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Posted By grim on aprile 27th, 2010

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Posts Tagged ‘Silvio Berlusconi’

Promuovine ancora, Silvio – di Emilio Fusari

Posted By fred on ottobre 7th, 2010

“Volete che vi racconti una storiella?”

Ha esordito così l’altra sera al Quirinale un Silvio Berlusconi (immediatamente stoppato dal fido Gianni Letta) mai stanco di recitare la parte del primo intrattenitore. Certamente il ruolo istituzionale ,ma ancor di più l’occasione poco favorevole a dipingere un merito governativo , avrebbero permesso una presenza dimessa o tuttalpiù una comparsata poco dignitosa , cercando magari di non apparire troppo in scena e sperando che qualcuno passi sopra al legame fra gli attori. Con la nomina a ministro dello Sviluppo Economico conferita a Paolo Romani,già vice ministro dello stesso e uomo di fiducia, oggi il premier affonda definitivamente la lama in petto alla sua maggioranza e alla possibilità di attirare qualche Casini di passaggio che sostenga il governo, essendo questo il vero motivo per cui da cinque mesi dalle epiche dimissioni dell’ignaro possessore d’appartamenti Scajola ,ancora nessuno occupava quella poltrona.

Romani, fedelissimo operatore del Cavaliere nel retrobottega del potere, ha guadagnato la stima e la promozione sul campo specializzandosi nelle telecomunicazioni, o meglio occupandosi di tutte quelle faccende che hanno permesso all’ azienda del padrone di fatto (anche se mai ufficialmente) di crescere, storcendo e raggirando ogni principio di libera concorrenza verso le altre emittenti. Appare quantomeno riduttiva o sbagliata la parola conflitto d’interessi per un uomo che ha nel curriculum,fra le altre cose, l’estensione della famigerata legge Gasparri e che, dalla sua posizione di vice ministro con delega alle comunicazioni ,occupava gran parte del suo tempo ad impedire a Sky di approdare al digitale terrestre o a regalare al Biscione gli stessi canali in anteprima. Appare sbagliata,dicevo,perché questa è una definizione valida in uno stato normale con istituzioni realmente pubbliche nel momento in cui una persona che riveste una carica usa lo stessa per il proprio o altrui tornaconto. E’ passato da un pezzo il tempo in cui in Italia si poteva separare ancora lo stato dalla Fininvest, la cosa pubblica dalla proprietà privata del capo o le istituzioni dai dipendenti Mediaset e probabilmente è più corretto parlare, dato che il pubblico e il privato sono non solo coincidenti ma interscambiabili, di svolgimento di interessi privati con remunerazione pubblica .E’ un funzionario solerte allora, Paolo Romani,che dopo tanta gavetta ha debuttato nel valzer dei ministri e non un uomo di parte che tira l’acqua al mulino del padrone.

Mi permetto di avanzare quindi, ad onor del giusto, la richiesta di promozione per meriti sul campo del direttore di rai due Mauro Masi. E’ da un anno e mezzo che il temerario soldato Masi, contro ogni logica-pubblica s’intende- e orgogliosamente a viso aperto dopo essere stato intercettato in imbarazzanti telefonate con il Premier, spara cannonate su Annozero,la trasmissione più remunerativa -sempre per l’azienda pubblica- della rai.

A quando la prossima promozione?

Emilio Fusari

BERLUSCONEIDE; FALSO IN BILANCIO NELL’ACQUISTO DEI TERRENI DI MACHERIO – CAPITOLO IV

Posted By Tom on luglio 6th, 2010

BERLUSCONEIDE, libro delle amnistie – capitolo IV

Chiusosi momentaneamente il libro delle prescrizioni, continua la nostra Berlusconeide con il libro delle amnistie. Infatti l’eroe di questa saga ha avuto anche la fortuna di rimanere impunito grazie ad alcune delle numerose leggi di amnistia emanate dal Parlamento italiano; ma d’altronde il numero di reati commessi da Berlusconi è talmente alto e talmente frazionato nel tempo che le probabilità di incappare in qualche amnistia sono vicinissime alla certezza. E di fatti così è stato. Sottolineo inoltre che, come per la prescrizione, il presupposto perché si possa applicare l’amnistia è la commissione del reato. Quindi Berlusconi, nel caso specifico, ha commesso il reato di falso in bilancio, per poi essere prosciolto, appunto, per l’amnistia concessa dal legislatore nel 1992.

