parte delle sue coalizioni, cercando di accontentare le pretese di tutti. Ma ora, accettando la fusione Forza Italia-Alleanza Nazionale, Fini è diventato semplice membro del nuovo partito, un semplice subordinato al capo. O meglio: lo sarebbe dovuto diventare secondo la visione padronale di Berlusconi. Ma un governo a trazione leghista non va proprio giù a Fini, il quale, tramite lo strappo, ha voluto riaffermare la propria importanza e riprendersi quel potere, di cui disponeva prima. I media raccontano la situazione solo fino a questo punto. Fini, in realtà, sta mettendo in atto la sua strategia politica. Forte del fatto di non poter essere sfiduciato in quanto Presidente della Camera e, quindi, di poter esprimersi senza rischiare la poltrona e la visibilità per i prossimi tre anni, lui guarda al dopo-Berlusconi e punta alla leadership: conscio del fatto che la politica dei sondaggi del suo leader non può portare lontano, si è preso la propria autonomia politica, sperando che, un giorno, gli elettori lo premieranno per questa scelta.

Per scovare il secondo scenario di guerra, bisogna guardare allo storico scontro fra Tremonti, l’eccentrico ministro del Tesoro italiano, e Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nonché cuore pulsante della forza berlusconiana. Il primo è sostenuto dalla Lega, da alcune banche del nord, da Ettore Gotti Tedeschi, presidente del potentissimo Ior ed esponente di spicco della finanza cattolica e da alcuni ambienti del centro-sinistra. Il secondo è sostenuto da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e influente finanziere italiano, da una parte della gerarchia ecclesiastica e dai vari giornali d’area. Tra questi due titani, Berlusconi si è posto finora come arbitro. Ma ora sembra più l’oggetto degli attacchi dei potenti del mondo tremontiano. I colpi più incisivi sono stati lanciati nei giorni antecedenti al varo della manovra finanziaria; le risposte, però, sono sembrate i capricci di un bambino: “Giulio ha costruito la manovra come se volesse smentire tutto quello che ho fatto in questi anni” il premier lamenta così tutta la sua insofferenza. Ma soprattutto: “Hanno calcato la mano per mettere al riparo il federalismo fiscale. Pensano che l’Ue non accetterebbe la riforma federalista se prima non diamo garanzie sui conti. Ma i progetti della Lega non possono venire prima di tutto il resto”. Berlusconi non ha sopportato che il decreto-legge sia stato scritto solo con i Lumbard nella più totale noncuranza degli altri dicasteri. Ma si sa. La Lega farebbe di tutto


    per realizzare i propri progetti e ora che Bossi è riuscito a crearsi la propria signoria personale al Nord, la sua voce nel Governo è diventata più strillante e rumorosa: d’altronde, senza il Senatur, come lui stesso ricorda in ogni intervista, il Governo cadrebbe. Ingenuo Silvio che credeva in un’autentica amicizia con Umberto. All’impavido condottiero padano, è chiaro, importa solo degli interessi della sua terra e, non appena ha trovato un più fidato garante (Tremonti) per i suoi interessi, ha mollato Berlusconi. Non a caso, quando il ministro del Tesoro, a ottobre dell’anno scorso, suscitò le ire dei suoi colleghi per l’esagerato rigore nei conti pubblici, l’unico a sostenere tale politica fu proprio Bossi, il quale lo propose come candidato alla vicepresidenza del Consiglio.
    Insomma, nel momento in cui il Governo mette in campo provvedimenti che, come la manovra, si occupano davvero dell’economia italiana, nemmeno Berlusconi riesce a contemperare i vari interessi in gioco. Questi, in sostanza, teme che Tremonti, in realtà, abbia provveduto a creare un tesoretto da utilizzare come risorsa per il federalismo fiscale, che, alla luce della manovra, risulta inattuabile, dato che 11 miliardi dei 24 che si vogliono risparmiare vengono prelevati dalle Regioni. E allora ecco che Silvio ritorna da Fini e cerca di ricucire la ferita per fermare l’ondata padana: in cambio, il retro-front del Governo sul ddl intercettazioni, che verrà emendato esattamente come lo avevano redatto i finiani.Si evocano i poteri forti. Si evocano le potenti lobby. Quel mondo oscuro e tenebroso che giace dietro alla politica e che si muove nell’ombra per rovesciare i loro avversari, coloro che non rappresentano e tutelano più i loro interessi. Quel mondo, fatto di finanza, di alta imprenditoria, di mafia e di gerarchie ecclesiastiche, in grado di scoperchiare a proprio piacimento quegli scandali giudiziari che possono davvero compromettere la carriera di numerosi politici. “C’è qualcuno che stavolta sta giocando davvero contro di me, per farmi fuori, per preparare un altro governo, per profilare un’emergenza nazionale”. Anche di questo Berlusconi ha paura, perché sa che neanche lui può sconfiggere quei poteri forti. Ed ecco allora che improvvisamente e stranamente sbucano fuori, dopo circa un anno e mezzo dal loro reperimento nei computer del gruppo Anemone, le famose “liste dei favori e dei lavori”, su cui l’imprenditore annotava i nomi di coloro a cui elargiva i propri doni: politici, direttori generali dei ministeri (coloro che detengono davvero il potere, in quanto sopravvivono alle maggioranze), il Vaticano, registi e produttori. Ma soprattutto Palazzo Chigi e Bertolaso, che, concedendo indiscretamente grandi appalti, appunto, ad Anemone per opere di dubbia competenza della Protezione civile, è stato il primo a essere travolto dalle indagini. Non a caso, la Protezione civile: la roccaforte del potere di re Silvio nelle istituzioni. Ma che “qualcuno” stia cercando di minare al potere del re, lo si è capito anche dalla vicenda di Scajola. Maria Teresa Verda, moglie dell’ex-ministro dello Sviluppo economico, ha confermato che il marito “non parla ancora per non creare problemi a persone più coinvolte di lui in questa vicenda”. E c’è chi dice che, in realtà, l’obiettivo finale fosse Gianni Letta, il sacro consigliere reale di sua maestà, la cui integrità politica è necessaria affinché il Governo rimanga in carica. In ogni caso è chiaro che Scajola è stata la vittima sacrificale di una strategia più complessa.

    Inoltre, gli ultimi sviluppi delle inchieste sul Watergate italiano, totalmente ignorato da quasi tutti i mass media, mostrano un Silvio marginale e ininfluente. Il 25 maggio è stato arrestato per l’accusa di estorsione l’imprenditore Fabrizio Favata, uno dei protagonisti dell’inchiesta che da dicembre ha come indagati cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio ed estorsione. Gli altri protagonisti sono Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs, società incaricata dalla procura di Milano di eseguire e custodire le intercettazioni, e Paolo Berlusconi (nella foto qui sotto), il fratello del premier e socio di Favata in un’impresa di telefonia, ormai fallita. Nell’ordinanza di arresto del gip di Milano è accertato che “Raffaelli Roberto […] si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 […] e, insieme a Favata, offre una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici, tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione”. Proprio mentre il Parlamento, su ordine del capo del Governo, discute su un disegno di legge che mira ad eliminare gli abusi sull’utilizzo delle intercettazioni, viene verificato che il capo del Governo stesso ne abusa. La vicenda nasce quando gli interessi di questi personaggi convergono: Raffaelli intende aprire un centro di ascolto in Romania, per cui gli è necessaria la sponsorizzazione di Palazzo Chigi, Favata e Paolo Berlusconi decidono di fare da tramite a Raffaelli per giocare una carta preziosa: la famosa intercettazione, ottenuta da Raffaelli stesso, in cui Consorte, ex amministratore delegato di Unipol, dice a Fassino: “Abbiamo una banca”. Intercettazione, che segnò fortemente l’esito delle elezioni politiche del 2006. Non solo. È Favata colui che detiene l’arma del ricatto, cioè denunciare tutto ai magistrati: per questo Raffaelli gli versa 300 mila euro. Ma perché Raffaelli paga così caro il silenzio di Favata? Questo non ci è dato ancora saperlo. Fatto sta che Silvio Berlusconi, il quale non è neanche iscritto nel registro degli indagati in questa inchiesta, è la figura più marginale in questo complicato affare di discredito e di calunnia degli oppositori politici. Al gip non è servito neanche interrogarlo come testimone, per ricostruire la vicenda. Il convitato di pietra, insomma.