L’inchiesta sulle irregolarità nella compravendita dei terreni intorno alla villa di Macherio (quegli stessi, di cui la ex first lady italiana Veronica Lario ha ottenuto l’usufrutto a vita in seguito al divorzio consensuale) partì dal condono tributario del 1992 ottenuto da Agostino Erba, il possidente brianzolo, venditore di tali terreni; questi, per mettersi in regola, denunciò di aver ottenuto 4 miliardi e mezzo di lire in nero per la vendita dei suddetti terreni. Per riportare i terreni al valore reale senza pagare tasse, il Cavaliere e i suoi manager avrebbero sfruttato un’esenzione fiscale introdotta dal Ministro socialista delle Finanze Rino Formica: niente imposte sulla seconda compravendita di quote sociali inferiori al 15%. Una leggina che, secondo l’accusa, sarebbe l’unica giustificazione del passaggio fittizio dei terreni attraverso le due società immobiliari acquirenti, appartenenti al gruppo Fininvest, Idra e Buonaparte II, intestate a due dipendenti e sette prestanome di Berlusconi, ribattezzati dagli inquirenti “i 7 nani”. Di qui l’ipotesi di evasione fiscale, che portò poi il Pm di Milano Margherita Taddei a indagare il nostro eroe per appropriazione indebita, frode fiscale e doppio falso in bilancio (uno per ciascuna delle società immobiliari del gruppo Fininvest). Le prove principali contro Berlusconi consistevano nel fatto che i 4 miliardi e mezzo furono versati a Erba non dalle casse delle società immobiliari, ma dai conti personali di Silvio Berlusconi e che il ricavato del secondo passaggio di quote tornò su un libretto personale (precisamente il numero 1957) del Cavaliere. L’impianto accusatorio della Procura era semplice: “Che ragione c’era per ricorrere a quei marchingegni contabili, se non per nascondere qualcosa, per truffare il fisco?” Così, nella requisitoria del 21 gennaio 1999 il Pubblico ministero Taddei spiegò il semplice impianto accusatorio.

L’ipotesi di appropriazione indebita fu la prima a cadere. Lo stesso Pm Taddei riconobbe nella stessa requisitoria che il Cavaliere non si era arricchito in alcun modo dalla complicata operazione. A marzo arrivò la sentenza del Tribunale: a fronte dei 16 mesi di reclusione chiesti dall’accusa, la sentenza di primo grado assolse con formula piena Berlusconi dalla frode fiscale e dichiarò prescritti i due reati di falso in bilancio (ricordo ancora che presupposto per la prescrizione di un reato è la commissione del reato: la sentenza di primo grado, quindi, accertò che i due reati di falso in bilancio furono commessi, per poi dichiararli prescritti).

In appello, la Procura generale di Milano, tramite il sostituto Edmondo Bruti Liberati, tornò a chiedere la condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. Ma la terza Corte d’appello di Milano (presieduta da Renato Caccamo, lo stesso che firmò le sentenze definitive di condanna per Bettino Craxi) ampliò il proscioglimento del primo grado: la sentenza del 29 ottobre 1999 riconfermò l’assoluzione dalla frode fiscale e assolse con formula piena l’imputato anche dal falso in bilancio della società Idra; lo prosciolse, invece, dal reato di falso in bilancio della società immobiliare Buonaparte per l’amnistia intervenuta nel 1992 (invece che per prescrizione, come dichiarò la sentenza di primo grado). I giudici d’appello spiegarono perché quest’ultimo reato non poteva essere punito: il condono tributario del 1992, lo stesso di cui si avvalse Erba, il venditore dei terreni di Macherio, cancellava anche i connessi reati di falso in bilancio.