    Se, oltre a tutto questo, si considera che Massimo Ciancimino ha recentemente affermato che per suo padre, Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, “Berlusconi è una vittima della mafia, forse il più grosso imprenditore sotto ricatto della mafia”, mafia che lo avrebbe aiutato a creare Forza Italia tra il ‘92 e il ‘93, e che Confindustria, i cui interessi erano rappresentati nella prima Repubblica dalla DC e dal PSI craxiano, non intende più assecondare Berlusconi e credere a tutte le sue promesse mai mantenute e che è alla ricerca del suo nuovo rappresentante politico, si delinea un quadro in cui il Presidente del Consiglio in carica è la pedina di un sistema molto più profondo.

    Rivedere la gerarchia delle alleanze? Riformulare le amicizie dentro il governo? No. A Berlusconi non basterà più questo. Ormai Silvio è vecchio. E solo. E soprattutto è vittima del potere che lui stesso ha messo in piedi. È vittima del berlusconismo stesso. Oggi, il re è attaccato dai suoi stessi vassalli, quei vassalli, che, lui pensava, avrebbero dato la vita per lui. Un uomo venduto. Venduto al sistema, in cambio della libertà di approfittarsi della macchina statale per il soddisfacimento degli interessi suoi, della sua famiglia e della sua azienda e per sfuggire alla galera.

    Negli ultimi sedici anni abbiamo conosciuto un Berlusconi animatore da spiaggia, imprenditore e politico, un Berlusconi indagato, corruttore e mafioso, un Berlusconi narcisista, osannato e odiato. Ma mai abbiamo visto il Berlusconi di questi giorni. Un Berlusconi stanco (esordisce all’incontro con Confindustria di mercoledì: “Cara Emma, sono vecchio, non riesco a seguire bene le immagini”). Un Berlusconi impaurito, che, citando Mussolini, dice: “Io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i miei gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro”.

    E come un duce vecchio, solo, stanco e impaurito, Berlusconi è sospettoso verso i propri alleati, manda a quel paese i propri ministri e, ossessionato dall’ombra del sospetto, trema. L’atmosfera nella capitale è quella da ultima seduta del Gran Consiglio Fascista. E l’unica certezza per questo duce è la sua capacità di creare consenso. Capacità che lo salverà fintantoché questo consenso non lo abbandonerà. E con una manovra che farà sudare lacrime e sangue, non è irreale pensare che la sua immagine, a breve, non ingannerà più la gente. Un declino annunciato. E la tanto agognata fine di un uomo che ha portato a picco un’intera società e che ha paralizzato un pezzo di storia italiana. Ma la storia ha ricominciato a scorrere e la storia, ora, si prepara ad affossarlo. Finalmente.

    P&L
    Tom

HERE COMES THE SUN…OPPURE NO? – di Federica Berra

Posted By grim on aprile 30th, 2010

EARTH DAY

Qualche giorno fa sulle pagine di tutti i quotidiani abbiamo letto, ovviamente con molto piacere, dei festeggiamenti in onore del 40esimo “compleanno” dell’Earth Day, l’iniziativa lanciata il 22 aprile 1970 dal discorso pronunciato dal senatore del Wisconsin Gaylord Nelson, che esortava i cittadini americani ad agire in nome della protezione della Terra e ad aderire a quella che fu la prima storica manifestazione (organizzata da Denis Hayes, primo coordinatore dell’evento) in difesa dell’ambiente.

Ed eccoci nel 2010: centinaia di paesi aderenti, migliaia le eco-iniziative, “il contatore – si legge in tutti gli articoli che parlano di quest’evento – ha già superato i 31 milioni e 460mila azioni ‘verdi’”. Da New York a Pechino, da San Paolo a Roma, tutti uniti nella difesa della nostra Madre Terra, tutti legati da una medesima volontà di salvaguardia del pianeta. Improvvisamente ci ricordiamo che la Terra su cui stiamo vivendo è lo stesso pianeta che lasceremo in eredità ai nostri figli, e che forse sarebbe il caso che al momento del cambio di testimone essi non debbano trovarsi in mano un mucchio di ceneri sgretolanti.

Se questo articolo finisse a questo punto, potremmo lasciare il computer con un sorriso e un rinnovato ottimismo nei confronti della popolazione degli uomini: siamo dei birichini, ma con in fondo un cuore d’oro.

Però, purtroppo, questo articolo non finisce qui.

Siamo tutti d’accordo che l’Earth Day è un’iniziativa apprezzabile e lodevole e che è importante rinnovare l’attenzione nei confronti dell’ambiente e sensibilizzare le popolazioni nei confronti di temi come la biodiversità, la green economy, le risorse energetiche rinnovabili e via dicendo.