Paradosso di tutta la vicenda fu che l’unico a dover pagare, rimborsando le spese processuali, fu il Ministero delle Finanze (cioè tutti NOI), che si era costituito parte civile. E non solo. Mentre il Procuratore generale di allora Francesco Saverio Borrelli dichiarava di voler rispettare comunque le sentenze, Silvio Berlusconi, allora semplice parlamentare, commentava: “Mi chiedo in nome di quale giustizia la Procura milanese abbia perseverato con tanta determinazione nel proposito di dipingermi davanti agli Italiani come uno spregiudicato evasore fiscale”. Sfogando tutto il suo timore di essere condannato, l’attuale Presidente del Consiglio metteva in atto la sua tecnica comunicativa e propagandistica di discredito della magistratura che su di lui indagava, per dipingersi di fronte all’elettorato come un eroe, un martire perseguitato per i suoi alti valori politici; ancora una volta, Berlusconi fu visto come innocente agli occhi dell’opinione pubblica e non come un delinquente amnistiato.

P&L
Tom

BERLUSCONEIDE; CAPITOLO II: LODO MONDADORI

Posted By Tom on giugno 20th, 2010

Berlusconeide – Libro delle prescrizioni – Capitolo II

Il secondo capitolo della Berlusconeide tratta di quello che oggi viene genericamente definito “lodo Mondadori”, cioè la lunga e complessa vicenda che ha visto e vede tutt’oggi scontrarsi due big della imprenditoria italiana: Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti.

Berlusconi e De Benedetti

Per ricostruire tale vicenda è necessario, prima di tutto, contestualizzarla: siamo negli anni Ottanta, quando Berlusconi già stava costruendo il suo impero televisivo grazie alle tangenti versate al PSI di Bettino Craxi, che di fatto agevolò le reti Mediaset, come d’altronde accertato dal processo All Iberian I. Certamente, l’imprenditore milanese aveva compreso bene che la televisione, dopo l’abbattimento del monopolio statale, sarebbe stata un’ottima fonte di guadagno e successo, dal momento che lui avrebbe detenuto un vero e proprio monopolio privato sul sistema radiotelevisivo. Ma questa corsa all’oro può essere ben configurata se viene considerata solo come una componente di un disegno ben più ampio: la conquista dei grandi mezzi di comunicazione italiani.

Berlusconi puntava, quindi, anche all’editoria. A metà degli anni Ottanta, infatti, iniziò ad acquistare massicciamente quote della Mondadori, la storica casa editrice fondata nel 1907 da Arnoldo Mondadori. Ma solo alla morte del presidente Mario Formenton nel 1987, si aprì la cosiddetta “guerra di Segrate” (il paese milanese dove ha sede la casa editrice), una vera e propria lotta di successione alla gestione dell’azienda. In quel momento i soggetti che avevano in mano la Mondadori erano, appunto, la Fininvest di Silvio Berlusconi, la CIR dell’ingegner Carlo De Benedetti e la famiglia Formenton, la quale, però, non era interessata alla gestione dell’azienda. Rimanevano, dunque, Berlusconi e De Benedetti a contendersi il controllo sull’impresa e, soprattutto, a ingraziarsi la famiglia Formenton: il soggetto che sarebbe riuscito a comprare le loro azioni sarebbe diventato il socio di maggioranza e avrebbe così ottenuto il controllo dell’azienda. Nonostante il contratto di vendita stipulato con Carlo De Benedetti, per cui la CIR avrebbe ottenuto tali azioni entro gennaio 1991, la famiglia Formenton, nel 1989, favorì Berlusconi che si insediò, nel 1990, come nuovo presidente.

Questi gli antefatti che portarono al ricorso a un lodo arbitrale, l’effettivo “lodo Mondadori” (termine utilizzato impropriamente anche per le successive vicende giudiziarie). Il collegio di arbitri si espresse a favore di De Benedetti: il contratto era ancora valido, le azioni dovevano tornare all’ingegnere, che così ottenne il legittimo controllo dell’azienda e divenne presidente della Mondadori.

Ma la sete di potere di Berlusconi non poteva così facilmente essere eliminata. Impugnò il lodo davanti alla Corte d’appello di Roma, presieduta da Arnoldo Valente, giudice relatore: Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991 viene emessa la sentenza per cui parte del contratto De Benedetti-Formenton contrastava con il diritto societario: il contratto era da considerarsi nullo e così anche il lodo arbitrale. La Mondadori tornò così alla Fininvest. Ma parte dei dipendenti e dei direttori non tollerarono il nuovo proprietario. Ed è a questo punto che, con l’intervento dell’allora Presidente del Consiglio Andreotti e del suo fedele Giuseppe Ciarrapico, viene raggiunto un accordo: La Repubblica e L’Espresso passano alla CIR, mentre il resto della Mondadori rimane nelle mani di Berlusconi. Da questo momento in poi Berlusconi teme la concorrenza del gruppo Espresso, a tal punto che, una volta “sceso in campo”, strumentalizzerà proprio la politica per gettare discredito sull’unico concorrente che davvero riesce a tenergli testa imprenditorialmente. Berlusconi, da Presidente del Consiglio, accusa La Repubblica di faziosità, in quanto di sinistra, sperando così di batterla sul mercato con le armi della piccola politica: e questo è solo uno dei tanti aspetti del gigantesco conflitto d’interessi in capo al premier.

La seconda parte della vicenda ci rimanda al 1995, quando Stefania Ariosto, compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti, sconosciuta al grande pubblico ma nota nella mondanità milanese, si presenta alla Procura a Milano e racconta ciò che sa da mesi, dopo assidua frequentazione a Roma degli ambienti vicini a Silvio Berlusconi e Cesare Previti, legale della Fininvest. La Ariosto raccontò non solo che Previti era amico dei magistrati

Cesare Previti

Arnoldo Valente e Vittorio Metta, quei giudici che qualche anno prima dichiararono nullo il contratto di vendita delle azioni Mondadori a De Benedetti, ma anche di averlo sentito parlare di tangenti ai giudici stessi: il risultato fu che il pool di Mani pulite riuscì a scovare sospettosi movimenti di denaro da All Iberian, la società off-shore dietro cui si celava la Fininvest ai conti esteri degli stessi legali Fininvest e da questi ai conti del giudice Metta.

I magistrati inquirenti, allora, richiedono al giudice per l’udienza preliminare Rosario Lupo il rinvio a giudizio per corruzione di Berlusconi, dei tre avvocati Fininvest Previti, Pacifico e Acampora, e del giudice Metta (dimessosi poi dalla magistratura e assunto, guarda caso, nello studio legale di Previti). Il gup, però, proscioglie gli indagati. La procura impugna il proscioglimento. Il 25 giugno 2001 la Corte d’Appello rovescia la sentenza del gup Lupo e rinvia a giudizio tutti gli indagati, tranne Berlusconi, il cui reato, grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche, viene dichiarato prescritto. La Cassazione conferma il proscioglimento per prescrizione. Silvio Berlusconi scampa in questo modo al processo: il ladro scappa e la fa franca.

La Corte di Cassazione non solo respinse il ricorso della Procura contro la sentenza della Corte d’Appello che proscioglieva, appunto, Berlusconi per prescrizione (confermando quindi la sentenza della Corte d’Appello), ma respinse anche le richieste della difesa, la quale non si accontentava del proscioglimento per prescrizione, ma pretendeva la piena assoluzione per Berlusconi. Anche se il risultato tra piena assoluzione e proscioglimento per prescrizione è lo stesso, la sostanza è totalmente differente: mentre nel primo caso viene dichiarato che l’imputato non ha commesso il fatto incriminato, nel secondo si accerta che il reato è caduto in prescrizione e la prescrizione soggiunge per un reato, se tale reato, ovviamente, è stato commesso. In sostanza, quindi: è accertato che Berlusconi abbia corrotto il giudice Metta, affinché sentenziasse a suo favore, annullando il contratto (in realtà legittimo) De Benedetti-Formenton e di conseguenza il successivo lodo arbitrale. Le azioni della Mondadori sono state, quindi, ottenute illecitamente tramite la corruzione, metodo principe di scalata al successo mediatico editoriale e radiotelevisivo dell’attuale premier.

Come succederà anche in altri processi, lo vedremo nel seguito della Berlusconeide, ironia vuole che Berlusconi riesca a salvarsi, mentre i suoi “compagni di merende” subiscano il processo. Un processo molto lungo che si chiuderà nel 2007 con la sentenza della Corte di Cassazione di condanna per corruzione in atti giudiziari per i tre legali Fininvest a 1 anno e 6 mesi di reclusione e per l’ormai ex giudice Metta a 2 anni e 9 mesi di reclusione.