Questo però, non vuol dire mettersi i paraocchi e far finta di essere tutti dei bravi ecologisti.

Facciamo ad esempio, un emblematico zoom sul paese dei santi, dei poeti e dei navigatori. Anche l’Italia infatti, ha deciso di festeggiare la Terra e l’ambiente, e innumerevoli sono state le iniziative promosse in onore di questa ricorrenza. Sembreremmo quasi un paese che ha cura per il futuro del pianeta. Finchè la Terra e la sua salute sono alla ribalta a livello internazionale parrebbe proprio così.

Peccato che tornando indietro di soltanto qualche settimana, troviamo interessanti notizie nelle pagine “Ambiente” dei siti internet di numerosi quotidiani on-line (in una pagina interna per l’appunto, e non in prima pagina) che contraddicono un bel po’ questo festoso clima di ambientalismo.

LA GREEN ECONOMY

Prima fra tutte, una news che è passata abbastanza inosservata. Il 14 aprile 2010 è passata al Senato italiano una mozione anti-Green Economy. Che cos’è questa Green Economy?

L’“economia verde” (o economia ecologica) è un tipo di analisi econometrica (ovvero un’analisi statistica che si occupa dell’analisi di fenomeni economici e della verifica empirica di modelli formulati in ambito teorico)che prende in considerazione i benefici economici (aumento del PIL) e i danni ambientali prodotti dall’estrazione delle materie prime, dal loro trasporto e trasformazione in energia, dalla loro manifattura in prodotti finiti e dal loro smaltimento definitivo.

Abbiamo ovviamente bisogno di un tipo d’industria che utilizza le risorse del pianeta, ma molto spesso, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, e i successivi disastri ambientali, diminuiscono il PIL stesso, perché riducono i rendimenti relativi ad agricoltura, pesca e ambiente, quindi turismo. La Green Economy propone dunque una serie di misure economiche, legislative, tecnologiche ed educative che possano contribuire a ridurre il consumo di energia e di risorse naturali, diminuire la dipendenza dall’estero, e contribuire ad un maggior benessere dell’ambiente per arrivare a istituire un’economia sostenibile per molti millenni, servendosi principalmente di risorse rinnovabili.

In occasione della Conferenza sul clima di Copenhagen dello scorso dicembre 2009, oltre 100 Paesi hanno sottoscritto il cosiddetto “Accordo di Copenhagen” (che non è un trattato e non è ancora vincolante) nel quale si afferma tra l’altro che il cambiamento climatico è una delle maggiori sfide del nostro tempo, che le emissioni globali che alimentano tale processo devono essere ridotte drasticamente e che una strategia per lo sviluppo con bassi livelli di emissione è indispensabile.

LA MOZIONE ANTI-GREEN ECONOMY

Torniamo in Italia. I senatori di centro-destra D’Alì, Possa, Fluttero, Viceconte, Izzo, Sibilia, Nespoli, Vetrella e Carrara hanno dunque firmato la mozione anti-Green Economy di cui sopra, affermando in breve che:

- sono emerse delle criticità nei confronti dell’IPCC, ovvero Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo consulente intergovernativo sul mutamento climatico)  che viene quindi accusato di scorrettezza e faziosità oltre ad esprimere “tesi catastrofiste”.

- i paesi maggiormente produttori di inquinamento non hanno aderito, quindi l’impegno europeo ai fini del contenimento a livello globale delle emissioni di CO2 diventa scarsamente rilevante

- l’emissione di CO2 pare che non sia poi così influente nella globalità delle dinamiche ambientali.

Detto questo, l’Italia dovrebbe allora far saltare l’obiettivo europeo al 2020 di una riduzione del 20 per cento dei gas serra, di un aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica e di una quota del 20 per cento di energia da fonti rinnovabili richiedendo “l’attivazione in sede di Unione europea della clausola Berlusconi nel senso di dichiarare decaduto, in quanto non più utile, l’accordo del 20-20-20.”; inoltre il governo dovrebbe rivisitare gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 su livelli per l’Italia più equilibrati rispetto a quelli assunti dagli altri Stati membri aderenti e in linea con quelli assunti autonomamente da Usa, Cina, India, Sud Africa, Brasile e Messico, paesi maggiormente protagonisti dei consumi di energia mondiali. In sostanza una sorta di indipendenza dall’Europa nell’assunzione di misure da prendere riguardo i livelli di emissione dell’anidride carbonica in Italia.