Ma la vicenda non finisce qui. Esistono altri due elementi giudiziari che confermano non soltanto l’illiceità dell’acquisizione della Mondadori da parte della holding di Berlusconi, ma anche la responsabilità dello stesso negli atti corruttivi. In particolare Cesare Previti, legale della Fininvest, già senatore dal 1994 al 1996 e Ministro della difesa nel primo Governo Berlusconi, eletto poi deputato nella XIII, XIV e XV legislatura e poi dimessosi da parlamentare nel 2007 in seguito alla sentenza di condanna, aveva fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sostenendo che gli era stato negato il diritto a un equo processo, a non essere punito in assenza di legge e alla privacy, in relazione al processo sul lodo Mondadori, che, dal 2002, tra l’altro, era stato unificato al processo Imi-Sir (è la storia del lungo scontro giudiziario tra il gruppo chimico Sir della famiglia Rovelli e l’Istituto Mobiliare Italiano, che vide soccombere quest’ultimo all’accusa da parte del primo di avergli negato un credito promesso. Ma la successiva ricostruzione degli inquirenti milanesi Gherardo Colombo e Ilda Boccassini spiega che la famiglia Rovelli comprò la sentenza decisiva a suon di bustarelle dando incarico agli avvocati romani Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora di corrompere i giudici Renato Squillante, Vittorio Metta e Filippo Verde. Nel 2006 la Cassazione condannerà Previti, Pacifico, Acampora e Metta per corruzione in atti giudiziari e assolverà Squillante e Verde). La Corte europea ha respinto lo scorso gennaio il ricorso di Previti, smontando punto per punto le sue teorie di persecuzione dei magistrati nei suoi confronti.

Il secondo elemento riguarda invece la causa esperita dalla CIR per ottenere il risarcimento per il danno economico, dovuto alla mancata acquisizione della Mondadori; mancata, dato che la sentenza del 1991 che dichiara la nullità del lodo arbitrale era viziata da corruzione, come accertano le sentenze di condanna del 2007 per, appunto, Metta, e i legali Fininvest e di prescrizione per Berlusconi. Non centrano quindi tangenti e corruzione, si tratta di una causa civile e non di un procedimento penale. Il 3 ottobre 2009 il Tribunale di Milano condanna la Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro in favore della CIR di De Benedetti: logica conseguenza, accertata la corruzione nella sentenza della Cassazione del 2007. Ma non solo. Il giudice Raimondo Mesiano (quel Mesiano vittima di un servizio vergognoso di Brachino su Mediaset che lo ritraeva come “stravagante”) scrive nelle motivazioni che “Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva alla base della sentenza con cui la Mondadori fu assegnata a Fininvest” e tale corresponsabilità comporta “come logica conseguenza la responsabilità della stessa Fininvest, per il principio della responsabilità civile delle società di capitali per il fatto illecito del loro legale rappresentante o amministratore, commesso nell’attività gestoria della società medesima”. In sostanza scrive che non è pensabile che un bonifico di circa 3 miliardi delle vecchie lire (la tangente per gli avvocati Previti e per il giudice Metta) fosse effettuato dalla società, senza che Berlusconi lo sapesse. Ovviamente i legali della Fininvest hanno richiesto la sospensione dell’esecutività di tale sentenza, ottenendola, e hanno fatto ricorso in Appello.

La guerra tra Berlusconi e De Benedetti non sarà ancora del tutto conclusa. Ma sicuramente questo, insieme alla vicenda All Iberian, è già sufficiente per capire che l’attuale Presidente del Consiglio controlla i principali media italiani grazie alla corruzione, che non ha mai pagato per tale corruzione e che tipo di persona governa l’Italia.

Siamo noi tutti eversori comunisti a parlare delle sue “fortune”? No, è lui un abile corruttore, bugiardo e mistificatore.

P&L
Tom

Il declino di un re – di Tommaso Petrucci

Posted By Tom on maggio 29th, 2010

Silvio Berlusconi sta arrivando al capolinea e il suo potere è ormai al tramonto. Stiamo vivendo un periodo politico di transizione. L’impero monarchico creato da Berlusconi sta crollando pezzo dopo pezzo. Le alleanze si stanno sfaldando. La gente è stufa. E proprio in un periodo di transizione come questo è necessario essere più attenti: quando il drago riceve gli ultimi attacchi mortali, inizia rabbioso a sferzare alla cieca possenti colpi con la sua coda, che possono rivelarsi i più micidiali, in quanto incontrollati e indiscriminati. E così la manovra finanziaria varata martedì ha svelato le vere manovre e i veri retroscena che stanno avvenendo dietro le spalle del premier, ha svelato, insomma, chi sta ferendo mortalmente il drago. Vi avverto. Stiamo per entrare nel contorto e distorto mondo delle dietrologie e dei complottismi.

Silvio lo ha già capito. La lotta per la successione è iniziata. Ed è iniziata ufficialmente il 22 aprile quando Gianfranco Fini ha formalizzato all’interno del partito lo strappo con la politica del Presidente del Consiglio. Le frizioni, in realtà, sono iniziate ben prima, ma quando il Presidente della Camera si è reso conto della compattezza della stragrande maggioranza del PDL intorno a Berlusconi, ha avuto paura e ha deciso di fare i conti e reclutare i “finiani”, prima che altri, oltre ai suoi ex-colonnelli, gli voltassero le spalle. Da questo punto di vista la creazione del Popolo della Libertà è stata sicuramente un danno per l’ex-leader di AN: il suo peso politico all’interno della coalizione di governo era molto maggiore quando guidava Alleanza Nazionale, in quanto leader di un proprio partito. A quei tempi Berlusconi si poneva come mediatore tra i vari partiti che facevano parte delle sue coalizioni, cercando di accontentare le pretese di tutti. Ma ora, accettando la fusione Forza Italia-Alleanza Nazionale, Fini è diventato semplice membro del nuovo partito, un semplice subordinato al capo. O meglio: lo sarebbe dovuto diventare secondo la visione padronale di Berlusconi. Ma un governo a trazione leghista non va proprio giù a Fini, il quale, tramite lo strappo, ha voluto riaffermare la propria importanza e riprendersi quel potere, di cui disponeva prima. I media raccontano la situazione solo fino a questo punto. Fini, in realtà, sta mettendo in atto la sua strategia politica. Forte del fatto di non poter essere sfiduciato in quanto Presidente della Camera e, quindi, di poter esprimersi senza rischiare la poltrona e la visibilità per i prossimi tre anni, lui guarda al dopo-Berlusconi e punta alla leadership: conscio del fatto che la politica dei sondaggi del suo leader non può portare lontano, si è preso la propria autonomia politica, sperando che, un giorno, gli elettori lo premieranno per questa scelta.

Per scovare il secondo scenario di guerra, bisogna guardare allo storico scontro fra Tremonti, l’eccentrico ministro del Tesoro italiano, e Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, nonché cuore pulsante della forza berlusconiana. Il primo è sostenuto dalla Lega, da alcune banche del nord, da Ettore Gotti Tedeschi, presidente del potentissimo Ior ed esponente di spicco della finanza cattolica e da alcuni ambienti del centro-sinistra. Il secondo è sostenuto da Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca e influente finanziere italiano, da una parte della gerarchia ecclesiastica e dai vari giornali d’area. Tra questi due titani, Berlusconi si è posto finora come arbitro. Ma ora sembra più l’oggetto degli attacchi dei potenti del mondo tremontiano. I colpi più incisivi sono stati lanciati nei giorni antecedenti al varo della manovra finanziaria; le risposte, però, sono sembrate i capricci di un bambino: “Giulio ha costruito la manovra come se volesse smentire tutto quello che ho fatto in questi anni” il premier lamenta così tutta la sua insofferenza. Ma soprattutto: “Hanno calcato la mano per mettere al riparo il federalismo fiscale. Pensano che l’Ue non accetterebbe la riforma federalista se prima non diamo garanzie sui conti. Ma i progetti della Lega non possono venire prima di tutto il resto”. Berlusconi non ha sopportato che il decreto-legge sia stato scritto solo con i Lumbard nella più totale noncuranza degli altri dicasteri. Ma si sa. La Lega farebbe di tutto