Eppure i punti su cui si basa questa mozione sono facilmente confutabili; a partire dal primo, riguardo la presunta inattendibilità dell’IPCC. La contro mozione presentata dai senatori Seta, Finocchiaro, Zanda, Casson, Latorre, Ferrante e Bonino afferma infatti che le stesse polemiche su alcuni errori e imprecisioni presenti nell’ultimo rapporto dell’IPCC non hanno minimamente messo in discussione alcuni dati di fondo su cui concorda la quasi totalità degli scienziati del clima: il fatto che sia in corso da alcuni decenni un fenomeno di progressivo innalzamento delle temperature medie terrestri, il fatto che tale fenomeno abbia origine per una parte importante in fattori antropogenici e in particolare nell’aumento delle emissioni legate al consumo di combustibili fossili, il fatto che se l’aumento delle temperature medie terrestri superasse la soglia dei 2 gradi ciò comporterebbe conseguenze economiche, sociali, ambientali potenzialmente devastanti”; dichiara inoltre sir Nicholas Stern, ex-vicepresidente della Banca Mondiale e autore di un rapporto sull’impatto economico dei cambiamenti climatici, in una recente intervista al quotidiano francese “Le Monde”  che “gli errori contenuti nel quarto Rapporto dell’IPCC riguardano essenzialmente la previsione dei tempi di scioglimento dei ghiacciai himalayani, non rimettono in discussione la diagnosi complessiva che emerge dal Rapporto. La base scientifica su cui l’IPCC fonda l’affermazione che il pianeta rischia di andare incontro a un innalzamento delle temperature senza precedenti nella storia dell’umanità, resta solida.”. Per giunta le cosiddette “tesi catastrofiste” non vengono elaborate soltanto dall’IPCC; moltissimi studi, italiani e non, si allineano con le dichiarazioni dell’Ipcc. Ad esempio  il rapporto “State of the world 2010” del Worldwatch Institute (uno dei più importanti istituti di ricerca ambientale degli USA e considerato il più autorevole osservatorio sui trend ambientali del nostro pianeta).

Passiamo al secondo punto, ovvero che i paesi maggiormente produttori di inquinamento non avrebbero aderito ad adottare le misure della Green Economy; molto strano, perché secondo ciò che affermano i senatori  Di Nardo, Belisario, Giambrone, Bugnano, Caforio, Carlino, De Toni, Lannutti, Li Gotti, Mascitelli, Pardi, Pedica (in un’altra contro mozione presentata nei confronti di quella del centro-destra) hanno presentato i rispettivi impegni di riduzione, oltre all’Unione Europea e i suoi Stati membri, compresa l’Italia, anche gli Stati Uniti, il Giappone e il gruppo dei quattro Paesi ad economia emergente: Brasile,Sudafrica, India e Cina (BASIC). La maggior parte degli impegni di riduzione rinnova le promesse fatte precedentemente e in occasione del vertice di Copenhagen.”.

E infine il terzo punto, secondo cui l’emissione di CO2 non influisce poi così tanto nelle dinamiche ambientali e sarebbe quindi meglio concentrarsi su qualche altro obiettivo. Viene da alzare entrambe le sopracciglia pensare che l’emissione di CO2 non venga considerata rilevante nelle cause del riscaldamento globale; i nostri senatori dichiarano che ci si dovrebbe concentrare su altri temi, come l’inquinamento marino e la deforestazione. Forse però stanno saltando un passaggio fondamentale: la maggior parte dei problemi ambientali, da quelli da loro citati a molti altri, è causata dall’eccessiva emissione di anidride carbonica; per esempio negli ultimi giorni la National Academy of Scienze (una corporation i cui membri servono, pro bono publico, da consiglieri nazionali su scienze, ingegneria e medicina) ci informa che l’acidificazione degli oceano è sempre più veloce a causa della CO2, di cui assorbe un terzo delle emissioni.

PERCHE’?

Viene da chiedersi come mai i senatori di centro-destra abbiano presentato questa mozione.

Considerando che l’Italia ha accumulato recentemente un grande ritardo rispetto ai principali Paesi europei con un declino dei nostri standard di efficienza energetica che non solo hanno comportato effetti negativi sul piano dell’impatto ambientale e climatico, ma hanno rappresentato un crescente disvalore competitivo per le nostre imprese.