    per realizzare i propri progetti e ora che Bossi è riuscito a crearsi la propria signoria personale al Nord, la sua voce nel Governo è diventata più strillante e rumorosa: d’altronde, senza il Senatur, come lui stesso ricorda in ogni intervista, il Governo cadrebbe. Ingenuo Silvio che credeva in un’autentica amicizia con Umberto. All’impavido condottiero padano, è chiaro, importa solo degli interessi della sua terra e, non appena ha trovato un più fidato garante (Tremonti) per i suoi interessi, ha mollato Berlusconi. Non a caso, quando il ministro del Tesoro, a ottobre dell’anno scorso, suscitò le ire dei suoi colleghi per l’esagerato rigore nei conti pubblici, l’unico a sostenere tale politica fu proprio Bossi, il quale lo propose come candidato alla vicepresidenza del Consiglio.
    Insomma, nel momento in cui il Governo mette in campo provvedimenti che, come la manovra, si occupano davvero dell’economia italiana, nemmeno Berlusconi riesce a contemperare i vari interessi in gioco. Questi, in sostanza, teme che Tremonti, in realtà, abbia provveduto a creare un tesoretto da utilizzare come risorsa per il federalismo fiscale, che, alla luce della manovra, risulta inattuabile, dato che 11 miliardi dei 24 che si vogliono risparmiare vengono prelevati dalle Regioni. E allora ecco che Silvio ritorna da Fini e cerca di ricucire la ferita per fermare l’ondata padana: in cambio, il retro-front del Governo sul ddl intercettazioni, che verrà emendato esattamente come lo avevano redatto i finiani.Si evocano i poteri forti. Si evocano le potenti lobby. Quel mondo oscuro e tenebroso che giace dietro alla politica e che si muove nell’ombra per rovesciare i loro avversari, coloro che non rappresentano e tutelano più i loro interessi. Quel mondo, fatto di finanza, di alta imprenditoria, di mafia e di gerarchie ecclesiastiche, in grado di scoperchiare a proprio piacimento quegli scandali giudiziari che possono davvero compromettere la carriera di numerosi politici. “C’è qualcuno che stavolta sta giocando davvero contro di me, per farmi fuori, per preparare un altro governo, per profilare un’emergenza nazionale”. Anche di questo Berlusconi ha paura, perché sa che neanche lui può sconfiggere quei poteri forti. Ed ecco allora che improvvisamente e stranamente sbucano fuori, dopo circa un anno e mezzo dal loro reperimento nei computer del gruppo Anemone, le famose “liste dei favori e dei lavori”, su cui l’imprenditore annotava i nomi di coloro a cui elargiva i propri doni: politici, direttori generali dei ministeri (coloro che detengono davvero il potere, in quanto sopravvivono alle maggioranze), il Vaticano, registi e produttori. Ma soprattutto Palazzo Chigi e Bertolaso, che, concedendo indiscretamente grandi appalti, appunto, ad Anemone per opere di dubbia competenza della Protezione civile, è stato il primo a essere travolto dalle indagini. Non a caso, la Protezione civile: la roccaforte del potere di re Silvio nelle istituzioni. Ma che “qualcuno” stia cercando di minare al potere del re, lo si è capito anche dalla vicenda di Scajola. Maria Teresa Verda, moglie dell’ex-ministro dello Sviluppo economico, ha confermato che il marito “non parla ancora per non creare problemi a persone più coinvolte di lui in questa vicenda”. E c’è chi dice che, in realtà, l’obiettivo finale fosse Gianni Letta, il sacro consigliere reale di sua maestà, la cui integrità politica è necessaria affinché il Governo rimanga in carica. In ogni caso è chiaro che Scajola è stata la vittima sacrificale di una strategia più complessa.