Considerando che uno studio di Greenpeace e del Politecnico di Milano dimostra che potrebbero essere occupate altre 60.000 persone investendo anche semplicemente nell’efficienza energetica e che sarà possibile tagliare di 50 milioni di tonnellate di CO2 le emissioni entro dieci anni se si lavorerà in questa direzione.

Considerando che in Europa si stima che il 16,6 % dei posti di lavoro dipenda direttamente (il 2,6 %) o indirettamente (il restante 14 %) dai sistemi naturali.

Considerando che un solo ettaro di foresta tropicale può fornire servizi fondamentali come cibo, acqua, materie prime, sostanze farmacologiche, mitigazione climatica, purificazione dell’acqua, turismo per un valore totale di 16.000 dollari l’anno.

Considerando che in Italia abbiamo non solo la possibilità reale, grazie alla nostra conformazione territoriale, di sfruttare in innumerevoli modi le nostre risorse naturali per la produzione energetica, ma che addirittura esistono già tentativi di farlo, come ad esempio il progetto “Work for life” lanciato dall’azienda agrigentina Moncada Energy (una tra i primi produttori di energia pulita in Italia) per dare lavoro ai siciliani sotto i 35 anni che abbiamo a disposizione 10.000 mq di terreno esposto a Sud, e che dimostrino di avere una fedina penale linda il cui obiettivo è l’installazione e manutenzione di pannelli fotovoltaici (costi totalmente a carico dell’azienda).

Considerando che, secondo un’analisi  di Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo Greenpeace Italia e Responsabile Nazionale delle azioni Greenpeace, presentata al Goethe Institut di Roma il 4 giugno 2009 Il potenziamento delle infrastrutture per il gas naturale (gasdotti e rigassificatori di gas liquefatto) porterebbe almeno 42 miliardi di metri cubi in più rispetto al flusso attuale di circa 90 miliardi di metri quadri all’anno (18 da gasdotto e 24 da terminali rigassificatori) e che se tutti i progetti presentati e in fase di autorizzazione venissero realizzati, la capacità di importazione crescerebbe di altri 40 miliardi di metri cubi all’anno”, quindi maggiore capacità di importazione e maggiore potere contrattuale nei confronti di Algeria e Russia (al momento importatori unici di gas in Italia).

Considerando che ricerche del COPI (Cost of Policy Inaction), formato da ecologisti ed economisti di fama mondiale, affermano che in Unione Europea nel 2050 la distruzione della biodiversità terrestre costerà circa 1.100 miliardi di euro all’anno (circa il 4 % del PIL  europeo).

Viene proprio da chiedersi come mai sia stata presentata questa mozione invece di correre incontro a braccia aperte alle innumerevoli possibilità (e qui ne sono state elencate soltanto una minima parte) che la Green Economy offre.

IL NUCLEARE

Poi il 26 aprile 2010 (ventiquattresimo anniversario del disastro della centrale di Chernobyl )  leggiamo/scopriamo che Berlusconi e Putin hanno siglato un patto, il Memorandum of Understanding, che prevede intese per la cooperazione nei settori nucleare, nella costruzione di nuovi impianti e nell’innovazione tecnica, nell’efficienza energetica e nella distribuzione, sia in Russia che nei Paesi dell’Est Europa. Si tratta per ora di un patto solo strategico, che da il via libera alla cooperazione tra Enel e la società russa Inter Rao Ues. “Entro tre anni, ovvero nell’ambito della legislatura, partiranno i lavori per la costruzione della prima centrale nucleare in Italia” annuncia il premier italiano nella conferenza stampa a Villa Gernetto con Vladimir Putin.

Inoltrarsi nel dibattito nucleare si, nucleare no è molto rischioso, poichè da una parte e dell’altra si frappongono valevoli motivazioni favorevoli e contrarie.