    Inoltre, gli ultimi sviluppi delle inchieste sul Watergate italiano, totalmente ignorato da quasi tutti i mass media, mostrano un Silvio marginale e ininfluente. Il 25 maggio è stato arrestato per l’accusa di estorsione l’imprenditore Fabrizio Favata, uno dei protagonisti dell’inchiesta che da dicembre ha come indagati cinque persone per ricettazione, abuso, rivelazione di segreto istruttorio ed estorsione. Gli altri protagonisti sono Roberto Raffaelli, amministratore delegato di Rcs, società incaricata dalla procura di Milano di eseguire e custodire le intercettazioni, e Paolo Berlusconi (nella foto qui sotto), il fratello del premier e socio di Favata in un’impresa di telefonia, ormai fallita. Nell’ordinanza di arresto del gip di Milano è accertato che “Raffaelli Roberto […] si presenta ad Arcore la sera della vigilia di Natale del 2005 […] e, insieme a Favata, offre una pen drive con alcune intercettazioni ancora secretate riguardanti personaggi politici, tra cui Piero Fassino a colloquio con Giovanni Consorte, a Paolo e Silvio Berlusconi che ascoltano il contenuto e ricevono tale intercettazione”. Proprio mentre il Parlamento, su ordine del capo del Governo, discute su un disegno di legge che mira ad eliminare gli abusi sull’utilizzo delle intercettazioni, viene verificato che il capo del Governo stesso ne abusa. La vicenda nasce quando gli interessi di questi personaggi convergono: Raffaelli intende aprire un centro di ascolto in Romania, per cui gli è necessaria la sponsorizzazione di Palazzo Chigi, Favata e Paolo Berlusconi decidono di fare da tramite a Raffaelli per giocare una carta preziosa: la famosa intercettazione, ottenuta da Raffaelli stesso, in cui Consorte, ex amministratore delegato di Unipol, dice a Fassino: “Abbiamo una banca”. Intercettazione, che segnò fortemente l’esito delle elezioni politiche del 2006. Non solo. È Favata colui che detiene l’arma del ricatto, cioè denunciare tutto ai magistrati: per questo Raffaelli gli versa 300 mila euro. Ma perché Raffaelli paga così caro il silenzio di Favata? Questo non ci è dato ancora saperlo. Fatto sta che Silvio Berlusconi, il quale non è neanche iscritto nel registro degli indagati in questa inchiesta, è la figura più marginale in questo complicato affare di discredito e di calunnia degli oppositori politici. Al gip non è servito neanche interrogarlo come testimone, per ricostruire la vicenda. Il convitato di pietra, insomma.

    Se, oltre a tutto questo, si considera che Massimo Ciancimino ha recentemente affermato che per suo padre, Vito Ciancimino, sindaco mafioso di Palermo, “Berlusconi è una vittima della mafia, forse il più grosso imprenditore sotto ricatto della mafia”, mafia che lo avrebbe aiutato a creare Forza Italia tra il ‘92 e il ‘93, e che Confindustria, i cui interessi erano rappresentati nella prima Repubblica dalla DC e dal PSI craxiano, non intende più assecondare Berlusconi e credere a tutte le sue promesse mai mantenute e che è alla ricerca del suo nuovo rappresentante politico, si delinea un quadro in cui il Presidente del Consiglio in carica è la pedina di un sistema molto più profondo.

    Rivedere la gerarchia delle alleanze? Riformulare le amicizie dentro il governo? No. A Berlusconi non basterà più questo. Ormai Silvio è vecchio. E solo. E soprattutto è vittima del potere che lui stesso ha messo in piedi. È vittima del berlusconismo stesso. Oggi, il re è attaccato dai suoi stessi vassalli, quei vassalli, che, lui pensava, avrebbero dato la vita per lui. Un uomo venduto. Venduto al sistema, in cambio della libertà di approfittarsi della macchina statale per il soddisfacimento degli interessi suoi, della sua famiglia e della sua azienda e per sfuggire alla galera.

    Negli ultimi sedici anni abbiamo conosciuto un Berlusconi animatore da spiaggia, imprenditore e politico, un Berlusconi indagato, corruttore e mafioso, un Berlusconi narcisista, osannato e odiato. Ma mai abbiamo visto il Berlusconi di questi giorni. Un Berlusconi stanco (esordisce all’incontro con Confindustria di mercoledì: “Cara Emma, sono vecchio, non riesco a seguire bene le immagini”). Un Berlusconi impaurito, che, citando Mussolini, dice: “Io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i miei gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro”.

    E come un duce vecchio, solo, stanco e impaurito, Berlusconi è sospettoso verso i propri alleati, manda a quel paese i propri ministri e, ossessionato dall’ombra del sospetto, trema. L’atmosfera nella capitale è quella da ultima seduta del Gran Consiglio Fascista. E l’unica certezza per questo duce è la sua capacità di creare consenso. Capacità che lo salverà fintantoché questo consenso non lo abbandonerà. E con una manovra che farà sudare lacrime e sangue, non è irreale pensare che la sua immagine, a breve, non ingannerà più la gente. Un declino annunciato. E la tanto agognata fine di un uomo che ha portato a picco un’intera società e che ha paralizzato un pezzo di storia italiana. Ma la storia ha ricominciato a scorrere e la storia, ora, si prepara ad affossarlo. Finalmente.

    P&L
    Tom