Da un punto di vista economico, il ministro dello Sviluppo Economico Scajola ha recentemente ricordato che il nucleare è molto conveniente perchè ”il combustibile incide appena per l’8-10% sui costi, contro il 70-80% delle centrali alimentate a petrolio e a gas, che risentono anche delle fluttuazioni di prezzo”. D’altra parte secondo il Mit (Massachussets Institute of Technology) e il Doe (ministero per l’energia statunitense), che hanno effettuato delle stime riguardo i costi di produzione dell’energia nucleare tramite fissione nucleare, risulta che il costo di questo (6,33 centesimi di dollaro per ogni chilowatt) è maggiore rispetto a quello di produzione del carbone (5,61 centesimi di dollaro per ogni chilowatt) e del gas (5,52 centesimi di dollaro per ogni chilowatt). Inoltre secondo l’Energy information administration degli USA, l’elettricità proveniente da una nuova centrale nucleare è più costosa del 15% rispetto a quella prodotta con il gas naturale, senza considerare i necessari costi di smaltimento delle scorie e di dismissione della centrale. E’ vero che il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (secondo una tabella del 2003, mediamente 0,03 € per kilowatt/ora contro lo 0,07 € del geotermico e dell’eolico) ma sono dati che possono trarre in inganno poiché non includono l’intera spesa che deve essere sostenuta per gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Ad esempio per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti. Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l’International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari. Certo, il ritorno al nucleare può essere pensabile per ridurre la dipendenza dell’Italia dall’importazione di petrolio e carbone, ma il rischio è semplicemente di aggiungere la dipendenza dall’importazione di uranio (doppietta della Russia nei nostri confronti). Certo, è una fonte che genera energia elettrica a basso costo ma esistono dei costi che vengono celati, alimentati dallo Stato con tasse e imposte e che sono eccessivi se si guarda a quelli delle normali centrali termoelettriche.

NUCLEARE VS RINNOVABILI

E’ chiaro che visti i costi necessari all’imbastimento di centrali nucleari (non solo relativi alla costruzione in senso stretto ma alla campagna pubblicitaria e mediatica che il governo intende fare per deviare l’opinione pubblica su binari più favorevoli a questo tipo di provvedimento) non possiamo certo rispettare, entro il 2020, la clausola dell’accordo 20-20-20 di Copenhagen che prevede il 20% di fonti energetiche alternative; questo significherebbe investire molti soldi anche nella costruzione di altri tipi di impianti e purtroppo non credo che nel breve periodo dei prossimi dieci anni sarà possibile arrivare ad un livello economico che consenta questo tipo di investimento.

Qual è lo snodo cruciale di tutto questo discorso? Fondamentalmente si tratta del voler o non voler fare seriamente una politica con visione a lungo termine: certo, il nucleare,non sostenere la Green Economy, può anche rivelarsi vantaggioso su un breve arco di tempo. Ma una mentalità di questo tipo è essenzialmente sterile. La benzina e l’uranio sono risorse che per come vengono e verranno sfruttate sono destinate ad esaurirsi (la benzina tra l’altro ha appena subito un ulteriore rincaro) e cercare, ad esempio, il petrolio significa danneggiare ancora di più l’ambiente circostante (l’Ufficio Valutazione Impatto Ambientale del Ministero dell’Ambiente ha appena espresso parere favorevole in merito alla richiesta, presentata dalla società petrolifera Petroceltic Elsa, di effettuare trivellazioni sottomarine alla ricerca del petrolio lungo i fondali marini della Puglia, compresi tra Gargano e le Isole Tremiti. Ovviamente non si può pensare di compiere un’operazione del genere senza pensare di turbare la biodiversità marina, nonostante tutte le precauzioni che si possano prendere. Per fortuna manca ancora la firma del ministro Prestigiacomo); invece il combustibile per una centrale eolica o fotovoltaica è gratuito ed inesauribile.

RICAPITOLANDO

Puntare sulle rinnovabili significherebbe intraprendere una politica a lungo termine che porterebbe l’Italia ad incrementare i posti di lavoro, ad innalzare (direttamente ed indirettamente) il PIL nazionale, a ridurre problemi relativi allo smaltimento di rifiuti, ad iniziare a diminuire la dipendenza dall’estero per quanto riguarda l’importazione di energia oltre ovviamente a contribuire a non peggiorare l’ambiente per noi stessi e per chi verrà dopo di noi.

Allora, a chi fa comodo girarsi dall’altra parte e correre verso un’altra direzione?

“Ecco il sole, ecco il sole, e tutto va bene” diceva 40 anni fa John Lennon.

Caro John, ormai a noi il sole serve solo per abbronzarci.

[ Fonti dell’articolo riconducibili principalmente ai siti seguenti:

- www.corrieredellasera.it - www.repubblica.it - www.senato.it - www.greenpeace.itwww.ansa.it ]

FRED